28 ottobre 2005

"Oil for food", duemila imprese coinvolte nella giostra delle tangenti

Il petrolio non puzza e per comprarlo si può infrangere la legge. Questo devono aver pensato i dirigenti delle 2mila compagnie che tra 1996 e 2001 hanno versato un miliardo e 800mila dollari di tangenti nelle casse di Saddam

di Martino Mazzonis

Il rapporto conclusivo dell'indagine indipendente dell'Onu su Oil-for-food prodotto dalla commissione presieduta dall'ex presidente della Federal reserve, Paul Volcker, è stato reso pubblico ieri. Non c'è niente di particolarmente nuovo o clamoroso, le voci giravano da tempo e una serie di notizie erano state diffuse nelle precedenti fasi dell'inchiesta. Stavolta non sono più voci o notizie parziali ma nomi, cognomi e documenti.

Tra le compagnie coinvolte ci sono Daimler-Chrysler AG e Siemens, il britannico Weir Group, la svedese Volvo, la banca francese Bnp-Paribas, l'Australian wheat board e poi anche imprese vietnamite e di altri Paesi produttori di riso. Tra i "cattivi" non ci sono solo le imprese, ma una serie di politici e operatori umanitari. Tra questi l'ex ministro degli Interni francese Charles Pasqua, il presidente della regione Lombardia, Roberto Formigoni, il leader di Respect George Galloway e padre Benjamin, famoso in Italia per le apparizioni televisive.

La commissione rileva come il raìs di Baghdad avesse il potere di decidere a chi vendere il petrolio e da chi comprare i beni di conforto con i soldi guadagnati. Essere scelti dal regime Baathista costava parecchio: il totale delle operazioni di "Petrolio in cambio di cibo" è di 64 miliardi di dollari, le tangenti e il petrolio pagato sovraprezzo ammonta a quasi il 3 per cento del totale. Le compagnie coinvolte provengono da 66 Paesi, i più coinvolti sono Russia, Cina e Francia. Saddam non sceglieva solo in funzione della liquidità della compagnia che proponeva affari, dietro alle concessioni c'era anche la politica estera, anche se nello scandalo non mancano britannici e americani. Il rapporto di cinquecento pagine - più mille di appendice - individua diversi tipi di illecito; per il petrolio si potevano pagare cifre eccessive per il trasporto oppure lo si poteva esportare illegalmente, superando le quote stabilite dall'Onu - questo è un capitolo a parte che ha fruttato 11 miliardi a Baghdad.

Ma non c'è solo il petrolio, anzi, se dalle «sovrattasse» sul greggio Baghdad ha ricavato 229 milioni di dollari, le tangenti pagate sotto forma di «tariffe per il trasporto e assistenza sul posto» relative agli aiuti e al cibo ammontano a 1, 55 miliardi.

Il rapporto si occupa a fondo di ventitré gruppi coinvolti nello scandalo dividendoli in quattro categorie: le compagnie irachene, i fornitori di prodotti alimentari - che hanno guadagnato più di tutti con Oil-for-food -, compagnie di intermediazione che vendevano all'Iraq beni acquistati da altri, «grandi gruppi industriali che pagavano tangenti o le facevano pagare da altri nonostante avessero gli strumenti per evitare di pagarle». Il campione analizzato è più che rappresentativo, pesa 7, 86 miliardi di dollari, più di un decimo del totale di Oil-for-food e ha pagato tangenti per 500 milioni. Ciascuna impresa o persona coinvolta in questa vicenda è stata contattata ed ha avuto modo di rispondere. Il governatore ciellino non ha collaborato un granché, rispondendo alle sollecitazioni di Volcker con un fax - la cui copia fotostatica è a pagina 229 - nel quale si citano le accuse rivoltegli e si risponde: «Vi informo che non ho mai ricevuto fondi relativi al petrolio iracheno. Dunque, chiunque sostenga una cosa diversa dice qualcosa di assolutamente falso». Del caso Formigoni si sono occupati, anticipando le conclusioni del rapporto, Il Sole-240re e il Financial Times che ieri pubblicavano un'inchiesta che anticipava le conclusioni e le accuse rivolte al governatore - e a diversi personaggi del suo entourage.

