22 gennaio 2005

E' MORTO ZHAO ZIYANG, LEADER CHE SOSTENNE GLI STUDENTI RIBELLI

L'ex segretario generale del Partito comunista cinese Zhao Ziyang, caduto in disgrazia per aver sostenuto la rivolta libertaria degli studenti di Pechino nel 1989, e' morto nell'ospedale dove si trovava da giorni in coma profondo.

CINA - Lo si e' appreso da una fonte vicina alla famiglia. Lo stato di salute di Zhao, gia' compromesso da alcune emorragie cerebrali, si era improvvisamente aggravato venerdi' scorso dopo un ulteriore episodio ischemico e i sanitari non avevano piu' speranze di salvarlo.

NEL 1989 SOSTENNE GLI STUDENTI 'RIBELLI'

Zhao Ziyang, che aveva 85 anni, era stato deposto dalla carica di segretario generale del Partito Comunista nel 1989, per essersi opposto all' intervento militare contro gli studenti che avevano occupato piazza Tiananmen. Centinaia di studenti e cittadini di Pechino furono uccisi dai militari nella notte tra il 3 ed il 4 giugno sulla piazza centrale della capitale. Da allora, Zhao e' stato agli arresti domiciliari nella sua residenza di Pechino. Nonostante l'isolamento l'ex-segretario del Partito e' rimasto popolare e in occasione del suo 85esimo compleanno, il 17 ottobre scorso, una folla di un centinaio di persone si era radunata davanti alla sua abitazione in una manifestazione di solidarieta'.

Le autorita' cinesi non hanno mai risposto agli appelli di gruppi umanitari e di personalita' stranieri che a piu' riprese ne avevano chiesto la liberazione. Gli appelli si erano fatti piu' insistenti dopo che le sue condizioni di salute si erano improvvisamente aggravate, nell' aprile dell' anno scorso. I figli di Zhao, Wang Yannan e Liang Fang, nel confermare la notizia della morte, non ne hanno ancora indicato la cause mediche. Liang ha detto che alcuni ''importanti leader'' si sono recati a ''rendere omaggio'' al leader scomparso ma non ne ha fatto i nomi.

Zhao era stato scelto dal leader riformista Deng Xiaoping per essere il volto e la voce del nuovo corso cinese iniziato con la liberalizzazione economica del 1979. In seguito, con la nascita del del movimento studentesco per la democrazia, profonde divisioni emersero nel Partito Comunista, che esito' per due mesi prima di lanciare l' attacco militare contro i giovani che occupavano piazza Tiananmen. Zhao fu visto l' ultima volta in pubblico il 19 maggio del 1989, quando si reco' a visitare l' accampamento degli studenti dicendo: ''sono venuto troppo tardi''.

Convegno anti-racket ma la platea resta deserta

Gli industriali venuti dalle nove province non erano più quaranta. Non si presenta neppure Cuffaro

di ATTILIO BOLZONI
da La Repubblica

PALERMO - Quando si parla di "pizzo" Palermo si volta sempre dall'altra parte. Si nasconde, fa finta di non sentire. Scappa. Dovevate esserci ieri mattina in quel bellissimo teatro dei primi Novecento che è il "Biondo", proprio davanti al mercato della Vucciria. Dovevate esserci per scoprire da vicino che cosa è ancora oggi la mafia, in questa Sicilia che sembra tornata ventre molle. C'era un convegno sul racket, voluto per la prima volta dagli industriali e dai magistrati insieme. Il teatro era deserto. Nelle prime due file le "autorità", prefetto, questore, comandante dei carabinieri, procuratore generale, qualche sindacalista.

Ma tutte le altre poltrone erano vuote. Neanche i rappresentanti dei commercianti palermitani sono passati al "Biondo", nemmeno per un saluto o solo per salvare la faccia. Ecco com'è rimasta o (secondo alcuni) com'è riapparsa la città dove di "pizzo" si vive e si sopravvive, una Palermo che è stata avvolta da una mafia silenziosa, stretta in una morsa di omertà, prigioniera della sua paura. Disertato in massa il raduno contro le estorsioni, organizzato con tanta buona volontà dai vertici di Sicindustria e dall'Associazione nazionale magistrati. Ignorato da quegli uomini politici che nei giorni scorsi si erano esibiti in acrobatiche mosse per proteggere "l'onore" dell'isola, snobbato dallo stesso governatore Totò Cuffaro che aveva accusato di "sciaccallaggio mediatico ai danni dell'intero sistema produttivo siciliano" un reportage di Rai3 sul crimine.

