8 maggio 2005

Putin offeso con Bush



Le bordate di Bush non fanno arretrare Putin. A fine giornata un consigliere lo descrive come "irritato, indignato e offeso". Il Cremlino sceglie però di non esasperare oltre i toni ora, alla vigilia di trionfali celebrazioni ad uso interno

I tre vertici in programma a Mosca, (Stati Csi, Putin-Bush e Russia-Ue) sono poi "troppo delicati per cadere nelle provocazioni". Questa sera Putin accoglierà a Mosca il presidente americano. Secondo uno dei portavoce "la cena nella dacia di Novo Ogariovo sarà fredda". Con i presidenti ci sono però le mogli e "nessuno vuole spingere lo scontro fino alla rottura".

Dopo la rissa, si punta all'abbraccio: "I quattro sono d'accordo di finire con una vodka davanti al caminetto". L'aggressività Usa ha però sorpreso la Russia. Putin, per il quale "il crollo dell'Urss fu la più grande catastrofe del XX secolo", prende atto che i rapporti sono cambiati: e che per Bush "Mosca è ormai solo una tappa di cortesia" durante i tour nei nuovi Paesi alleati dell'ex Unione sovietica. "Ma sono ancora amici?", si chiede Kommersant in prima pagina. Conclusione dei politologi: in realtà no. Così anche il Cremlino attacca. Dietro le interpretazioni del passato, l'agenda del presente: gli interessi ormai divergono.

"Abbiamo già denunciato nell'89 il patto Molotov-Ribbentrop - dice Putin a Le Figaro - ma ricordiamo che non fu molto diverso dall'accordo di Monaco tra Hitler e l'Occidente, che regalò i Sudeti a Berlino. Dovrebbero piuttosto suscitare sdegno i monumenti baltici alle SS". Come Bush, la Russia rilegge anche le spartizioni belliche. "Nulla di strano nella confessione Usa su Yalta - dice lo storico Iuri Afanasiev: peccato sia tardiva. I tempi erano selvaggi e banditeschi: le grandi potenze si dividevano il bottino, mica pensavano alla pace. Le sentenze politiche retroattive non hanno senso: tutti i leader di allora ragionavano con lo stesso metro".

Niente scuse dunque per la liberazione-annessione dei Baltici e l'occupazione dell'Est europeo fino al 1991. "Siamo stupiti - affonda il ministro degli Esteri Lavrov - da chi dice oggi che l'Occidente non abbia mai riconosciuto questi Paesi come parte dell'Urss. Nel 1975 Usa, Europa e Canada firmarono ad Helsinki la distensione con l'Unione sovietica. Riconobbero la sua integrità territoriale e l'inviolabilità delle frontiere. Il presidente Ford dichiarò di sottoscrivere "con piacere". Urss erano anche gli Stati dove oggi Bush condanna la nostra occupazione".

Più duro ancora il ministro della Difesa Ivanov: "Non si può occupare - taglia corto - ciò che ti appartiene". Quelle di Bush e del presidente Ue Barroso sarebbero "assurdità e scemenze".

Anche Putin, inaugurando un monumento davanti ai veterani, calca così la mano. "Il nostro popolo - ricorda a Washington e Bruxelles - ha liberato 11 Paesi europei dai nazisti. Altro che invasione. L'Urss fu decisiva: sbaragliò tre quarti della macchina bellica di Hitler. Il mondo non aveva mai visto un simile eroismo". Putin teme l'offensiva Usa nelle repubbliche ex sovietiche.

Dopo l'affronto dei comizi in Lettonia e Georgia, avvisa Bush: "La democrazia non si può esportare con armi e dollari. E se gli Usa pensassero a ritirarsi ora dall'Iraq, farebbero un secondo colossale errore". A gelarlo, la lettera al Financial Times di 75 personalità internazionali. "La Russia ha tradito - scrivono - i principi morali del 1945: celebrare l'anniversario a Mosca è una beffa". Risposta: "Prima di parlare, consultare i documenti".

Ragusa, la scuola dei suicidi

Alunni impeccabili, con buone pagelle, figli di famiglie borghesi senza particolari disagi, apparentemente una vita tranquilla come quella di tanti ragazzi. E invece all'improvviso la tragedia. Una corda legata al soffitto, un salto e la morte

di Alfredo Pecoraro

RAGUSA - Marco Rubino e Damiano Leggio avevano solo 13 anni. Ma avevano un macigno dentro, qualcosa che non sono riusciti a superare per colpa della loro tenera età. Per la procura di Ragusa quel qualcosa è da ricercare tra i corridoi e i banchi di scuola.

E lì che, secondo gli inquirenti, potrebbe annidarsi la risposta al duplice suicidio. Entrambi frequentavano la scuola media Quasimodo. Marco si è ucciso l'8 febbraio, Damiano il 15 aprile. Prima della loro morte, sia il nome di Marco che quello di Damiano erano sui muri della scuola, sbeffeggiati da qualche compagno di scuola. Giochi stupidi di adolescenti, ma che secondo gli investigatori potrebbero rappresentare la chiave di lettura dell'estremo disagio vissuto dai due ragazzi, troppo sensibili e forse troppo soli.

