12 novembre 2005

"La mafia è bianca". Totò, Giuffrè e la malasanità

Stefano Maria Bianchi e Alberto Nerazzini presentano il loro dvd/libro “La Mafia è bianca”

di Carmen Ruggeri
da Girodivite/aprileonline

Ambra Jovinelli, 10 in punto. La sala al primo piano, dove Stefano Maria Bianchi e Alberto Nerazzini presentano il loro dvd/libro “La Mafia è bianca”, è semi vuota. In fondo, puntualissimo, circondato dai microfoni c’è già un Michele Santoro (da Strasburgo, sola andata) che più giornalista non si può. “Dal 14 - spiega alle telecamere - sarò in Rai a disposizione dell’azienda che spero mi utilizzi per la mia capacità e per la mia disponibilità. Ho apprezzato molto quello che hanno detto il presidente Petruccioli e il direttore generale Meocci”.

E giù con la metafora dell’asilo: “Ci andrò - continua - con il panierino, la mela e il panino con la nutella, come un bambino all’asilo, vedremo cosa succede. Il mio - conclude - non è più un asilo politico è un asilo accogliente, se poi si dimostrerà non accogliente, se dovrò tornare a ’crescere’ , a diventare cinico come la mia età e la mia vita mi hanno portato ad essere, questa volta andrò fino in fondo, ne vedrete delle belle”.

Poi, le luci si spengono. I riflettori abbandonano Santoro e il servizio pubblico per far spazio ad altro. Sullo schermo Stefano Maria Bianchi, Alberto Nerazzini (ex giornalisti e inviati di Sciuscià) e il loro film inchiesta “La mafia è bianca” (Bursenza filtro, 2005, euro 19,50) . 118 minuti di reportage, intercettazioni telefoniche e ambientali, dichiarazioni di pentiti e interviste scomode. Un dvd, un libro, una ricostruzione minuziosa, coraggiosa e dinamica, come non si vedeva da tempo, delle inchieste che la procura di Palermo sta conducendo sui rapporti tra mafia e politica. Tutto inizia il 15 gennaio 1993.

Quando Giancarlo Caselli arriva alla procura che fu di Falcone e Borsellino e Totò Riina viene arrestato. Dalle tasche dei pantaloni del super-boss saltano fuori alcuni pizzini (messaggi manoscritti, vere e proprie cellule del ’ministero delle poste e telecomunicazioni’ di Cosa Nostra): “Altofonte vicino cava Buttitti strada interpoderale, Aiello”, si legge. Qui, la pista da Bagheria tira dritto fino a Palazzo D’Orleans (sede della regione siciliana). E il racconto si dipana lungo il filo dei rapporti ’ambigui’ tra cosa nostra e i colletti bianchi siciliani: politici, giornalisti, imprenditori, medici...

Le immagini scorrono sul telo, i nodi si infittiscono e i protagonisti balzano in scena. Ed ecco apparire Totò Cuffaro (medico, vicesegretario dell’Udc, dal 2001 presidente della regione siciliana, sotto processo per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra), l’amico Michele Aiello (ingegnere, proprietario di Villa Santa Teresa e altre cliniche mediche a Bagheria, accusato di associazione mafiosa, presunto prestanome di Bernardo Provenzano), il super-boss Giuseppe Guttadauro (medico, capo del mandamento palermitano di Brancaccio, condannato per associazione mafiosa); Mimmo Miceli (medico, sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa); Salvatore Aragona (medico, già condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa, oggi rinviato a giudizio per lo stesso reato), Antonio Borzachelli (Deputato regionale dell’Udc. Ex maresciallo dei carabinieri, imputato per concussione); Giorgio Riolo (maresciallo dei Ros, accusato di concorso esterno); Guiseppe Ciuro (maresciallo della guardia di finanza, sotto processo per concorso esterno), Nino Giuffrè (ex braccio destro di Provenzano, collaboratore di giustizia); Angelo Siino (ex ’ministro dei lavori pubblici’ di Cosa Nostra, collaboratore di giustizia); Nino Dina (capogruppo dell’Udc all’Assemblea regionale siciliana), Salvatore Cintola (assessore al bilancio del governo regionale); Saverio Romano (sottosegretario al Lavoro dell’Udc nel governo Berlusconi); Bernardo Provenzano (Capo di Cosa Nostra. Latitante da 43 anni).

