19 novembre 2006

Vittima di mafia e dello Stato

La storia Nel 1988 Felicia D'Aleo denunciò il boss Giuseppe Ferrara. E per questo venne emarginata. Finì nel mirino: minacce e un pestaggio che l'ha resa invalida. Ora chiede un riconoscimento

di Massimo Giannetti

CATANIA - Il ministro dell'interno Giuliano Amato ha due possibilità ora che anche lui riceverà sul tavolo la storia di Felicia Enrichetta D'Aleo: lavarsene le mani così come ha fatto tre anni fa il suo predecessore Giuseppe Pisanu, cestinando la sua richiesta di giustizia. Oppure, come gli chiede la Cgil siciliana nella lettera che gli ha inviato nei giorni scorsi, scrivere finalmente la parola fine alla sua interminabile odissea. Come? Riconoscendo alla donna e quindi risarcendola, a quasi vent'anni dall'inizio dei fatti, dei «danni morali, esistenziali e materiali» che ha dovuto subire per colpa di quelle istituzioni, questura e prefettura di Catania in primis, che anziché proteggerla dal boss che aveva denunciato, le hanno fatto passare le pene dell'inferno con il timbro dello Stato. «Credevo di aver fatto il mio dovere di cittadina onesta - dice la donna ripercorrendo il suo calvario - E invece mi sono ritrovata ad essere perseguitata dai rappresentanti delle istituzioni che non solo non mi hanno tutelato, ma hanno addirittura falsificato gli esiti dei processi in cui sono stata testimone, pur di impedire che mi venissero riconosciuti i diritti previsti per le vittime della mafia».

E' una storia che ha davvero dell'incredibile. Comincia 18 anni fa. Felicia Enrichetta D'Aleo, allora poco più che quarantenne, fa l'assistente sociale all'ospedale catanese «Ascoli Tomaselli» dove, suo malgrado, si trova ad avere a che fare con il boss Giuseppe Ferrera, detto Pippo «Cavadduzzu», già condannato a 22 anni di carcere al primo maxiprocesso contro Cosa nostra siciliana.

E' il 1988 e il mafioso, da circa un anno ricoverato al Tomaselli per tubercolosi, è formalmente anche agli arresti ospedalieri. Nei fatti però è come se avesse una sorta di protezione speciale. Tant'è che si è fatto addirittura costruire una stanza blindata dentro l'ospedale. E' ritenuto «intrasportabile» in altre strutture sanitarie, ma non risiederà mai in una stanza asettica come la malattia diagnosticata suggerirebbe. Scortato giorno e notte da due «guardie del corpo», gironzola tranquillamente in motorino nei viali dell'ospedale, e perdipiù gira armato. «Nessuno controllava ciò che faceva e le persone che incontrava. Le forze dell'ordine venivano ogni tanto - racconta ancora la donna - L'ospedale era diventato il suo quartier generale e c'era un via vai continuo di persone poco raccomandabili. Un giorno c'è stata anche una sparatoria. Alcuni uomini di un clan rivale entrarono nel reparto per ucciderlo, crivellarono di colpi la sua stanza, ma il boss rimase illeso grazie alla porta blindata. Gli ammalati avevano paura, erano terrorizzati, protestavano, piangevano. I vertici dell'ospedale però non agivano e io, che in quel periodo ero l'unica assistente sociale perché altri colleghi erano in ferie, mi sono ritrovata ad essere il loro unico punto di riferimento. Per tutelare la loro l'incolumità ho fatto semplicemente il mio dovere. Ho denunciato il comportamento di Ferrera alla questura e alla procura di Catania».

Da quel momento la sua vita non sarà più la stessa. Dopo la denuncia viene convocata dall'allora questore Francesco Trio (di recente indagato per occultamento di cadavere in relazione ai delitti del mostro di Firenze) al quale riferisce i fatti. Data la situazione che si era creata il capo della polizia avrebbe come minimo dovuto attivarsi per darle una qualche protezione. Ma non succede niente di tutto questo. Accade invece che Pippo «Cavadduzzu» da «intrasportabile» che era viene trasferito in un ospedale del nord, vicino Sondrio, dove però non rimarrà per molto tempo. «Due mesi dopo - riprende la D'Aleo - venni a sapere che sarebbe tornato all'ospedale di Catania». Ovviamente è preoccupata, anche perché nel frattempo ha già ricevuto minacce di morte e intimidazioni: le fanno trovare crisantemi sul tavolo dell'ufficio e davanti casa, le danno fuoco all'auto, la seguono quando torna a casa dal lavoro, riceve telefonate anonime. Minacciano pesantemente anche suo figlio, costretto poi ad emigrare con la famiglia all'estero. Ma il peggio deve ancora venire.

Il boss Ferrera è stato infatti «reintegrato» al Tomaselli e non è difficile prevedere le sue reazioni nei confronti di chi ha osato denunciarlo. E' la sera del 13 gennaio dell'89: Felicia D'Aleo viene selvaggiamente picchiata nel corridoio dell'ospedale da alcuni «picciotti» al servizio di Cavadduzzu. L'aggressione le procurerà una lesione permanente alla testa: «Encefalopatia post-traumatica» sarà la diagnosi del Policlinico di Catania, in base alla quale la donna sarà poi «dispensata per sempre dal lavoro per motivi di salute». «Ho dovuto abbandonare anche il lavoro di insegnante che svolgevo nelle scuole per conto dell'università. La malattia non mi dava tregua, avevo sempre forti mal di testa, vomitavo giorno e notte».

