26 agosto 2006

«Non ucciderò bambini». Suicida soldato inglese

da unita.it

«Non posso andare in Iraq, non posso uccidere quei bambini. Non importa da che parte stanno, io non posso farlo». Sono le parole che il soldato britannico Jason Chelsea, 19 anni, ha detto a sua madre poco prima di uccidersi. Il racconto apre l´edizione di venerdì 25 agosto del quotidiano britannico The Independent.

Il ragazzo si è suicidato tagliandosi le vene dei polsi e assumendo una dose letale di antidolorifici, perché era terrorizzato dal pensiero di ciò che avrebbe dovuto affrontare quando il suo reggimento (il King's Lancaster Regiment) sarebbe partito per l'Iraq, dove sono già morti 115 soldati britannici dal 2003.

Secondo quanto riferito dalla famiglia, Jason avrebbe raccontato ai propri genitori che durante l'addestramento gli sarebbe stato detto che in Iraq avrebbe potuto dover sparare anche contro bambini, nel caso in cui questi potessero ssere usati per attentati suicidi. Una prospettiva che ha fatto crollare il giovane militare. Il Ministero della Difesa inglese non ha smentito la circostanza. Ha precisato che non è previsto che questo tipo di circostanze vengano prese in considerazione durante l'addestramento, ma che «ogni reggimento si regola come ritiene meglio».

Polemiche nel Regno Unito. Il ministero della Difesa ha aperto una inchiesta per accertare che il giovane non sia rimasto vittima di episodi di nonnismo. Jason aveva raccontato ai suoi genitori momenti di un addestramento brutale: gli istruttori gli avevano detto che bambini anche di soli due anni portano bombe e che doveva essere pronto ad ucciderli per salvare se stesso ed i suoi commilitoni. Ma all'esercito inglese erano anche noti i problemi psicologici del ragazzo, che aveva già tentato il suicidio nel 2004, veniva irriso dai commilitoni per i suoi problemi di dislessia, e da un anno e mezzo era alcolizzato, tanto che ai medici è stato impossibile salvarlo a causa delle pessime condizioni del suo fegato.

Il suo, secondo la ricostruzione di The Independent, è il sesto suicidio di un soldato inglese a causa della missione in Iraq. Nel mese di luglio il ministero della Difesa ha riferito che 1.541 soldati che hanno servito in Iraq soffrono ora di disturbi mentali.

Che cosa vuole Placanica? Perché non dice la verità?

da Liberazione.it
di Haidi Gaggio Giuliani

Mi telefona una giornalista dell’Ansa. Mi chiede gentilmente: “Che cosa intende rispondere a Placanica?” Nulla, non ho niente da dire, a lui. «Placanica sostiene che la sua vita è rovinata a causa vostra» Ma chi gliele suggerisce certe pensate… «Dice che vi chiederà i danni». Quando leggo il lancio d’agenzia in internet scopro il nome del suggeritore: è il deputato Filippo Ascierto, “responsabile della sicurezza di Alleanza Nazionale”.

Il signor Ascierto evidentemente non conosce la differenza che intercorre tra una richiesta di danni e la necessità di interrompere i termini di prescrizione di una causa; non ha capito cioè che le raccomandate inviate dai nostri legali prima dello scadere dei cinque anni, più di un mese fa, hanno semplicemente lo scopo di mantenere aperta la possibilità di intentare una causa civile nel caso ci venisse nuovamente negato un processo penale.

Non ha capito, pare, che non abbiamo mai avuto l’intenzione di arrenderci all’archiviazione dell’uccisione di Carlo. Non ha capito che siamo testardi e che continueremo a lavorare perché le giornate del G8 di Genova non finiscano nel dimenticatoio, tra i molti misteri della storia del nostro Paese, senza i nomi e i cognomi dei responsabili di quella che Amnesty International ha definito «la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dalla fine della seconda guerra mondiale». Il signor Ascierto, maresciallo in distacco per incarichi parlamentari, in quelle giornate era a Genova e il 20 luglio ha trascorso diverse ore al forte S. Giuliano, sede operativa dell’Arma dei Carabinieri: tralasciando la demagogia “proletaria”, potrebbe raccontarci cose molto interessanti.

Potrebbe ad esempio spiegarci che cosa intende quando dice che non si può chiedere conto a Placanica «di cose di cui non ha alcuna responsabilità»: per caso anche il signor Ascierto pensa che su quella camionetta ci fosse un’altra persona, che insomma sia stato un altro a sparare? Placanica era di leva, nel 2001: è stato subito promosso, sul campo direi, e per quattro anni ha lavorato nell’Arma. Dopo lunga ed attenta analisi però è stato ritenuto “non idoneo” e dimesso.

