23 giugno 2006

Premio Strega alla Costituzione Italiana

da ilrestodelcarlino.net

Sarà il presidente emerito Scalfaro a ricevere, in rappresentanza dei Costituenti, l'omaggio 'Ad un testo capace di parlare a tutte le coscienze'


ROMA, 20 giugno 2006 - Sarà conferito alla Costituzione Italiana un Premio Strega speciale, in occasione del suo sessantesimo anniversario. La cerimonia si terrà domani, nella Piazza del Campidoglio, con inizio alle 19 e 30. A ricevere l'onoreficenza l'ex presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, in rappresentanza dei Costituenti.

"Lo 'Strega' - sottolineano gli organizzatori dell'evento - giunto anch'esso alla sessantesima edizione, è un omaggio e una testimonianza di adesione ai principi fondamentali enunciati dalla Costituzione, oltre che un riconoscimento alle qualità espressive di un testo capace, come una grande opera letteraria, di parlare per tutte e a tutte le coscienze".

Gli organizzatori della manifestazione, alla vigilia della consultazione referendaria che riguarderà proprio la Costituzione italiana, intendono attraverso il conferimento dello 'Strega', favorire la diffusione e la conoscenza della Costituzione Italiana "celebrando la nitidezza e l'attualità dei principi che essa enuncia".

Proprio in quest'ottica, alla cerimonia si affiancherà una lettura tenuta dagli 'Amici della Domenica', corpo elettorale del Premio Strega, di articoli della carta costituzionale scelti tra i più rappresentativi.

20 giugno 2006

Il boss, il medico e il costruttore.Tre uomini al comando della mafia

Era una "triade" a comandare la mafia, tre uomini che si incontravano in un box di lamiera alla periferia di Palermo per tirare le file dell'organizzazione

da repubblica.it

PALERMO - La maxi operazione di oggi - che ha portato all'arresto di 52 persone - ha "decapitato" la mafia: dopo Totò Riina, in carcere dal 1993, e Bernardo Provenzano, arrestato l'11 aprile, sono finiti in manette anche i pregiudicati Nino Rotolo, boss di Pagliarelli, l'analista Antonino Cinà, ex medico di Provenzano e di Totò Riina, e il costruttore mafioso dell'Uditore Franco Bonura.

Antonino Rotolo, il numero '25'. Uno dei componenti della "triade" è un nome già conosciuto: Antonino Rotolo, indicato col numero 25 nel gioco dei codici di 'Binu' Provenzano. Rotolo, da anni agli arresti domiciliari per motivi di salute, era riuscito ad ottenere il beneficio grazie a una serie di trucchi: era infatti capace di saltare disinvoltamente - senza sapere di essere filmato dalla polizia - un muro di cinta per raggiungere il box dove avvenivano gli incontri. Da lì, Rotolo impartiva ordini e addirittura progettava l'eliminazione di Salvatore e Sandro Lo Piccolo, latitanti, capi della cosca di Tommaso Natale e ritenuti i capi attuali della mafia a Palermo.

Antonino Cinà, il medico di Provenzano. Della presunta "triade" faceva parte anche il dottore Antonino Cinà, anche lui uno dei soliti noti: medico di Totò Riina e dello stesso Provenzano, più volte condannato, più volte finito in carcere, tra il '93 e il 1999, e poi tornato in liberta' nel 2003. Una sentenza passata in giudicato aveva escluso che avesse fatto da capo o da reggente del mandamento di San Lorenzo: ora Cinà, indicato col numero 164 nei pizzini di Provenzano, dimostra nei dialoghi intercettati il proprio livello, al punto da essere stato coinvolto - pure lui - nel progetto di complotto, comunque poi rientrato, contro i Lo Piccolo.

Il costruttore Franco Bonura. Terzo membro della triade è, sempre secondo il pool antimafia, Franco Bonura, un costruttore dell'Uditore che negli anni '80 fu arrestato subito dopo un omicidio: secondo la polizia stava scappando dopo avere appoggiato i killer, ma rimase imbottigliato nel traffico e fu catturato. Al processo pero' mancarono i riscontri e Bonura fu scagionato dal delitto, anche se fu condannato per associazione mafiosa. Bonura è un sottocapo della famiglia, ma grazie al vuoto di potere in Cosa Nostra assurge al livello di componente la triade.