A pagina 89 del rapporto si legge: «Dai documenti dei funzionari iracheni e del ministero del petrolio risulta che il governo iracheno ha garantito un totale di oltre 27 milioni di barili al nome di Roberto Formigoni». Il rapporto prosegue: «Queste assegnazioni non sono state trattate dal Formigoni, ma da Marco Mazarino de Petro, amico di Formigoni da trent'anni, che lavorava come consulente alle dipendenze del presidente». Formigoni, che non viene accusato di avere preso soldi, presentò de Petro all'allora ministro degli Esteri iracheno Tarek Aziz e incontrò, pochi mesi dopo l'avvio di Oil-for-food, il ministro del petrolio Amir Rashid. Il nome del presidente lombardo è stato di certo usato molte volte per ottenere contratti, almeno in un caso senza il suo coinvolgimento (un fax a suo nome non scritto da lui). L'amico de Petro ha però ricordato che, una volta, Formigoni scrisse ad Aziz per segnalargli la Cogep, impresa italiana che commercializzava il petrolio iracheno.

Fondamentale per capire l'ampiezza della vicenda e quanto sia pesante in termini di conflitti di interessi, sovrapposizione dei ruoli, mancanza di controllo, è il caso della Bnp francese. La banca gestiva i fondi per conto delle Nazioni Unite e, parallelamente, forniva credito alle imprese che lavoravano con l'Iraq (e che pagavano tangenti). A prescindere da quanto sapessero alla Bnp - non ci sono prove di un coinvolgimento, il caso è grave perché l'istituto ha chiuso gli occhi di fronte a movimenti che avrebbe potuto individuare come sospetti - «ne aveva la possibilità» si legge nel rapporto. Nel complesso non una bella prova, per le imprese, i governi, le Nazioni Unite.

RITA E’ ROCK! Borsellino: sì, mi candido

Telefonate, sms, lettere ai giornali. E da ieri anche un centinaio di comitati spontanei al lavoro in tutta l'isola per raccogliere firme di sostegno. «Di fronte a tutto questo non posso tirarmi indietro», dice Rita Borsellino. E a sorpresa annuncia: «Mi candiderò alle primarie dell'Unione in Sicilia»

di Patriza Abbate
da ilmanifesto.it

La sorella del magistrato ucciso dalla mafia non si è lasciata scoraggiare dal silenzio di Ds e Margherita. Né si è irrigidita sulla condizione che lei stessa aveva posto, di fronte alla proposta dei «cespugli» siciliani: avrebbe voluto essere la «candidata di tutti», di tutto il centrosinistra, anche se il suo nome era uscito da una riunione di Rifondazione, Pdci, Verdi, Sdi, Primavera siciliana e Italia dei valori.

Da ieri si ritrova attorno un movimento che cresce e va oltre questi stessi partiti, «una mobilitazione che non mi aspettavo, e che mi induce ad assumere questa responsabilità», asserisce pacata. E cerca di arginare le chiamate di tanti sostenitori che hanno in mente persino di rispolverare i lenzuoli della «primavera» che seguì la terribile estate delle stragi. Sono di nuovo in prima linea, pensano che nessuno più di lei, impegnata da anni sul fronte della legalità anche come vicepresidente di Libera, incarni l'alternativa vera all'uscente Totò Cuffaro, sotto processo e plurindagato per mafia.

«Su questa candidatura che non parla politichese sta cominciando a raccogliersi e organizzarsi la gente normale, che poi è la sfera del popolo delle primarie», dice il deputato regionale Giovanni Ferro di Primavera Siciliana, tra i gruppi che hanno lavorato più intensamente all'ipotesi Borsellino per Palazzo D'Orleans. E che ieri naturalmente era più che soddisfatto. «Questo movimento spontaneo ha una valenza straordinaria - sottolinea - soprattutto di fronte ai tempi lenti e ai tatticismi dei Ds e della Margherita». E di fronte alle prime proposte dei due partiti, che avevano provato prima con Sergio D'Antoni e poi con Pippo Baudo, lasciando di stucco buona parte del popolo di sinistra siciliano.

Ora la candidatura Borsellino li spiazza, e i due partiti lesinano commenti. Elogi alla Borsellino sono arrivati da Vannino Chiti, coordinatore della segreteria Ds, ma «a titolo personale». E l'ex ministro Enzo Bianco è intervenuto per dire che «Rita è una donna straordinaria», ma che «i tempi e i modi del suo impegno andranno valutati anche in sede politica». Bianco ha anche ventilato che «possa far parte della squadra»; un modo per tentare di riparare in extremis al silenzio di questi giorni, ma lui stesso deve ammettere che a questo punto «le primarie sono ineludibili».

E si annunciano più infuocate che mai: chi mandare in campo contro un simbolo così forte? E contro una donna che certo potrebbe raccogliere consensi anche in quell'area di «destra perbene» alla quale apparteneva il fratello Paolo, magistrato integerrimo? L'ipotesi privilegiata a questo punto sarebbe quella di Anna Finocchiaro, donna anche lei e magistrato (ex), con quel di più di esperienza politica che a Rita Borsellino mancherebbe. Ma c'è chi vede proprio in questo la sua forza.

