29 giugno 2006

Telecolor: Tutti a casa!

La vertenza Telecolor

Di un giornalista di Telecolor
da itacanews.it

CATANIA - La vertenza Telecolor si è risolta con la rottura fra le parti, avvenuta il 23 giugno in presenza del Prefetto di Catania. L'annuncio è stato dato da un drammatico comunicato della redazione andato in onda sabato 24 giugno, al quale ha fatto seguito una incredibile risposta dell'azienda. Vale la pena di soffermarsi su questa amara vicenda di lavoro per proporre alcune riflessioni, che permettono di rilevare, sia pure sommariamente, il livello di cultura imprenditoriale che ne ha segnato l'andamento e l'esito. Rileviamo, dunque, che:

1) L'azienda Telecolor, con il suo comunicato, cerca di giustificare il suo accanimento contro i giornalisti rovesciando addosso alla pubblica opinione una montagna di cifre e facendo così conoscere la dimensione del deficit accumulato nel corso della gestione Ciancio. Poiché il passivo non può essere imputato se non in percentuale molto limitata al carico retributivo della redazione, se ne deve dedurre che il responsabile di questa situazione finanziaria è l'amministratore, incapace evidentemente di una efficace e tempestiva azione di contenimento dei costi e di riequilibrio dei conti. Perché dovrebbe essere la redazione a pagare la mancanza di una adeguata strategia gestionale, che doveva essere messa in atto da tempo e con criteri di gradualità? Ora tutti sanno chi è il vero responsabile.

2) L'Azienda Telecolor "processa" i giornalisti con contratto FNSI, "colpevoli" di avere uno stipendio superiore a quello assegnato ai giornalisti con contratto FRT. Ma, ferma restando la legittimità delle diverse situazioni contrattuali, la proprietà tace su una verità storica. Che è la seguente: il gruppo FNSI è presente da sempre nella redazione ed era quindi presente anche al momento dell'acquisto di Telecolor da parte della famiglia Ciancio. Posto che la suddetta operazione di acquisto è stata una libera scelta dei Ciancio, è lecito chiedersi perché mai l'abbiano portata a termine. Se i giornalisti FNSI non erano, come non sono, graditi, la famiglia Ciancio poteva: a) chiedere al precedente proprietario dell'azienda di liquidare i giornalisti FNSI prima di realizzare il passaggio di proprietà; b) rinunciare all'acquisizione di Telecolor come ulteriore pezzo pregiato dell'impero editoriale della famiglia. Nessuna delle due opzioni è stata adottata e ora l'errore non può essere addebitato ai giornalisti e trasformato in un attacco brutale contro gli assetti redazionali a suo tempo ereditati e accettati dalla famiglia Ciancio.

3) L'azienda Telecolor, in un finto e grottesco conato di sincerità, ci informa di voler buttare giù la maschera. Ma, in realtà, la maschera resta appiccicata sul suo volto. Infatti, nel suo "storico" comunicato, il gruppo dirigente aziendale si sforza scompostamente di dare un quadro della fase finale della vertenza, ma omette di riferire due circostanze decisive: la prima è quella che dimostra come la redazione avesse soddisfatto, fino all'ultimo euro, tutte le pretese finanziarie dell'azienda, accettando una serie di pesanti sacrifici; la seconda è quella che consiste nella presentazione di un farneticante documento con cui l'azienda pretendeva di violentare il contratto nazionale di lavoro travolgendo i poteri del direttore e ponendo alla redazione condizioni vessatorie e discriminatorie, indegne di qualsiasi regola di civiltà del lavoro. Si tratta di un documento - è doloroso rilevarlo- che entrerà come un mostro ineguagliabile nella letteratura delle relazioni industriali del settore dell'editoria. Insomma, dietro la maschera c'è una duplice realtà: da una parte l'accordo finanziario realizzato grazie alla redazione, dall'altra un "decalogo" normativo e organizzativo della proprietà e dei suoi sodali che ha vanificato tutte le altre intese. E dire che la proprietà ha sempre sostenuto che il progetto di ristrutturazione aveva motivazioni di esclusiva natura economica. Ora è chiaro a tutti, che così non era, così non è. La verità è che la maschera e il volto dell'azienda Telecolor continuano ad essere due cose diverse.

4) A proposito di metafore, non c'è solo quella della maschera. L'azienda Telecolor parla anche di una "mangiatoia da innalzare". L'argomento e lo stile con cui esso viene proposto si candidano a entrare nel Guiness dei primati del cattivo gusto. Ma, a parte gli aspetti estetici della immagine usata, sulla "mangiatotia" c'è qualcosa d' altro e di serio da dire. La "mangiatoia", di cui blaterano gli estensori del comunicato aziendale, altro non è che la retribuzione che il contratto nazionale di lavoro assegna a tutti i giornalisti della FNSI: niente di più e niente di meno. E attenzione: quel contratto reca anche la firma della FIEG, Federazione italiana editori di giornali, la stessa della quale Mario Ciancio Sanfilippo fa parte e della quale, addirittura, è stato per cinque anni presidente.

5) L'aggressione dell'azienda Telecolor contro il contratto nazionale di lavoro è così grave da richiedere un intervento degli organi sindacali provinciali, regionali e nazionali.

5) Nota finale: l'epilogo della vertenza Telecolor è drammatica, ma non tutti gli attori sono all'altezza del dramma.

26 giugno 2006

Valanga di No alla devolution. Bossi: se è così emigro in Svizzera

da unita.it

Manifestazione per il No al referendum maglietta No 220x

A pochi minuti dalla chiusura dei seggi, Umberto Bossi aveva detto: «Se vince il sì al nord andiamo all'Onu, e se vince il no andremo in Svizzera, almeno lì c'è il federalismo». In base ai dati che arrivano dalle sezioni elettorali di tutta Italia è tempo di preparare le valigie. Lo scrutinio parla chiaro: gli italiani hanno risposto No al referendum confermativo sulla riforma costituzionale approvato a maggioranza semplice dal Parlamento lo scorso 16 novembre, senza dibattimento, con i soli voti della destra e sotto il diktat di Bossi e Calderoli che minacciavano di far cadere il governo Berlusconi.

«Tolto di mezzo questo testo discutibile e pericoloso, è ora di aprire un confronto serio sul futuro del sistema politico e istituzionale del Paese», commenta il ministro degli esteri Massimo D'Alema, che aggiunge: «È finito il tentativo di Berlusconi di utilizzare le amministrative e poi il referendum come modo strumentale per dare una spallata all'equilibrio del governo». Questo voto «contribuisce alla stabilità e chiude una fase politica di conflitti».

Un No da Milano a Palermo
Tutti i dati indicano un netto vantaggio dei contrari alla riforma. Secondo la sesta proiezione Nexus per la Rai il No sarebbe al 61,4%, una percentuale più ampia delle precedenti stime.

Anche in base ai dati dello scrutinio reale, quando è stata conteggiata la metà delle schede, il No prevarrebbe solo in due Regioni: Veneto e Lombardia. Ma perdendo a Venezia e Milano. Dicono No il Piemonte, trascinato da Torino e il Friuli Venezia - Giulia.

Secondo la quinta proiezione dell'Istituto Piepoli per Sky il No sarebbe al 62,1%, anche in questo caso una forchetta che si allarga di stima in stima a partire intention poll che collocava il No sarebbe al 52% (l´intention poll è un sondaggio realizzato con interviste telefoniche nei giorni precedenti al voto).

Buona l'affluenza finale, superiore al 50%. Ad un referendum non capitava da tempo. E non era capitato al precedente referendum costituzionale dell'ottobre 2001 quando votò solo il 34,1.