14 luglio 2006

Boom delle t-shirt targate "mafia". Scoppia la polemica a Palermo

Mafia e moda simboli dell'Italia nel mondo? C'è chi ha pensato di unirli. A Palermo vanno a ruba le magliette con la scritta "Mafia - Made in Italy". Un fenomeno che ha scatenato polemiche e reazioni politiche, con l'Unione che chiede il sequestro immediato dei capi

da repubblica.it

PALERMO - Le t-shirt fanno bella mostra nelle vetrine della catena di negozi d'abbigliamento "Prima visione", sparsi per Palermo. La grande scritta "mafia" in verde campeggia sullo sfondo rosso, seguita da "made in Italy", quasi fosse un motivo d'orgoglio nazionale.

"Le vendiamo dall'inizio di maggio - ha detto Giovanni Ceraulo, responsabile del negozio del centro - e sono andate benissimo. E' un capo che tira molto, nonostante il prezzo un po' elevato: 32 euro. Ne vendiamo una media di 10 al giorno". A comprare il souvenir sono soprattutto gli stranieri.

Sugli scaffali di un negozio di via Bandiera ci sono da un paio di giorni le magliette, in vari colori, della famiglia del film "Il Padrino" e di "Al Capone", con le immancabili pistole e l'inequivocabile scritta: "gangster". "Ne abbiamo vendute quaranta in due giorni - ha detto il proprietario del negozio S'otto Tonò - Le comprano soprattutto i ragazzi anche per il prezzo contenuto: sei euro".

E il business è arrivato anche su internet. Su un sito si vendono magliette e felpe con la scritta "Cosa nostra" e dietro il timbro "affiliato". Ma ce n'è per tutti i gusti, con immagini che lasciano poco spazio alla fantasia: dalla "Birra Corleone" a "Calibro italiano", da "Picciotto" a "Baciamo le mani". "CosaNostra, Tipico Stile Italiano - si legge sul sito - nasce dall'idea di tre creativi che affondano le loro radici nel profondo sud italiano, ed è proprio lì che attinge il 'background culturale' del marchio". Non è, e non vuole essere, prosegue il testo, un'esaltazione di valori negativi come quelli mafiosi, "quanto uno sguardo ironico agli stereotipi che costituiscono il tessuto di fondo del famoso Italian way of life".

Le magliette hanno suscitato immediatamente reazioni polemiche. "Esistono molti modi per cercare di farsi pubblicità: questo è un modo stupido ed offensivo per le tante vittime innocenti della mafia", afferma il deputato dei Ds, Beppe Lumia. "Io credo - aggiunge - che chi ha messo in produzione e in vendita queste magliette non sia cosciente della sofferenza che la mafia ha generato in tante famiglie". Lumia si appella "alla coscienza dei siciliani e degli italiani: spero che non ne vendano più e, soprattutto, spero che i negozianti di Palermo e di tutta Italia le ritirino dalle vetrine".

Anche altri esponenti dell'Unione chiedono il ritiro della magliette: "Presenteremo un'istanza alle autorità competenti, per richiedere il sequestro immediato delle t-shirt in quanto si configura certamente il reato di vilipendio alla Nazione", dicono gli esponenti della Margherita Francesco Ferrante e Franco Piro e il senatore Giuseppe Di Lello del Prc.

E il procuratore antimafia, Pietro Grasso, afferma: "Forse sarebbe bene togliere dal mercato queste magliette. Anziché pubblicizzare boss o gangster o stampare la parola mafia sulle magliette, sarebbe meglio rilanciare sulle t-shirt le tradizioni culturali della nostra città o le bellezze naturali della nostra Isola, così come fanno le università di Oxford o di Cambridge".

Si dice "indignata" Maria Falcone. "Facciamo tanto - afferma la sorella del giudice ucciso da Cosa Nostra - per combattere la mafia ed offrire un'immagine diversa di Palermo e della Sicilia, e poi ci troviamo a commentare queste notizie. Il paradosso è che ogni anno migliaia di bambini e di ragazzi delle scuole superiori indossano le magliette prodotte dalla Fondazione Giovanni e Francesca Falcone che inneggiano all'antimafia e oggi ci ritroviamo nei negozi magliette che pubblicizzano la mafia come made in Italy. E' un vero peccato. Nel nome del business, qualcuno, in pochi istanti, vanifica il lavoro di tanta gente che è impegnata da anni nel nome della legalità e della lotta alla mafia".

