3 febbraio 2005

Palermo, Cuffaro alla sbarra

Comincia oggi l'atteso processo al governatore della Sicilia: favoreggiamento a Cosa nostra (01.02.05)

PALERMO
di Patrizia Abbate

Un groviglio di affari, spiate e tradimenti, con inquirenti che piazzano «cimici» e poi avvertono gli stessi sorvegliati; politici sponsorizzati da mafiosi; manager sospettati di investire il denaro del boss introvabile Bernardo Provenzano; funzionari di Asl pronti a favorire chi paga di più. E' un incredibile spaccato della Sicilia più nera quello che emerge dall'inchiesta che ha coinvolto Totò Cuffaro, presidente della Regione, portandolo sul banco degli imputati nel processo sulle cosiddette «talpe in procura», che si apre stamane alla terza sezione dei tribunale di Palermo.

Il governatore dovrà rispondere di favoreggiamento a Cosa Nostra, mentre è caduta l'accusa di concorso esterno alla mafia, ipotizzata in un primo momento dai pm che poi hanno scelto di cambiare l'imputazione; e quella di rivelazione di segreti d'ufficio, rigettata dal gup: attraverso una rete di informatori, Cuffaro avrebbe a sua volta dato notizie di inchieste in corso a varie persone, tra le quali Giuseppe Guttadauro, medico ritenuto il nuovo capomandamento di Brancaccio, il quartiere dove lavorò e venne ucciso padre Puglisi, per intenderci. Sono tredici le persone sotto accusa, con capi d'imputazione che vanno dall'associazione mafiosa, alla corruzione, alla truffa, al favoreggiamento appunto. Mentre altre quattro sono uscite dal processo perché hanno scelto di patteggiare o chiesto il rito abbreviato, come il maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro. Per anni in prima linea sul fronte della lotta alla mafia, collaboratore stretto del pm della Dda Antonino Ingroia, Ciuro era stato arrestato nel novembre del 2003 insieme a un altro super-investigatore come Giorgio Riolo, maresciallo del Ros specializzato nel piazzare microspie, da oggi anche lui sotto processo. L'operazione che li portò in cella scatenò un vero terremoto nella procura palermitana, che si era scoperta all'improvviso tarlata, minata da una rete di informatori - tra questi anche un paio di impiegate, la segretaria del procuratore aggiunto Guido Lo Forte - in grado di avvertire quasi in tempo reale gli indagati amici, o amici degli amici. In manette in quell'occasione era finito anche Michele Aiello, imprenditore sanitario titolare della clinica oncologica «Santa Teresa» di Bagheria, alle porte di Palermo.

Spregiudicato e attivissimo, era riuscito a farne in pochissimo tempo un centro superspecializzato e anche superfinanziato dalla Regione Sicilia. Per i pm Prestipino, Di Matteo e De Lucia e il procuratore aggiunto Pignatone, che hanno firmato la richiesta di rinvio a giudizio controfirmata dallo stesso procuratore capo di Palermo Pietro Grasso, e accolta dal gup Bruno Fasciana, sarebbe un prestanome dello stesso Provenzano. Accusato di associazione mafiosa, è lui il personaggio attorno a cui ruota il processo. Ed è una delle «conoscenze pericolose» contestate a Cuffaro, che con Aiello ammette di aver avuto rapporti, negando di averlo favorito (un tariffario per i rimborsi alle cliniche convenzionate trovato negli uffici dell'imprenditore, ma non ancora approvato in Regione) né di avergli fatto «soffiate» di alcun tipo. Cosa che invece lo stesso Aiello ha affermato negli interrogatori, raccontando di un incontro «fuoriporta» con Cuffaro, che lo volle vedere a Bagheria, dentro un negozio, per avvertirlo delle indagini sul suo conto e su Ciuro e Riolo, che erano ormai nella cerchia degli informatori privilegiati di Aiello (che per l'accusa, smistava notizie a vari latitanti, compreso Provenzano) tanto da avere dei telefoni cellulari «segreti», forniti dallo stesso imprenditore per conversazioni che sarebbero dovute così sfuggire ai controlli.

Ma sono tante altre le amicizie pericolose di Cuffaro, secondo i magistrati palermitani. Col boss Guttadauro, ad esempio, che nel 2001 venne a sapere grazie a lui, sostengono sempre gli inquirenti, di avere una microspia piazzata in casa. Nel frattempo aveva avuto modo di essere ascoltato mentre conversava anche di Cuffaro, e i microfoni rivelavano pure che il suo salotto era frequentato da Mimmo Miceli, giovane esponente Udc e pupillo del governatore, finito in manette per primo, nel giugno 2003, nell'ambito di un'inchiesta che si interseca con questa, e che ha aperto la voragine in cui rischia di cadere Cuffaro. Miceli era in quel momento assessore alla Sanità del Comune di Palermo, un altro fedelissimo di Cuffaro, il carabiniere Antonio Borzacchelli, era stato eletto all'Ars nel suo listino: venne arrestato qualche mese dopo per concussione nei confronti di Aiello, e si scoprì che era una delle gole profonde più spregiudicate, che in cambio di informazioni - e dietro minacce - si era fatto consegnare oltre un miliardo e mezzo. Grovigli quasi inestricabili, con altre pedine fondamentali come un altro medico, Salvo Aragona, amico di Miceli e già condannato per mafia.

