1 novembre 2006

VADO A PIEDI

Antimafia, pm in rivolta

di Massimo Giannetti

Sono stati lasciati letteralmente a piedi, senza autisti né autovetture. Il loro disagio lo hanno denunciato già in diverse occasioni nei mesi scorsi, ma non avendo avuto risposte dal ministero della giustizia, ieri hanno preso carta e penna e rimesso il mandato nelle mani del capo della procura di Catania.

E' la clamorosa protesta degli undici magistrati della Direzione distrettuale antimafia della città etenea - un distretto che comprende anche le procure di Siracusa, Ragusa, Modica e Caltagirone -, i pm della Dda, costretti a pagarsi perfino la benzina di tasca propria per gli spostamenti di servizio. Nella lettera di dimissioni denunciano il sostanziale stato di abbandono di chi lavora in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata, una «condizione insostenibile» e abbondantemente nota al ministro Mastella, al quale, ricordano gli stessi magistrati, il 18 agosto scorso rispedirono indietro per protesta il cosiddetto «schema di accordo di protezione».

«Preso atto delle continue e perduranti gravissime disfunzioni riscontrate - scrivono gli undici magistrati nel documento inviato al capo della procura catanese e allo stesso guardasigilli - la carenza di personale tecnico e le condizioni fatiscenti ed obsolete delle autovetture blindate utilizzate non consentono di salvaguardare adeguatamente la nostra incolumità, né tanto meno di garantire un corretto svolgimento dei compiti istituzionali». E aggiungono: «A tale deficitaria condizione si è da ultimo aggiunta una avvilente indisponibilità di risorse finanziarie che non consentono, ormai da mesi, di approvvigionare le vetture di carburante, nemmeno per garantire la nostra presenza in udienza».

L'assenza di fondi impedisce ai magistrati di «poter utilizzare le auto di servizio perché le officine meccaniche vantano crediti per oltre 30 mila euro», e per muoversi da un tribunale all'altro, una volta trovata la disponibilità di uomini e automobili, dicono di essere costretti ad anticipare di tasca propria i soldi per la benzina. Per tutte queste ragioni da ieri gli undici ribelli dell'antimafia «ritengono di non dover ulteriormente subire la mortificazione di non potere adempiere di fatto ai propri compiti istituzionali come legge prescrive e coscienza impone, rassegnando, pertanto, il nostro mandato».

Il capo della procura catanese, Mario Busacca, pur esprimendo solidarietà alla protesta dei colleghi della Dda sostenendo che «una cosa del genere non è tollerabile in un territorio in cui la mafia è ancora viva», respinge però le loro dimissioni «perché accettarle sarebbe una sconfitta dello Stato e per questo non le potrò accettare. Certo dovrò limitare l'invio dei nostri pm antimafia fuori da Catania per problemi di bilancio ma soprattutto di sicurezza», conclude Busacca annunciando che invierà anche lui a Mastella la lettera dei pm.

Sulla protesta catanese è subito e prevedibilmente saltato l'ex ministro della giustizia, il leghista Roberto Castelli, secondo cui «le gravi carenze nelle procure sono l'ennesimo esempio del disastro che il governo Prodi sta portando nel mondo della giustizia». «Sotto il mio dicastero, pur nella difficoltà, abbiamo sempre garantito il livello di funzionamento degli uffici che ora, invece, sono pesantemente segnati dalle problematiche causate in primis dal decreto Bersani», ha sostenuto il deputato leghista dimenticando le numerose proteste dei magistrati, a cominciare da quelli di Palermo, lasciati proprio sotto il suo dicastero senza neppure la carta per le fotocopiatrici.

da la Repubblica

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