24 ottobre 2005

Allarme Pollino, tagliano i boschi

Scempi ambientali a norma di legge nel cuore di un parco nazionale, regolamenti regionali fatti ad hoc per saltare i controlli, Comuni che lucrano, un impianto a biomasse di dimensioni spropositate e l'ombra dell'Enel su tutto

di Lorenzo Misuraca
da liberazione.it

«Oltre Kyoto, il Pollino: la nostra Amazzonia». La definizione di Antonio Bavusi, del Comitato Lucano Controllo Scelte Energetiche, sembra la più appropriata per riassumere il rischio ambientale e lo sprezzo delle regole che accompagnano il taglio di migliaia di alberi, tra cui faggi secolari ad alto fusto, avviato nel cuore del Parco Nazionale del Pollino, che si estende tra Basilicata e Calabria. Contro questa devastazione sono scesi in campo Italia Nostra, Wwf, Lipu e associazioni locali come gli Amici della Terra, l'Accademia Kronos Basilicata e l'Associazione Falco Naumanni. «Nel Comune di Viggianello, in Basilicata, sono già iniziate le operazioni - dice Bavusi - In quell'area sono previsti 30 lotti per un numero complessivo di 1.100 faggi tagliati.

Solo per il primo lotto, l'amministrazione locale ha intascato 103.000 euro». Altri 3.500 alberi verranno abbattuti nei territori di Terranova, Francavilla sul Sinni e Castrovillari. «Stiamo parlando di migliaia di alberi tagliati nella zona 1, l'area del parco a Riserva integrale, che dovrebbe essere protetta nella sua totalità - ci spiega Maria Teresa Liguori, presidente di Italia Nostra Calabria - Nel Comune di Castrovillari, ad esempio, sono a rischio zone a protezione speciale e siti d'interesse comunitario come il Bosco della Fagosa, ricco di "faggi serpenti", una rara varietà di faggi dal tronco contorto».

Non deve essere stato facile trovare un escamotage per calpestare le indicazioni comunitarie, la legge di istituzione dei parchi nazionali del '91, e il Dpr del '97 che prevede il parere preventivo dell'Ente Parco e del Centro Territoriale del Corpo Forestale Statale (Cfs) per «la valutazione di incidenza di piani o di interventi che interessano siti di importanza comunitaria». La giunta regionale di centrosinistra, guidata da Vito De Filippo della Margherita, c'è riuscita tramite un "trucchetto" inserito nel regolamento regionale: «Con una delibera sugli indirizzi applicativi in materia di Valutazione d'Incidenza viene stabilito che la valutazione è obbligatoria solo nel caso in cui i disboscamenti in aree Sic nelle zone protette siano finalizzati alla conversione di altri usi del suolo - spiega Bavusi - In altre parole, se non si cambia la destinazione d'uso del bosco si può disboscare senza il parere preventivo del Cfs e dell'Ente Parco». Dove si taglia e dove no adesso lo decide esclusivamente l'Ufficio foreste e tutela del territorio della Regione Basilicata.

D'altra parte il presidente dell'Ente Parco, Francesco Fino (commercialista in quota An), sembra aver avuto una reazione piuttosto tiepida di fronte al disboscamento del Pollino, tanto da spingere i consiglieri dell'Ente Parco Luigi Viola (sindaco del Comune di Chiaromonte) e Francesco Fiore (sindaco del Comune di San Severino Lucano) a chiederne le dimissioni.
Ma dove vanno a finire le migliaia di alberi tagliati e caricati sui camion? Maria Teresa Liguori un'idea se l'è fatta: «Il sospetto di noi ambientalisti è che finiscano nella vicina centrale a biomasse del Mercure. Se fosse vero - accusa Liguori - saremmo al paradosso di distruggere un patrimonio naturale inestimabile per produrre energia pulita con fonti non rinnovabili». Anche la valle del Mercure fa parte del Parco del Pollino. E anche la presenza della centrale a biomasse dentro un'area protetta a suo tempo fu approvata dall'Ente Parco. L'Enel, proprietaria della centrale recentemente riconvertita, respinge al mittente ogni accusa: «Enel rifiuterà alberi tagliati in maniera illecita per il funzionamento della centrale del Mercure; nei contratti sottoscritti con le ditte fornitrici è specificato che la consegna verrà effettuata ai sensi del contratto, la ditta fornitrice fornirà idonea documentazione relativa alla provenienza del prodotto». Ma l'Enel gioca con le parole: «la provenienza del legno bruciato nella centrale del Mercure sarebbe certificata solo dall'Ufficio regionale che delibera sui tagli degli alberi e dall'Enel stessa. Se il controllore e il controllato coincidono che garanzie abbiamo della correttezza del procedimento?» si chiede Antonio Bavusi.

