24 aprile 2005

Sicilia, i medici di Cosa nostra



da repubblica.it

PALERMO - In Sicilia si parla di sanità più nei Tribunali e nei palazzi del potere che nei corridoi degli ospedali. Otto medici su dieci infatti inciampano in inchieste giudiziarie, con due processi su tre che finiscono con un nulla di fatto.

In molti casi si tratta di episodi di malasanità, spesso però i camici bianchi sono coinvolti in processi di mafia, con l'accusa di favoreggiamento o addirittura di appartenenza a Cosa nostra. Ma il cancro si sviluppa anche nella testa, con manager inquisiti sempre al loro posto, nominati direttori generali di aziende sanitarie e ospedali dai partiti in nome di clientele o intrecci parentali, in un sottobosco dove si passa dagli appalti truccati, ai tariffari disegnati su misura come per l'imprenditore di Bagheria Michele Aiello arrestato per mafia, fino ai concorsi pilotati.

In cima ci sono gli affari, il controllo della sanità privata e di quella pubblica. Fiumi di denaro. Un business di 7 miliardi di euro all'anno. La Cgil-Medici lo denuncia con forza, al suo fianco si schiera un pezzo della procura di Palermo che nelle ultime inchieste di mafia ha svelato questo sistema di potere. Il pretesto è un convegno, organizzato dal sindacato proprio per lanciare l'allarme.

«Esiste una ristrettissima cerchia di medici facenti parte organica della struttura del malaffare e
della mafia - accusano Renato Costa ed Ernesto Melluso della segreteria siciliana della Fp-Cgil medici - Appartengono a questa categoria padrini, boss e coloro che li proteggono, che hanno coperto i ricoveri di comodo dei mafiosi. Una cerchia più ampia è quella della connivenza, per tornaconto personale o paura, anche se la maggior parte dei medici è vittima di questo sistema». Gaetano Paci, sostituto alla Dda di Palermo, parla di «un legame fortissimo e organico tra esponenti mafiosi di primo piano e professionisti della sanità pubblica e privata», l'obiettivo comune è quello di «controllare ingenti risorse finanziarie e umane».

Da un lato Cosa Nostra, «con la forza del suo potere militare esercitato con la violenza e l'intimidazione», dall'altro «chi svolge la professione medica che può contare sul vasto bacino di utenza che all'occorrenza si può trasformare in un formidabile serbatoio di consensi elettorali». Spesso però le%2

Liberazione senza governo



da unita.it

«Ricordiamo la grande ricorrenza dei 60 anni della libertà e quindi della caduta definitiva della dittatura e di un uomo che era onnipotente». In un altro momento e in un altro luogo poteva essere persino una considerazione scontata. Ma detta al Quirinale, con i riflettori puntati sulla più recente «caduta» - quella che pare rapida di Silvio Berlusconi - la frase solleva un finimondo.

Aggiungete che ha pronunciarla è stato un nemico giurato del Cavaliere, Oscar Luigi Scalfaro, salito al Colle per le consultazioni, è avrete il pandemonio di polemiche che giunge puntuale ad accompagnare il sessantesimo della Liberazione.

Tutta la destra berlusconiana insorge. E siccome la lingua batte dove il dente duole nelle stesse ore arriva l'annuncio definitivo di Forza Italia: Berlusconi diserterà anche quest'anno le celebrazioni del 25 aprile a Milano. La notizia la dà il coordinatore degli azzurri Sandro Bondi, nascondendola un po': «Berlusconi il 25 aprile sarà al Quirinale, con il presidente della Repubblica, per celebrare il 60esimo anniversario della liberazione dal nazifascismo». Particolare non da poco: subito dopo un breve discorso e un concerto con musiche di Beethoven, Ciampi volerà Milano dove terrà la commemorazione ufficiale al termine del corteo al quale parteciperanno i sindacati e tutte le forze politiche.

Anzi, non tutte. Visto che la destra si è sfilata alla chetichella e le ultime ore sono state un fiorire di distinguo, accuse alla sinistra, fughe dal 25 aprile antifascista con An protagonista in negativo, alla faccia di tutte le svolte di Fiuggi e dei viaggi di Fini in Israele. Berlusconi, come da tradizione, dedicherà ad altro la giornata di festa, e quest'anno non è che manchino le scuse impelagato com'è nel tentativo di formare un nuovo governo.

