23 gennaio 2012

Forconi, la denuncia dei commercianti «Girano a squadre e ci minacciano»

Un produttore agrumicolo lentinese che, in una nota su Facebook, scrive: «Il fatto che le forze dell’ordine abbiano assistito passivamente a questi eventi, con i finestrini delle macchine ben chiusi per non sentire il carattere intimidatorio dei pacifici manifestanti nei confronti degli autisti dei mezzi è gravissimo»

Di Claudia Campese
Da http://ctzen.it/

Ci sono paesi come Lentini, in provincia di Siracusa, dove è difficile anche trovare un panificio aperto. Tutti i negozi sono chiusi e spesso non per scelta. I proprietari raccontano di intimidazioni subite da parte di chi protesta per costringerli ad aderire. Nel Catanese sono già una trentina le segnalazioni. Confcommercio: «E intanto i danni della serrata forzata ammontano a circa 500 milioni di euro»


«Bisognerebbe essere ciechi per non accorgersene». Così rispondono dalla centrale operativa dei carabinieri di Augusta alle presunte infiltrazioni mafiose nelle proteste che in questi giorni stanno bloccando la Sicilia. Lentini, in provincia di Siracusa, «sembra un paese fantasma», racconta chi ci vive. Difficile anche trovare un panificio aperto. Tutti i negozi sono chiusi e spesso non per scelta. Un paese vuoto e isolato, considerato il blocco autostradale in entrata e i consistenti rallentamenti in uscita. E lo stesso succede nel Catanese, a giudicare dalle segnalazioni portate ieri al viceprefetto vicario etneo da Riccardo Galimberti, presidente di Confcommercio Catania. «”Le squadre stanno girando”. E’ questo che raccontano i commercianti intimiditi», dice. Proprietari di attività che intanto perdono milioni di euro.

Nei giorni scorsi, sia da Forza d’Urto che dal movimento dei Forconi, sono arrivate diverse smentite. Nessuna minaccia, dicono, solo il tentativo di coinvolgere quanta più gente possibile. «E dire “Poi non vi lamentate se mettono le bombe” vi sembra un garbato invito?», sbotta un negoziante di Lentini. Anche lui con la saracinesca abbassata, come tutti. Perché in paese, racconta, girano in gruppo a controllare chi ha deciso di tenere la propria bottega aperta. «Sono organizzati in squadre e girano in motorino. Appena vedono un negozio aperto, chiamano gli altri e arrivano in dieci a chiederti di chiudere. Ma sempre gentilmente, eh», spiega amaro.

Lo stesso succede in provincia di Catania. Una trentina di segnalazioni sono arrivate da Paternò, Acireale, Mazzarrone, Mineo e l’area del Calatino. «Finora i negozianti hanno subito danni per circa 500 milioni di euro – spiega Galimberti di Confcommercio – Abbiamo chiesto al viceprefetto un passo più fermo». Non contro la protesta in sé – con cui molti solidarizzano – ma nei confronti del metodo utilizzato. «Noi abbiamo già presentato alla Regione le stesse richieste di chi manifesta – continua – che adesso sono al vaglio del Consiglio dei ministri. A me sembra un modo più democratico di agire».

La situazione intanto resta in emergenza e i commercianti continuano ad avere paura. «Come posso rischiare? – chiede uno di loro – Un incendio al negozio distruggerebbe in pochi minuti il sacrificio di anni». Eppure, ricordano i carabinieri, senza una denuncia è impossibile intervenire. «E qui ancora ne sono arrivate poche», ammettono dal comando di Augusta, da cui Lentini dipende. I negozianti però sono sfiduciati. «Se vuoi la mia denuncia, devi guadagnartela – dice uno di loro – Come faccio a fidarmi se anche un vigile urbano mi consiglia di chiudere?».

E c’è anche chi lancia una proposta. «Assegnino un rating anche a forze dell’ordine, politici e prefetti. Più è alto, più prendono di stipendio». Un’eresia? «Per noi commercianti esiste già e le banche decidono di noi in base a questo». Solo che, anziché gli economisti di Standard & Poor’s, in questo caso a valutare sarebbero i cittadini. Come sempre c’è in gioco il futuro. Perché «lo Stato, intanto, sta perdendo contro questi delinquenti».

Il movimento dei Forconi nomina i primi referenti regionali: tutti di Forza Nuova


Abbiamo già parlato su questo blog dei tanti collegamenti tra i vertici dei Forconi e Forza Nuova. Chi ci legge sa che a dirigere la baracca sono personaggi legati mani e piedi alla formazione neofascista: in particolare Martino Morsello e la figlia Antonella, dipendente di Forza Nuova Terni e vera e propria ideologa del movimento, la stessa che gestisce la pagina Facebook dei Forconi. Tra poco vi daremo l’ultima, inequivocabile conferma di questo nesso che fa pensare a questo punto ad un’operazione orchestrata a tavolino per sdoganare, attraverso le mobilitazioni di questi giorni e il sincero malcontento popolare, i fascisti di Forza Nuova.

