11 dicembre 2004

Il ponte del no

Il ponte del no, l'otto dicembre, attraversa la città di Messina. Un corteo di circa 10.000 persone provenienti da diverse città italiane sono scese in piazza per manifestare la stessa contrarietà alla costruzione sullo stretto che dovrebbe collegare la Sicilia con il resto d'Italia

di Cesare Piccitto

MESSINA - Questa opera pubblica senza precedenti, se fosse realizzata sarebbe il ponte più lungo del mondo 3300 metri, da trenta anni viene prospettata dai governi nazionali succedutesi ma non sono mai andati oltre al vaglio delle diverse proposte di realizzazione. L'attuale governo di centro destra, sfruttando i meccanismi di semplificazione e accelerazione delle procedure della cosiddetta "Legge Obbiettivo" (L.n. 443/2001), sembra intenzionata a iniziare quanto prima i lavori. Sono previsti ad oggi l'impiego di 5 miliardi di euro iniziali e di 138 milioni l'anno per oltre 40 anni; gli organizzatori della protesta ritengono l'intera opera e spesa avventata e distruttiva e rispondono con la "marcia contro il ponte".

Nonostante la fredda e nuvolosa mattina autunnale, la consistente partecipazione si avverte già dal raduno di Piazza Cairoli, dove fervevano i preparativi. Il corteo, dopo qualche istante, comincia a muoversi ed iniziano a sventolare striscioni e bandiere, ci sono associazioni e forze politiche provenienti da Catania, Messina, Palermo e Calabria. Tra le tante sigle: Arci Sicilia, Comitati cittadini contro il ponte, Legambiente "Dei Peloritani", Reggio Calabria federazione dei Verdi, Messina Social Forum, WWF di Palermo, Rifondazione comunista di Catania, Sezione Gramsci DS Messina, per citarne alcuni. Lentamente la marcia itinerante attraversa le vie principali della città dove affluiscono spontaneamente altri cittadini, che non hanno alcuna bandiera ma con l'unica frase indossata: "No al ponte". C'è chi la porta scritta su una t-shirt, chi su una felpa, le casalinghe ben in vista sulle borse della spesa mentre spingono i propri passeggini, o su semplici adesivi incollati sulle giacche o sulle saracinesche chiuse dei negozi.

Sotto lo striscione giallo di Legambiente "Dei peloritani" il presidente Nino Citriniti di Messina: "Ribadiamo il dissenso ad un opera che porta solo svantaggi per i cittadini di Messina e Villa S. Giovanni. Comporterà un cantiere decennale con conseguenti disagi: vaste discariche di materiale di risulta e cave che devasteranno un habitat unico nel mediterraneo, colpendo zone dove vi sono tra l'altro 11 siti di interesse comunitario e zone a protezione speciale".

Nel centro del lungo serpentone umano dove "I verdi" di Reggio Calabria, sorregge lo striscione l'onorevole Pecoraio Scanio incalzato da alcuni giornalisti televisivi: "Questa manifestazione è la dimostrazione visibile che molta parte dei cittadini direttamente interessati, questo ponte non lo vuole! Consapevoli di questo abbiamo già proposto che il "no al ponte" debba essere tra i punti programmatici delle prossime elezioni politiche del centro sinistra, tali fondi a nostro avviso devono esser spesi per altre reali priorità come l'ammodernamento della viabilità di Sicilia e Calabria".

Mentre gli slogan si susseguono ininterrottamente, e le lunga marcia si avvia verso la conclusione chiediamo l'opinione anche al presidente regionale del WWF Sicilia il dottor Franco Russo: "E' un opera anacronistica. In tutto il mondo ponti di questo tipo non se ne fanno più sono antieconomici, oltre a questo si aggiunga il danno ambientale che provocano. Questo stesso governo che se ne fa promotore è in forte contraddizione, sostiene - la maggiore risorsa del sud è il territorio e la protezione deve essere la parola d'ordine - parole dette dall'onorevole Granata e altri esponenti di AN, il ponte invece nei fatti va in tutta altra direzione. Si vuol fare temiamo più un monumento che non un opera realmente utile al sud. Credo che inizieranno quest'opera, visto l'enormi incognite e difficoltà, probabilmente diventerà l'ennesima incompiuta".