Libano, Israele bombarda tutto: aereoporti, autostrade, Tv, civili

da http://www.megachip.info/
Venerdì, 14 luglio 2006

Israele lancia un nuovo attacco all'aeroporto internazionale di Beirut. Il nuovo raid aereo israeliano è avvenuto mentre il premier libanese Fuad Siniora era a colloquio con gli ambasciatori dei cinque paesi membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu. Intanto il capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah, questa mattina è stato minacciato di morte dal ministro dell'Interno israeliano Bar On che alla radio aveva dichiarato: "il suo destino è segnato". "Salderemo i nostri conti con lui al momento opportuno". Dunque Israele continua ad ignorare gli appelli lanciati dalla comunità internazionale, sempre più determinata a stroncare le milizie sciite libanesi di Hezbollah.

Stamattina un nuovo bombardamento, in un quartiere alla periferia sud di Beirut. Ancora non si sa se le incursioni abbiano provocato vittime tra la popolazione. Una nuova offensiva che si aggiunge a quelle iniziate due giorni fa, e culminate ieri nell'attacco all'aeroporto internazionale di Beirut, colpito due volte.

La televisione degli Hezbollah "Al Manar" ed altre reti tv hanno detto che i bombardamenti israeliani hanno causato la distruzione di un ponte. Volantini diffusi in serata avevano invitato la popolazione a stare alla larga dagli edifici degli Hezbollah. Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha il suo quartier generale e la residenza proprio a Beirut sud, dove di trova anche la Tv "Al Manar".

Alcune vedette israeliane stazionano stamani a largo del porto di Tripoli, 80 chilometri a nord di Beirut. Lo ha riferito Al-Nur, la radio del movimento sciita libanese, mentre la tv satellitare araba Al-Arabiya ha riferito che dieci navi da guerra israeliane si starebbero dirigendo verso le acque territoriali libanesi.

Da ieri, il blocco navale decretato da Israele è andato progressivamente estendendosi verso nord, in direzione del porto di Tripoli, a ridosso del confine settentrionale con la Siria.

Attacchi aerei israeliani sono stati segnalati stamani nei dintorni del centro portuale di Tiro (70 km. a sud di Beirut). Lo ha riferito la Tv libanese Lbc. L'emittente ha precisato che i caccia F-16 hanno bombardato la zona di Abbasiye, a nord-est di Tiro. In precedenza, era stata bombardata anche la zona di Bazuriye, a sud-est della città.

Altri raid israeliani sono stati segnalati stamani nella zona di Khiam, nel Libano sud-orientale. Lo ha riferito Al-Manar, la Tv del movimento sciita libanese Hezbollah. L'emittente ha precisato che caccia F-16 israeliani hanno colpito i dintorni di Khiam, situata a ridosso della zona di confine contesa delle "Fattorie di Shebaa", occupata da Israele nel 1967. Altri raid aerei hanno inoltre avuto per obiettivo le colline di Qadmus, vicino al porto di Tiro (70 chilometri a sud di Beirut).

L'aviazione israeliana ha colpito inoltre le due principali basi aeree libanesi, Rayak e Qoleiat, sordo alle dichiarazioni di protesta provenienti da più parti. La giornata di ieri si è chiusa così con la campagna aerea più violenta che Israele ha lanciato in Libano negli ultimi 24 anni.

Ma se la comunità internazionale si è limitata a lanciare un appello a Israele per la fine degli attacchi, la dichiarazione del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è suonata come un vero e proprio avvertimento, che ha alimentato il clima di tensione già rovente. "Se commette un'altra idiozia e aggredisce la Siria, questo sarà sinonimo di un'aggressione a tutto il mondo musulmano e avrà una risposta sferzante", ha sottolineato Ahamadinejad.