Non c'era praticamente nessuno al convegno dove imprenditori e magistrati ragionavano sul "pizzo", su quella tassa che non dà scampo a bottegai e costruttori in ogni marciapiedi e in ogni borgata di Palermo. Una trentina o al massimo una quarantina gli industriali venuti dalle nove province della Sicilia, e quasi tutti loro ricoprivano cariche in Sicindustria. Una trentina o una quarantina su 25mila sparsi in ogni angolo dell'isola. E sui 300mila commercianti siciliani, ce n'era uno solo al teatro "Biondo". Non c'era un artigiano, neppure un loro delegato di categoria, un portavoce qualunque che facesse anche solo "presenza" nell'assemblea pubblica sul racket presentata dall'inedita accoppiata magistratura-Sicindustria. Prima fila a sinistra, in ordine: il prefetto Giosuè Marino, il questore Giuseppe Caruso, il colonnello dei carabinieri Vittorio Tomasone, il comandante della Finanza Nunzio Ferla, il presidente degli industriali siciliani Giuseppe Costanzo e pochi altri ancora.

Prima a fila a destra: il sostituto procuratore Massimo Russo, altri sei magistrati, il vicepresidente della Confindustria con delega al Mezzogiorno Ettore Artioli, il commerciante siracusano vittima del racket Bruno Piazzese e qualche poliziotto delle scorte.

Seconde file occupate a metà, vuote anche lì molte poltrone "riservate". Sul palco: il procuratore nazionale Pierluigi Vigna, il coordinatore delle associazioni antiracket italiane Tano Grasso, il sottosegretario alla Giustizia Michele Vietti, il direttore generale della Confcommercio Luigi Taranto. Dopo un saluto del sindaco Cammarata, ha preso il via il dibattito tra pochi intimi. Vacante il teatro da mille posti, dall'inizio alla fine dei lavori. Quando si parla di "pizzo" Palermo è sempre sorda. E intanto paga. Chissà quanti commercianti - proprio ieri mattina e proprio in quelle stradine intorno al "Biondo" presidiato dai poliziotti che sorvegliavano i partecipanti al convegno - stavano versando il loro obolo in via Bandiera, in via Napoli, in via Bari, tutte le strade al di qua della Vucciria.

Là dentro si discuteva in solitudine come combattere il racket, fuori il popolo dei bottegai depositava la "mesata" ai picciotti del rione. Sono i due volti di Palermo dopo la stagione delle stragi, dopo i suoi cadaveri eccellenti e le sue guerre di mafia, le rivolte dei lenzuoli e i Falcone e i Borsellino. Diceva bene però Costantino Garaffa, ex presidente della Confesercenti cittadina e adesso senatore dei Ds, uno dei pochi che al teatro c'erano: "Cerco di vedere il lato positivo, la Sicindustria che organizzato l'incontro. Se 13 anni fa la Sicindustria fosse stata dalla parte di Libero Grassi, probabilmente Libero non l'avrebbero ucciso". Palermo che cambia, Palermo che resta sempre la stessa. Tredici anni fa Libero Grassi era isolato, il presidente degli industriali di allora lo schernì e ai suoi colleghi consigliò di accettare il ricatto, "perché se paghiamo tutti, paghiamo meno".

È passato tanto tempo e per fortuna altri sono i rappresentanti degli industriali anche qui. "È già importante avere questa iniziativa", sospira il prefetto di Palermo Giosuè Marino. E Tano Grasso, ex commerciante di scarpe, il leader della ribellione dei negozianti di Capo d'Orlando che sconfisse il racket: "Il pizzo è qualcosa che scopre il nervo, è qualcosa che ad ognuno fa fare i conti con la propria coscienza, non è come subire un reato qualunque". E anche Palermo non è una città qualunque. E Cosa Nostra non è una mafia qualunque. In fondo, c'era da aspettarselo che quel bellissimo teatro ieri mattina restasse vuoto.

