22 luglio 2006

Intercettazioni: suicidato il capo sicurezza di Telecom

di Paolo Manzo
da vita.it

21/07/2006

Adamo Bove era indagato a Roma per violazione della privacy avendo «spiato» alcune persone attraverso una rete informatica.

Si sarebbe suicidato Adamo Bove, ex poliziotto e responsabile security governance di Telecom Italia. Secondo le prime ricostruzioni il dirigente si è gettato dal cavalcavia di via Cilea, a Napoli, nel quartiere collinare del Vomero. Bove è rimasto ucciso sul colpo.

Il presunto suicidio (la procura di Napoli ha aperto un'inchiesta per "istigazione al suicidio") è avvenuto intorno alle 12 di oggi, ma la notizia è stata resa solo otto ore più tardi.

Bove, 42 anni, si era laureato in giurisprudenza alla Sapienza di Roma. Svolgeva la funzione di Responsabile della Funzione Security Governance, nell'ambito dell'Unità di Servizio Security del gruppo Telecom Italia. Dal gennaio 2003 era anche Responsabile Funzione Coordinamento Internazionale Security del Gruppo Telecom Italia. Da novembre 1998 a febbraio 2000 aveva lavorato nella Direzione Generale di Telecom Italia con incarichi di Security Management a livello nazionale. Fino all'ottobre 1998 era stato funzionario della Polizia di Stato, con il grado di Commissario Capo.

Bove lavorava nello stesso settore dell'azienda del quale era stato a lungo responsabile Giuliano Tavaroli, il cui nome è emerso più volte nel corso degli accertamenti svolti dagli investigatori nell'ambito dell'inchiesta della procura di Milano sulle intercettazioni telefoniche non autorizzate.

Bove era indagato a Roma per violazione della privacy avendo «spiato» alcune persone attraverso una rete informatica.

Il delitto perfetto?

di Cesare Piccitto

Quello che nei manuali di criminologia viene definito: “ il delitto perfetto”. Nessun movente, senza arma del delitto e senza sospettati. Sono passati più di due decenni è vero. Tanto tempo, ma mai troppo per cercare di capirne di più. Da dove cominciare? iniziamo a far conoscere o far ricordare, per chi c’era, chi è stato Rino Gaetano.

Quest’anno ricorre proprio il 25 anno dalla sua prematura e violenta scomparsa. Un intellettuale “scomodo” perché non faceva comodo a nessuno, in quei violenti e per certi versi oscuri anni settanta.

Era Nato a Crotone il 29 ottobre 1950. Romanticismo, humour, tristezza, ma anche sarcasmo. È Rino Gaetano, l'autore di Gianna, un maestro d'ironia, uno dei cantautori più conosciuti degli anni '70. Giovanissimo si trasferisce a Roma dove vive fino alla sua morte.

Si avvicinerà da subito alla musica. Il suo primo 33 giri è “Ingresso Libero”. Il grande pubblico si accorge di lui con “Il cielo è sempre più blu” e poi con “Berta filava”. Infine il successo: con singoli come “Aida” e “Gianna”. Quest'ultima canzone si piazza terza al Festival di Sanremo del 1978, dove il cantante si presenta con un frac, un cappello a cilindro, il tutto smitizzato da una camicia a rigoni rossi verticali. Proprio Gianna resta per un mese, a marzo, in vetta alla classifica dei 45 giri.

Una persona ed un intellettuale, che ha scelto la musica come mezzo d’espressione della propria essenza: goliardica, molto acuta e mai banale. Gran parte della critica dell’epoca lo bollò come “giullare” non sforzandosi minimamente di capire il messaggio forte dei suoi testi. Lui non se ne preoccupò più di tanto esprimendo il meglio di sè nei suoi ultimi album.

