19 marzo 2004

Cinisi da Radio-Aut al Social Forum

Giovanni Impastato, parla a margine dell’incontro con le scuole di Palagonia: "E’ utile trasmettere la memoria storica soprattutto alle nuove generazioni"

di Cesare Piccitto

Giovanni Impastato, dopo le morte di Peppino, insieme alla madre si dedica alla diffusione di una cultura della legalità, oltre che alla battaglia giudiziaria e politica per ridare e trasmettere la reale immagine del fratello ucciso dalla mafia. Attualmente gestisce un locale pubblico a Cinisi e quando riesce a liberarsi dal lavoro è in giro per le scuole di tutta Italia per raccontare le vicende che ha vissuto da Radio-Aut a oggi.

Il tuo ruolo, umano e politico, apparentemente è stato marginale nella vita di Peppino. Tu ritieni che sia così?

Di solito non sono abituato a parlare di me stesso… Parlo sempre di Peppino. Ti ringrazio per questa domanda. Per carità il personaggio è Peppino, è stato ed è lui il punto di riferimento per tutti noi. Non ho mai avuto il suo coraggio, eravamo due tipi caratterialmente opposti. Appoggiavo, condividevo le sue idee e scelte in pieno, ma non ho mai avuto il suo coraggio. Sotto certi aspetti lavoravo molto per il movimento giovanile di Cinisi, il rapporto personale con lui era conflittuale, d'amore e odio. Lui cercava di farmi prendere coscienza, di rendermi partecipe al movimento; mi rinfacciava sempre di essere molto vicino al movimento, nel periodo "Musica e Cultura", “solo perchè lì c'era il divertimento…” non pretendeva molto, pretendeva un po' più di quanto uno poteva dare. Penso di non averlo lasciato mai un attimo solo, anche nei periodi più difficili. Avevo un ruolo marginale pubblicamente ma ho sempre lavorato, ancor più dopo la sua morte per mantenere viva la sua figura e la memoria della sua azione, anche perché credo fermamente nell’utilità di mantener sempre viva la memoria storica soprattutto trasmetterla alle nuove generazioni.

Per quanto riguarda l'aspetto giudiziario dell’omicidio di tuo fratello, una sentenza che arriva a distanza di più di un ventennio è realmente giustizia?

In un paese civile e democratico non dovrebbero mai aspettarsi tutti questi anni per ottenere giustizia. Noi come famiglia abbiamo creduto fino in fondo alla giustizia. Mia madre rifiutò da subito la "logica" della vendetta personale, raccogliendo l'eredità di Peppino, opera anche lei la sua rottura con la mafia optando per la scelta di legalità. Lo stato gli risponde: "no tuo figlio è un terrorista", ecco come venne ricambiata, quanto meno doveva aiutarci da subito nella ricerca della verità. Soprattutto in Sicilia in cui c'è ma soprattutto c'era, molta omertà, non c'erano mai testimoni o gente che collaborasse con lo stato; in quel contesto noi che andavamo in direzione diversa siamo stati ripagati dallo stato in questo modo. Grazie al cielo questo avveniva inizialmente, per circa tutto il primo anno dopo il delitto, successivamente si è ribaltata la situazione. Parlano chiaro anche le due sentenze: trent'anni a Vito Palazzolo e l'ergastolo a Gaetano Badalamenti. Dal punto di vista giudiziario è tutto chiaro, purtroppo solo ora dopo troppo tempo e tante chiusure e riaperture d'inchiesta..

Cinisi dopo Peppino, cosa c'è adesso?

Il movimento ha continuato a lavorare soprattutto su quell'uccisione per due, tre, quattro anni dopo. I compagni di Peppino hanno rischiato in prima persona facendo delle denunce e soprattutto con un lavoro di controinformazione. Dopo il movimento si è dissolto un po', non c'era più il nucleo organizzativo che faceva riferimento a lui. Individualmente abbiamo continuato a lavorare nell'associazionismo. Ultimamente sta riemergendo un nuovo gruppo giovanile, dove è avvenuto un ricambio generazionale. Questi ragazzi hanno costituito il Social Forum Cinisi intitolandolo a Peppino con rapporti con l'esterno e un lavoro di rete tra il "movimento dei movimenti" e l'impegno civile antimafia.

Il ricordo più personale ed indelebile che hai di Peppino…

Due immagini. Quella quando era seduto a "Radio Aut" e si divertiva e faceva divertire, portando avanti il suo impegno, un Peppino scanzonato…. Lontano dall'impegno di militante severo… L'altra immagine quando uccisero lo zio Cesare Manzella, il capo della cupola mafiosa, ricordo un Peppino molto traumatizzato. Eravamo io e lui davanti al luogo dell'attentato, davanti alla devastazione, e Peppino disse: "Ma questa è veramente mafia? Se questa è mafia io per tutta la vita mi batterò contro queste cose…"