16 gennaio 2005

"Caso Catania" e le interferenze infinite...

E’ in corso a Catania un processo per reati di mafia, a carico di due magistrati di Messina e a carico di altri

di Giambattista Scidà

E’ in corso a Catania un processo per reati di mafia, a carico di due magistrati di Messina e a carico di altri: denunciatore dei fatti, e teste, e parte civile (in quanto offeso dal delitto di calunnia) un avvocato che a causa della vicenda è protetto, sono già più anni, da scorta. Si chiama Ugo Colonna. Il 9 novembre scorso il G.I.P. di Catanzaro ha ordinato arresto di lui, proprio di lui, per minacce a Corpo giudiziario, intese ad impedirne o turbarne il funzionamento: fantasticate le minacce; mai perseguito, dal Colonna, con quel mezzo o altrimenti, da solo o concorrendo con altri, l’attribuitogli scopo; e insussistente, nelle asserite vittime di quel preteso agire (magistrati della D.D.A. di Reggio Calabria, o altri singoli magistrati), la qualità di “Corpo giudiziario”, prevista dalla norma che il G.I.P. asseriva trasgredita (art. 338 C.P.).

Com’era fatale, il Tribunale del riesame ha annullato quel provvedimento, sia per insussistenza della opinata minaccia che per difetto, nei c.d. “offesi”, della cennata qualità. Ma intanto il processo di Catania è stato turbato, ed enorme pregiudizio ha subìto il teste, nella libertà personale e nella immagine, di uomo, di cittadino e di professionista. Per “gravi indizi” dello stesso insussistente delitto il G.I.P. ha rinchiuso in carcere certo Partinico, di Reggio, e anche a costui il Tribunale ha fatto piena giustizia, come al Colonna. Anche Partinico aveva avuto a che fare col processo di Catania: scattando, nell’aula, fotografia di uno dei magistrati imputati, sullo sfondo di una gabbia aperta, e passandola al direttore di un periodico di Reggio Calabria. Danno ingiusto han patito, dal G.I.P. di Catanzaro, anche altre persone.

Tra queste un deputato che nel suo quasi solitario coraggio aveva ardito interrogare il Ministro della Giustizia:
1) sugli effetti della mostruosa reciprocità di competenze penali, tra gli Uffici di Messina, Catania e Reggio Calabria, in procedimenti riguardanti magistrati: o soggetti ad indagini, o aventi, in indagini a carico di altri, parte di soggetti passivi;
2)su comportamenti di un sost. Proc. Rep. di Reggio Calabria, che a séguito degli accertamenti invocati dall’interrogante è stato sottoposto a procedimento disciplinare.

Per preparare quelle interrogazioni, o per rispondere a domande sul loro corso, il parlamentare ebbe colloqui, lecitissimi, col su accennato giornalista, il cui telefono era sotto controllo. Ora il G.I.P. ha utilizzato, in violazione di legge (perché senza autorizzazione della Camera) quelle intercettazioni, riportandole, e riportando il nome del deputato, almeno diciassette volte, nell’ordinanza con la quale assoggettava il giornalista a custodia in carcere, come socio (e anzi fondatore) di un’associazione mafiosa (accusa neanch’essa sopravvissuta, come tale, al riesame): con l’effetto, ben prevedibile, che quel nome onorato è apparso, l’indomani, su tutti i quotidiani d’Italia, come di persona sospetta, ed è stato tambureggiato da tutti i telegiornali. A subire un tal trattamento, dalla giustizia calabrese, è stato uno dei due vice Presidenti della Commissione Antimafia, noto soprattutto in Calabria, ma anche altrove, per la sua operosa intransigenza.