All’apice della sua carriera, un delitto lento ma premeditato fermò il suo estro per sempre. Alla fine del 1978 Gaetano si reca in Spagna per registrare le versioni in lingua originale di alcune sue canzoni. È il tempo della tristezza: in Italia impazza la moda del reggae e lui, come segno di rifiuto delle ideologie e dei rituali politici, scrive una invettiva in musica dal titolo Nuntereggae più in cui si scaglia contro la castità, il maschio forte, le superpensioni, gli evasori legalizzati, e anche contro alcuni personaggi della vita economica, politica, sportiva.

Del 1981, anno in cui gira in tourneè con Riccardo Cocciante, è l’ ultimo suo album “E io ci sto”. Muore la notte del 2 giugno 1981, all'alba, dopo un incidente con la sua Volvo 343 in via Nomentana. Anche perché ben cinque ospedali ne rifiutano il ricovero. Dopo quindici giorni avrebbe dovuto sposare la sua ragazza Amelia, di Fondi.

Alla luce dei fatti, anche se incorniciati in un lontano passato, di quella morte non è possibile realmente accusare nessuno. Una serie di sfortunate coincidenze, il destino crudele e tante altre ancora potrebbero trovarsene di cause. Una cosa è certa: il mandante di quell’omicidio aveva agito già da tempo, costruendo su sull’artista un’immagine volutamente distorta, quella società “piccoloborghese” che con acuta ironia lui prendeva di mira, al momento opportuno ha sferrato la più atroce delle vendette, permettendo che morisse senza soccorso destino che oggi non si riserva nemmeno agli animali.

Nessun ospedale accetta di ricoverarlo, decretandone così il sicuro decesso. Autore di canzoni graffianti e appassionate, paladino del Sud e degli sfruttati, nemico giurato di tutti i politici, Rino Gaetano è uno dei cantautori di culto della scena italiana. Ha cantato un'Italia grottesca negli anni della tensione e delle P38. Dopo la sua morte, le sue canzoni sono state riscoperte negli anni e saccheggiate senza ritegno. Ci rimane la denuncia sociale celata dietro l'ironia delle sue filastrocche, ancora attualissima. Solo oggi superato il ventennio dalla scomparsa, Gaetano ottiene quella considerazione e ascolto che non aveva mai avuto in passato. Meglio tardi che mai.

21 luglio 2006

Irrepressible.info, Amnesty contro la censura su Internet

da unita.it

Amnesty International lancia una campagna contro al censura su Internet e accusa Microsoft, Yahoo e Google


"… I Karen sono il più numeroso tra i gruppi etnici di minoranza che vivono nelle regioni montagnose della Birmania e nel nord ovest della Tailandia...». Tratto dal sito: karenpeople.org. un portale no-profit dedicato ai Karen censurato in Birmania. «...Auguro a tutti, specialmente a quelli che vivono in Medio oriente un anno più democratico e pacifico...». Questa frase, invece è tratta da horder.com, il sito di Hossein Derakhshan ed è stato censurato in Iran.

Derakhshan è un iraniano che vive in Canada e scrive un blog. Queste sono solo due delle migliaia di testi che non si possono leggere sul sito dove erano stati pubblicati perché sottoposti a censura. Si possono però trovare su un sito creato da Amnesty International, irrepressible.info, creato appositamente da Amnesty International con il preciso scopo di combattere la censura su web. Sullo stesso sito è possibile anche pubblicare altre frasi che hanno subito il taglio della censura. La campagna irrepressible.info, ha infatti ha come obiettivo quello di restituire al web la sua caratteristica di forza di diffusione globale.

Amnesty lancia in particolare una accusa contro Google, Microsoft e Yahoo. Per l'organizzazione dei diritti civili, queste tre società avrebbero violato la Dichiarazione dei diritti dell'uomo collaborando con la Cina nella censura su Internet. Tra i Paesi in cui il giro di vite della repressione si sta facendo sempre più dura ci sono anche Iran, Maldive, Cuba e Vietnam. La repressione si attua attraverso l´arresto di utenti, blocco dei siti, sorveglianze delle chat, censure di notizie all´estero, filtri nei motori di ricerca e i governi, secondo Amnesty, sono aiutati dalle maggiori aziende. In particolare il caso cui si riferisce il comunicato dell´organizzazione internazionale è quello del fisico nucleare Mordechai Vanunu, incriminato nel 2004 dalle autorità israeliane per aver avuto una serie di contatti con la stampa estera dopo che informazioni sul suo conto erano pervenute alla polizia dalla Microsoft.

