4 gennaio 2006

L’ISTRUTTORIA: Il teatro rilegge il delitto Fava

di Marco Olivieri
da La Repubblica

In scena, un uomo e una donna raccontano un mondo. In un clima carnevalesco, quasi ridicolo, se non ci fosse di mezzo la morte di un giornalista. Uno di quelli bravi, capaci di andare oltre le verità ufficiali e di svelare la rete di alleanze e complicità mafiose nella Sicilia connivente degli anni Ottanta. Sul palcoscenico, mentre un lenzuolo copre il corpo dell´assassinato, l´uomo e la donna assumono tanti volti.

Dalle sembianze del killer, che racconta al giudice la cronaca banale della preparazione al delitto, all´aspetto tormentato dei sopravvissuti, mentre il mondo circostante continua a perpetuare la giostra delle finzioni. Così, c´è persino chi nega l´esistenza della mafia e chi, senza pudore, continua a fiancheggiare Cosa Nostra, pur rappresentando le istituzioni e il mondo della legge.

Racconta questo clima, questo ambiente così siciliano, tra istinti di ribellione e tentazioni di rimozione, la pièce "L´istruttoria. Atti del processo in morte di Giuseppe Fava", scritta dal giornalista ed eurodeputato Claudio Fava. Destinato a una lunga tournée, lo spettacolo ha debuttato proprio ieri al teatro Musco di Catania, in occasione dell´anniversario dell´omicidio, avvenuto il 5 gennaio del 1984.

La regia del messinese Ninni Bruschetta affida le voci e i corpi di tanti personaggi, testimoni del processo o anime inquiete, destinate a interrogarsi sul significato della memoria, all´attore palermitano Claudio Gioè (era Salvo Licata, l´amico di Peppino Impastato, ne "I cento passi") e alla catanese Donatella Finocchiaro, l´attrice scoperta da Roberta Torre nel film "Angela". La produzione è della Compagnia Nutrimenti terrestri, in collaborazione con il Teatro Stabile di Catania. Per Claudio Fava, già autore del testo teatrale "Il mio nome è Caino" e della sceneggiatura del film"I cento passi", è un altro tassello nella rielaborazione del suo rapporto con il padre, e con la sua fine tragica. Nell´allestimento, scandito dalla musica dal vivo del gruppo Dounia, affiora quel sottobosco di complicità e di silenzi che inquinano il giornalismo, l´imprenditoria e lo Stato. Quell´impasto omertoso di cui si nutre la mafia e che Giuseppe Fava, direttore de "I Siciliani" e scrittore, sapeva svelare senza reticenze. «Duecentotrentaquattro udienze, duecentosessanta testi ascoltati, seimila pagine di verbali. Del processo Fava, resta in apparenza solo una sentenza di condanna, ormai definitiva. Eppure, dietro i riti della giustizia, c´è sempre altro. Questa istruttoria racconta la morte di un giornalista per narrare tutta la ferocia della mafia, l´oltraggio irrisolto della sua violenza, la viltà dei complici. E soprattutto la rabbia dei sopravvissuti», si legge nella presentazione del testo, firmata dallo stesso Claudio Fava.

Per Bruschetta, già regista de "Il mio nome è Caino", «a leggere gli atti del processo viene fuori una società al limite del grottesco. Latitanti che girano scortati dalle forze dell´ordine e boss che uccidono personaggi scomodi per dare "un segnale" di amicizia a un´altra cosca. In questo contesto, la scrittura di Claudio Fava costituisce - aggiunge il regista de "L´istruttoria" - un terreno fertile per coltivare l´aspirazione civile del teatro a salvaguardare la memoria. I fatti denunciati da Giuseppe Fava, con la rivelazione della "collaborazione" costante fra sistema amministrativo ed economico e mondo criminale, sono un´anticipazione di quella stagione mafiosa segnata dall´estinzione del pool di Palermo e dalle stragi, figlie della complicità tra la Cupola e il Palazzo».

Giornalista, scrittore, commediografo e anche pittore, Giuseppe Fava sapeva infatti comprendere fino in fondo i processi politici e sociali che muovevano la società siciliana. Dai romanzi "Gente di rispetto" a "Prima che vi uccidano", da "Passione di Michele" a "La ragazza di luglio", fino al libro inchiesta "Processo alla Sicilia" e all´avventura giornalistica de "I Siciliani", Fava (nato a Palazzolo Acreide nel 1925) coniugava passione civile e attenzione all´animo umano e alle sue passioni. Nel descrivere il potere assumeva accenti quasi pasoliniani: «Il clima morale della società è questo. Il potere si è isolato da tutto e si è collocato in una dimensione nella quale tutto quello che accade fuori, nella nazione reale, non lo tocca più e nemmeno lo offende, né accuse, né denunce, dolori, disperazioni, rivolte. Egli sta là - osserva Giuseppe Fava - e giornali, spettacoli, cinema, requisitorie passano senza far male: politici, cavalieri, imprenditori, giudici applaudono. I giusti e gli iniqui. Tutto sommato questi ultimi sono probabilmente convinti di essere invulnerabili». Per restituire il clima di un´epoca che lo scrittore descrive, e che rappresenta in Sicilia un eterno presente, nello spettacolo diretto da Bruschetta sfilano i volti di questo potere enigmatico ma soffocante.

Sul palcoscenico si alternano, tra gli altri, l´inviato speciale, l´onorevole e l´amica del mafioso. Figure che rievocano i continui depistaggi investigativi, dall´immancabile pista passionale alle indagini sugli stessi giornalisti de "I Siciliani". Subito dopo, si appropriano della scena un uomo e una donna, come voci che riaffiorano dalla coscienza e sottraggono all´oblio le ferite inferte alla memoria. «Non è rabbia. È il tempo, tutto il tempo che si è condensato dentro le nostre vene. E adesso spinge, preme», sussurra la donna. «Ci chiamiamo "parte civile". Un modo per misurare la nostra attesa».

C´è tempo per un ultimo flash: l´uomo e donna attendono in auto, davanti a un semaforo rosso. Aspettano che una luce verde dia loro il via libera per raggiungere l´ospedale. Comprendono, «in questa attesa obbediente a un semaforo rosso», quella «morte di cui ci hanno detto, ma che solo ora possiamo finalmente sentire». Il sipario si chiude. Il rito civile, in morte di Giuseppe Fava, si è compiuto.

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