Qualcuno ha dato il parlamentare per indagato; qualcuno per imputato; qualcuno per arrestato. Sorvolo sulla intolleranza con la quale persone che pur si dicono contrarie ad ogni fascismo hanno reso impossibile ad un altro deputato, durante un seguitissimo servizio della TV pubblica (Ballarò), il ristabilimento della verità. In questi eventi, l’A.N.M., si è purtroppo lasciata coinvolgere, nel novembre scorso, allorché critiche furono formulate, da diversissime provenienze, contro disparate azioni di magistrati (dalla requisitoria del P.M. di Milano, nel processo Berlusconi, ai fatti, appunto, di Calabria) e tutte essa le deplorò, tutte, come delegittimatrici della Magistratura.

Intendeva forse, l’A.N.M., che i consociati debbano fare silenziosa acquiescenza ad ogni iniziativa giudiziaria? O precorreva tempi nei quali il posto che è ora del diritto di critica sia preso da una previsione incriminatrice nuova, di un nuovo “delitto di delegittimazione”? E’ col fornire alimento a questi timori che si mette in forse la credibilità dell’ordine giudiziario, assai più che le critiche non possano fare. Lasci l’A.N.M., per il bene della Magistratura e del Paese, che si reclami liberamente il rispetto, da parte di tutti gli Uffici, dei fatti (come ad esempio l’innocenza di Ugo Colonna), della legge (come il parimenti maltrattato art. 338 cp) e del sacro diritto alla libertà personale (offeso negli iniquamente arrestati), e delle guarentigie dei parlamentari (qual è l’On. Angela Napoli), e dei processi in corso: ma anche se a carico di magistrati: come il processo di Catania. Ed eviti l’A.N.M. – anche aspettando di sapere, prima di interloquire – dall’impegnarsi in solidarietà in bianco, alla cieca, e in impossibili avalli.

L'Italia resta in Iraq. Prorogata la missione



Con un decreto legge fino al 30 giugno. Mentre deputati di Samarcanda chiedevano un impegno per il ritiro Paradiso dei terroristi Dopo la guerra di Bush, l'Iraq ha sostituito l'Afghanistan come campo di addestramento dei jihadisti. Lo sostiene un rapporto della Cia

di GIULIANA SGRENA

L'Iraq sarà il nuovo paradiso dei terroristi. La funesta previsione della Cia non ha indotto Bush a nuove riflessioni, ma nemmeno l'Italia che ieri ha rinnovato (con un decreto) fino al 30 giugno la propria missione in Iraq. L'Iraq ha già sostituito l'Afghanistan come campo di addestramento per la prossima generazione di terroristi «professionisti», secondo il rapporto sulle previsioni future («Mapping the global future») elaborato dal National intelligence council, il think tank della Cia. L'Iraq fornisce «un campo di addestramento, un terreno di reclutamento e l'opportunità per migliorare le capacità tecniche», ha spiegato David B. Low, esperto di minacce transnazionali del National intelligence council (Nic).

«Vi è persino, nello scenario migliore, la possibilità che alcuni dei jihadisti, che non vengono uccisi, con il tempo faranno ritorno ai loro paesi d'origine, quindi disperdendosi in diversi altri paesi», ha detto l'esperto della Cia illustrando il rapporto ai giornalisti. La storia si ripete, proprio come dopo il jihad contro l'Unione sovietica in Afghanistan, quando gli «afghani» dei vari paesi arabo-islamici addestrati dagli uomini della Cia (Osama bin Laden) tornando a casa aveva creato gruppi di jihadisti (Egitto, Algeria, etc.) per continuare la loro guerra santa in casa. Non solo, i mostri creati dagli Stati uniti alla fine si erano rivoltati contro l'occidente (ancora bin Laden, per citare solo il più noto). Non è bastato, gli Usa hanno ricominciato il gioco con effetto boomerang.