Vanunu é sottoposto al divieto di avere contatti con l´estero. Questo provvedimento, che di per sé é una violazione dei diritti umani, é stato appena rinnovato per un altro anno. Sebbene il giudice del processo in corso abbia accolto la richiesta di non usare le informazioni fornite da Microsoft, i dati sono nelle mani delle autorità israeliane e potrebbero essere usati per continuare a limitare la libertà di Vanunu. Le adesioni alla campagna irreprensibile.info, fa sapere l'associazione, verranno presentate a novembre a un'importante riunione dell'Onu sul futuro di internet.

Genova cinque anni dopo, processi a rischio amnistia

da unita.it
be.mo.

G8 genova, carlo giuliani, piazza alimonda, diaz, bolzaneto (ansa)
«Se verrà fatta l´amnistia l´intero processo per Bolzaneto e metà di quello della Diaz verranno vanificati». Superato il pericolo prescrizione, un´altra scure giudiziaria si potrebbe abbattere sui procedimenti seguiti ai fatti del G8 di Genova del 2001. A cinque anni di distanza da quelle giornate, come spiega all´Unità on line l´avvocato genovese Emanuele Tambuscio, i processi per i fatti di Genova sono tutti aperti. E (quasi tutti) ancora a rischio.

Da un lato ci sono i procedimenti contro le forze dell´ordine, quelli che in teoria avrebbero dovuto garantire l´incolumità e la sicurezza dei cittadini e dei manifestanti durante il G8 e che invece sono finiti alla sbarra per imputazioni che vanno dall´abuso di potere alle lesioni, dalla perquisizione arbitraria ai trattamenti inumani e degradanti. Sono i processi per l´irruzione alla Diaz e per le violenze nella caserma Bolzaneto.

Dall´altro le accuse a carico di 25 manifestanti, per lo più riconosciuti attraverso video e foto, sui quali grava la pesantissima accusa di aver «devastato e saccheggiato» l´intera città fra il 20 e il 21 luglio. Un processo difficile e spinoso che però ha portato in qualche modo in aula anche il dibattimento archiviato fin dal 2003 per l'omicidio di Carlo Giulliani attraverso la ricostruzione di quello che è avvenuto in piazza Alimonda il 20 luglio di cinque anni fa. «Quello ai 25, anche in caso di amnistia sarà l´unico processo che proseguirà perché i reati contestati non rientrano in quelli previsti dal provvedimento» spiega Tambuscio. Questo è anche il processo che è iniziato prima, nel marzo del 2004, e che dovrebbe concludersi a giugno prossimo.

Rischio amnistia per metà del processo per l´irruzione e i pestaggi alla scuola Diaz nella notte tra il 21 e il 22 luglio (ma anche per la "perquisizione" non autorizzata nella scuola Pascoli, sede del centro stampa e degli avvocati del Genoa Social Forum). Le udienze sono iniziate a giugno del 2005 e sono imputati 28 funzionari della polizia (compresi alcuni "big" delle forze dell´ordine come Francesco Gratteri, ex direttore dell´anti terrorismo e dello Sco e Vincenzo Canterini, ex comandante del reparto celere di Roma). Tutti sono accusati, a vario titolo, di lesioni gravi, violenza privata, danneggiamenti, perquisizione arbitraria, percosse (reati amnistiabili) ma anche di falsità ideologica, calunnia per aver orchestrato il ritrovamento nella scuola adibita a dormitorio di due bombe molotov e di aver "preconfezionato" l´accoltellamento di un´agente. Il tutto allo scopo di giustificare in qualche modo il blitz e la mattanza che ne è seguita. E per questi reati l´amnistia non è prevista.

