25 gennaio 2006

Abu Omar, relazione a Strasburgo: «L'Italia non sapeva? Perché ancora non protesta?»

da unita.it

Nel caso del rapimento di Abu Omar, o l’Italia sapeva oppure c’è stata una violazione della sovranità. Ma, in questo caso, perché Roma ancora si rifiuta di presentare una protesta ufficiale. È questa la domanda che si pone Dick Marty, relatore dell'inchiesta dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa sulle presunte prigioni segrete della Cia. Oltre cento persone in Europa furono sequestrate e in seguito torturate dalla Cia. Non è certo se in Europa, perché non ci sono prove di prigioni sul suolo dell’Unione. La Cia rapì alcune persone per consegnarle a paesi dove sono state «torturate».

Il caso italiano è esemplare per capire, con prove coerenti, che mostrano l'esistenza di un sistema di «delocalizzazione» ed «esternalizzazione» della tortura messo in piedi della Cia dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, nella lotta contro il terrorismo. Negli atti dell'inchiesta giudiziaria italiana sul rapimento di Abu Omar «ci sono prove irrefutabili» dell'azione compiuta da 25 agenti dei servizi segreti americani in Italia, e di fronte a questo fatto o il governo di Roma era stato informato dalle autorità Usa, oppure si è verificata una violazione della sovranità nazionale italiana. «L'Italia dice che non lo sapeva - ha ripetuto Marty -. Se è vero, non avrebbe dovuto almeno protestare? Eppure, non solo non lo ha fatto, ma, per quel che mi risulta fino a tre giorni fa, il ministero degli Esteri ha rifiutato di trasmettere i mandati d'arresto (la richiesta di estradizione per gli agenti coinvolti, ndr) alle autorità Usa», ha concluso Marty.

«Il caso del rapimento a Milano di Abu Omar è stato perfettamente delucidato: ho visto gli atti dell'inchiesta, e c'è non una sola prova, ma un castello di prove», ha detto Marty, secondo il quale questo è «un elemento nuovo» nella sua indagine. L'inchiesta dei magistrati italiani,ha aggiunto, «ha permesso di identificare gli aerei utilizzati, e adesso stiamo cercando di rintracciare altri voli (effettuati da quegli aerei, ndr) in Europa», grazie ai dati ricevuti nelle ultime ore da Eurocontrol. «I 25 agenti sono stati identificati si è appurato che cosa ognuno di loro ha fatto, sono stati trovati dei hard disc di computer che erano stati cancellati e riformattati, ma che la polizia italiana ha potuto ricostituire», ha puntualizzato il parlamentare.

E ha proseguito: «Powell ha detto che gli Stati dell'Ue sapevano bene tutto. E io chiedo: quando 25 funzionari di uno Stato estero compiono un rapimento in un paese europeo, questa non è una violazione di sovranità? Ci sono solo due possibilità: o la violazione di sovranità c’è stata, o l’azione ha avuto luogo con l’accordo del paese interessato».

Marty si è rallegrato per aver ricevuto informazioni dettagliate dall'autorità del controllo aereo Eurocontrol e dal centro satellitare dell'Ue di Torrejòn (Spagna). Questi dati dovrebbero servire a chiarire le rotte aeree degli apparecchi usati dalla Cia fornire indicazioni sulle presunti carceri in Polonia e Romania.

«Potremo pronunciarci solamente in futuro sull'importanza e la portata di queste informazioni», ha dichiarato. Secondo un fax egiziano intercettato dai servizi segreti elvetici, gli americani hanno allestito in Romania un centro per interrogatori. Nel documento - pubblicato l'8 gennaio dal SonntagsBlick - si legge che 23 iracheni e afghani sarebbero stati interrogati in questa base Usa. Altri centri simili esisterebbero in Ucraina, Kosovo, Macedonia e Bulgaria, sempre stando alla stessa fonte. Bucarest e Sofia hanno smentito più volte, ma i due paesi sono direttamente accusati dall'organizzazione statunitense per i diritti dell'uomo, Human Rights Watch. Dick Marty dovrebbe presentare il suo rapporto definitivo al Consiglio d'Europa in marzo. Al contempo fa capire che i governi europei, o per lo meno i loro servizi segreti, erano quasi certamente a conoscenza dei voli segreti della Cia nei cieli del vecchio continente.