Ci sono tutti. Tutti sotto la lente della telecamera, gli atti della procura di Palermo e il microfono irriverente, sempre in contropiede, di Bianchi e Nerazzini. C’è la mafia che non c’è, che non si vede. Che non gira con la lupara, ma in camicia bianca e auto blu, abita gli uffici, s’infiltra nei palazzi, pilota appalti, gestisce risorse e promette stragi. Ci sono le super cliniche di lusso, cattedrali nel deserto, costruite ah hoc per le latitanze dorate (Villa Santa Teresa di Michele Aiello), e gli ospedali pubblici che arrancano a corto di personale e strutture di primo soccorso. C’è la mafia di Bagheria dove "i mafiosi ’sono dei santi’".

“Il mondo ce l’ha fatto la mafia? - risponde la gente alle domande dei reporter - Gli ospedali con i bambini che muoiono li ha fatti la mafia? Le raccomandazioni e i favori le ha inventati la mafia. Il mafioso è uno che si fa rispettare Se non fosse un uomo d’onore sarebbero gli altri a metterlo sotto. Come succede a tutti. E poi i mafiosi di Provenzano non sono come Totò Riina. Assomigliano a noi. Abitano la nostra vita e i nostri ospedali. Non ammazzano più giudici e carabinieri. E se lo stato allenta la morsa non è meglio per tutti?”.

C’è la ‘mafia bianca’. Bianca come i colletti dei burattinai che ne reggono le fila. C’è un chiaro ritratto del nuovo potere che crea consensi, fabbrica voti e genera patti d’acciaio. Il potere cresciuto sulle ceneri del pool di Falcone e Borsellino. “In realtà - scrive Santoro nella prefazione al volume - non ci sarebbe bisogno di sentenze della magistratura per pretendere che Totò Cuffaro e i suoi accoliti escano di scena. Basterebbe soltanto la sua richiesta di voto ad Angelo Siino (l’ex ’ministro dei lavori pubblici’ di Cosa Nostra). Se Sciuscià fosse ancora in onda - chiude - milioni di italiani potrebbero appassionarsi alla storia di un imprenditore (Aiello) che, facendo stradine di campagna, è diventato l’uomo più ricco di Sicilia (beni confiscati per 250 milioni di euro, ndr) e il supporter più potente del presidente della regione Totò Cuffaro”. ’La Mafia è bianca’ comunque, anche senza Sciuscià, è in libreria e si prepara a girare l’Italia. Oggi l’anteprima al Cinema Metropolitan di Palermo

La mafia è bianca / di Stefano Maria Bianchi e Alberto Nerazzini ; Musiche: Nicola Piovani (a cura di Pasquale Filastò) ; Fotografia: Mauro Ricci, Marco Ronca ; Montaggio: Andrea Mastronicola, Alessandro Principe ; Suono: Giuseppe Vitale, Simone Polli ; Produttore esecutivo Rita Cavanna

Marchette deontologiche

La notizia e' una di quelle che segnano la storia dei media: l'ordine dei giornalisti ha dato la sua benedizione ufficiale alla pubblicità occulta (in gergo "marchette") all'interno dei telegiornali nazionali

di Carlo Gubitosa
da Catena di S. Libero

Tutto comincia la sera del 28 agosto, quando il Tg2 e il Tg5 decidono di celebrare l'uscita della nuova Fiat Punto in diretta nazionale e a mezz'ora di distanza l'uno dall'altro. La "Catena" ha già descritto questi due servizi di Lamberto Sposini e Maria Concetta Mattei, caratterizzati dalle medesime immagini e dallo stesso tono trionfalistico e acritico.

Credendo che un telegiornale fosse diverso da una cassa di risonanza di comunicati aziendali, e che un giornalista avesse compiti diversi da quelli di un concessionario di automobili, questo umile scribacchino ha inoltrato un esposto all'Ordine dei Giornalisti per segnalare quella che sembrava una palese violazione della deontologia professionale.

Il seguito della vicenda ricorda da vicino la barzelletta del pazzo che andava contromano credendo che fossero gli altri a sbagliare direzione: il pazzo ero io, che da solo cercavo di andare contro la corrente del giornalismo asservito, e non chi ha "normalmente" aperto gli spazi dell'informazione e del servizio pubblico televisivo alla pubblicità (neanche tanto occulta) della Fiat. Bruno Tucci, presidente dell'Ordine dei Giornalisti del Lazio, ha messo nero su bianco che "quando un'azienda lancia sul mercato una nuova auto tutti indistintamente, i giornali, oltre la radio e la Tv sono portati a illustrare le caratteristiche della nuova auto.