19 giugno 2006

Calipari, la Procura: «omicidio politico»

La Toyota Corolla su cui è stato ucciso Nicola Calipari
La morte di Nicola Calipari non è stata un tragico incidente, come sostengono gli Stati Uniti nel loro rapporto d´indagine, ma un «omicidio politico».

ROMA - È questa l´ipotesi di reato con cui la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per Mario Lozano, il soldato Usa che il 4 marzo del 2005 sparò alla Toyota su cui viaggiavano la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena e il funzionario del Sismi Nicola Calipari sulla strada che porta all´aeroporto di Baghdad. Nella richiesta di giudizio si ipotizza infatti «un delitto politico» che lede gli interessi dello Stato italiano. Circostanza che consentirà di processare Lozano se il gip deciderà il rinvio a giudizio, anche se non presente sul territorio nazionale.

La morte di Calipari, a parere dei pm Franco Ionta, Pietro Saviotti ed Ermilio Amelio e del procuratore Giovanni Ferrara che lunedì ha materialmente firmato la richiesta di giudizio, «ha offeso un interesse politico dello Stato». Il funzionario del Sismi era infatti in prima linea contro coloro che minacciano l'Italia, ed anche se la sua morte non è dovuta a un disegno preciso, è un dato «oggettivo» che senza di lui oggi si sia meno sicuri. Il che significa che, in base all'articolo 8 del codice di procedura penale, si può celebrare il processo anche in assenza dell'indagato sul nostro territorio.

Lozano, accusato dai Pm di omicidio volontario e tentato duplice omicidio, si strovava al check point mobile americano e, secondo la ricostruzione dei magistrati, fu lui a fare fuoco contro l'auto degli italiani. È stato dichiarato irreperibile dai magistrati romani che hanno dovuto prendere atto del rifiuto delle autorità statunitensi di fornire ufficialmente le generalità dell'indagato. Al nome di Lozano, indicato con un omissis nel rapporto sul caso, si arrivò indirettamente grazie a uno studente di Bologna che riuscì a decriptare il contenuto del rapporto della Commissione d'inchiesta mista che concluse i suoi lavori sostenendo che il veicolo italiano rappresentava una minaccia concreta per i militari Usa e che i soldati avevano agito nel pieno rispetto delle regole di ingaggio.

Nei giorni scorsi, il ministro degli Esteri Massimo D'Alema, dopo aver lamentato mancanza di collaborazione sulla vicenda da parte degli Stati Uniti, aveva detto che la morte di Calipari è comunque un caso giudiziario, e non politico, e che riguarda unicamente la magistratura.

18 giugno 2006

«Così lo pestarono a morte»

Un pestaggio in piena regola. Violento, immotivato e purtroppo fatale. Così ieri, durante un lunghissimo interrogatorio in incidente probatorio, la teste chiave del caso Aldrovandi ha descritto la morte di Federico, il diciottenne ferrarese deceduto durante un intervento di polizia lo scorso 25 settembre

di Cinzia Gubbini
da ilmanifesto.it

FERRARA - Anne Marie Tsague, 35 anni, camerunese, quella mattina alle sei era sul balcone del suo appartamento al primo piano di via dell'Ippodromo.

Era stata svegliata da strani rumori, e dai lampeggianti delle volanti. Si è affacciata alla finestra e, sconvolta, ha assistito all'ultima parte di una strana «colluttazione» in cui un ragazzo solo viene manganellato da quattro poliziotti, che lo atterrano con facilità e continuano a prenderlo a calci anche quando ormai è completamente immobilizzato.

Anne Marie arriva per prima, ieri mattina, al tribunale di Ferrara, scortata da due agenti di polizia. E' sola. Sfoglia il quotidiano free press City e finisce sempre sulla pagina delle previsioni del tempo. Poco dopo arrivano Patrizia Moretti e Lino Aldrovandi, i genitori di Federico, accompagnati dall'avvocato Fabio Anselmo. Patrizia e Lino non hanno mai visto Anne Marie, ma ne hanno sentito molto parlare. Si scambiano solo una rapida occhiata, per i genitori di Federico dalle sue parole dipende la possibilità di sapere la verità su come è morto il figlio. L'aula del tribunale si riempie velocemente: quattro avvocati per gli Aldrovandi, altrettanti per i quattro poliziotti. Arrivano anche il pm Nicola Proto e Severino Messina, il procuratore capo (di cui si ricordano le conferenze stampa per dire che le botte dei poliziotti non hanno ammazzato Federico).