Insomma, Felicia D'Aleo è malata, disoccupata e anche mazziata. Ma quest'ultima constatazione potrà farla soltanto qualche anno dopo, nel '94, quando per avere almeno una pensione per causa di lavoro comincerà a sbattere la testa contro i muri di gomma istituzionali. Ma siamo ancora ai momenti dell'aggressione al Tomaselli. Il giorno stesso il boss Cavadduzzu evade dagli arresti ospedalieri, ma la sua latitanza durerà poco. Verrà infatti presto riacciuffato e finirà di nuovo alla sbarra per i fatti dell'ospedale: detenzione e porto illegale di pistola in luogo pubblico, è il capo d'accusa. Al processo Felicia D'Aleo sarà l'unica testimone. Tutti gli altri dipendenti del Tomaselli, dal direttore sanitario ai medici e ai tecnici che saranno citati a deporre in aula, diranno di «non aver mai visto girare Cavaduzzu armato nell'ospedale né sentito sparatorie».

Il boss viene condannato a un anno e mezzo di carcere, condanna poi confermata sia in secondo grado che in Cassazione. Nella sentenza d'appello, nell'aprile '91, il giudice di Catania Alfio Cocuzza scrive parole di elogio per la D'Aleo, che ha dimostrato «senso di responsabilità, civismo e coraggio, qualità queste non riscontrabili negli organi massimi della struttura sanitaria».
Alla prefettura di Catania, diretta all'epoca da Giuseppe Romano, sarebbe bastato prendere questa sentenza e inviarla al ministero dell'interno e alla regione Sicilia affinché la donna potesse usufruire dello status di «vittima innocente della mafie e della criminalità organizzata». E in quanto tale accedere ai benefici che la stessa legge prescrive. Ma in prefettura in quel periodo rispondono evidentemente ad altri input. Infatti, nella documentazione inviata al Viminale e alla Regione, gli estensori delle varie relazioni, quindi poliziotti, carabinieri e funzionari di governo, sul caso D'Aleo mentono sfacciatamente. Depistano. Su carta intestata scrivono per esempio che «a seguito delle denunce sporte non sono mai emersi obiettivi elementi di riscontro», e addirittura che il «procedimento nei confronti del noto boss mafioso Ferrera, instaurato sulla base delle dichiarazioni della D'Aleo, è stato archiviato».

Sempre mani istituzionali scrivono che l'ormai ex assistente sociale «è affetta da manie di persecuzione». Ma il contenuto di queste relazioni la diretta interessata - che nel 2001 è dichiarata invalida al 100% dalla Corte dei conti per le altre malattie correlate all'aggressione - lo scoprirà molti mesi dopo aver ricevuto il niet alla sua richiesta di status di vittima della mafia. Per ottenere le relazioni ufficiali sarà infatti costretta a rivolgersi al Tar di Catania perché la prefettura, dove il nuovo capo è Alberto Di Pace - attualmente commissario di governo a Palermo - si rifiuta di dargliele.

Dall'armadio prefettizio gli scheletri saltano fuori soltanto grazie alla sentenza del tribunale amministrativo che intima al prefetto di consegnare alla D'Aleo i verbali secretati. E' una vittoria personale, ma lei non si ferma. Denuncia la prefettura per falso in atto pubblico e chiede alla Regione la riapertura della sua pratica. Nel 2004, smascherati definitivamente i falsi prefettizi, anche la Regione Sicilia, ostinatamente schierata con i poteri forti, riconosce alla D'Aleo la cosiddetta «pensione di privilegio». Solo adesso l'ex assistente sociale è di nome e di fatto «vittima innocente della mafia e della criminalità organizzata». Ma sono passati quasi dieci anni. Tutto per colpa di quei rappresentati dello Stato che hanno cercato di farla passare per pazza pur di nascondere ai vertici romani le loro magagne sulla gestione, a dir poco discutibile, degli arresti ospedalieri di Pippo Cavadduzzu.

Il boss Ferrera intanto è morto, e molti dei personaggi istituzionali che hanno trattato il caso D'Aleo sono stati addirittura promossi. E lei ha a questo punto vuole giustizia fino in fondo. Al ministero dell'interno chiede la distruzione di tutti i verbali falsi redatti nei suoi confronti e il risarcimento dei danni, morali e materiali, causati alla sua persona. Per questo tre anni fa ha citato in giudizio il Vigilante presso il tribunale civile catanese. Ma la causa, teme, rischia di rimanere nei cassetti per chissà quanto tempo ancora. Da qui la richiesta, sostenuta dal segretario della Cgil siciliana Italo Tripi, di chiudere «subito e positivamente la vicenda con una transazione». La risposta è nelle mani di Giuliano Amato.

da ilmanifesto.it

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