Durante le prime 45 udienze sono stati sentite tutte le 93 "parti offese". «Ragazzi e ragazze che quella notte dormivano nella scuola, che venivano da tutto il mondo, e che sono tornati in Italia dagli Usa, dalla Nuova Zelanda, dalla Germania, per raccontare cosa hanno subito - spiega ancora Tambuscio - Testimonianza credibili e dettagliate che hanno lasciato senza parole anche la difesa».

A rischio è invece l´intero procedimento sulle violenze a Bolzaneto, iniziato l´ottobre scorso, che vede imputati 47 fra poliziotti, carabinieri, agenti della polizia penitenziaria e medici. Calci, pugni, sputi, minacce e «trattamenti inumani e degradanti» di ogni tipo sono stati raccontati nei dettagli dalle cosiddette "parti lese" che hanno testimoniato fino ad oggi e continueranno a testimoniare nei prossimi mesi.

Sono oltre 250 le persone che furono portate nella caserma per essere "interrogati" dopo essere stati prelevati durante le manifestazioni o, in alcuni casi, mentre si trovavano all´ospedale. Fino ad oggi in aula sono state ascoltate le parti lese che hanno raccontato umiliazioni e violenze di ogni genere. «Anche in questo caso si tratta di testimonianze attendibili e dettagliate – precisa Tambuscio – i ragazzi hanno descritto le celle, i comportamenti dei loro carcerieri, le umiliazioni. Unico dato incerto è l´attribuzione delle responsabilità personali degli imputati».

Ma non solo. Dato che in Italia non esiste ancora una legge contro la gli imputati devono rispondere di abuso d'ufficio, violenza privata, falso ideologico, abuso di autorità contro detenuti o arrestati, violazione dell'ordinamento penitenziario e anche dell´articolo 3 della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Tutti reati che potrebbero venire amnistiati.

20 luglio 2006

Farina di Betulla, quel sacco di...

da mauro biani

La memoria ci soccorre anche in questo blog, ma stavolta preferisco che sia Pino Scaccia (che ho sentito)a commentare: "Ci sono pezzi fastidiosi da scrivere. La storia di Betulla, già.

Non entro nel merito perché non sono abituato a dare giudizi sui colleghi: chi deve farlo prenderà sicuramente la decisione giusta. Faccio talmente da tanti anni il cronista che neppure sono una verginella e conosco bene, anche da vicino, i rapporti con i servizi segreti.

Diciamo che c’è una bella differenza per un giornalista fra ottenere informazioni e darle (specie se a pagamento), ma è un discorso che magari faremo un’altra volta. Quel che mi preme adesso, e mi procura fastidio appunto, è di occuparmi di quel Farina che massacrò letteralmente Enzo Baldoni appena rapito (sapete com’è, stavamo insieme e capirà l’esimio collega se la prendo come un fatto personale). Con la famiglia in ansia ebbe la spudoratezza di beffeggiarlo ipotizzando anche un autorapimento. Al di là del buongusto suonano strane oggi le sue parole di allora: "Gli esperti dell'intelligence atlantica hanno molti dubbi su tutta la vicenda.

Il volto del prigioniero non rivela contrazioni inevitabili per chi si trovi sull'orlo dell'abisso. Non appaiono intorno all'italiano uomini armati e mascherati. Potrebbeessere una recita". Sapete, adesso che sappiamo dei rapporti con gli esperti dell’intelligence atlantica viene quasi da ridere. (Inciso indispensabile: Farina ha ammesso pubblicamente su Libero di aver collaborato con il Sismi, anzi lo rivendica). Lo stesso signor vicedirettore si rifarà però abbondantemente una settimana dopo descrivendo nei particolari, solo lui, il barbaro assassinio di Enzo. Oh, non da giornalista ma da uomo magari gli sarebbe potuto anche sfuggire un piccolissimo rimorso per quelle parole ingiuste, ma niente, cronista tutto d’un pezzo. Neppure una lacrima. Eppure nella lettera al direttore di stamattina vuol far vedere di possedere un’anima. L’attacco è una perla e suscita molte riflessioni. Testuale: “Quando è cominciata la quarta guerra mondiale, quella scatenata da Osama Bin Laden in nome dell'islam contro l'Occidente crociato ed ebreo, ero animato da propositi eroici. (…)