Poco dopo aver archiviato il dossier armi di distruzioni di massa, non trovate in Iraq perché non c'erano ma intanto la guerra in loro nome era già stata consumata, si scopre che il terrorismo - altra causa invocata da Bush per fare la guerra - che non c'era ai tempi di Saddam in Iraq, ora c'è. Non solo, come ammette il rapporto della Cia, il conflitto ha aiutato i terroristi creando un paradiso per loro nel caos della guerra. Dopo la caduta di Saddam centinaia di terroristi sono arrivati in Iraq attraverso le frontiere incustodite. «Al momento, sostiene Robert L. Hutchings, presidente del Nic, l'Iraq «è una calamita per l'attività terroristica internazionale». Non c'è che dire un buon risultato! E l'ammissione fatta mentre la situazione irachena sta precipitando alla vigilia delle elezioni, che gli Usa si ostinano a voler mantenere per fine mese, non fa che aumentare le preoccupazioni persino degli americani che cominciano a chiedere, come ha fatto nei giorni scorsi il New York times, di rinviare la scadenza elettorale.

A denunciare la grave situazione è anche la decisione di non inviare osservatori stranieri al voto e di chiedere ai giornalisti - lo ha fatto Chirac, ma anche la Farnesina - di non andare a Baghdad. Che elezioni saranno senza testimoni? A chiedere di inviare osservatori europei erano stati diversi eurodeputati - Chiesa, Gruber, Morgantini, Santoro, Di Pietro, Duff, Beer e De Keyser. Ma la risposta del presidente Borrel era stata negativa: «non sussistono i requisiti minimi di sicurezza per l'invio di osservatori internazionali». E in queste condizioni si potranno considerare valide le elezioni? «Quest'ammissione formale (di Borrel, ndr) - ha detto Chiesa - non fa che rendere ancora più valida da tesi della necessità di rinviare le elezioni in Iraq, in considerazione dell'impossibilità di esercitare un diritto democratico fondamentale in una situazione di occupazione militare».

Ieri la palla europea è rimbalzata in casa nostra. Gli europarlamentari hanno chiesto di attivare alla camera e al senato un'iniziativa parlamentare affinché il governo chieda il rinvio delle elezioni in Iraq, vista la mancanza di quelle condizioni politiche, di legalità e sicurezza, senza le quali il voto sarebbe svuotato di ogni legittimità e contribuirebbe ad aggravare la situazione». I deputati di Samarcanda hanno annunciato iniziative per chiedere un calendario per il ritiro delle truppe dall'Iraq, come richiesto dai leader sunniti. A cominciare dall'Italia che, ha sostenuto Achille Occhetto, «dovrà impegnarsi in tutte le sedi per dimostrare il suo impegno in tal senso». Ma sulle intenzioni del governo non ci sono dubbi. La risposta è stata immediata e senza mezzi termini, mentre altri contingenti si stanno ritirano, ieri con un decreto legge il governo ha deciso la prosecuzione fino al 30 giugno delle missioni «umanitarie» internazionali cui l'Italia partecipa con contingenti militari e civili, Iraq in testa.

Ieri, giornata di preghiera in Iraq, il tema delle elezioni è entrato nei sermoni degli imam. «Impossibile votare se una comunità viene ignorata», ha detto l'imam sunnita Mahmud al Soumaydai, chiedendo che la consultazione venga ridefinita per motivi di sicurezza. Al contrario, nella città santa sciita di Najaf, sheikh Sadreddin al Kubbanji ha chiesto che la data del voto venga mantenuta. Mentre il leader radicale sciita Muqtada al Sadr, nel sermone letto dal suo rappresentante Nasser al Saadi nella moschea al Mohsen di Sadr city, ha chiesto a Bush, ai paesi vicini e non vicini, che fanno parte delle forze di occupazione o altro, «a non interferire negli affari interni dell'Iraq e in particolare nelle elezioni».

Sul voto iracheno è intervenuto ieri anche il segretario generale dell'Onu Kofi Annan chiedendo alle autorità di fare di più per incoraggiare i sunniti a votare, anche se le elezioni «sono lungi dall'essere ideali». «Ho sempre sostenuto che le elezioni devono essere il più inclusive possibili , se come spero, devono contribuire positivamente alla transizione politica in Iraq».