Marty ha riconosciuto che a questo stadio «non ci sono prove formali e irrefutabili dell'esistenza di centri segreti di detenzione in Romania, Polonia e in qualsiasi altro paese». Il magistrato ha iniziato a investigare sulle attività della Cia (carceri segreti e voli di detenuti) nel dicembre scorso. E al riguardo viene ricordato che in dicembre il segretario di stato americano Condoleezza Rice, in un discorso agli europei, non smentì le indiscrezioni riguardanti la consegna di individui sospettati di terrorismo a paesi terzi. «L'unica cosa che la Rice smentì categoricamente - viene precisato - fu la tortura».

In marcia contro le grandi opere

PATRIZIA ABBATE
da ilmanifesto.it

PALERMO - In marcia contro il ponte, «e contro l'aberrazione della legge-obiettivo, madre di tutti i mali» dice Anna Giordano, battagliera ambientalista messinese del Wwf Italia. In marcia dunque anche contro lo scempio della Val di Susa e il mostro-Mose, per dire no alla politica delle grandi opere che il governo Berlusconi sta imponendo, in deroga alle scelte delle istituzioni locali, alle volontà delle popolazioni, ai diktat imposti dalle norme di tutela ambientale e dal buonsenso.

Si allarga la protesta contro il mostro sullo Stretto, e la manifestazione in programma oggi a Messina (partenza alle 10 da piazza Cairoli) si preannuncia decisamente affollata, più imponente di quella che già l'anno scorso aveva richiamato circa diecimila persone, e che era stata salutata in città come un «evento storico». Le adesioni sono cresciute di giorno in giorno, e alle numerosissime realtà che costituiscono la rete «No Ponte» - cui aderiscono tra gli altri il presidente del parco nazionale dell'Aspromonte, Tonino Perna, e 37 sindaci dell'area calabrese - si sono aggiunti tutti i partiti del centrosinistra, col neosindaco della Margherita Francantonio Genovese, la Cgil, ma anche esponenti dell'altra parte politica. In testa l'assessore regionale siciliano Fabio Granata di An, in rappresentanza di una vasta area del partito di Fini che nel Sud si è schierata decisamente contro l'opera.

A Messina già ieri sono arrivati alcuni rappresentanti del Comitato No Tav, insieme ad aderenti al Coordinamento valdostano contro il ritorno dei Tir e al Comitato No Mose di Venezia, per sancire il «gemellaggio» politico tra comunità distanti geograficamente ma accomunate dal rischio del disastro ambientale sovvenzionato da fiumi di denaro pubblico.

L'obiettivo della battaglia siculo-calabrese si allarga dunque, ed è stato sintetizzato ieri dal presidente nazionale del Wwf Fulco Pratesi, che sarà oggi anche lui a Messina e ha invocato una moratoria dell'iter di tutte le opere previste dal programma delle infrastrutture strategiche del governo, «un elenco di 531 progetti a pioggia che graveranno, come rilevato dall'ufficio studi della camera dei deputati, nei prossimi 10 anni sul bilancio dello Stato per un totale di 264 miliardi di euro». Una moratoria che deve valere a maggior ragione per la «follia» del progetto del Ponte, che proprio in questi giorni ha subito una nuova sonora bocciatura da parte dell'Unione europea, con l'inclusione di tutta l'area dello Stretto tra le zone a protezione speciale (Zps). Decisione che imporrebbe nei fatti un nuovo studio di impatto ambientale per un progetto che «fa acqua da tutte le parti», e non solo dal punto di vista ecologico.

«I rischi di fattibilità ed economici sono enormi», ricorda la senatrice dei Verdi Anna Donati. E molto si sono battuti gli ambientalisti, con un'incessante azione di contrasto giuridico, che ha ottenuto anche l'apertura di un'inchiesta della procura romana; mentre i ricorsi alla Commissione europea hanno avuto come risultato già l'avvio di una procedura d'infrazione nei confronti dell'Italia, per la violazione di una serie di direttive comunitarie. Il rischio è però che al danno si aggiunga la beffa: che i veti Ue, non determinando automaticamente il blocco dei cantieri, si traducano invece in un deferimento alla Corte di giustizia europea che potrebbe comminare mega-multe «anch'esse pagate dai contribuenti», sottolinea Anna Giordano. Multe che farebbero crescere ulteriormente le spese per la realizzazione dell'opera, stimate in 6 miliardi di euro per 6 anni di lavori, quando si calcola che di tempo ne potrebbe servire anche il doppio.