Nelle ultime ore dunque il Libano ha subito una decisa escalation di violenza cui le forze di Hezbollah hanno risposto attaccando la città di Haifa, la terza piu' grande di Israele. Di qui l'effetto domino innescato a livello mondiale, alimentando tensioni geopolitiche -già esistenti con Iran e Corea del Nord-, scatenando l'impennata del greggio e i forti smobilizzi sulle piazze finanziarie globali.

Gli stati Uniti bocciano la risoluzione di condanna Onu
A questo punto, si dovrà aspettare e vedere quali saranno i nuovi passi della comunità internazionale. Particolare attenzione è rivolta agli Stati Uniti che, esercitando il loro diritto di veto, hanno manifestato tra l'altro sempre ieri la loro contrarietà a una risoluzione di condanna di Israele, per gli attacchi che lo Stato ha compiuto contro la Striscia di Gaza.

Con l'effetto della bocciatura, da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, della suddetta risoluzione. Il segretario di Stato americano Condoleezza Rice, ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno chiedendo a Israele di moderare la portata delle azioni militari contro il Libano, per evitare di provocare vittime tra la popolazione e distruggere infrastrutture civili. Nella sola giornata di ieri, Il bilancio delle vittime della campagna aerea lanciata da Israele è di 47 morti e 103 feriti.

Unione europea e Italia
L'offensiva israeliana fa seguito al sequestro di due soldati, rapiti dagli Hezbollah in un'azione sul territorio ebraico che ha ucciso altri 8 militari con israeliani. Gli Stati Uniti sono stati finora i più "morbidi" dichiarando infatti che "Israele ha il diritto di difendersi". Di tutt'altro avviso l'Unione europea, che in una nota della presidenza di turno finlandese, ha giudicato "sproporzionato" l'attacco di Israele in Libano. Per l'Italia il ministro degli Esteri Massimo D'Alema ha affermato che l'Unione prepara "anche in vista del G8" una iniziativa per fermare la spirale della violenza.

"L'attacco all'aeroporto di Beirut è una reazione spropositata e pericolosa per le conseguenze che potrà avere. Questo è il modo in cui tutta la comunità internazionale guarda alla situazione" ha aggiunto D'Alema. Al ministro degli Esteri gli fa eco il presidente della Camera fausto Bertinotti che ha dichiarato: "La crisi in Medio Oriente tra Israele e Libano ha le sue ragioni non solo nel drammatico e inquietante teatro di guerra e terrorismo ma anche nella inconsistenza dell'intervento europeo nel prevenire il precipitare della crisi".

L'Europa "come nessun altro sa che la soluzione è solo in due popoli e due Stati, Israele e Palestina. L'Europa - ha proseguito Bertinotti - ha quindi un sovrappiù di dovere rispetto a qualunque altra realtà politico culturale e l'Italia può avere un ruolo trainante in questo senso".

Kofi Annan
Le reazioni della comunità internazionale: il segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, ha chiesto "l'immediato rilascio" dei due soldati israeliani catturati, ma ha anche condannato "senza riserve" la successiva offensiva israeliana nel sud del Libano. Annan si è detto "profondamente preoccupato per l'escalation i violenze in Medio Oriente" e ha condannato "tutti gli attacchi contro i civili" compiuti nell'area.

Invio di una missione speciale Onu
Annan ha inoltre confermato l'invio di una missione speciale in Medio Oriente, annunciata precedentemente da un comunicato delle Nazioni Unite. La delegazione dell'Onu si recherà sabato al Cairo per incontrare i rappresentanti della Lega Araba e poi visitera' Israele, Libano e Siria.

Gli Stati Uniti chiamano in causa Iran e Siria per il sostegno all'Hezbollah. Il re di Giordania Abdullah II e il presidente egiziano Hosni Mubarak, da tempo in contrasto con il presidente siriano Assad, "sottolinano la necessita' di agire su tutti i fronti per mettere fine a questa escalation".

Napolitano: l'Ue può fare di più
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha definito oggi "un passo significativo e utile" la presa di posizione della presidenza di turno dell'Unione Europea sulla crisi medio orientale, che parla di "un carattere sproporzionato" della reazione israeliana. Si tratta, ha spiegato Napolitano "di una dichiarazione impegnativa". Ma "credo - ha aggiunto - che l'Europa possa fare di piu'".

