3 luglio 2005

Iraq: Macabra contabilità



(Nicola Calipari: 282esimo caduto in un check point USA)

Basterebbero i soli numeri per capire le reali difficoltà in cui versa un territorio in guerra come l’Iraq. Dove la pace non è ancora purtroppo arrivata.

Dall'invasione del marzo 2003 fino alla fine di aprile 2005 i check point Usa in Iraq hanno ucciso 311 civili e ne hanno feriti 674. Il dato è in continua crescita tant'è vero che i primi quattro mesi dell'anno in corso hanno fatto registrare un aumento del 22,7 per cento rispetto ai dati del 2004, quando c'era stata una vittima ogni due giorni.

Le statistiche sulla strage dei check point sono state riportate nel numero zero della Rivista di intelligence, edita dal Centro studi strategie internazionali e diretta dal giornalista de l'Unità Gianni Cipriani. «Nicola Calipari - ha spiegato una conferenza stampa Cipriani - è stato il 282mo civile ucciso in queste circostanze>>.

Nei 56 giorni successivi ci sono stati altri 29 morti ai posti di blocco americani in Iraq, segno che non ci sono state rivisitazioni critiche delle modalità con cui questi strumenti vengono organizzati». Il numero zero della rivista è integralmente dedicato all'uccisione di Calipari, c'è anche il testo integrale delle contrapposte relazioni Usa e italiana sulla sparatoria.

Secondo la rivista ai check point Usa, da fonti militari, la regola non scritta è sparare senza preavviso. E' stato in molti casi aperto il fuoco contro macchine che si erano fermate o che si allontanavano; si è sparato contro auto al cui interno c'erano donne e bambini; in molti casi non è stata portata assistenza ai feriti.

Iraq: Con le parole di un militare italiano


(Iraq marzo 2003)

di Cesare Piccitto

«Ho visto cose che avrei preferito non vedere e fatto cose che avrei preferito non fare». Comincia così il racconto di Ezio Di Nicolò. Parole che sembrano, non valere nulla o rievocare una scena cult del cinema americano. Diventano pesanti come macigni quando si riferiscono ad una missione militare: 138 giorni in Iraq. Ezio ha ventitre anni, ne dimostra meno, sguardo veloce stretta di mano decisa e tanto da raccontare.

E’ appena tornato dalla missione “Antica Babilonia”, iniziata pochi giorni dopo la fine della guerra contro l’ex regime iracheno. Cinque mesi vissuti intensamente, cinque mesi che hanno convinto Di Nicolò a rinunciare definitivamente alla carriera militare che aveva scelto come suo futuro professionale.

«Dopo un anno e mezzo di servizio a Palmanova, in provincia di Udine, - dice - sono partito volontario per l’Iraq, era il 20 giugno dell’anno scorso. Prima destinazione Nassiriya, base operativa di White Horse. A Nassiriya ci sono rimasto fino al 7 novembre, il mio compito era quello di guidare i blindo pesanti». Ezio non aveva idea del modo in cui si vive una guerra, non è mai stato in guerra, non aveva idea che a Nassiriya si combatte, ci si spara, che la pace non è mai arrivata. Ezio aveva voglia di fare nuove esperienze, lontano dall’Italia e magari di guadagnare qualcosa in più del magro stipendio di soldato semplice. «Uno che come me sceglie, per il suo futuro, la carriera militare accetta anche questo tipo di missioni. Diventa naturale: è come dire ad un carabiniere che non può svolgere servizio per le strade. Allo stesso modo, nella vita militare non puoi evitare di andare in missione all’estero. Quindi, andare in Iraq non mi faceva paura, almeno prima di partire». Dal primo giorno in Iraq Ezio guida i mezzi militari. Quando non esce in pattuglia o in servizio si occupa della manutenzione. A lui e alla sua brigata è affidato il controllo del territorio, ma anche il servizio di scorta ai convogli umanitari e militari che passano dalla zona di loro competenza.

Non tutto è routine, però. Spesso la giornata può esser radicalmente sconvolta: «All’inizio di agosto dello scorso anno alcuni miliziani di Najaf stavano per arrivare a Nassiriya. Volevano creare disordini, ci dissero. Era periodo di elezioni e noi avevamo il compito di evitare che ci riuscissero. Dovete sapere che Nassiriya è divisa, tra nord e sud, dal fiume Eufrate, e le due sponde sono collegate, fra loro, da tre ponti. I miliziani riuscirono ad occuparli tutti e tre. Nessuno poteva attraversare il fiume, né da una parte né dall’altra. Ad un certo punto c’è stato uno scontro a fuoco molto lungo e duro: dovevamo riuscire a liberare i tre ponti. Dalla nove di sera siamo riusciti a rientrare alla base solo alle sette del giorno dopo. Abbiamo, comunque, liberato i ponti e riportando danni solo ai mezzi». Quello per Ezio è stato uno dei primi contatti con la guerra, quella vera. Da quel giorno ha cominciato a convivere con la paura, presente ogni volta si trovava fuori dalla base. L’espressione del suo viso è contratta; smette di torturare una penna e comincia a rilassarsi solo quando mi racconta: «Ricordo con emozione quando andammo in una scuola.

Ero di scorta a un convoglio umanitario, dovevamo portare materiale di cancelleria ai bambini. Quel giorno mi diedero la possibilità di consegnare ad una bambina una borsa piena di quaderni e penne. Mi sono molto emozionato quando ho visto il volto della bambina letteralmente illuminarsi di gioia quando gli consegnai la borsa. Teneva e guardava quella borsa come una tra le cose più preziose esistenti al mondo». Parla di un buono rapporto con i civili. Gli iracheni avevano bisogno di tutto, mi dice, anche delle cose che a noi possono sembrare normali. Lui e i suoi compagni cercavano di aiutarli come e quando potevano. Ezio adesso si lascia andare nei ricordi: è come un fiume in piena.

Proviamo a capire se, nonostante tutto, Ezio tornerebbe in Iraq, ad aiutare i civili, così come aveva immaginato prima di partire la prima volta. Ma lui è categorico, non ha il minimo dubbio. «Un’altra volta lì, mai. È un ambiente in cui non è possibile aiutare i civili così come si vorrebbe. Ci si spara addosso, ma quali aiuti umanitari, sparano e spari. Non si può fare nient’altro, solo combattere, uccidere per non essere uccisi. È una guerra».