Assemblea della Sinistra radicale: sì all'unità, ma non parliamo di liste e partiti


di Giovanni Visone

Non riformisti, ma «riformatori in senso luterano». Pronti a scegliere come «categoria operativa fondamentale il mutamento». Pronti anche a contrapporsi a chi, invece, privilegia un’idea di governo inteso come «amministrazione». Alberto Asor Rosa, professore di letteratura italiana e ideatore dell’incontro delle diverse anime e aggregazioni della sinistra promosso dal Manifesto, parte dalla ricerca di una definizione, un punto d’incontro comune per migliaia di persone che, in questa mattina di sabato, affollano una sala della Fiera di Roma.

Ma le definizioni, la consapevolezza di un comune sentire programmatico, non bastano. «Si può andare avanti con la spontaneità e l’assemblearismo?», si chiede Asor Rosa. La risposta è «no». E la proposta, già anticipata nei giorni scorsi dai giornali, è la creazione di una «Camera di consultazione permanente, un organismo plurimo e bifronte, aperto da una parte alla società politica organizzata e dall’altra alla società civile, nella quale siedano allo stesso tavolo segretari di partito e rappresentanti delle associazioni». Dunque, «non un nuovo partito, né una Fed di sinistra». Ma al contempo, questo sì, un luogo reale di aggregazione per un’area politica ben definita. Anche numericamente: «Esiste un vasto settore dell’opinione pubblica di sinistra, variamente composto. Un’area formata da forze che stanno in parte nella società politica, in parte nella società civile. Un po’ di vecchio e un po’ di nuovo. Un’area che, dal punto di vista elettorale, si può stimare intorno al 13%».

Contenuti e contenitori: una lista unitaria della sinistra radicaleMa se queste sono le premesse (e le cifre, dedotte dalla somma delle percentuali prese dai partiti alla sinistra dei Ds alle ultime elezioni europe), qual è lo sbocco futuro? Asor Rosa non lo dice, limitandosi ad evocare «un esito che non è disdicevole sognare». Non lo dice nemmeno il direttore del Manifesto Gabriele Polo. Ad affermarlo con molta chiarezza è invece il segretario dei Comunisti italiani Oliviero Diliberto, che, fra gli applausi, torna a proporre una reale unità politica ed elettorale. Partire dalla «Camera di consultazione», certo, ma per approdare a una confederazione della sinistra radicale. E ad una lista unitaria, se non per le regionali almeno per le politiche. «La proposta di Asor Rosa è l’avvio di un percorso. Dobbiamo fare tutti un passo indietro. Io sono disposto a farlo, il mio partito è disposto a farlo, per fare poi tutti insieme un passo avanti. Bisogna ricostruire la Sinistra, porre fine a litigi e frantumazione.

I contenuti non si traducono in politica senza i contenitori». A chi, a partire da Fausto Bertinotti, appare più che tiepido su questa proposta, Diliberto replica: «Spero che Bertinotti non sia freddo di fronte all'esigenza di centinaia di migliaia di persone. Dopo il congresso di Rifondazione a marzo mi auguro che Bertinotti si segga ad un tavolo con noi per discutere dell'unità a sinistra. Rimettendoci insieme daremo più forza alle nostre battaglie». L’obiettivo politico, al di là della palese competizione per l’egemonia a sinistra, è pesare di più nella Grande alleanza democratica: «Non voglio che la linea di politica economica del centrosinistra sia dettata da Montezemolo – afferma il segretario del Pdci – Quando andremo a parlare dell’abrogazione della legge 30, della riforma Moratti, della Bossi – Fini, quando discuteremo della destinazione delle poche risorse disponibili, lì cominceranno le difficoltà. Difficoltà che derivano dai rapporti di forza nella coalizione».

