26 maggio 2005

E dopo Bernardo Provenzano?

Tommaso Buscetta pentito storico della mafia siciliana diceva, in un intervista rilasciata a Saverio Lodato nel 1999, sul capo dei capi Bernardo Provenzano: "Con il ritorno della moglie e dei figli a Corleone anni fa, fece credere di essere morto mentre era vivo. Partecipando alle riunioni della “commissione”, aveva sempre la riserva mentale sulle decisioni finali

di Cesare Piccitto

Oggi sarebbe malato, mentre credo sia vivo e vegeto, tanto da poter allungare i suoi tentacoli sulle cose siciliane. Un malato potrebbe dirigere gli appalti, come proverebbero le sue lettere, e contemporaneamente restare tanto nascosto da essere diventato invisibile a tutti?". Volendo prender per buona l’ipotesi di un Provenzano ormai alla fine della sua carriera criminale, per la stanchezza di tanti anni di latitanza e per uno stato di salute precario, chi della ramificata “Cosa Nostra” potrebbe succedergli un giorno o l’altro? Bernardo Provenzano oggi ha 72 anni, 40 dei quali trascorsi in latitanza. Il tempo, sicuramente, lavora contro l’ultimo capo di Cosa nostra nato a Corleone. Con lui tramonta una dinastia mafiosa, ma i quarantenni già scalpitano. Sono quattro i possibili successori da tenere d’occhio perché hanno la biografia giusta per continuare la tragica serie.


Matteo Messina Denaro Nato il 26/04/1962 a Castelvetrano (TP). Ricercato: Dal 1993, per associazione di tipo mafioso, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materiale esplodente, furto e altro; nel 1994 sono state diramate le ricerche in campo internazionale, per arresto ai fini estradizionali.

Matteo è uno che ci sa fare con le donne. Ama le auto veloci, gli orologi Rolex e foulard. Matteo però non ama le foto, e questo è bene saperlo. L’ultima risale a una ventina d’anni fa: mostra un giovane con il volto affilato, gli occhiali a goccia, l’aria tenebrosa. Suo padre Francesco, alleato dei corleonesi, ha riorganizzato e dominato le mafia di Trapani. In vecchiaia, anche lui fu costretto alla latitanza. Ma quando morì, nel 1998 a 78 anni, la polizia ritrovò il suo cadavere, vestito di tutto punto, composto e disteso sulla nuda terra, in quelle campagne dove era voluto tornare da morto. Già allora, Matteo ricercato da cinque anni, era un cavallo di razza: stirpe illustre, buoni insegnamenti, si è sempre distinto per ferocia e spietatezza, sintesi fra tradizione e modernità. Perché sotto l’aspetto da gentleman, nasconde una tempra d’acciaio. Ha 43 anni, ma da tempo è indicato come il futuro di Cosa Nostra.


Sandro Lo Piccolo Nato a Palermo il 16/02/1975 Ricercato: Dal 1998 per omicidio e altro e dal 2001 per associazione mafiosa, estorsione; deve scontare un ergastolo; dal 2000 sono state diramate le ricerche in campo internazionale, per arresto ai fini estradizionali.
Sandro Lo Piccolo, trentenne, nato e cresciuto a Palermo, borgata di San Lorenzo cuore palpitante di Cosa Nostra. E’ il figlio scapestrato e viziato di Salvatore, accanito fumatore (tanto che il suo quartiere generale era in una tabaccheria di Sferracavallo) e fama di dongiovanni. Per esser uno di trent’anni ha già il suo buon curriculum: una condanna all’ergastolo per due omicidi e sei anni di latitanza. Ma alla latitanza è avvezzo fin da bambino, avendo un padre ricercato da venticinque anni. Dal padre ha ereditato la facilità a innamorarsi: avventure galanti, discoteche e locali. Ma per non sfigurare, deve vestir bene. Perfino a Palermo, però non è semplice per un ricercato andare a fare shopping per le vie del centro. Così Lo Piccolo incaricava un suo soldato. Tonino Lo Brano partiva dallo Zen, il quartiere popolare alla periferia della città, diretto verso il centro: in tasca aveva migliaia di euro, entrava nei migliori negozi e comprava giacche, pantaloni, camicie. Fin quando qualche poliziotto che lo teneva d’occhio, si accorse che il giovanotto non provava i capi, anzi chiedeva taglie diverse dalla sua.