Dopo la loro morte quelle scritte sono scomparse. E poi c'è il precedente. Un altro ragazzo della Quasimodo si suicidò qualche anno fa. Frequentava la seconda media, era figlio di contadini, preso in giro per l'odore di campagna che portava a scuola. Troppe coincidenze che hanno indotto il pm Monica Monego ad aprire un'inchiesta sulla morte dei due ragazzi. Il reato ipotizzato è di istigazione al suicidio. Si indaga sul clima che si respira a scuola, sull'attenzione degli insegnanti nei confronti degli alunni. Tutti e tre avevano un ottimo rendimento scolastico.

Dalle molte testimonianze raccolte dalla polizia, emerge un filo comune: i tre ragazzini potrebbero essere stati vittime di episodi di bullismo o di nonnismo dei quali sembra ci sia un'ampia casistica all'interno dell'istituto, anche per la presenza di un consistente numero di alunni ripetenti la cui età arriva fino a 16 anni. Di recente un bambino ha subito la frattura del setto nasale per un pugno ricevuto da un alunno più grande.

Dinanzi al referto con una prognosi di 30 giorni la polizia ha chiamato al madre che inizialmente ha dichiarato che il figlio era caduto. Poi è risultato che non era vero: un caso di reticenza che per gli inquirenti è il segno di un clima pesante dentro la scuola. Una cinquantina di famiglie ha chiesto la revoca della pre-iscrizioni. La dirigente dell'istituto Giuseppina Varcadipane minimizza, ritenendo che si tratti di casi isolati la cui spiegazione può essere la più disparata.Intanto è stato avviato un corso per gli insegnanti con lo scopo di aiutarli a captare i segnali di disagio degli alunni. Il corso è affidato allo psicologo Carmelo Pignatelli. «E' importante - dice - che gli insegnanti sappiano sempre fornire un'alternativa al malessere, perché il suicidio è una scelta conseguente alla presa d'atto dell'assenza di alternative. Attenti anche all'apparente ritorno alla normalità del soggetto, dopo un grave e forte disagio. Spesso è il segno che la decisione estrema è stata presa».Damiano Leggio era alto 1,91 e giocava a basket.

Il 14 aprile aveva trascinato alla vittoria la sua squadra, sembrava felice. La mattina dopo è andato a scuola, poi si è fatto accompagnare a casa dove non c'era nessuno e si è impiccato ad un gancio fissato a 2,30 metri di altezza. La sua statura, superiore rispetto alla media dei suoi coetanei, sarebbe stata tra le cause del malessere del giovane, spesso preso in giro da alcuni compagni. Marco Rubino si è suicidato l'8 febbraio. Figlio di un ingegnere elettronico e di madre cinese, il ragazzo, secondo la testimonianza dei genitori di alcuni suoi compagni di scuola, non sopportava di essere chiamato «il cinese». Si sentiva dileggiato, discriminato. Si è ucciso.

La verità sul delitto Pasolini

Fu un “omicidio politico”: Pier Paolo Pasolini il 2 novembre 1975 fu massacrato all’idroscalo di Ostia da tre fascisti. A trent’anni dalla morte dell’intellettuale, Pino Pelosi, che confessò quell’omicidio e per cui scontò 9 anni di reclusione, ha ritrattato. Il riscontro è tutto però ancora da chiarire perché Pelosi fa le dichiarazioni durante una trasmissione televisiva.

«Pasolini non l'ho ucciso io», dice Pino Pelosi, confidandosi alla giornalista Franca Leosini, conduttrice del programma televisivo Ombre sul Giallo, in onda sabato sera su Raitre. Il delitto Pasolini avvenne nel 1975, due mesi dopo il tragico massacro del Circeo, tornato sull'onda della cronaca proprio in questi giorni. E su Izzo, un dei massacratori del Circeo, fu l’ultimo editoriale di Pasolini.

«Non sono io l'assassino di Pier Paolo Pasolini», ripete l’ex ragazzo di vita che dopo 30 anni ribalta completamente la sua versione, rilanciando una pista che gli inquirenti non hanno mai battuto ma che molti all'epoca dei fatti ipotizzarono. Pelosi, detto anche Pino “la Rana”, spiegherebbe alla Leosini che ha atteso tanto per parlare perché «sono solo, non ho più famiglia, i miei sono morti. Ho 46 anni e pago sempre per quell’omicidio... E poi perché queste persone saranno morte probabilmente». L’uomo spiegherebbe ancora che crede volessero «dargli una bella lezione. Una cosa tipo tre mesi di ospedale. Se volevano ucciderlo gli avrebbero sparato e avrebbero sparato anche a me. Gente come quella non si mette paura». Paura però la misero a Pelosi che confessò, venne condannato a nove anni di carcere ed uscì in semilibertà dopo sette, e malgrado gli anni trascorsi non rivela alcun nome.