Poco fa su Facebook, la Morsello ha comunicato i nomi dei primi referenti regionali (quelli di Calabria, Lazio e Puglia) nominati direttamente da lei (foto sotto da Facebook ringrazia i “camerati”): Ebbene, questi primi referenti regionali sono (casualmente) tutti e tre di Forza Nuova. Si tratta di Umberto Mellino per la Calabria (nella foto sopra) e, per il Lazio, Antonio Mariani, responsabile Agricoltura di Forza Nuova Frosinone (qui il link). E infine di Fabiano Fabio di Foggia per la Puglia (foto sotto).

IMPORTANTE (ED INQUIETANTE) AGGIORNAMENTO DALLA PUGLIA

Si può davvero consentire che un movimento nato su poche e in qualche caso legittime parole d’ordine possa essere usato come “lavatrice” politica del neofascismo italiano?

FOTO E APPROFONDIMENTI:
http://violapost.wordpress.com/2012/01/19/esclusivo-forconi-nominano-primi-referenti-regionali-tutti-di-forza-nuova-foto/

Guardate chi firma la richiesta alla Questura a nome dei forconi:
http://violapost.wordpress.com/2012/01/23/guardate-chi-firma-la-richiesta-alla-questura-a-nome-dei-forconi-foto/

20 gennaio 2012

Operai rinunciano alla cassa integrazione per comprare l'azienda: «Ora ripartiamo»

Settantasette dipendenti di una storica fabbrica di ceramiche etnea, Cesema, hanno messo da parte metà della loro Cig per costituire una cooperativa sociale e riacquistare la loro vecchia azienda. «Ognuno deve fare la propria parte. Rischiamo tutto per una società in cui crediamo»

Di Chiara Rizzo
da http://www.tempi.it/
17 Gen 2012

Nel ricco varesotto gli operai della Lascor rinunciano a contratti a tempo indeterminato e ad aumenti di stipendio per non lavorare la domenica alle condizioni proposte. A duemila chilometri di distanza, a Catania, 77 operai hanno rinunciato a parte della cassa integrazione per rimettere in piedi la loro vecchia azienda, fallita, e ricominciare la produzione. Questa è una storia di tenacia siciliana, che alla faccia dei luoghi comuni si rafforza davanti ai momenti di crisi, inizia trent'anni fa, quando nel 1980 Salvo Falsaperla, 49 anni, viene assunto in un'azienda di ceramiche, la Cesame.

«Ricordo ancora il primo giorno di lavoro – racconta Falsaperla a tempi.it –: mi sembrava un sogno e non posso dimenticare quel clima di grande familiarità che si respirava e che non è mai mancato, nemmeno nei momenti più bui». All'epoca, e per tutti gli anni '90, nei due stabilimenti catanesi lavoravano 600 dipendenti e la produzione veniva esportata in 48 paesi. «Anni d'oro. Poi è iniziato il calo progressivo delle vendite, ed è stato avviato un piano di prepensionamenti. Nel 2000 eravamo ormai dimezzati, 370 dipendenti». Nel 2003 il ministero dello Sviluppo nomina un commissario tecnico e viene avviata la cassa integrazione per la metà dei dipendenti. Seguono anni di produzione a singhiozzo.

«Grazie ad un commissario veramente in gamba, inizialmente ci furono due anni di ripresa, e si arrivò ad un milione di euro al mese di fatturato. Ed è poco rispetto al fatturato degli anni d'oro: immaginate quanto valeva questa realtà quand'era sana. Nel 2005 l'azienda è stata rilevata da una nuova società, milanese, la Forex, che presentò un piano industriale. Prevedeva il riassorbimento di 140 dipendenti, e il licenziamento di tutti gli altri. I sindacati dell'azienda siglarono allora un accordo con Provincia e Comune di Catania, per il ricollocamento di altri 120 lavoratori esclusi. Purtroppo, ad oggi, non mi risulta che questo accordo sia stato rispettato: so di circa 70 persone che, concluso il periodo di sussidi di mobilità, sono rimaste disoccupate». La nuova gestione non ha avuto successo: «La Forex era una società finanziaria, incompetente a livello di produzione industriale, e a mio parere aveva solo obiettivi speculativi. Ha puntato solo sulle vendite di magazzino, dove avevamo prodotti per 2,5 milioni di euro di valore. Ha iniziato a non pagare fornitori e rappresentanti e il fatturato è di nuovo crollato in sei mesi. Nel 2007 è stata bloccata la produzione per mancanza di materie prime». Da allora per la Cesame è iniziato un can can di vertenze in tribunale. L'azienda ha cambiato di nuovo proprietà, ancora con scarsi esiti. Intanto si sono accumulati 15 milioni di euro di debiti. È in quegli anni di crisi che Falsaperla inizia anche a impegnarsi nel sindacato per cercare una soluzione.