Non avendo quindi riscontrato nessuna violazione delle norme deontologiche, il consiglio ha deciso all'unanimità di archiviare il caso". Preso atto di queste nuove tendenze nella deontologia professionale, rimangono alcuni dubbi: perché due Tg nazionali usano le stesse immagini? Chi gliele ha date? I telegiornali sono una vetrina di prodotti? Un'auto nuova e' una notizia? Se sì, perché annunciare solo le auto Fiat e non vetture di altre marche, auto ad aria compressa o biciclette? Ma soprattutto, perché l'Ordine dei Giornalisti e' arrivato così in basso?

9 novembre 2005

Inchiesta shock di "Rai News 24": Usa presero Falluja usando un nuovo tipo di Napalm

(Falluja: Bombardamento notturno)
In gergo i soldati Usa lo chiamano Willy Pete. Il nome tecnico èfosforo bianco. In teoria dovrebbe essere usato per illuminare le postazioninemiche al buio. In pratica è stato usato come arma chimica nella cittàribelle irachena di Falluja

da repubblica.it

Per scaricare e vedere l'inchiesta di "Rainews24" clicca qui:
http://www.rainews24.rai.it/ran24/inchiesta/body.asp
(il documentario è disponilile in arabo, inglese e italiano)

ROMA - E non solo contro combattenti e guerriglieri,ma contro civili inermi. Gli americani si sarebbero resi responsabili di unastrage con armi non convenzionali, la stessa accusa di cui deve risponderel'ex dittatore iracheno Saddam Hussein. Questo racconta un'inchiesta di RaiNews 24, il canale all news della Rai svelando uno dei misteri del fronte diguerra tenuto più nascosto dell'intera campagna americana in Iraq.

"Ho sentito io l'ordine di fare attenzione perché veniva usato il fosforobianco su Fallujah. Nel gergo militare viene chiamato Willy Pete. Il fosforobrucia i corpi, addirittura li scioglie fino alle ossa", dice un veteranodella guerra in Iraq a Sigfrido Ranucci, inviato di Rai News 24. "Ho visto i corpi bruciati di donne e bambini - aggiunge l'ex militarestatunitense - il fosforo esplode e forma una nuvola.

Chi si trova nelraggio di 150 metri è spacciato". L'inchiesta di Rai News 24, Fallujah. La strage nascosta, in onda domani suRai3, presenta, oltre alle testimonianze di militari statunitensi che hannocombattuto in Iraq, quelle di abitanti di Fallujah. "Una pioggia di fuoco èscesa sulla città, la gente colpita da queste sostanze di diverso colore hacominciato a bruciare, abbiamo trovato gente morta con strane ferite, icorpi bruciati e i vestiti intatti", racconta Mohamad Tareq al Deraji,biologo di Falluja.

"Avevo raccolto testimonianze sull'uso del fosforo e del Napalm da alcuniprofughi di Falluja che avrei dovuto incontrare prima di essere rapita -dice nel servizio la giornalista del Manifesto rapita in Iraq (proprio aFalluja) nel febbraio scorso, Giuliana Sgrena, a Rai News 24 - Avrei volutoraccontare tutto questo, ma i miei rapitori non me l'hanno permesso". Rainews 24 mostrerà documenti filmati e fotografici raccolti nella cittàirachena durante e dopo i bombardamenti del novembre 2004, dai quali risultache l'esercito americano, contrariamente a quanto dichiarato dalDipartimento di Stato in una nota del 9 dicembre 2004, non ha usato l'agentechimico per illuminare le postazioni nemiche, come sarebbe lecito, ma hagettato fosforo bianco in maniera indiscriminata e massiccia sui quartieridella città.

Nell'inchiesta, curata da Maurizio Torrealta, vengono trasmessi anchedocumenti drammatici che riprendono gli effetti dei bombardamenti anche suicivili, donne e bambini di Falluja, alcuni dei quali sorpresi nel sonno. L'inchiesta mostra anche un documento dove si prova l'uso in Iraq di unaversione del Napalm, chiamata con il nome MK77. L'uso di queste sostanzeincendiarie su civili è vietato dalle convenzioni dell'Onu del 1980. Mentrel'uso di armi chimiche è vietato da una convenzione che gli Stati Unitihanno firmato nel 1997. Fallujah. La Strage Nascosta verrà trasmessa da Rai News domani 8 novembrealle ore 07.35 (sul satellite Hot Bird, sul canale 506 di Sky e su Rai Tre),in replica sul satellite Hot Bird e sul canale 506 di Sky alle 17 e nei duegiorni successivi.