Una brigata israeliana lascia la striscia di Gaza Parziale ritiro della Tsahal, l'esercito israeliano, da Gaza. Dopo due giorni di operazioni nel sud della Striscia, la brigata Ghivati ha lasciato nelle ultime ore la zona per rientrare in territorio israeliano. Lo ha riferito la radio militare, aggiungendo che al momento nella striscia restano solo alcune unità, localizzate nella zona dell'ex aeroporto di Dahaniye, a sud di Rafah. I militari israeliani hanno riferito di aver colpito almeno 15 miliziani palestinesi.

Proseguono però gli scontri, innescati il 25 giugno dal rapimento di un soldato israeliano da parte del braccio armato di Hamas: i blindati israeliani hanno preso posizione nella zona per bloccare gli spostamenti palestinesi tra il sud e il nord della Striscia. E nella notte un raid israeliano ha colpito un edificio di quattro piani distruggendo il terzo piano che ospitava gli uffici di cinque parlamentari di Hamas. Non ci sono notizie di feriti. L'edificio si trova a nord del campo profughi di Jabalia, nella zona settentrionale della Striscia di Gaza. Sempre nella notte gli F 16 israeliani hanno bombardato un ponte che collega la zona meridionale della città di Gaza al campo profughi di Nuseirat. Altri tre missili aerei, secondo quanto riferiscono fonti della sicurezza palestinese, hanno colpito la zona meridionale di Gaza senza fare vittime.

Nel frattempo proseguono i lanci di razzi palestinesi da Gaza verso il Neghev. Stamane la città israeliana di Sderot è stata colpita a ripetizione e si segnalano diversi feriti e ingenti danni materiali.

Evacuazione degli europei
Misure di evacuazione via terra o via mare dei cittadini europei dal Libano sono allo studio da parte delle ambasciate della Ue. Lo ha appreso stamani l'Ansa da fonti diplomatiche nella capitale libanese.

13 luglio 2006

Scajola, il ministro del G8, «controllerà» i servizi

da ilmanifesto.it

ROMA - Doveva succedere anche questo. Claudio Scajola torna a occuparsi di sicurezza, nella delicata veste di presidente del comitato parlamentare sui servizi segreti, volgarmente detto Copaco, proprio nel giorno in cui il governo del centrosinistra difende l'operato del Sismi nella vicenda Abu Omar, come e meglio di quanto aveva fatto il governo di centrodestra - in carica all'epoca del sequestro del religioso egiziano da parte della Cia.


La presidenza spetta all'opposizione, il vice-presidente tocca invece all'Unione: è Massimo Brutti, senatore Ds, già membro del Copaco e in precedenza sottosegretario agli interni e alla difesa.

Ex potentissimo coordinatore di Forza Italia, il ligure Scajola è famoso come il ministro dell'interno del G8 di Genova, che a un certo punto dichiarò e poi smentì di aver dato l'ordine di sparare: è bene ricordare che i carabinieri non spararono solo a Carlo Giuliani ma in numerosi episodi degli scontri di venerdì 20 luglio 2001. Due anni dopo dovette lasciare il Viminale per lo scandalo provocato dai suoi insulti a Marco Biagi, il professore ucciso nel 2002 dalle nuove Br e definito da Scajola «un rompicoglioni»: la frase, pronunciata davanti a due giornalisti e pubblicata da Corriere e Sole 24 ore, era collegata alla questione della scorta che il povero Biagi aveva chiesto insistentemente e al contratto di consulenza di cui «voleva - disse l'allora ministro - il rinnovo». Passata la buriana Silvio Berlusconi l'aveva riportato al governo come ministro per l'attuazione del programma.

Torna sulla scena anche l'altro ministro del G8, quello di centrosinistra, che per coincidenza è anche il diretto predecessore di Scajola alla guida del Copaco. Enzo Bianco, che fu responsabile degli interni fino al giugno 2001 - un mese prima del G8 - e al tempo della frettolosa inchiesta interna che assolse la polizia per le violenze contro i manifestanti al Global forum di Napoli (marzo 2001) in seguito considerate come la «prova generale» di Genova - sarà presidente della commissione affari costituzionali del senato. Sostituirà Nicola Mancino, recentemente eletto al Consiglio superiore della magistratura.