Sarà un processo complicato. Cuffaro si è sempre detto certo di poter dimostrare ai giudici la sua estraneità alle accuse, stamane però probabilmente non sarà in aula, per «problemi familiari».

Vince Zapatero. La Ue scongela Cuba

Ieri l'annuncio da Bruxelles della fine delle sanzioni imposte nel luglio 2003. E' la «linea spagnola» che passa. I contatti con l'opposizione pacifica anti-castrista continueranno. A luglio la verifica. Il dissenso cubano grida al «tradimento» e la destra mastica amaro. Fini: «Molto rumore per nulla»

di MAURIZIO MATTEUZZI

Un round con due vincitori: il cubano Fidel Castro e lo spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero. Non ci può essere altra lettura della decisione dell'Unione europea, resa ufficiale ieri a Burxelles, di togliere Cuba dal freezer dove i 25 - che allora erano ancora 15 - l'avevano messa nel luglio del 2003 dopo la svolta repressiva del marzo-aprile di quell'anno: i 75 dissidenti condannati a pene spropositate (fino a 28 anni) e i tre dirottatori di un ferry nel porto dell'Avana condannati e fucilati. A Cuba, nel tentativo di giustificare l'ingiustificabile, quelle mosse furono presentate come la risposta contro l'indecente intromissione del responsabile della sezione di interssi Usa, James Cason, e contro la politica di esplicito incoraggiamento da parte di Washington al dirottamento di aerei e ferry con relativa garanzia di impunità. Più in generale, la risposta ai timori dell'Avana che dopo all'Afghanistan e all'Iraq Bush puntasse diritto su Cuba per esportare manu militari «la democrazia».

Quelle mosse cubane tuttavia suscitarono una forte reazione negativa anche nell'opinione pubblica europea e non solo a destra - basti pensare alle posizione che assunse gente come José Saramago e Eduardo Galeano - anche se fu la destra, naturalmente, a capitalizzarle. La Ue, sotto la spinta dei due più fervorosi agenti latini di Bush: lo spagnolo Aznar e l'italiano Berlusconi, decise una serie di sanzioni che andavano dal congelamento dei rapporti di cooperazione economica e culturale e, soprattutto, all'appoggio aperto ai dissidenti nell'isola. Che, oltre che nella sezione d'interessi Usa, cominciarono a essere di casa anche nella varie ambasciate europee.

La risposta dei cubani fu immediata e durissima. Accusando la vecchia Europa di essersi completamente allineata con l'America di Bush, congelarono a loro volta ogni rapporto, ritirando la domanda di adesione all'ACP - l'accordo preferenziale di commercio fra la Ue e i paesi di Africa-Caraibi-Pacifico - e rifiiutando l'assistenza economica a titolo di aiuto che nel 2002 era stata intorno agli 11 milioni di dollari.

Il muro contro muro che piace agli americani non rientra nella pratica degli europei - come dimostra anche il diverso approccio con l'Iran - e soprattutto non ha funzionato con Cuba. E' così che in ottobre il nuovo governo socialista di Zapatero in Spagna anche su Cuba ha cambiato linea. Anzi ha invertito la rotta. Sulla base dell'assunto che la linea decisa nel 2003 si era dimostrata del tutto «inefficace». L'avvelenata destra aznarista e americana in Spagna e in Europa gridò a un nuovo «tradimento» come era stato per il ritiro dall'Iraq in aprile. Tradimento solitario, dissero, in quanto il fronte Usa-Ue restava fermo sulle sanzioni e il muro, e quindi destinato al fallimento.

La realtà era diversa. E da Cuba Fidel, vecchio marpione della politica, capì il messaggio e mandò risposte. Piccole e centellinate ma esplicite. Da allora 14 dei 75 dissidenti imprigionati sono stati liberati. Uno a uno, per ragioni di salute, ma liberati. La posizione della Ue è cambiata dalla fine dell'anno e in novembre e dicembre è passata la «linea spagnola» di scongelare i rapporti. Ieri l'annuncio ufficiale dei 25 ministri degli esteri, dato a Bruxelles da quello lussemburghese Jean Asselborn. Con mille cautele, perché nessuno deve apparire troppo sconfitto o vincitore - né la Ue, né Fidel, né l'opposizione politica anticastrista -: la ripresa dei rapporti pieno risponde alla volontà di andare a «un dialogo costruttivo con le autorità cubane volto a risultati tangibili nella sfera politica, economica, dei diritti umani e della cooperazione», la Ue continuerà a chiedere «l'urgente e incondizionato» rilascio di «tutti» i dissidenti con cui svilupperà «più intensi rapporti attraverso un dialogo più ampio e regolare».