La mia ambizione è sempre stata inconsciamente quella di Karol Wojtyla: lui morire nei viaggi, io sul fronte, magari in Iraq o in Qatar. Sono immodesto anche nel paragone. Vanità e protagonismo della mutua, incoscienza, ma credendoci, buttandomi tutto. Sapevi già delle mie avventure in Serbia sul filo del rischio, convinto di riuscire a raccontare meglio le cose se però risolvevo anche i problemi del mondo. Hai sempre cercato di farmi ragionare, di trattenermi. Poi di solito ti arrendi tu: non riesco a concepire altro modo di fare il giornalista. Mi ricordo la tua sfuriata di quando ero andato vicino all'Iraq senza dirti nulla, e in più scrivendo un articolo sui tagliatori di teste di un camionista bulgaro vicino al luogo del delitto”. Vogliamo cominciare con l’accostamento al Papa? Oppure dalla confusione sui teatri di guerra? In Iraq si può morire, anzi si muore, tanti reporter sono morti perché ci sono andati. In Qatar no, al massimo si può morire di noia come mi hanno raccontato molti colleghi costretti a passare mesi nel paradiso di Doha. Ma ecco la perla delle perle: “Mi ricordo la tua sfuriata di quando ero andato vicino all'Iraq senza dirti nulla”. Di quando era andato VICINO all’Iraq. Avete capito, è andato vicino all’Iraq.

Ma che atto eroico. Vicino. Gente come noi, e siamo tanti, che DENTRO l’Iraq c’e’ stata per mesi e si è trovata fisicamente tra due fuochi, quello aberrante dei terroristi islamici e quello dell’arroganza americana, che cos’è? Altro che eroi, siamo martiri di questa professione. Pensate, siamo andati là a raccontare quello che succedeva. Non vicino, dentro. A capire non attraverso una telefonata a via a Nazionale, ma con l’ardire di guardare con i propri occhi.

Noi giornalisti professionisti e magari qualche freelance curioso e coraggioso come Enzo che addirittura ci va gratis. Pensate, noi due quel giorno che andiamo a Najaf per vedere da vicino perché un giovane pazzo furioso come al Sadr aveva deciso di fare la guerra a tutto e a tutti. Sentirsi una bomba sotto il sederino, tremare insieme in una stradina cieca per le cannonate. Sul filo del rischio... Finalmente forse ho capito quel pezzaccio di Farina contro Enzo. Invidia, semplicemente invidia. Perché per andare lì, e non prometterlo a parole, ci vogliono le palle. Solo le palle."

19 luglio 2006

Caro Borsellino, la mafia non esiste?

Sembra un secolo fa. E invece sono solo 14 gli anni trascorsi dalla strage di via d´Amelio che causò la morte di Paolo Borsellino e dei ragazzi che erano con lui in quell´orribile 19 luglio del ‘92. Sembra un secolo perché sembra voglia ritornare il tempo... che la mafia non esiste

di Gian Carlo Caselli

Subito dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino l´enormità della violenza mafiosa produsse una mobilitazione senza precedenti nella società civile, insieme ad un forte recupero di entusiasmo e di efficienza nelle forze dell´ordine e nella magistratura. Conseguentemente vi fu un´imponente serie di indiscutibili successi nell´azione repressiva.