Bianco non ha brillato neanche come presidente del comitato parlamentare sui servizi, che peraltro non dispone di reali poteri di controllo. L'inchiesta che coinvolge il Sismi nel sequestro di Abu Omar manda all'aria le versioni di comodo che il centrodestra e l'intelligence fornirono al Copaco. Forse anche per questo gli tocca rientrare dalla porta secondaria di una commissione parlamentare, lui che aspirava a un ministero o al posto di sottosegretario con la delega per i servizi, assegnata da Romano Prodi a Enrico Micheli.

L'audizione di quest'ultimo sull'affaire Abu Omar, il ruolo del Sismi e delle eventuali cellule «deviate» (ma da chi?) sarà la prima del Copaco targato Scajola: è stata rimandata per ragioni di salute del sottosegretario Micheli.

12 luglio 2006

G8, 55 senatori: «Ora la verità su Genova»

da unita.it

Alla prima seduta del Senato, lo scorso 28 aprile, 55 senatori di tutta l'Unione presentano una richiesta che, per tutta la passata legislatura, non aveva avuto ascolto: l´istituzione di una Commissione d´inchiesta su quanto accaduto durante il G8 di Genova del 2001.


«Sono 55 i senatori che hanno sottoscritto la proposta concretizzando un punto del programma dell'Unione, mentre sono centinaia le firme di intellettuali e rappresentanti di associazioni e sindacati in calce a un appello per l´istituzione di una commissione parlamentare d´inchiesta sui fatti di Genova». spiega il senatore del Prc Gigi Malabarba .

La proposta di inchiesta, assegnata con procedimento abbreviato alla Commissione Affari Costituzionali dovrebbe passare obbligatoriamente al voto dell'aula entro metà luglio. Intanto martedì, per rilanciare la Commissione, è stato presentato con una conferenza stampa al Senato, il video Quale verità per piazza Alimonda?. Trentotto minuti di girato, per lo più inedito, per «riconoscere la realtà» e rompere il silenzio della «grande stampa» sui fatti del G8. Presenti anche i direttori di Liberazione - che distribuirà il filmato - e del Manifesto, e il senatore ed ex direttore de l´Unità Furio Colombo.

«Non è possibile accettare l'archiviazione dell'omicidio di Carlo Giuliani – ha sottolineato Malabarba - né accettare le ipocrite conclusioni dell'indagine conoscitiva aperta e chiusa dalla maggioranza di destra nell'estate del 2001, una sorta di auto assoluzione delle forze dell'ordine». Bisogna, invece, «risalire alla catena di comando delle forze dell'ordine che ha deciso quei comportamenti nelle piazze, nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto. Non è possibile che tutti i poliziotti indagati siano stati promossi dal prefetto De Gennaro».

Ma non solo. «Cosa ci faceva Fini nella caserma dei carabinieri? – si chiede Colombo - Come giornale siamo stati spesso accusati di abusare del termine regime. Bene, io dico che questa è un´inchiesta sul passato regime». Parole che si specchiano con il pensiero di Haidi Giuliani. «A Genova - ha dichiarato la madre di Carlo (che il 20 luglio, quinto anniversario di piazza Alimonda entrerà in Parlamento al posto di Malabarba) - c´è stata una sospensione dei diritti assolutamente incredibile e mai verificatasi dal dopoguerra ad oggi».

Per aderire all´appello:
commissioneg8@yahoo.it.
Per vedere o scaricare il video:
www.piazzacarlogiuliani.org

11 luglio 2006

SYD BARRETT

da ondarock.it

Le visioni del "diamante pazzo" Un'antologia riporta alla ribalta l'ex-leader dei Pink Floyd, al quale gli ex-compagni vollero dedicare "Shine on you crazy diamond". Una summa preziosa dei suoi due dischi solisti, più il pezzo inedito "Bob Dylan Blues"