«E poi c'è un'altra questione: la centrale del Mercure ha una potenza di 40 megawatt, capace di assorbire 400 tonnellate annue di cippato vergine, mentre per la necessità di Calabria e Basilicata basterebbe una potenza di 4 o 5 megawatt. Perché avviare un impianto così sproporzionato? E dove troveranno tutta la legna necessaria?».

Alla seconda domanda risponde in maniera tanto implicita quanto involontaria il comunicato di autodifesa dell'Enel: «Saranno queste due Regioni (Calabria e Basilicata), infatti, i maggiori fornitori di biomassa per la Centrale del Mercure. Solo eventuali integrazioni saranno reperite altrove». Secondo gli ambientalisti locali, viste le dimensioni dell'impianto, sembra improbabile che gli alberi tagliati nelle aree protette non finiscano ad alimentare la centrale. Il perché di un impianto di dimensioni eccessive è da ricercare altrove: «L'Enel potrebbe avere l'interesse ad ottenere un surplus di certificati verdi tramite l'energia pulita del Mercure, per poter inquinare maggiormente con altre centrali» spiega Bavusi.

Intanto, l'Enel ha annunciato a fine settembre di voler abbandonare l'impianto del Mercure per i troppi «rallentamenti burocratici e amministrativi». Gli ambientalisti de "Il Riccio" di Castrovillari e "del Cos. A" del Pollino accusano l'Enel di sventolare la minaccia occupazionale per allentare i controlli.

Anche la sinistra locale si sta muovendo. Dopo gli appelli pubblici di Rifondazione e dei Verdi, i Ds hanno chiesto un tavolo negoziale per ridiscutere la posizione dell'Enel nel Mercure. «Ma i faggi abbattuti nel Pollino sono solo una parte del problema - afferma Pino Paolillo, del Wwf Calabria - Recentemente il Cfs ha scoperto il taglio e l'asportazione clandestina di almeno 40.000 pini in due anni all'interno del parco dell'Aspromonte, senza che nessuno si accorgesse di nulla».

Dalle diverse segnalazioni ricevute, pare che anche nel parco della Sila e in quello delle Serre le motoseghe abusive abbondino. E anche qui si parla di una vicina centrale a biomasse, nel crotonese. «L'allarme, per cui abbiamo lanciato una petizione (su www. italianostra. org) viene dalla complicità delle istituzioni locali - accusa Maria Teresa Liguori - Non solo tagliano il personale del corpo forestale, ma vorrebbero riperimetrare il Parco del Pollino, riducendolo di 9.560 ettari».

23 ottobre 2005

Addiopizzo, il nuovo sito e i punti raccolta firme

Al via il nuovo sito del Comitato Addiopizzo (www.addiopizzo.org), rinnovato nella grafica, nella struttura di navigazione e nei contenuti

Pubblicate le foto più recenti e i nuovi punti raccolta firme per la campagna Controilpizzocambiaiconsumi, dove sono disponibili i moduli-firma e i depliant illustrativi della campagna, giunta a 5mila sottoscrittori a Palermo e provincia.

Gli studenti universitari, che troveranno il modulo nei documenti d’iscrizione al prossimo anno, potranno consegnare la propria adesione alla campagna presso le segreterie centrali (viale delle Scienze edificio 3) allo sportello della propria facoltà.

Questi i punti raccolta: Adiconsum via Tommaso Gargallo 4, Aduc Funzione Sociale via Notarbartolo 5, Arci via Carlo Rao 16, Auser Palermo via Roma 72/a, Auser Sicilia via Cavour 106, Libera via Malaspina 27, “Palermo in bicicletta” via Principe di Villafranca 54, Associazione ''Il Quartiere” a Monreale in via Baronio Manfredi 59, la LIPU RNO a Isola delle Femmine in via Amerigo Vespucci 74, il Gruppo 23 Maggio a Capaci in via Sommariva 18.

La società cooperativa sociale onlus Solidaria, in via Marco Polo 52, è anche il punto di riferimento per gli commercianti che vorranno aderire alla campagna contro l’estorsione.L’iniziativa, partita a giugno, sta definendo una lista significativa di imprenditori che si oppongono al racket.