Quest´azione è continuata anche in seguito: lo prova il recente arresto di Provenzano (dopo quelli degli anni passati di Riina, Brusca, Aglieri, Bagarella, Graviano, Santapaola e tantissimi altri). Ma qualcosa è via via cambiato, rispetto al periodo successivo alle stragi. E oggi sembra a volte riaffiorare prepotente, in certi media e in ampi settori della politica (con contaminazioni anche a sinistra), la perversa tendenza a dire o far credere - come tanti anni fa - che la mafia non esiste. Certo, nessuno osa dirlo esplicitamente, con la brutale schiettezza che tempo addietro caratterizzava fior di notabili, compresi cardinali e procuratori generali. Le tecniche si affinano, oggi si è meno rozzi e ci si limita a non perdere occasione per provare a ridurre "Cosa nostra" ad organizzazione criminale sanguinaria, sì, ma tutto sommato anche folcloristica. Emblematiche, al riguardo, sono certe cronache su Provenzano che intrecciano prostata e cicoria, pannoloni e pizzini, vangeli e macchine per scrivere antidiluviane, covi mezzo diroccati, squallidi e sporchi, con rotoli di banconote, santini e formaggi custoditi alla rinfusa.

E le T-schirt della vergogna con le scritte «Mafia made in Italy», per le quali in tanti ci si è giustamente indignati, sembrano un po´ figlie di questo "nuovo" clima: che può anche indurre i più spregiudicati o irresponsabili ad osare la mercificazione - con contestuale banalizzazione - di ciò che ancora poco tempo fa era, almeno pubblicamente, impresentabile. Del resto, la tendenza a ridurre la mafia ad un'organizzazione criminale un po´ folcloristica emerge addirittura dalla relazione della Commissione parlamentare antimafia della legislatura appena conclusa, se è vero - com´è vero - che essa nega ogni carattere strutturale del rapporto fra mafia e potere, riducendo Cosa nostra (testuale!) a fenomeno «legato a condizioni di incultura, di scarsa mobilitazione o tensione sociale, a momenti di crisi morale ed economica»; con il capolavoro finale del patetico tentativo (portato avanti, in verità, con una fragile dissociazione dell'opposizione) di scrollare dalle spalle del senatore Andreotti il macigno, confermato financo in Cassazione, delle sue collusioni con la mafia fino al 1980.

In un simile contesto, si capisce meglio il riproporsi della "filosofia" del contrasto alla mafia come problema soltanto di "guardie e ladri", da delegare tutto a polizia e magistratura, il cui intervento viene perciò esaltato quando si arrestano esponenti di vertice o quadri intermedi dell´ala militare o immediati dintorni, mentre si accusano di indebito uso politico della giustizia (comunisti!) i magistrati che si permettono di indagare senza sconti anche sulle cosiddette "relazioni esterne", ossia sulle coperture, complicità e collusioni che sono la spina dorsale del potere mafioso. Al punto che se un magistrato dell'antimafia non viene aggredito o addirittura è sostenuto dai "soliti noti", c´è da chiedersi dove stia sbagliando... È di decisiva importanza, allora, dare segnali precisi di discontinuità, di inversione di tendenza. Molte le cose che si dovrebbero fare. Ne segnalo due, a mio avviso pregiudiziali.

La prima riguarda la legislazione antimafia, oggi disseminata e dispersa in mille rivoli (codice penale, codice di procedura penale, norme di diritto amministrativo, ordinamento penitenziario, leggi più o meno speciali sui "pentiti", sul riciclaggio, sugli appalti, sulle misure di prevenzione personali e patrimoniali, sui beni confiscati e via seguitando), con sovrapposizioni, contraddizioni, stratificazioni ed incongruenze che spesso ostacolano, ritardano o rendono vischiosi gli interventi. È urgente predisporre un testo unico della legislazione antimafia, che faccia ordine e chiarezza, e al tempo stesso proponga i necessari aggiornamenti. Il ministro Mastella ha pubblicamente manifestato l´orientamento di creare un´apposita commissione. Per favore, che dalle dichiarazioni di intenti si passi - senza più attendere - alla traduzione in cifra operativa dei buoni propositi.