Le sconcezze del centrosinistraLa «Camera di consultazione» come strumento per una sfida nel centrosinistra. Lo dice, con toni molto duri, anche Giorgio Cremaschi della Fiom: «Bisogna mandare via Berlusconi ma anche fare in modo che non torni la politica precedente. Quando scopriamo che le sconcezze di questo governo discendono da quello compiute dai governi precendenti, ci rendiamo conto che serve un cambiamento profondo, non solo una vittoria elettorale». È sui mezzi, non sui fini, che le differenze appaiono più evidenti. Per Cremaschi, ad esempio, la «Camera di consultazione» non serve. «Un nuovo organismo è inutile. Questa assemblea è la Camera, insieme a tutte le assemblee che faremo da oggi in avanti, allargandoci ai movimenti che oggi non ci sono, Disobbedienti compresi». Cantieri apertiI rappresentanti dei partiti appoggiano la proposta di Asor Rosa, ma bocciano Diliberto. Il più tranchant è il verde Alfonso Pecoraro Scanio: «Non serve rispondere ai listoni con i listini. Perché dobbiamo infognarci in una discussione sui contenitori? Dobbiamo dare un segnale opposto». No, grazie anche da Rifondazione: «Siamo qui per costruire una sinistra larga, non per mettere insieme cocci spezzati del passato», polemizza Fausto Bertinotti. E Franco Giordano osserva: «La proposta di Asor Rosa mi pare più praticabile, perché fa maturare i tempi di una discussione sui contenuti. C’è bisogno di una nuova soggettività politica, ma questa si fa allargando il dibattito, non cercando nuovi modelli organizzativi». Il percorso non comincia e non si esaurisce con la «Camera di consultazione»: «Domani (domenica, ndr), su iniziativa di alcune riviste, daremo il via a un’elaborazione programmatica, che cercherà di definire alcune proposte concrete per la coalizione. Un’iniziativa parallela, non in contrapposizione, l’apertura di un nuovo cantiere».

Le due sinistreDue cantieri in due giorni. Un po’ troppo? I soggetti in campo sono più o meno gli stessi. Disposti a dire di sì a tutti e due i progetti. Le diverse anime della sinistra diessina, che saranno in prima fila all’iniziativa programmata domenica mattina dalLe riviste Aprile, Carta, Alternative, il network Eco Radio e Quaderni laburisti, sono pronte ad entrare nella «Camera di consultazione» lanciata da Asor Rosa: «Mi pare che sia una sperimentazione utile. E penso che la Sinistra dei Ds ci debba stare», afferma Pietro Folena, che dice no a una «raccolta di ceti politici». E aggiunge: «Il ragionamento del 13 per cento non mi convince. I movimenti sono potenzialmente maggioritari». Certo, però, che «se va avanti il progetto riformista si apre un vuoto. La leadership Ds ha sbagliato a non essere presente». La «Camera di consultazione», comunque, dovrebbe essere aperta al di là dei confini politici della sinistra radicale, accogliendo contributi anche dalla Margherita e dalla Quercia. Per Fabio Mussi, deve assomigliare ad un «luogo strutturato dove si discute di programmi per l'intera coalizione». Ma se l’approdo dei Ds sarà il partito riformista, aggiunge «mi sento di prevedere che io e altri in quel partito non ci saremo». Per Cesare Salvi, «è necessario aprire un dialogo: non si può dare per scontata l’idea delle due sinistre»

Un esito concretoE i movimenti? Il timore è la dispersione di un’iniziativa così riuscita. Nella platea affollatissima si vedono tanti personaggi della stagione dei girotondi, da Pancho Pardi a Paolo Flores D’Arcais. «Il rischio di oggi – osserva Paul Ginsborg – è che si finisca senza un esito operativo. C’è grande sete di dibattito e di superamento di una visione troppo partitistica». Anche per il professore anglo – fiorentino, «uno sbocco elettorale è da escludere». Sul tavolo devono essere messi grandi temi: «Facciamo un esempio. Nei rapporti nord / sud del mondo si fa come nel quinquennio fra il 1996 e il 2001 o in modo diverso? Che percentuale del Pil vogliamo destinare alla cooperazione allo sviluppo, lo 0,17 o lo 0,33 per cento?» Poco dopo, prendendo la parola dal palco, Ginsborg si mette a canticchiare il ritornello di una canzone tradizionale inglese. Parla del «grande vecchio stupidissimo Duca di York»: «Il Duca di York – spiega - aveva 10 mila uomini e donne». Però non sapeva consa farsene: «Noi siamo qui 3 mila uomini e donne. Non finiremo come il Duca di York che portò questi uomini e donne in alto sulla collina e poi li fece scendere... Fine della strategia del grande vecchio stupidissimo Duca di York».