7 novembre 2005

Rita Borsellino: l'occasione da non mancare

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Rita Borsellino: l'occasione da non mancare il 4 dicembre si vota per le primarie del centrosinistra in vista dell'elezionedel presidente della Regione nel maggio 2006.La candidatura di Rita Borsellino è forse la migliore notizia degli ultimianni nel panorama politico siciliano. Una donna che dopo aver pagato un prezzoaltissimo in prima persona ha passato dieci anni della sua vita per mantenerealto il livello di guardia contro la mafia, battendosi per restituire dignitàa tutti noi siciliani. La risposta della politica ufficiale ai suoi sforziè stata nulla. In questo momento ci governa quel Cuffaro, plurinquisito perle sue pericolose frquentazioni, del quale dobbiamo liberarci assolutamenteaffinchè possa essere restituita speranza alla nostra terra.

Ma la speranza ha un nome e cognome: Rita Borsellino; l'ipotesi Latteri, candidato dalla Margherita, vorrebbe cambiare quasi niente mentre noi abbiamo bisogno di respirarlo e viverlo questo cambiamento. Lo scoglio principale saranno le primarie di giorno 4. Latteri ed il suo, probabile, alleato Lombardo sono già al lavoro batterli sarà molto difficile ma noi sappiamo che l'ipotesi Borsellino è un'occasione unica diffcilmente ripetibile nel prossimo futuro.

Se vogliamo essere un pò più liberi dobbiamo allora mobilitarci immediatamente, affinchè alle primarie tutte le persone che vogliono una Sicilia diversa libera dalla mafia esprimano la loro preferenza per Rita Borsellino. Ed allora usiamo mail, telefonate, apriamo discussioni per strada e sui luoghidi lavoro, scriviamolo sui muri, mandiamo lettere, sogniamo un mondo diverso, adesso. Anzi come dicono gli studenti: il futuro è qui e comincia

ADESSO. RITA BORSELLINO PRESIDENTE!
Bloggers Siciliani con Rita

6 novembre 2005

Tele Jato e il paese che puzza (ma non si può dire)



Vedere quello che c’è in Sicilia è un peccato, una cosa grave

di Lorenzo Misuraca
da girodivite.it

Tele Jato ha visto, ha fatto una cosa grave. In una barzelletta due costruttori siciliani s’incontrano dopo tanti anni e uno spiega all’altro come ha fatto i soldi: “vedi quell’autostrada? Ho risparmiato qua e là sui materiali e mi sono intascato la differenza”. Dopo alcuni mesi, l’altro si ripresenta e spiega all’amico come ha fatto i soldi lui: “vedi quell’autostrada lì? No? Appunto”. Il siciliano è abituato da secoli a vedere quello che non c’è e a non vedere quello che c’è, per quieto vivere.

Così per decenni gli abitanti di Partitico, paesino in provincia di Palermo, hanno finto di non vedere una distilleria, “la più grande d’Europa”, che lavorava a pieno ritmo in pieno centro cittadino. Lavorava e inquinava, tanto che anche in pieno agosto non si poteva fare il bagno nel tratto di mare S.Cataldo-Ciammarita causa i liquami versati nei torrenti Pollastra-Nocella, tanto che il numero dei tumori era aumentato in maniera allarmante. Ma perché usare il passato? La distilleria Bertolino, in pieno centro a Partinico, lavora e inquina ancora.

Tele Jato
Da anni Tele Jato, una rete locale, denuncia l’illegalità in cui è stata costruita ed è cresciuta la distilleria. questa indipendenza è costata a Tele Jato e all’editore Pino Maniaci 158 querele per diffamazione e astronomiche richieste di risarcimento da parte di Antonina Bertolino, proprietaria della distilleria. 158. La stessa Bertolino ha raccontato una volta di registrare tutte le edizioni del notiziario di Tele Jato e sbobinarle in cerca di materiale “querelabile”. Laddove ieri il giornalismo libero in Sicilia veniva fatto tacere a colpo di pistola, oggi si tenta la strada più “pulita” del ricatto economico. Tele Jato, vive quasi interamente grazie alla passione di chi la porta avanti. Essendo registrata come rete comunitaria ha dei limiti legislativi per le quote di pubblicità da raccogliere, di per sé già poca data la natura scomoda della rete.