Quando la stanchezza sembra ormai avvertirsi nelle gambe ma non le voci, la marcia giunge alla fine in Piazza Unione Europea davanti al municipio dove dai megafoni giungono i ringraziamenti degli organizzatori a tutti i partecipanti. Degno di nota l'aumento dei manifestanti, che su questo tema hanno già risposto in massa al campeggio "no ponte" del mese di luglio svoltosi nella stessa città, che deve far riflettere sulla legittimità anche di chi è da sempre contro.

Processo Sme: Berlusconi ha corrotto un giudice, ma non sarà punito

unita.it

Silvio Berlusconi ha corrotto l’ex giudice romano Renato Squillante, ma grazie alle attenuanti generiche, il reato è prescritto. Assolto invece, seppure con formula dubitativa, per gli altri episodi che gli erano addebitati nel processo Sme. Le dichiarazioni a cascata arrivate nelle ore immediatamente successive alla sentenza, fanno sottili distinguo sul termine «prescrizione» tentando di contrabbandarla per un’assoluzione.

Semplifichiamo il campo: Berlusconi è assolto per i reati che non ha commesso o di cui non è dimostrata la sua piena responsabilità. La prescrizione invece interviene per un reato che ha commesso (altrimenti si parlerebbe di assoluzione) ma che non è più punibile perché si è fuori tempo massimo.

Resta dunque il fatto che il premier ha corrotto un magistrato ovvero, come dice Ilda Boccassini «ha commesso un reato gravissimo, che tocca uno dei gangli vitali dell'ordine democratico, del nostro vivere, della collettività, la giurisdizione. Non c'è cosa peggiore di un magistrato che vende la propria funzione, che non sia imparziale e che appenda al muro la propria autonomia e la propria indipendenza». Ed è anche accertato che l’accusa non si basava su teoremi persecutori e funzionali a strategie politico-giudiziarie: sulle assoluzione resta l’ombra dell’incompletezza della prova e il tribunale non ha accolto la richiesta di Gaetano Pecorella, difensore del presidente del consiglio, di assolvere perchè il fatto non sussiste. In altri termini, gli elementi su cui impiantare un processo, tormentato da ferocissimi attacchi alla magistratura, c’erano tutti.

Leggiamo riga per riga il dispositivo della sentenza che ieri, dopo 31 ore di camera di consiglio, hanno emesso i giudici della prima sezione penale di milano, presieduti da Francesco Castellano. Cosa scrive il Tribunale? «Visto l'articolo 531 cpp dichiara non doversi procedere nei confronti di Berlusconi Silvio in ordine al reato di corruzione ascrittogli al capo A) limitatamente al bonifico in data 06-07 marzo 1991 perchè, qualificato il fatto per l'imputato come violazione degli articoli 319 e 321 cp (corruzione) e riconosciute le circostanze attenuanti generiche, lo stesso è estinto per intervenuta prescrizione. In altri termini, è accertato che Berlusconi ha corrotto Renato Squillante, che effettivamente partì dai conti esteri della Fininvest la tangente di 500 milioni, rimbalzata sul conto Mercier di Previti e approdata sul conto Rowena di Squillante, ma i giudici hanno ritenuto che la corruzione di un magistrato non fosse un reato sufficientemente grave per negare la concessione delle attenuanti. E sono quelle attenuanti che lo graziano, non un giudizio di assoluzione.

Continuiamo nella lettura della sentenza: «visto l'articolo 530 comma 2 cpp(insufficienza di prove) assolve Berlusconi Silvio dal reato di corruzione relativo al bonifico in data 26-29 luglio 1988 contestato al capo A) per non aver commesso il fatto. Traduzione: è accertato che nel luglio dell’88, dopo che la sentenza definitiva che annullava la vendita della Sme a Carlo De Benedetti, Piero Barilla, socio di Berlusconi nella cordata Iar, che si era contrapposta a quell’affare, fece due incomprensibili bonifici. In totale un miliardo e 750 milioni che finirono in diverse proporzioni sui conti di Pacifico, Previti e Squillante. Per l’accusa quei soldi servivano per pagare i magistrati che la Fininvest aveva a libro paga, ma i giudici hanno fatto presumibilmente due valutazioni: il fatto che Barilla usasse abitualmente la strategia della mazzetta e che fosse socio di Berlusconi non basta a provare, oltre ogni ragionevole dubbio, la responsabilità del premier. Il fatto esiste, ma non ci sono elementi sufficienti per dire che Berlusconi non c’entra.

