6 gennaio 2004

Trapani: "Serraino Vulpitta" quattro anni dopo

di Cesare Piccitto

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Trapani. Il ventotto dicembre duemilatre si è svolta la manifestazione per ricordare "la tragedia del CPT Serraino Vulpitta" e per manifestare con forza la propria contrarietà ai centri d’accoglienza, da sempre, nei fatti luoghi di detenzione per i clandestini. Senza nessuna distinzione, i clandestini per il solo fatto di esser tali vengono rinchiusi in questi luoghi in attesa di essere rimpatriati.

La vicenda di Trapani oltre ad essere emblematica ha anche aperto uno squarcio sulle condizioni in cui vengono tenuti gli extracomunirtari in questi luoghi, che violano qualsiasi forma di rispetto della dignità umana. Più di mille persone hanno attraversato le vie principali del centro cittadino fino a giungere davanti al "Vulpitta" per mantenere sempre viva la memoria.

Cosa successe a Trapani: Non cercavano altro che la liberta’, quella notte, Nassim e gli altri migranti rinchiusi nel lager di Trapani, il centro di permanenza temporanea "Serraino Vulpitta". Presero dei lenzuoli e si calarono dalle finestre. Inutilmente. Furono subito ripresi dagli agenti di guardia e rinchiusi tutti nella stessa cella, le due porte (una di legno e una con la grata) entrambe sbarrate dall’esterno. Uno di loro penso’, allora, che solo il fumo di un materasso in fiamme avrebbe potuto costringere le guardie a riaprire i cancelli, consentendo cosi’ la fuga. Ne morirono tre, nella notte tra il 28 e il 29 dicembre del 1999, consumati dalle fiamme di un incendio che i soccorsi non spensero in tempo. Altri due sarebbero morti qualche giorno dopo al Centro Grandi Ustionati dell’ospedale Civico di Palermo.

L’ultimo, Nassim, avrebbe smesso di respirare dopo due mesi e mezzo di agonia. Il processo, a carico dell’allora prefetto di Trapani Cerenzia accusato di omissione di atti d’ufficio, omicidio colposo plurimo, lesioni colpose nei confronti degli agenti di polizia rimasti feriti nel rogo, omessa cautela per non aver predisposto le misure di sicurezza necessarie ed il piano antincendio, e’ ancora in corso. A quattro anni da quella strage le realta’ autogestite, le associazioni e i gruppi siciliani tornano in piazza a chiedere la chiusura del Vulpitta e di tutti i lager di stato, a ricordare Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti e Nassim, a reclamare la liberta’ di movimento per le persone e l’abbattimento delle frontiere.

Coordinamento per la pace di Trapani - Forum sociale di Alcamo:

Perché la manifestazione nazionale a Trapani? La strage del "Vulpitta" rimane ancora oggi l’evento più drammatico da quando in Italia furono istituiti i Centri di Permanenza Temporanea con la legge Turco-Napolitano. Con questa legge lo Stato italiano partoriva un mostro giuridico, la detenzione amministrativa di soggetti ritenuti pericolosi solamente perché poveri. I pestaggi, le intimidazioni, le torture fisiche e morali perpetrate dalle forze dell’ordine dentro questi "spazi d’eccezione" sono emblematici del fatto che l’Italia per i migranti è un vero e proprio Stato di polizia. Complici di queste politiche segregazioniste sono le organizzazioni umanitarie laiche e religiose che cogestiscono i CPT, il cui lavoro sembra solamente quello di somministrare psicofarmaci e di curare in loco gli eventuali feriti onde evitare "scottanti" referti medici ospedalieri. Nei CPT di tutta Italia, soprattutto dopo l’entrata in vigore della Bossi-Fini che ha portato da 30 a 60 i giorni di detenzione, si susseguono rivolte, tentativi di evasione, atti di autolesionismo e gesti di disperazione più estremi come tentare il suicidio. Al Vulpitta la disperazione ha ormai raggiunto livelli insostenibili. Tra luglio e agosto sono stati tre gli incendi divampati dentro il centro durante proteste e rivolte.

La Sicilia, terra di frontiera della "Fortezza Europa", è il principale avamposto dell’inflessibilità dello Stato contro i cosiddetti "clandestini". Mentre il nostro mare diventa un cimitero, sulla nostra isola vengono costruiti nuovi campi d’internamento. A Trapani, infatti, da pochi mesi è in funzione un Centro di identificazione per richiedenti asilo e a Lampedusa sembra imminente la realizzazione di un altro centro che di fatto trasformerebbe l’isola in una sorta di confino extraterritoriale per "indesiderabili".

Per questo da anni combattiamo una battaglia di libertà contro le politiche segregazioniste e di clandestinizzazione con le quali si affronta nel nostro Paese ed in tutti i Paesi ricchi e privilegiati il fenomeno dell’immigrazione. La continua azione di monitoraggio e di controllo dal basso di queste strutture, svolta in modo incessante dai gruppi antirazzisti legati al movimento, rimane ancora uno strumento prezioso di controllo democratico.