Giuseppe Falsone Nato il 28/08/1970 a Campobello di Licata (AG) Ricercato: Dal 1999 per associazione mafiosa, omicidio e traffico internazionale di sostanze stupefacenti.
Quando era un ragazzo e viveva ancora a Campobello di Licata, paese di vigne e serre in provincia di Agrigento, Giuseppe Falsone montava sul suo cavallo purosangue e attraversava strade e piazze. Si fermava davanti al suo bar preferito, legava la cavezza a un palo ed entrava per un caffè, come un pistolero da film western. Quel cavallo, tra le auto e i motorini smarmittati, era un segno di potenza: Giuseppe infatti era il figlio di Vincenzo, da sempre il boss di Campobello. A quei tempi, Giuseppe Falsone viveva come un principe: riverito con un’aria da bel moschettiere che faceva impazzire le ragazze. Nel 1991, quando gli stiddari uccisero suo padre Vincenzo e suo fratello angelo, Giuseppe si ritrovò a rimettere insieme le fila della sua cosca. Aveva appena 21 anni, ma già una condanna per traffico di droga e omicidio. Si è fatto le ossa in fretta, ed è subito diventato importante. Da sei anni è ricercato. Uno come lui, che viene da una famiglia di tradizione mafiose, aspira naturalmente a essere il capo di Cosa Nostra in provincia di Agrigento. Dalla sua può vantare un buon rapporto con Bernardo Provenzano e per questo ha tentato di “invalidare” l’elezione del suo alleato-avversario Maurizio Di Gati di Racalmuto. Falsone resta alla macchia, usando amici e parenti per organizzare i suoi affari. Come molti giovani boss, ha capito che le donne possono esser valide alleate. E di più di una volta ha mandato sua sorella Maria Carmela, con la borsetta piena di messaggi scritti (i pizzini che Provenzano usa per comunicare) a contattare gente e a dare ordini, fin quando la ragazza non è stata arrestata.

Maurizio Di Gati Nato il 7/10/1966 a Racalmuto (AG) Ricercato: Dal 1999 per omicidio e associazione mafiosa, truffa e altro; dal 2000 sono state diramate le ricerche in campo internazionale, per arresto ai fini estraddizionali
Aveva cominciato poco più che bambino come apprendista nel salone da barba nella piazza di Racalmuto. La sera, come tanti altri ragazzi del suo paese, frequentava i bar del corso. Racalmuto, a venti chilometri da Agrigento, era a quei tempi un paese di mafia tranquillo: un vecchio capo bastone teneva a bada, senza troppo fatica, un pugno di uomini d’onore quasi in disarmo. Da tempo Racalmuto non era più nelle cronache nere, semmai compariva nelle pagine culturali per esser il paese dello scrittore Leonardo Sciascia. Clamorosamente, un giorno del 1991 venne freddato il vecchio boss che girava disarmato e solo, sicuro di sé. Nel silenzio erano cresciuti i picciotti della Stidda, una fazione dissidente di Cosa Nostra che voleva imporsi a colpi di pistola. Da quel momento nulla fu più come prima. E nel mese di luglio del 1991, cambiò anche la vita dell’apprendista barbiere. Una sera d’estate, con la gente in piazza, i killer della Stidda arrivarono in auto: balzarono giù, le pistole in mano e fecero carneficina. A terra restarono quattro persone. Tra i morti: Diego Di Gati, 36 anni, fratello maggiore di Maurizio. Dopo la mattanza diventò un uomo d’onore per vendicare il fratello. Aveva 25 anni: Il barbiere diventò un boss. Cosa Nostra sconfisse i nemici. E i giovani che si erano fatti valere in quel conflitto fecero carriera. Maurizio Di Gati, latitante dal 1999 diventerà presto una stella nel firmamento delle cosche. Gli investigatori lo hanno capito la sera del 14 luglio 2002, dopo aver fatto irruzione in una masseria di Santa Margherita Belice. Trovano e arrestano quindici persone, compreso un medico analista, consigliere provinciale di Forza Italia: era un summit di mafia per decidere il nuovo capo di Cosa Nostra della provincia di Agrigento. La scelta, a quanto pare, è caduta su Di Gati, che prudentemente si è tenuto alla larga dalla masseria.
Buscetta, nella stessa intervista a Lodato, è molto scettico sulla fine del fenomeno mafioso. Ritiene anzi che “la mafia ha vinto”, riuscendo a ricostruirsi al suo interno ed ad accumulare nuove ricchezze, nonostante la valida attività di contrasto delle forze dell’ordine. Non nasconde il timore che è ben lontana la fine di Cosa Nostra, tanto da non riuscire a prevederne o ipotizzarne nemmeno la possibilità:"La mafia futura sarà la mafia degli eredi. Le persone che non si sono pentite, e sono tante, hanno lasciato in eredità soldi e principi. Ma non vi dice le dice nulla il silenzio di gente stracarica di ergastoli che continua a rispondere no ai tentativi dei giudici di svelare almeno alcuni dei loro segreti? Non volersi pentire, oggi, nel 2000, è una dimostrazione palese: è il segnale per chi sta fuori. Significa: continuate. Resistete ma continuate. Se tu, Tano Badalamenti, non ti penti, dopo essere stato condannato in America - non in Italia, che fa sempre qualche differenza - a quarantacinque anni di carcere, la spiegazione non può essere solo l’orgoglio del vecchio padrino. Una volta si poteva capire: l’unico pentito mafioso ero io. Ma oggi non è più così. In un modo o nell’altro, il mio esempio è stato seguito. Nonostante tutto, credo di poter capire perché Badalamenti non si pente: Ha due figli liberi e ricchi. Forse si rende conto che il suo silenzio può servire ad ammorbidire le cose".