Emittente che non guarda in faccia a nessuno, né a sinistra né a destra. Come quando - come riporta un comunicato della federazione locale dei verdi - nell’ottobre del 1999 L’assessore comunale di Rifondazione Costanzo Salvatore, allora co-proprietario, amministratore ed editore dell’emittente televisiva Tele Jato, impose la sospensione delle trasmissioni del notiziario locale firmando una lettera di dimissioni a nome dell’inconsapevole Direttore Responsabile, Faro D’Anna. La colpa di Pino Maniaci, allora tecnico della produzione dei notiziari, consisteva nell’aver mandato in onda un’intervista a Gigi Scasso, Coordinatore del Circolo 481 dei Democratici, critica nei confronti della linea politica della Giunta Cannizzo. O come l’opposizione quotidiana all’odierna giunta di centrodestra nel dissennato progetto di costruire un enorme centro commerciale a Partinico.

Un centro commerciale tutto nuovo!
Appena insediatosi, il sindaco Giuseppe Giordano si rifiuta di firmare la convenzione che la precedente amministrazione aveva stipulato con commercianti e artigiani locali per destinare un’area del comune alle loro attività. Una società finanziaria di Agrate Brianza, la Policentro comincia a stipulare contratti preliminari di vendita, per decine di ettari sugli stessi terreni assegnati agli artigiani dalla delibera consiliare, a prezzi esosi per il territorio, per insediarvi un grosso complesso commerciale. Alla fine gli artigiani, messi alle strette e per paura di perdere i finanziamenti, si accordano con la Policentro. L’appoggio di Tele Jato alla lotta contro il centro commerciale costa a Maniaci le gomme della macchina tagliate: evidentemente un progetto così importante ha già attirato la mafia.

Un po’ di solidarietà
Per accendere i riflettori sul caso di Telejato è stato organizzato anche un convegno: "La libertà di informazione in terra di mafia", svoltosi l’11 marzo proprio a Partinico e promosso da Telejato con Libera, l’Associazione siciliana della stampa, l’Ordine dei giornalisti di Sicilia e l’Unione regionale dei cronisti, da Articolo 21, dal Centro di documentazione "Impastato" e dai Giuristi democratici. Il convegno ha visto l’aula magna dell’istituto "Dalla Chiesa" gremita di studenti ed è stato aperto dalle voci di Peppino Impastato e di Danilo Dolci, trasmesse in formato audio. Oltre la necessaria solidarietà, rimane però la quotidianità della lotta. Nel caso di Francesco Forgione, giornalista e capogruppo di Rifondazione Comunista in Sicilia, le due cose si fondono. Forgione (lo stesso che alcuni mesi fa era stato aggredito e minacciato dal cognato di Totò Cuffaro mentre stava raccogliendo delle firme contro il governatore siciliano) ha accettato di diventare direttore responsabile di Tele Jato, per sopportare il carico di notifiche di querela accumulate dalla rete. Torniamo alla distilleria Bertolino. Perché Tele Jato accende così spesso i riflettori su questa industria? Cosa rappresenta la distilleria per il territorio?

C’era una volta...Bertolino
La Distilleria Bertolino SPA, di Bertolino Antonina, fu costituita nell’anno 1970. Nel 1975 il Piano Urbanistico Comprensoriale destina l’area dove sorge la Distilleria a "zona D2", ovvero idonea ad ospitare impianti artigianali e industriali innocui, che non producessero cioè " fumo, nè esalazioni nè rumori molesti" , quando le distillerie sono classificate come industrie insalubri di di 1^ classe, da costruire lontano dai centri abitati. A partire dal 1975 e fino al 1991 si è assistito ad un ampliamento continuo che ha portato ad un impianto enorme: la più grande distilleria d’Europa. Per far ciò la Bertolino si è servita di concessioni ed autorizzazioni illegittime rilasciate da tutte le Amministrazioni Comunali succedutesi nel tempo. La distilleria scaricava nel torrente Pollastra-Nocella senza il minimo trattamento di depurazione, oltre alle polveri inquinanti rigettate addosso agli abitanti di Partinico, chiamata dagli abitanti dei paesi limitrofi “Gotam City”, per la perenne nuvola di fumo che gravità sopra il centro.

Nel 1992 la Magistratura blocca la distilleria. I Partinicesi ricominciano a respirare aria pulita e sperano che le perizie che stabiliscono un nesso tra l’inquinamento dei pozzi e l’attività della Distilleria mettano la parola fine alla vicenda. La Signora Bertolino viene condannata, imputata di ben 16 reati connessi all’inquinamento dei torrenti e del mare. Nel ’93 la giunta di Centrosinistra neoeletta dichiara di voler attuare " lo spostamento della Distilleria in un’area lontana dal centro abitato ". Ma il sindaco Gigia Canonizzo, intimidita in verità più volte dalla mafia per le sue posizioni, in questo caso non si muove abbastanza.