«Noi operai in quegli anni abbiamo avuto l'impressione di trovarci di fronte ad un gioco di scatole cinesi. Così, nel 2009, come dipendenti abbiamo chiesto al tribunale di sentenziare il fallimento della società». La situazione è divenuta però sempre più tesa proprio per i dipendenti. «Per oltre un anno siamo rimasti senza stipendio o in cassa integrazione. Come facevamo? Ognuno si è arrangiato come poteva. Io ho avuto la fortuna di avere qualche risparmio da parte, e mia moglie che lavora. Ma ci sono stati miei colleghi che hanno perso la casa, e altri che hanno visto lo sfascio delle proprie famiglie. Però non c'è stato un attimo in cui l'idea di gettare la spugna mi abbia sfiorato, perché sento quest'azienda sulla mia pelle. Dopo 30 anni di lavoro intenso e appassionato, è una parte di me. Anche se sarà difficile dimenticare quegli anni, che non esito a definire infernali». Nel febbraio 2010, i 140 dipendenti rimasti iniziano a percepire la cassa integrazione. Ma invece di accontentarsi, danno una svolta netta alla loro storia. Ricorda Falsaperla: «È stato allora che abbiamo iniziato a ragionare su cosa si sarebbe potuto fare del nostro futuro. Noi operai, che abbiamo tenuto in piedi quest'azienda, siamo certi che la Cesame, se gestita bene, funzionerebbe e potrebbe superare qualsiasi congiuntura. Così, in 77 abbiamo deciso di mettere da parte un po' della nostra mobilità e investirla nella creazione di una cooperativa sociale per rilevare l'azienda. Che sia stata una buona idea ne sono sempre più convinto. Ma vi assicuro che non è stato facile per nessuno di noi rinunciare al Tfr e alla mobilità, per circa 22 mila euro a testa. Però dal 2010, ogni mese, tutti e 77, costi quel che costi, abbiamo sempre versato alla cooperativa 300 euro a testa, la metà della nostra Cig».

Prosegue Falsaperla: «Un altro fatto importante è stato l'incontro con l'ex amministratore delegato della “nostra” Cesame, quella dei tempi d'oro, Sergio Magnanti. Anche lui ha accettato di buon grado di impegnarsi in questa avventura, mettendoci a disposizione tutta la sua competenza manageriale. Oggi è il nostro presidente. Insieme a lui abbiamo presentato un business plan da 11 milioni di euro e una produzione di 120 mila pezzi all'anno che servirà a coprire spese e stipendi». Con il versamento di due milioni di euro, lo scorso 6 dicembre 2011, i lavoratori della cooperativa sociale Cesame hanno sottoscritto l'atto di acquisto della parte produttiva della vecchia azienda, la parte ancora oggi “sana”, con i commissari speciali del ministero dello Sviluppo economico.

«Alle istituzioni abbiamo solo chiesto un finanziamento, che però consideriamo un prestito. Regione siciliana e ministero dello Sviluppo si sono impegnati ad aiutarci con 5 milioni di euro: contiamo di riprendere la produzione entro un anno da oggi, se tutti rispetteranno questi impegni. In questo momento le parlo dallo stabilimento. Siamo in 21, e stiamo pulendo l'azienda, che nel frattempo era stata anche preda di atti vandalici (per 5 milioni di euro, secondo le stime, ndr). Cerchiamo di recuperare tutto ciò che possiamo. Poi prenderemo due forni, un macchinario di colaggio nuovo...». Falsaperla, che della nuova Coop sociale è vicepresidente, non ha attimi di esitazione. «Sa qual è il mio sogno? Coinvolgere tutti gli altri colleghi rimasti ancora per strada. Abbiamo intenzione di creare almeno altri 100 posti di lavoro e di arrivare a regime ad una produzione di 300 mila pezzi l'anno. Spero il prima possibile. Ma il nostro presidente è convinto di farcela: sa che i vecchi clienti ci reclamano?».

Benvenuti al Sud. Nella Sicilia che ha vissuto del mito dell'aiuto istituzionale, del posto fisso, meglio se nel pubblico impiego, questi 77 operai sono un vero schiaffo. «Macché posto pubblico. Preferisco questi rischi: sa quale può essere la soddisfazione di rientrare a casa, con l'orgoglio di avere una società che produce Pil?». Anche davanti alla crisi. «La crisi c'è, ma qui a Catania io vedo tanti che si danno da fare. Magari si guadagna poco, ma io dico che prima poi le cose finiranno di andare male. Secondo me, il punto è che ognuno di noi si deve muovere per fare la propria parte. La società cooperativa è proprio il simbolo di questo: noi stiamo rischiando tutto ciò che abbiamo in una società in cui crediamo, perché non vogliamo più dipendere dagli altri. Se riusciremo nella nostra impresa, porteremo da mangiare alle nostre famiglie. Altrimenti vorrà dire che non siamo stati capaci. Ma spero che questo non avvenga. Ora torno a lavorare».