Si chiama Wouldn't Miss Me ed è la prima antologia a racchiudere in un solo cd il meglio della geniale e bizzarra carriera solista di Syd Barrett, primo leader dei Pink Floyd, nonché eminenza grigia dell’intero movimento psichedelico d’oltremanica (e non solo). Difficile, infatti, elencare tutte le band che in qualche modo hanno tratto ispirazione dalle visioni lisergiche del “testamatta” di Cambridge. Da Robyn Hitchcock a Julian Cope, da Badly Drawn Boy ai Mercury rev fino al folletto hip-hop Beck, sono in tanti ad aver mosso i primi passi sul sentiero tortuoso tracciato da Barrett. Eppure, i suoi due lavori solisti, Madcap Laughs e Barrett (entrambi pubblicati nel 1970 su etichetta Harvest), sono stati anche l’ultimo fuoco di fiamma di un uomo sconfitto, che si avvicinava alla fine della sua creatività. Concepiti in uno stato progressivo di depressione, gestito incautamente con massicce dosi di uno psicofarmaco potente come il Mandrax, segneranno in un certo qual modo il distacco definitivo tra l’universo di Barrett e il mondo reale.

Ma riascoltare questi classici della psichedelia, anche a distanza di trent’anni, non può non emozionare chi ha amato la carriera dei primi Pink Floyd, quelli non ancora miliardari, che si divertivano a sperimentare, tra ballate acustiche, filastrocche stralunate e divagazioni strumentali. Una formula che nasce con The Piper At The Gates Of Dawn in cui Syd Barrett conduce una sorta di viaggio nella mente tra droghe e allucinazioni, e che si attenuerà nel tempo, a partire dal suo allontanamento dalla band, nel 1968. I reduci, capeggiati da Roger Waters prima e David Guilmour poi, continueranno a destreggiarsi tra veri capolavori di rock maturo e opere più manieristiche, al limite del commerciale. Barrett, invece, si sobbarchera’ il peso di una progressiva emarginazione da quell’universo musicale che aveva attraversato sempre in modo eccentrico e sghembo.

Nei suoi due progetti solisti, a cui parteciparono in veste di produttori gli stessi Waters e Gilmour (forse con più di un senso di colpa), la “testamatta” di Cambridge dà un saggio della sua immensa capacità creativa, del suo fervore allucinato in grado di partorire mostri e visioni, favole e incubi, col tratto delicato di una strumentazione sempre sobria e sottile, di arrangiamenti onirici e fiabeschi. Quelle evocate da Barrett sono figure in controluce, ma che sanno però aprire squarci di desolazione esistenziale. Sono visioni confuse e fragili, che riescono però a delineare uno scenario di nevrosi collettiva di assoluta modernità.

Brani come “Octopus”, “Terrapin”, “Golden Hair” riescono a suonare ancora attuali, malgrado possano sembrare a tratti paradossali, quasi naif. E capolavori come “Effervescing Elephants” o “Baby Lemonade” conservano intatta tutta la loro luce anche a distanza di trent’anni. Nel viaggio lisergico di Syd, c’è sempre molta ironia, un’ironia sottile che sembra a tratti trasfigurarsi in un ghigno sardonico, ma che nasconde un senso di desolazione, di sconfitta. E’ la sommessa rassegnazione che si intravede tra le note di pezzi come “Waving My Arms In The Hair”, “Wolfpack”, “Long Gone”.

L’antologia Wouldn't You Miss Me esce a distanza di più di dieci anni dalle out-take di Opel e a otto dal cofanetto finale Crazy Diamond. Ed è una raccolta che riesce a esprimere bene il senso di quello che Barrett ha dato alla storia del rock. Ventidue tracce in più di settanta minuti di musica, tutte remasterizzate in modo accurato, sono un bilancio sufficiente, se non esaustivo, della sua carriera. Ma per i fan c’è anche una vera chicca, un inedito assoluto: “Bob Dylan Blues”. E’ un folk-blues inciso su nastro nel 1970, in cui Syd gioca a interpretare Dylan in tutto. Una sorta di parodia a rima quasi baciata sulle caratteristiche più o meno piacevoli del cantautore americano. Un piccolo gioiello che contribusice ad accrescere i rimpianti per quello che Barrett avrebbe ancora potuto dare al mondo della musica. Non resta che condividere, perciò, quanto scrive Graham Coxon nelle note dell’album: "Mi piace immaginarlo felice mentre dipinge o passeggia nel parco. Non è lui ad aver perso il contatto col circo del pop”. Già, probabilmente è proprio il contrario.