Il 2 febbraio 1996 il TAR di Palermo, con una sentenza scandalosa, ammette in "sanatoria" un enorme impianto di depurazione , al servizio della distilleria , ancora da realizzare, anch’esso in pieno centro abitato. Nel settembre del 1996 la distilleria Bertolino , realizzato il depuratore, riprende l’attività . Nel 98 la Provincia di Palermo installa una centralina mobile che conferma il tasso preoccupante d’inquinamento.

Il satiro inquinante
Se la storia della distilleria Bertolino è inquietante, il presente non è da meno. Alcune settimane fa le tv e i giornali nazionali riportano la notizia di uno scontro avvenuto a Ma zara del Vallo tra polizia e manifestanti che vogliono impedire la partenza del Satiro danzante, importante reperto archeologico da poco restaurato, per l’esposizione universale in Giappone. Poche testate si soffermano sul motivo della protesta. Il motivo ci porta dritti alla distilleria Bertolino, ancora una volta. I manifestanti, comitati locali di cittadini e studenti, protestavano contro il progetto della Bertolino di costruire un’altra distilleria nell’aria di Ma zara del Vallo. Gli abitanti non vogliono finire come i partinicesi, sommersi dall’inquinamento. Naturalmente il satiro parte per il Giappone, mentre restano le manganellate delle forze dell’ordine.

Ultimo atto
In un post del sito di Socialismo e Libertà Sicilia leggo: «Durante lo svolgimento a Palermo del primo congresso provinciale dell’Italia dei valori viene distribuito un volantino dal titolo inequivocabile :”Galasso-Siino-Bertolino:Imbarazzante trinomio per il centrosinistra”. Il foglio in questione, firmato da cittadini studenti partiti e movimenti democratici di Campobello di Mazara,Mazara del Vallo,Marsala,Partinico,Trapani,e Palermo è indirizzato nei confronti dell’avvocato Alfredo Galasso, l’ex deputato del PCI -già membro del CSM- seduto al tavolo della presidenza accanto a Marco Travaglio Antonio Di Pietro e Leoluca Orlando. “La presenza di Galasso - si legge nella nota - mette in imbarazzo le forze sane del centrosinistra”.Alfredo Galasso è L’avvocato difensore di Antonina Bertolino.

Il comunicato comprende uno stralcio estrapolato dal libro di Alfio Caruso “Da cosa nasce cosa”che descrive la figura della titolare della distilleria”E’figlia di Guiseppe vissuto e morto in odor di mafia...Suo cognato è Angelo Siino. E quella del suo avvocato:”Dopo essere stato fra i più agguerriti professionisti dell’antimafia,Galasso è diventato il legale di Siino e della signora Bertolino,una metamorfosi che lo ha reso inviso agli ex compagni della rete orlandiana e all’ex amico Nando dalla Chesa”.I “Dissidenti”autori del comunicato affermano :”La cosa politicamente e moralmente grave non è la difesa della Bertolino da parte di Galasso dai reati di cui è indagata,ma il suo sostegno alle querele contro cittadini,amministratori,politici e giornalisti e soprattutto il fatto di avere tentato di ottenere la censura preventiva su Telejato(così ha scritto il giudice respingendo le pretese della Bertolino)”».
E il cerchio si chiude. Oppure no. Fino a quando c’è qualcuno che fa informazione libera in Sicilia il cerchio della mafia, dell’illegalità e dell’intrallazzo non si chiude definitivamente.

E il cerchio si chiude
E noi preferiamo finire con un cerchio che si chiude sì, ma di tutt’altro segno. Nel 1970 due collaboratori di Danilo Dolci si barricarono a Palazzo Scalia a Partinico trasmettendo per poche ore con la “radio dei poveri cristi”. L’appello denunciava le condizioni dei terremotati del Belice. La registrazione audio la conserva Salvo Vitale, compagno di Peppino Impastato durante l’intensa esperienza di Radio Aut a Cinisi, che resistette per alcuni anni dopo l’assassinio di Peppino. Salvo Vitale è oggi un insegnante in pensione ed è tornato in strada a raccontare di mafia e di politica tra Cinisi e Partinico con al seguito le telecamere di Telejato.