L'appuntamento è per luglio, quando la nuova linea sarà sottoposta a verifica della Ue. Tutto chiaro e tutto semplice. Ma non è così. Sono in molti a masticare amaro, oggi. Non solo negli Usa. L'opposizione anti-castrista all'interno e all'estero è (quasi tutta) contraria e grida al «tradimento» della Spagna. Human Rights Watch non è d'accordo. L'ex presidente ceko Vaclav Havel ammonisce la vecchia Europa a «non allinearsi con i dittatori». La destra o mugugna o farfuglia. Come l'italiano Fini: «molto rumore per nulla» perché le sanzioni erano solo simboliche, non c'è stata «alcuna compiacenza» verso Castro, la sospensione «è solo temporanea» e se a luglio non sarà cambiato nulla...

Uno sforzo e una festa per non dimenticare



di Haidi Giuliani

E' in corso a Genova l'udienza preliminare per Bolzaneto. Sotto accusa la violenza di polizia, carabinieri e finanzieri nei confronti di centinaia di ragazzi arrestati nelle tragiche giornate del luglio 2001 e poi torturati con sadismo e ferocia, per due giorni, in caserma e nelle celle. Intorno al processo c'è un grande silenzio. Nessuna mobilitazione politica, nessun impegno, niente presenza dell'informazione, non c'è più neanche un euro per pagare l'azione legale.Il Genoa Legal Forum e i ragazzi che chiedono giustizia sono rimasti soli?

Tra un incubo e l'altro da febbre influenzale, sabato scorso la radiolina vicino al letto mi ha portato la voce di Storace: dismessi i gagliardetti, l'uomo si produceva in uno straordinario pezzo strappacuore sul rogo di Primavalle. Sorvolando sugli effettacci da consumato attore d'avanspettacolo, mi sono trovata d'accordo con lui: una giustizia che arriva dopo trent'anni a dire che non può fare giustizia, fa cadere le braccia. Peccato che il signor Storace, nella sua enfasi oratoria, non abbia voluto spendere una sola parola per quella lunga fila di vittime che hanno insanguinato la storia del nostro paese, da piazza Fontana a Dax, vittime proprio di quella violenza neofascista che ha continuato ad avvelenare per oltre un trentennio la nostra vita politica e non solo, per lo più ignorata dalle istituzioni, in barba al dettato costituzionale. Nel '69, mentre si perseguitavano a morte degli innocenti anarchici (a quei tempi li chiamavano anarcomaoisti), l'autore della strage si preparava ad un futuro miliardario in Giappone.

Nel 2001, mentre si accusano i manifestanti (chiamandoli black bloc o, a scelta, anarcoinsurrezionalisti), c'è chi tortura giovani di varia nazionalità al ritmo di "Faccetta nera", alla scuola Diaz, mandandone un paio in coma, e poi alla caserma di Bolzaneto. Tanto in Italia non è previsto il reato di tortura, reiterata o meno che sia, e noi possiamo scandalizzarci solo per quanto avviene in Paesi lontani.

E' vero: ci sono talmente tanti orrori, ogni giorno, che è difficile tornare a parlare sempre del G8 genovese.

E' vero: l'interesse di molte e di molti di noi è rivolto alle straordinarie giornate del Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, o ai lavori di congresso dei partiti.

E' vero: alcuni erano al lavoro, altri bloccati dall'influenza.

Ma giovedì scorso, al presidio davanti al Tribunale di Genova, dove si svolgeva l'udienza preliminare per le violenze a Bolzaneto, mi è stato detto, erano davvero in pochi.

Li abbiamo già lasciati soli?

Il gruppo della segreteria legale, che fino ad ora ha sostenuto gli avvocati con un lavoro incessante di ricostruzione e archiviazione di tutto il materiale cartaceo, fotografico e filmico raccolto, mi è stato detto, sta finendo i soldi. Per capirci: è merito loro se è stato possibile più volte ribaltare le accuse al processo contro i venticinque manifestanti, mostrando ad esempio le immagini di agenti che picchiano muniti di mazze fuori ordinanza.

Ma stanno finendo i soldi.

E' vero: per far fronte alla ricerca, agli tsunami, ai tagli delle tasse, si va sempre a pescare nelle stesse tasche.

Qui si tratta di giustizia, di democrazia, di libertà: non ce le regala nessuno!

Dipende dall'esito di questi processi se potremo ancora sperare di ricevere, nelle Questure e nei Cpt del nostro Paese, un trattamento rispettoso nei confronti dei nostri diritti; se potremo incontrare una divisa senza porci l'alternativa di cambiare rapidamente strada; se potremo ancora partecipare a una manifestazione senza dover temere per la nostra vita o per quella dei nostri cari. Se qualcuno pensa che esagero, cerchi di ricordare che anche in passato c'è stato chi ha detto "Che esagerazioni! ", oppure "Queste cose non mi riguardano! " Queste cose riguardano tutti ed è proprio la storia che ce lo insegna.

Facciamo uno sforzo, quindi, tutti insieme: organizziamo una bella festa, un grande concerto, delle allegre cene sociali, e aiutiamo il Genoa Legal Forum a continuare a lavorare per noi.