L´altra misura urgente riguarda la gestione dei beni confiscati ai mafiosi. Nella passata legislatura le relative competenze (da un ufficio specializzato, che si occupava soltanto di questo) furono inopinatamente trasferite al Demanio, cioè un calderone enorme dove la specificità dei problemi derivanti dall'origine mafiosa dei beni non può non perdersi: per ragioni strutturali ed obiettive, ma con guasti ed inconvenienti a non finire che aumentano di giorno in giorno. Di qui la necessità di ripristinare un qualcosa - si chiami Agenzia o Alto Commissariato poco importa - che sia incaricato di occuparsi esclusivamente dei beni confiscati ai mafiosi, così da poter mirare gli interventi volta a volta necessari sulla specifica concretezza dei problemi, affinandone via via la conoscenza e specializzandosi sempre più nella risoluzione di essi. Si tratta di impedire che appassisca quel fiore all'occhiello che il nostro Paese può orgogliosamente esibire: il fiore dell´antimafia dei diritti, delle opportunità e del lavoro. Un fiore che profuma di coraggio e di riscatto, di lavoro pulito e di cittadinanza vera.

Un fiore che può indirizzare il futuro dei giovani verso una migliore qualità della vita. Un fiore che emana quel «fresco profumo di libertà che si contrappone al puzzo del compromesso morale, dell´indifferenza, della contiguità e quindi della complicità» di cui parlò proprio Paolo Borsellino alla vigilia della sua morte. Un fiore coltivato da «Libera», l´organizzazione della società civile in cui tanta parte ha avuto Rita, la sorella di Paolo Borsellino. Un fiore che oggi va sostenuto e protetto, se non si vuole che il rigore e il volto pulito di tanti siciliani onesti, che alla memoria di Paolo Borsellino ispirano il loro quotidiano impegno, soccombano nella palude della serena convivenza con la mafia praticata dai "maestri" della duttilità. Quelli che i rapporti tra mafia e potere li risolvono come se si giocasse a Monopoli: se peschi un "Imprevisto", magari stai fermo per un po´; ma poi ricominci a giocare, con gli stessi terreni, le stesse case, gli stessi alberghi, le stesse stazioni, gli stessi soldi di prima; persino con la stessa pedina di prima. Non è precisamente per questi indecenti balletti che hanno sacrificato la loro vita Paolo Borsellino e tanti altri come lui.

18 luglio 2006

Il pacifismo indispensabile

Non è una questione di principio

di Giuliana Sgrena
da ilmanifesto.it

Quando un mese fa, a New York, mi hanno chiesto se ero disposta a incontrare Mario Lozano - il soldato che ha sparato contro l'auto su cui viaggiavo e ha ucciso Calipari - ho risposto che non avrei avuto nessun problema. La motivazione? Voglio sapere la verità, non voglio vendette. Sono pacifista e penso che anche Lozano, come i miei rapitori, siano vittime della guerra. Hanno delle responsabilità ma la maggiore è di chi conduce questa guerra. I miei interlocutori statunitensi non capivano. Perché? Noi siamo un movimento anti-war non pacifista, mi hanno spiegato.

Il gap è notevole anche se c'è in comune l'opposizione alla guerra. Un principio contro una filosofia, una cultura di vita. Una single issue contro un progetto che non si accontenta di impedire una guerra ma vuole costruire una cultura di pace per risolvere i conflitti. Anche se non è facile impedire una guerra, non ci sono riuscite le imponenti manifestazioni che hanno invaso le piazze alla vigilia dell'attacco all'Iraq. E proprio questa «sconfitta» ha imposto una battuta d'arresto al pacifismo ma non ne ha segnato la fine, anzi ha imposto nuove sfide, dal Libano alla Palestina all'Afghanistan. Sfide che si collocano in un contesto nuovo: la fine del governo Berlusconi. Un primo risultato con Prodi è stato ottenuto: il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq, ma è un risultato misero, anche se importante per noi, visto che in Iraq rimangono soldati e terrore.