Ha dato fastidio alla destra soprattutto l'appello per un 25 aprile in difesa della Costituzione - primi firmatari tra gli altri Giorgio Bocca, Giovanni Pesce, Rossana Rossanda, Carla Voltolina Pertini e Tullia Zevi. E certo non è piaciuto il riferimento del sindaco di Roma Veltroni al 25 aprile «festa della Costituzione nata dalla Resistenza, che va mantenuta o riformata con lo stesso spirito unitario che ci fu quando venne scritta». Il solito Bondi ha prontamente replicato: «Sarebbe un errore che dividerebbe le coscienze e l'unità nazionale se la sinistra inscenasse manifestazioni di significato politico in riferimento alla difesa della Costituzione.

La nostra riforma - è arrivato a dire il coordinatore di Fi - realizza compiutamente i principi e i valori fondamentali contenuti nella prima parte della Costituzione». Nessuno si è dato cura di rispondergli, mentre la destra si dedicava alla crocifissione di Scalfaro. «Grottesco e fazioso», gli ha detto Fabrizio Cicchitto di Forza Italia. «Velenoso e democristiano», ha aggiunto Osvaldo Napoli sempre di Forza Italia. «Certo Scalfaro non passerà alla storia», si è arrabbiata Daniela Santanchè di An. Il centrosinistra l'ha difeso, ma la ruggine tra i berluscones e l'ex presidente della Repubblica ha radici vecchie di undici anni.

Risale com'è noto alla crisi del Berlusconi I che Scalfaro si rifiutò di concludere con le elezioni anticipate secondo i desiderata del Cavaliere. E' c'è proprio il 25 aprile di quel fatale 1994 dietro le paure più recenti di Berlusconi. Quando il corteo organizzato dal manifesto, pochi giorni dopo la vittoria elettorale del Cavaliere diede il primo segnale di riscatto. Si dice che furono i fischi presi in piazza a mettere da subito Bossi sulla strada che l'avrebbe portato qualche mese più tardi a rompere col Cavaliere. Che invece anche quel giorno preferì restare a casa.

USA scagiona gli aguzzini di Abu Ghraib

L'esercito americano ha scagionato il generale Ricardo Sanchez, ex capo supremo del contingente americano in Iraq, da responsabilità nel caso degli abusi perpetrati sui detenuti nel carcere di Abu Ghraib, ma ha rimosso una generalessa ritenendo sia responsabile di negligenze. Lo hanno riferito gli ufficiali che hanno difeso gli accusati.

L'inchiesta dell'esercito, svolta da una squadra di 10 investigatori iniziata lo scorso ottobre per eventuali responsabilità dei vertici, ha stabilito che Sanchez ed altri tre alti ufficiali non hanno commesso negligenze. I quattro non dovranno subire sanzioni penali o amministrative.

Ma l'indagine ha invece rilevato prove sostanziali di negligenze nel caso della generalessa Janis Karpinski, che comandava la 800a Brigata di Polizia Militare al centro degli abusi ad Abu Ghraib, ha spiegato un ufficiale, parlando in condizioni di anonimato.

La Karpinski non affronterà accuse penali ma ha ricevuto una lettera ufficiale di rimprovero da un alto ufficiale dell'esercito ed è stata sollevata dal comando, ha spiegato ancora l'ufficiale.

La Karpinski era stata sospesa lo scorso anno, ma non sollevata dall'incarico.
I risultati dell'inchiesta sono stati resi pubblici a pochi giorni dal primo anniversario della pubblicazione delle prime foto che riprendevano militari americani mente compivano abusi ed atti di umiliazione sessuale e fisica sui prigionieri iracheni nella prigione nei pressi di Baghdad, innescando un caso che ha provocato critiche internazionali agli Stati Uniti. da allora, sono venuti a galla numerosi casi di abusi su detenuti.

Gli attivisti per i diritti umani hanno duramente criticato il fatto che l'esercito non abbia preso misure nei confronti di Sanchez, rilanciando la richiesta di un'inchiesta indipendente sugli abusi commessi sui detenuti.

Gli altri alti ufficiali scagionati sono il generale Walter Wojdakowski, vice di Sanchez, il generale Barbara Fast, ex responsabile dell'intelligence di Sanchez ed un colonnello che era il principale consulente legale di Sanchez. Fast, che era generale ad una stella all'epoca dei fatti, è stata poi promossa.