La Procura di Roma non sembra intenzionata, secondo quanto si è appreso, a riaprire le indagini poiché le dichiarazioni di Pelosi vengono ritenute «generiche». Nei prossimi giorni gli inquirenti valuteranno l’intera intervista a Pino “La Rana”.

Un invito alla cautela giunge soprattutto da chi era vicino a Pasolini. «Spero che la procura di Roma non perda tempo sulle dichiarazioni di Pelosi e non faccia perdere soldi al contribuente - Nico Naldini, cugino dello scrittore assassinato, che quel giorno aveva pranzato con Pasolini -. La figura di Pelosi va commisurata come valore morale alla sua fedina penale. Se messe a confronto con quest’ultima, le sue parole hanno o non hanno credibilità». «Pelosi non sa più cosa inventarsi. Sono passati 30 anni dall' uccisione di Pasolini e lui solo ora si decide a dire la verità?», ha detto Massimo Consoli, amico di Pier Paolo Pasolini e uno tra i fondatori del movimento gay in Italia. «Qual è la verità? – ha continuato Consoli - Pelosi dice che sono stati altri a uccidere Pier Paolo, ma non dice chi. Si sta inventando una nuova storia per dimostrare che esiste ancora, che non è una persona inutile».

In molti invece si pronunciano per una riapertura dell’inchiesta sull’omicidio di Pasolini. Guido Calvi, avvocato e senatore dei Ds, che all’epoca dell’omicidio dello scrittore curò la difesa dei familiari, è convinto che «la versione di Pelosi, che peraltro ricostruisce ciò che sostenni nell’arringa difensiva, contiene un’aggiunta importante. Stavolta emerge che i tre, nel trucidare Pier Paolo, avrebbero detto: “sporco comunista”». «Una nuova definizione che – ha chiarito ancora Calvi - conferma il mio sospetto».

«Ho sempre detto che sapevo come era stato ucciso Pasolini e da chi. Le mie parole sono state pubblicate ma non mi hanno mai chiamato a testimoniare», ha detto il regista Sergio Citti, amico e collaboratore di Pasolini, che ha aggiunto: «Vorrei che si riaprisse il caso, e che io fossi chiamato a testimoniare, so chi l'ha ucciso, come e perché è stato ucciso, mi è stato raccontato da chi stava lì. Io so la verità». Citti dice anche che a Pelosi piace la pubblicità, «la sola cosa utile sarebbe riaprire il processo, mi piacerebbe essere messo a confronto con Pelosi.».

Citti, 71 anni, a lungo stretto collaboratore di Pasolini, grazie al quale esordì nel mondo del cinema, ricorda che «Pasolini sparì per 35 minuti con Pelosi, poi si rifecero vedere e poi andarono a Ostia. Perché a Ostia e non sulla Tiburtina? Se Pasolini doveva fare l'amore con Pelosi perché andare fino a Ostia, più o meno 120 chilometri tra andata e ritorno, mentre i prati della Tiburtina, zona che Pasolini conosceva bene, erano molto più vicini? E poi come hanno fatto a sapere dove andavano quelli che aggredirono Pasolini? Dopo la scoperta dell'omicidio ho filmato tutto in quel posto, tutte le uscite possibili, dove è stata trovata la sua camicia e il resto. Tutto mi è stato raccontato per filo e per segno da chi era li, io so la verità ma – ha concluso Citti - non mi hanno mai chiamato a testimoniare. Perché?».

L'ex “ragazzo di vita” fu condannato come unico autore dell'omicidio del poeta, ma ora afferma che ad uccidere Pasolini furono tre persone, di cui non rivela i nomi, che avevano accento meridionale. Anche se Pelosi non fa nomi, qualcuno all'epoca dei fatti nomi li aveva fatti: un teste chiave della difesa era l’ex appuntato dei carabinieri Renzo Sansone, che aveva condotto le indagini. Sansone nel 1975 disse: «Pelosi non era solo. Con lui c’erano anche i fratelli Borsellino di Catania, furono loro stessi a dirmi che quella notte si trovavano lì». Ma Pelosi insistette: «No, ero solo quella notte. Sono dei bugiardi, vogliono farsi pubblicità alle mie spalle, prenderò provvedimenti».

Per gli avvocati Nino Marazzita e, come detto, Guido Calvi, legali di parte civile nel processo, le dichiarazioni del "Rana" giustificano la riapertura delle indagini. «In questa confessione - ha detto Marazzita - c'è l'elemento preciso della notizia criminis per la riapertura delle indagini. La procura di Roma ha l'obbligo di riaprire un fascicolo contro ignoti sulla morte dello scrittore. È vero: dopo trenta anni, se non impossibile, è altamente improbabile che si faccia luce sul caso e si individuino altri responsabili. Ma, intanto, la magistratura deve convocare e interrogare Pelosi». Secondo il senatore Calvi «è doveroso che la magistratura accerti la fondatezza di quanto dichiarato da Pelosi e, se possibile, identifichi gli assassini che uccisero barbaramente Pier Paolo Pasolini».