9 luglio 2006

Vibo Valentia, dimenticata dai media ancora sotto il fango del nubifragio di lunedì

Case inondate dal fango, fogne a cielo aperto, bambini che girano con le mascherine per paura delle malattie e tanta disperazione. E’ la situazione che ha trovato il senatore del Prc Fosco Giannini, rientrato ieri dalla Calabria

di Alessandra Pugliese
da liberazione.it


«La situazione nel Vibonese e in diverse altre aree è tragica - commenta Giannini - il fango è altissimo, non bastano gli stivali per proteggersi. Tutto è distrutto. Sono saltati i servizi. Gli esercizi sono chiusi. Chiuse tante piccole e medie imprese. Il cementificio locale, una delle maggiori fonti di occupazione della zona, chiuso. Non c'è più lavoro. L’economia locale è in ginocchio. Sono saltati i fossi, la gente non sa dove andare».

Lunedì scorso il maltempo si è abbattuto sulla provincia di Vibo Valentia portando con se distruzione, quattro morti e un'ottantina di feriti.

Fiumi e torrenti sono esondati. Il fango ha fatto il resto. Tra le vittime un bambino di sedici mesi. A Vibo tutti ne parlano e non trattengono le lacrime.

Intere famiglie hanno perso la casa. Alcuni sono stati trasferiti negli alberghi della zona, ma sono in pochi a voler lasciare le proprie abitazioni, e non solo per paura dello sciacallaggio.

Non è la prima volta che in Calabria avvengono simili disastri. Nella notte tra il 9 ed il 10 settembre del 2000, un alluvione uccise tredici persone in un camping di Soverato.

L’abusivismo edilizio, evidente in Calabria, come i fabbricati costruiti nelle zone a rischio idrogeologico, sono tra le cause di valanghe, esondazioni e frane. La Procura della repubblica del Tribunale di Vibo Valentia ha aperto un procedimento per disastro colposo contro ignoti.

«Abbiamo chiesto lo stato di calamità naturale - dice Giannini - ma va anche riconosciuto che ci troviamo davanti ad una situazione di dissesto ambientale. E’ necessario un progetto di riassesto ambientale, senza il quale simili tragedie continueranno a ripetersi».

Dopo aver visto tutto questo e parlato con centinaia di persone, Giannini ha preso il cellulare e chiamato il Ministero della Difesa. Ha parlato con l’ammiraglio Coppola e il Generale Ambrati, capo del Gabinetto del Ministro Parisi. Entrambi si sono impegnati ad intervenire per inviare in Calabria tutto il necessario.

Romano Prodi, che ha visitato le zone del disastro martedì, ha stanziato cinque milioni di euro per fare fronte ai primi interventi di emergenza. Ma la Calabria ha anche bisogno di attenzione politica, di un progetto razionale che faccia si che arrivino i mezzi necessari alla ricostruzione. Ci vogliono autospurgo, le macchine che aspirarano il fango. Da nord a sud nessuno le ha messe a disposizione.

La situazione è drammatica e le piogge previste per i prossimi giorni potrebbero peggiorarla ulteriormente. I vibonesi si sentono abbandonati, soprattutto dai media nazionali. «Il meridione continua ad essere censurato- ha commentato Giannini - Cristo si è di nuovo fermato ad Eboli. La Rai si deve occupare di questo disastro. La gente deve sapere. Ci vuole quella consapevolezza di massa che diventa pressione politica.

Chiederò che nelle trasmissioni Rai venga mostrato un numero di conto corrente a sostegno della popolazione colpita. Parlerò con il Ministro Giovanna Melandri affinché convinca il mediano azzurro Rino Gattuso, calabrese e uomo di cuore, a fare un appello in favore della Calabria. Ci vogliono meno soldati a Kabul e più soldati della pace, che aiutino a sconfiggere il fango e a ricostruire una vita civile».