10 luglio 2005

Mafia e politica


Le accuse vanno dall' associazione mafiosa agli omicidi, alle estorsioni, al riciclaggio e alla turbata libertà degli incanti. In manette boss di primo piano e picciotti, ma sono coinvolti anche politici, dirigenti e tecnici delle amministrazioni locali

di Fabio Albanese


CATANIA - Il restauro dell'aula consiliare era cosa fatta da sei mesi quando il bando per l'appalto fu ufficialmente pubblicato. E dunque tutto era falso, dall'aggiudicazione alla commessa ai certificati di avanzamento lavori. Lo hanno scoperto i carabinieri del Ros che ieri mattina, per questo e per decine di altri episodi che mettono ancora una volta in luce lo stretto legame tra mafia, politica e affari, hanno fatto scattare in mezza Sicilia un' operazione con 83 ordinanze di custodia cautelare. Le accuse vanno dall' associazione mafiosa agli omicidi, alle estorsioni, al riciclaggio e alla turbata libertà degli incanti. In manette boss di primo piano e picciotti, ma sono coinvolti anche politici, dirigenti e tecnici delle amministrazioni locali.

Agli arresti domiciliari è finito un consigliere provinciale di Catania, Salvino Fagone, esponente di Forza Italia e già, sindaco di Palagonia, mentre un deputato regionale di Alleanza Nazionale, Gino loppolo, è indagato per voto di scambio per episodi legati alla sua elezione all'Ars, nel 2001, «anche se - hanno spiegato ieri gli investigatori - le sue aspettative non hanno trovato riscontro elettorale». «Non ho mai fatto quello che mie viene contestato», ha replicato loppolo. Fagone, invece, avrebbe avuto «rapporti organici con esponenti della criminalità organizzata di Catania e Caltagirone».

Tra gli arrestati ci sono anche un funzionario e un consulente esterno del comune diCatania, Salvatore lo Giudice e Rosario Pulvirenti, proprio per la vicenda dell'appalto «ritardato» per l'aula consiliare di Palazzo degli Elefanti, una trattativa privata da 44 mila euro. Da qui è partito il troncone d'inchiesta dedicato ai piccoli appalti, quelli che non sono sottoposti a particolari controlli. Si è scoperto che potevano essere «liberi»o «inter nos», come è emerso dalle intercettazioni. I primi erano regolarmente pubblicati, gli altri invece erano cosa per pochi intimi, seguivano strade per nulla legali e finivano probabilmente ad un cartello di aziende.

Una delle ditte che vinceva regolarmente questi piccoli appalti, compreso quello per l'aula consiliare, era la Imseco, ufficialmente di proprietà di Orazio Grimaldi, tra gli arrestati, che «era socio di fatto di Giuseppe "Enzo" Mangion,esponente di spicco del clan Santapaola», come hanno spiegato gli investigatori. Altri funzionari pubblici sarebbero indagati.L'inchiesta del Ros, coordinata dalla procura antimafia di Catania, ha permesso di disegnare l'attuale struttura di Cosa nostra nella Sicilia orientale con le «famiglie» della provincia di Catania, Messina, Caltanissetta e Enna, ha ricostruito decine di episodi di sangue e fermato progetti di morte che stavano per essere organizzati.«Abbiamo azzerato la leadership dei gruppi mafiosi a Catania e nelle province vicine - ha detto il comandante del Ros, il generale Giancarlo Ganzer - abbiamo accertato forti legami con la mafia di Palermo e con la linea vincente di Provenzano, quella che raccomanda di agire sotto traccia».

Nella rete del blitz è caduto il presunto boss di Caltagirone Francesco La Rocca. Dalle intercettazioni emergono suoi contatti con Rima e Bagarella e con il superlatitante Provenzano. In una conversazione intercettata, La Rocca parla della strage di Capaci: «A Falcone lo poteva fottere quando voleva per fare succedere cose brutte - dice, sprezzante - Era un cornuto che se lo meritava». Tra gli arrestati c'è anche Sebastiano Rampulla, fratello di quel Pietro che procurò l'esplosivo per la strage di Capaci e al quale l'ordinanza è stata notificata in carcere.Nel capitolo estorsioni è stato accertato che molti degli imprenditori e dei commercianti che, anche testimoniando ai processi, avevano finora negato il pagamento del pizzo, in realtà pagavano e anche cifre sostanziose. Uno, in particolare,versava 180 mila euro l'anno per avere protezione per i suoi tanti negozi sparsi per laSicilia: un versamento ad un unico gruppo mafioso il quale a sua volta garantiva anche per quelli delle altre zone.