Terzo punto: «visto l'articolo 530 cpp. assolve Berlusconi Silvio dagli altri fatti di corruzione contestati al capo A) per non aver commesso il fatto». Qui, capo d’imputazione alla mano, il riferimento è a quei due episodi di dazioni di denaro, di cui Stefania Ariosto è stata diretta testimone: quando dice che nel salotto di Previti vide il padrone di casa, assieme a Squillante e Pacifico seduti attorno a un tavolino sul quale c’erano mazzette di banconote e quando parla dei quattrini, che stavano in una busta data da Previti a Squillante alla Cannottieri Lazio. Anche in questo caso i giudici non mettono in dubbio l’esistenza del fatto, ma non è dimostrato che quei soldi provenissero da Berlusconi.

Ultimo punto: «visto l'articolo 530 comma 2 cpp assolve Berlusconi Silvio dal reato di corruzione a lui ascritto al capo B) perche il fatto non sussiste». Il riferimento è alla vicenda Sme, nel suo complesso. Berlusconi, su richiesta di Bettino Craxi, creò una cordata alternativa, la Iar, nata con l’obiettivo dichiarato di contrastare la vendita della Sme a De Benedetti, con un’offerta al rialzo che facesse naufragare gli accordi già stipulati col venditore, l’Iri all’epoca diretta da Romano Prodi. De Benedetti fece ricorso contro l’annullamento del preliminare di vendita e il collegio presieduto dal giudice Filippo Verde bocciò il suo ricorso. La sentenza fu confermata nei successivi gradi di giudizio, ma quando divenne definitiva ci fu il famoso passaggio di quattrini da Barilla al terzetto Previti-Pacifico-Squillante. Per l’accusa, Verde a, avrebbe ricevuto in contanti, in Italia, una parte di quei quattrini: 200 milioni che versò poi sul suo conto italiano. Qui, come si vede, non c’è la prova di un passaggio diretto dei soldi, dal corruttore al corrotto, tramite il solito terzetto. Dunque, il fatto non sussiste, per quest’unico capo d’imputazione e non ci sono elementi probatori sufficienti per una condanna.

È la quinta volta che Berlusconi è graziato dalle prescrizioni, dalle amnistie o dalla depenalizzazione dei reati (falso in bilancio) che ha commesso. Un applauso ai suoi avvocati che sono sempre riusciti a portarlo in salvo, grazie all’irragionevole durata dei suoi processi.

Dell'Ultri condannato a 9 anni per associazione mafiosa

Il senatore di Forza Italia, Marcello Dell'Utri, è stato condannato a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa

da societacivile.it

A Gaetano Cinà, l'unico altro imputato, accusato dello stesso reato, sono stati inflitti sette anni. La sentenza è stata emessa dal Tribunale di Palermo dopo 13 giorni di camera di Consiglio.

Il Tribunale, presieduto da Leonardo Guarnotta (a latere Giuseppe Sgadari e Gabriella di Marco) si era ritirato in camera di consiglio il 29 novembre scorso, nell'aula bunker del carcere di Pagliarelli, a conclusione dell'udienza numero 256. Per Dell'Utri i pm Antonio Ingroia e Domenico Gozzo avevano chiesto la condanna a 11 anni di reclusione, mentre la pena di 9 anni era stata sollecitata per l'unico altro imputato del processo, Gaetano Cinà, presunto mafioso di Malaspina, finora incensurato, ma considerato il trait-d'union tra Palermo e Milano, tra Cosa Nostra e la Fininvest.

«È evidente che è una sentenza che conferma la validità del materiale probatorio presentato ed è una sentenza che spazza via tutti gli insulti che ci sono stati rivolti durante questi sette anni», ha commentato il pubblico ministero Antonio Ingroia. Domenico Gozzo ha lasciato l'aula bunker di Pagliarelli senza fare dichiarazioni dopo la lettura della sentenza.

«Prima di commentare va letta attentamente la sentenza, detto questo le condanne come le assoluzioni vanno rispettate», ha commentato a caldo il capogruppo Ds alla Camera Luciano Violante. L'esponente invita al rispetto sia «per la sentenza di Palermo che per quella di Milano».