A Proto, che ha sostituito il pm Guerra, si deve l'iscrizione (a marzo) degli agenti nel registro degli indagati con l'accusa di omicidio preterintenzionale e la richiesta di incidente probatorio per sentire la testimonianza di Tsague e di suo figlio che, essendo stranieri, potrebbero perdere il soggiorno e essere espulsi. Il figlio di Anne Marie, ancora minorenne, ieri però non c'era: è in Camerun, dove la madre lo ha prontamente spedito a finire la scuola pochi giorni dopo la morte di Federico. Ma sta per tornare. Il 25 luglio verrà interrogato dal gip Silvia Giorgi.

Aveva paura Anne Marie, paura di «mettersi contro i poliziotti». Lo ha spiegato ieri al giudice, ai pm e agli avvocati. «Il mio permesso scade a settembre, non volevo mettermi nei guai. Poi ho detto tutto in confessione a Don Bedin, e lui mi ha convinto a non avere paura. Così ho deciso di parlare, e sono contenta perché sennò stavo male». La donna ha raccontato tutto rispondendo colpo su colpo alle domande degli avvocati della difesa. «Quando sono andata alla finestra ho visto due macchine della polizia, una accanto all'altra». Siamo quindi nella seconda fase: Federico ha già dovuto affrontare la prima volante che era intervenuta dopo la chiamata allarmata di un'abitante di via dell'Ippodromo, preoccupata dalla presenza in strada di un ragazzo «agitato».

Poi Anne Marie vede anche Federico, che va verso i poliziotti «con passo deciso». Si trova in mezzo ai quattro agenti e tenta «una specie di sforbiciata con le gambe» che però non riesce a colpire nessuno. La reazione degli agenti è immediata, e violenta. Iniziano a manganellarlo in quattro, uno lo tira per i capelli per farlo cadere a terra. A quel punto lo bloccano in tre: un agente (la donna) gli tiene le caviglie, un altro le ginocchia e un terzo il petto. Il quarto sta in piedi all'altezza della testa e lo prende a calci, ogni tanto si allontana verso la macchina (probabilmente per comunicare con la centrale) e a tratti torna indietro per prenderlo ancora a calci. Anne Marie sente la donna dire anche «Apri il baule». E un«altra frase: «C'è tanto sangue», «Mica siamo stati noi, è la roba». Quando i legali degli agenti obiettano che dal suo balcone non poteva vedere con precisione se i calci erano diretti alla testa, lei risponde: «E' chiaro che glieli dava in testa, a meno che non scalciasse nel vuoto».

Gli avvocati dei poliziotti per ora rimangono molto abbottonati (gli agenti si avvalgono della facoltà di non rispondere). Giovanni Trombini lamenta di nuovo «la decisione di iscrivere i poliziotti nel registro degli indagati in una fase avanzata delle indagini» ma sullo svolgimento dell'incidente probatorio si limita a dire: «Ora sappiamo cosa dice di aver visto e sentito la signora». Cosa abbia causato, in ultima analisi, la morte di Federico dovrà stabilirlo però la perizia della Procura: ieri sono stati nominati due periti , un medico legale e un tossicologo che dovranno fare il punto sulle ferite riscontrate sul corpo del ragazzo e sulle sostanze stupefacenti che aveva assunto quella sera. «Sono agghiacciata, è stato un racconto cruento.

Ma sono anche grata a questa donna eccezionale», dice all'uscita Patrizia Moretti. Molto scosso Lino Aldrovandi: «Vorrei vedere in faccia i quattro poliziotti. Cosa deve fare un cittadino per sapere la verità? Nessuno è mai venuto a spiegarmi niente». «Anne Maire dà una lezione di senso civico a tutti», dice l'avvocato Anselmo. In molti probabilmente hanno visto, ma per ora solo Anne Marie ha lanciato un'accusa precisa . Nonostante il permesso di soggiorno in scadenza.