Fin dalla sua nascita il movimento pacifista ha avuto dimensioni sovranazionali, con più solide radici in Europa. E fin da allora i pacifisti italiani avevano intuito che i maggiori pericoli venivano dal Mediterraneo e dal Medioriente. E la nuova esplosione di guerra nella regione ci riporta con le immagini a quegli inizi con l'invasione del Libano. Avvenimenti che non dimostrano l'inutilità del movimento pacifista ma la necessità che una cultura della pace si rafforzi ed estenda.

Quindi un lavoro politico di lunga lena che comincia dal nostro paese per continuare in Europa, per individuare forze e movimenti che nelle aree di crisi possono diventare interlocutori di una politica di pace fondata sulla reciprocità della cooperazione, sullo scambio eguale nello sviluppo economico, su comuni luoghi di decisione politica, non un G8 che sentenzia e decide e gli altri che si adeguano. Il ritiro italiano dall'Iraq non cambia la situazione di quel paese così come non la cambierebbe un ritiro dall'Afghanistan. Può essere utile, certo, ma serve di più: il ritiro di tutte le truppe per creare le condizioni in Iraq come in Afghanistan di reale indipendenza e sovranità di quei popoli che hanno bisogno d'aiuto, ma non quello portato da eserciti o da migliaia di mercenari armati.

Non è solo un discorso di principio, come afferma Adriano Sofri (Repubblica,17 luglio) ma di questioni di merito, anche per l'Afghanistan. A parlarne è chi fra gli altri, e soprattutto le altre, hanno manifestato contro i taleban quando Bush li considerava ancora un gruppo rock. E oggi non vorrebbe essere costretta a scegliere tra la pace del terrore (taleban) e un regime dominato dai signori della guerra e della droga che all'interno del parlamento si possono permettere di urlare «stupratela» contro una deputata che denuncia la corruzione e la violenza dei nuovi-vecchi governanti. E' questo il risultato di quasi cinque anni di intervento in Afghanistan.

E non si giustifichi l'intervento con la copertura dell'Onu: quando l'allora rappresentante di Annan, Lakhdar Brahimi, aveva chiesto più truppe per estendere il controllo a tutto il paese nessuno gliele aveva date. Quella che ora si trova in Afghanistan non è più la forza di peace keeping avallata dall'Onu, che doveva assistere alla creazione di un governo afghano. Si tratta invece di truppe che sempre più numerose al sud portano avanti la guerra contro il terrorismo e contro gli irrudicibili taleban che non si sono riciclati nel nuovo governo. Nell'Afghanistan di Karzai si applica la sharia, la Corte suprema è in mano a uno dei più trucidi fondamentalisti, ed è tornato in vigore il «ministero per la prevenzione del vizio e la promozione della virtù». Questa è la realtà e non si può ridurre, come fa Sofri, a un duello tra Gino Strada e Alberto Cairo.

16 luglio 2006

Zapatero

di Pina La Villa
da girodivite.it

Spagna. Zapatero non partecipa alla Messa a Valencia per la visita del Papa. Finalmente un gesto di coerenza e di rispetto nei confronti della Chiesa cattolica e di tutte le fedi di un popolo europeo del XXI secolo. In genere a messa ci vanno troppi infedeli, troppi ipocriti. Zapatero ha semplicemente evitato di fare un gesto ipocrita e strumentale.

Probabilmente Zapatero ricorda il ruolo negativo della Chiesa nella storia della Spagna, i rapporti col dittatore Franco, e la stessa scelta di celebrare questa giornata della famiglia a Valencia non è proprio il massimo della "cortesia" verso un governo che ha fatto delle scelte ben precise in merito.

Credo però che la motivazione di Zapatero sia molto più semplice e quindi più rivoluzionaria. Avrà un incontro con Benedetto XVI, in quanto capo di uno stato estero, nelle sedi opportune, ma andare a messa è un gesto che implica la soggezione a un rituale che può obbligare solo che si riconosce in quella fede, e nessun altro. Ecco, finalmente, un gesto chiaro, semplice, di profondo rispetto verso gli spagnoli. Aspettiamo che un gesto simile venga anche da noi. Senza enfasi, senza proclami, solo la fine delle genuflessioni ipocrite.