La requisitoria è durata per 18 udienze e al termine è stata depositata dai pm una memoria conclusiva di 2.500 pagine. Il collegio difensivo del senatore di Forza Italia, composto dagli avvocati Enzo ed Enrico Trantino e Roberto Tricoli, ha tenuto 25 udienze, producendo una memoria di 1.280 pagine.

L'invito a comparire a Marcello Dell'Utri fu spedito il 20 giugno del 1996 e il dibattimento è iniziato il 5 novembre dell'anno dopo. Ben 270 i testimoni ascoltati, e fra loro una quarantina di collaboratori di giustizia, da Salvatore Cancemi a Francesco Di Carlo, fino a Gaspare Mutolo, Nino Giuffrè, Giovanni Brusca e Tommaso Buscetta, quest'ultimo sentito come teste della difesa. Era stato Cancemi a fare le prime dichiarazioni su Dell'Utri già il 18 novembre del '94. Fu così aperto il fascicolo-contenitore numero 6031/94, in cui sono confluiti via via moltissimi atti processuali, fino a formare un dossier processuale di centinaia di migliaia di pagine. In quest'ambito Silvio Berlusconi è stato indagato per cinque volte, e altrettante sono state le archiviazioni decise dalla Procura.

10 dicembre 2004

Assolto il nazista Langer accusato dell'eccidio di Farneta

repubblica.it

LA SPEZIA - L'eccidio nazista della Certosa di Farneta non ha colpevoli: l'ex sottufficiale delle Ss Hermann Langer, accusato del massacro di sessanta persone gettate in una fossa comune in Lucchesia, è stato assolto dal tribunale militare della Spezia. La sentenza è arrivata dopo quasi 12 ore di camera di consiglio, dove i giudici hanno vagliato la richiesta di ergastolo avanzata ieri dai pubblici ministeri.

Era la notte del primo settembre 1944 quando la porta della Certosa di Farneta, dove erano nascosti alcuni civili tra cui un ragazzino di 16 anni, venne fatta aprire con un trucco. Era stato Edoardo Florin, sottotenente delle Ss, che si diceva amico dei frati, a far aprire quella porta. Il rastrellamento, poi il massacro. Il racconto dei sopravvisuti è agghiacciante: Franco Lippi Francesconi, che nella rappresaglia perse il padre e il fratellino, vide massacrare un uomo a calci in testa, vide le Ss sghignazzare quando dal cranio di quello che si diceva essere un partigiano uscì materia cerebrale.

Florin disse che Hermann Langer, oggi ottantacinquenne, partecipò al rastrellamento. Anche Florin è già stato assolto per quel massacro, nel 1948, dal Tribunale militare di Bologna. Alla Spezia l'accusa ha sostenuto che, data la catena di comando, Langer, superiore di Florin, non avrebbe potuto non sapere dove quel rastrellamento avrebbe portato. Cioè, non avrebbe potuto non sapere dei massacri, delle torture, dell'eccidio. Ma per i giudici, evidentemente, l'assioma non regge.

Termina così, con le lacrime di Giuliana, figlia di Alberto Fogli, ammazzato a 24 anni, e con l'annuncio di un possibile ricorso in appello dei pubblici ministeri, un processo durato nove udienze, due anni di indagini, la ricerca degli ultimi sopravvissuti.


"Mi sembra che giustizia sia una parola vuota", commenta Giuliana Fogli, che si era costituita parte civile insieme a Giorgio Cosci, figlio di un'altra vittima della strage. Entrambi chiedevano un risarcimento di un milione di euro ciascuno. "Abbiamo sostenuto l'accusa - dice il pm Marco De Paolis - ci aspettavamo un giudizio diverso, leggeremo le motivazioni e valuteremo se fare appello. Non mi sento sconfitto, l'unica sconfitta è un processo celebrato a 60 anni di distanza".

Langer poteva essere processato già nel 1949, ma a quei tempi gli inquirenti cercavano un certo Hermann Langer Gartner, confondendo la sua professione con il nome: Gartner in tedesco vuol dire infatti giardiniere. E l'ex sottufficiale nazista, oggi in pensione, faceva appunto il giardiniere.