13 ottobre 2006

LETTERA APERTA a Giorgio Napolitano

Carissimo Presidente, a due anni dall'uccisione di Enzo Baldoni, le chiediamo due cose che Lei può fare

di Diario

Carissimo Presidente, le scriviamo per parlarle di Enzo Baldoni. In questi giorni ricorre il secondo anniversario della sua uccisione, in Iraq. Si rinnovano momenti terribili: il rapimento, i giorni senza notizie, il video dei rapitori, la brevissima illusione di un rilascio dell’ostaggio, l’improvviso annuncio della uccisione. Erano gli ultimi giorni dell’agosto 2004, l’Italia aveva appena vinto la maratona alle Olimpiadi di Atene, il Paese era in vacanza, in Iraq molti inviati dei nostri giornali e innumerevoili altri freelance, fotografi, volontari seguivano quello che allora era conosciuto come l’intervento militare più importante dei nostri tempi, il banco di prova contro il terrorismo, la levatrice di una società democratica al posto di una dittatura spietata. Erano anche i giorni di una rivolta dei radicali sciiti del giovane Moqtada al Sadr che si era asseragliato nella città santa di Najaf e di lì reggeva l’assedio dell’esercito americano.

Enzo Baldoni era partito da Milano alla fine di luglio. Aveva 56 anni, che aveva fatto tante belle cose nella vita: pubblicitario di fama, giornalista, traduttore, padre di due ragazzi, scrittore di reportages da luoghi pericolosi del mondo. Con un accredito di questo giornale, si era recato a Baghdad con lo scopo di vedere da vicino, capire e raccontare, che cosa è una guerra, che cosa cambia negli uomini, e raccontare. Avrebbe scritto le sue corrispondenze su Diario e avrebbe poi pubblicato un libro che avrebbe raccolto quest’ultima e le sue precedenti esperienze in Colombia, in Birmania, in Messico, a Timor Est...

Quanto poco e quanto troppo tempo è passato da allora! Appena due anni per vedere svanire utopie e osservare – ormai solo da lontano – lo scatenarsi di una terrificante guerra civile. Come lei sa, Presidente, oggi non ci sono più giornalisti in Iraq, non ci sono più racconti, né voci. Ci sono solo grafici e conteggi che provengono da un buco chiuso. E ci vogliono distruzioni di città e attentati sempre più sanguinosi perché il rumore arrivi fino a noi.
Ma noi vorremmo ricordare ancora quello che fece Enzo Baldoni nell’ultimo giorno della sua vita. Organizzò un convoglio della Croce Rossa italiana a Baghdad per portare viveri e medicine a Najaf; si accordò con i ribelli sciiti per una proposta di mediazione da portare in Vaticano al fine di far cessare i bombardamenti; riuscì ad arrivare quasi fino al suo obiettivo, curò feriti. Sulla strada del ritorno la sua automobile in testa al convoglio, ormai quasi alle porte di Baghdad, per questione di un decimo di secondo fu investita dallo scoppio di una bomba posta al ciglio della strada. Il suo autista e interprete Ghareeb fu ammazzato subito, Enzo venne sequestrato da un gruppo di persone che si definiva Esercito Islamico in Iraq e ucciso dopo pochi giorni. Lo stesso 20 agosto l’Esercito rapì anche i giornalisti parigini Chesnot e Malbrunot, che furono poi liberati dopo quattro mesi e una imponente e commovente mobilitazione di tutta la società francese. Noi italiani, presto avremmo conosciuto l’angoscia per il sequestro di Simona Torretta, Simona Pari, Giuliana Sgrena, fortunatamente tutte tre tornate a casa.
Di Enzo Baldoni non è tornato a casa neppure il corpo.

Per quello che ha fatto Enzo, noi pensiamo che egli abbia diritto a un riconoscimento. Lo chiedono moltissime persone e istituzioni che gli hanno intitolato strade, edifici pubblici, premi.
Ma purtroppo questo non è ancora avvenuto. Anzi. Le notizie diffuse questa estate su giornalisti al soldo e agli ordini del Sismi ci fanno ricordare quello che avvenne due anni fa: vennero diffuse su Enzo Baldoni notizie false e ingiuriose, tese ad assolvere i nostri servizi segreti e anzi a far pensare a un loro impegno nella liberazione dell’ostaggio, che invece fu del tutto inesistente. Venne fatto di tutto per tacere il suo impegno con la Croce rossa, che avrebbe potuto sicuramente giocare a suo favore con i rapitori. Anche questo successe nel corso della nostra disgraziata partecipazione alla missione irachena. Anche questo è successo all’interno della nostra professione.

Le notizie che abbiamo oggi sono ancora fosche, torbide e insultanti. Periodicamente qualche malfattore si propone per recuperare la salma di Enzo, propone esami di Dna su «campioni», chiede naturalmente soldi. Sembra che solo degli avvoltoi siano interessati al recupero della salma di un cittadino italiano ucciso all’estero. Sembra che il governo iracheno, la diplomazia italiana, la politica, la semplice umanità non siano in grado di assolvere a un compito sentito come basilare fin dagli inizi della storia.

Carissimo Presidente. Come da moltissimi auspicato, la nostra presenza militare in Iraq volge al termine e i nostri soldati torneranno a casa, con il loro bagaglio di ricordi ed esperienze, speriamo non tutte negative.

Noi le scriviamo questa lettera, chiedendole, se vorrà, due cose possibili. Se lei parlerà di Enzo Baldoni, di quello che ha fatto in Iraq, Enzo avrà il giusto riconoscimento che tanti aspettano. Se lei chiederà che il suo corpo venga restituito, renderà un grande servizio alla famiglia Baldoni e, crediamo, all’Italia.

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