In cinque anni ha detto o lasciato intendere tutto e il contrario di tutto; ha parlato a giornali e televisioni poi, quando è venuto a Genova come testimone al processo contro i 25 manifestanticapriespiatori, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Per lui sono state sparse lacrime, dichiarazioni di solidarietà ed effettuate raccolte di soldi. Ora ci tiene a far sapere che ha famiglia ed è senza lavoro: chi no cianze no tetta, si dice da queste parti, chi non piange non poppa…

E se la prende con un libro (quello di Simona Orlando, “Anche se voi vi credete assolti” n. d. r) che io non ho mai scritto né condiviso. Forse il signor Ascierto, per aiutarlo a ritrovare la serenità perduta, potrebbe suggerirgli di raccontare finalmente la verità.

Approfondimenti: Haidi Giuliani: “Raccontiamo la storia di Carlo per spiegare come è possibile che la verità venga manipolata”

Cuffaro: un rigassificatore a Vigàta. L’Enel: d’accordo

L’Enel è pronta a investire oltre un miliardo di euro a Porto Empedocle-Vigàta, in provincia di Agrigento, a metà strada esatta tra la Valle dei Templi e il sito archeologico di Selinunte, non per commissionare una nuova serie di Montalbano-Zingaretti ad Andrea Camilleri ma per finanziare la costruzione di un rigassificatore sulle spoglie dell’ex impianto di fertilizzanti della Montedison

da liberazione.it
di Gemma Contin

La notizia l’ha data ieri l’amministratore delegato dell’Enel Fulvio Conti al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, dopo che il governatore Udc della Regione siciliana Totò Cuffaro aveva mandato a dire, dalle colonne del “Corriere della Sera”, che lui e l’Isola erano pronti ad accogliere a braccia aperte il nuovo impianto, a certe condizioni occupazionali ed economiche.

Comincia così il nuovo capitolo della saga dei rigassificatori in Italia, dove «servono quattro nuovi rigassificatori per far fronte al bisogno energetico», dice il governo Prodi e il suo portabandiera su quel fronte, il ministro dello Sviluppo economico Pierluigi Bersani.

Quattro nuovi impianti dislocati uno forse a Brindisi, dove la Regione Puglia ha già detto che non lo vuole. o a Taranto, dove PeaceLink ha effettuato una accurata rilevazione e presentato un dossier. Un altro di sicuro in Toscana-Liguria: quello off-shore al largo delle coste tra La Spezia e Livorno o quello sul litorale di Rosignano Solvay.

E adesso spunta anche quello “offerto” su un piatto d’argento da Totò Cuffaro che ha dichiarato al giornale di Paolo Mieli di esser pronto a qualsiasi sacrificio, d’accordo con il sindaco della Vigàta camilleriana, pur di rivalutare e rilanciare gli impianti chimici abbandonati a metà degli Anni Settanta dalla Montedison di Eugenio Cefis, ora ridotti a un grumo arrugginito e cadente di fabbricati e silos in disuso.

Pronta la benedizione dell’Enel e del suo amministratore delegato Fulvio Conti, che ha detto di essere totalmente favorevole e d’accordo con le richieste di Cuffaro per la destinazione dell’impianto a Porto Empedocle. A Rimini il manager dell’ex monopolista elettrico ha dichiarato che «l’Enel è pronta a investire un miliardo di euro nel piano quinquennale... Dobbiamo continuare a lavorare per renderci sempre più indipendenti nell’approvvigionamento del nostro Paese dalle aree di crisi. Per l’impianto manca solo l’autorizzazione finale legata alla valutazione di impatto ambientale, che potrà essere presto ottenuta... (perché) con Cuffaro abbiamo idee coincidenti».

A Rimini è andato in onda un balletto a due tra Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni, ex monopolista energetico, e lo stesso Conti, entrambi impegnati a spiegare a quel pubblico, che non aveva neppure bisogno di farsi convincere, di quanto sia a rischio l’Italia da un punto di vista energetico se continuerà a dipendere dall’Ucraina e dai suoi conflitti con la Russia di Putin da un lato e dall’altro da un’Algeria che fa parte dei paesi arabi in cui il fondamentalismo islamico è al potere. Scaroni e Conti non hanno fatto dunque nessuno sforzo per raccontare la loro “politica energetica”, chiedendo al governo il via libera agli investimenti.

Per l’esattezza i progetti presentati dai due gruppi energetici nazionali, d’Oltralpe come Gaz de France, e multinazionali come Edison-Exxon-Quatar, sono una dozzina, da sparpagliare oltre che sulle coste siciliane, pugliesi e liguri-toscane, anche lungo quelle friulane e calabresi, per un totale di 120 miliardi di metri cubi di metano da trattare, di cui 30 miliardi, pari a un terzo del fabbisogno nazionale, solo nei quattro annunciati dallo stesso governo prima ancòra di aver predisposto l’annunciato Piano energetico nazionale.

Progetti e impianti che modificherebbero drammaticamente il panorama e la “destinazione d’uso” delle zone sui litorali prescelti, ché di litorali deve trattarsi, dovendo rendere disponibili siti dove possano approdare le navi metaniere con a bordo tonnellate di gas allo stato liquido: liquefatto all’origine, trasportato a temperature bassissime, e poi qui, sulle coste italiane, riportato allo stato gassoso con un processo anche ad alto dispendio energetico, perché un terzo del metano trasportato, dicono gli esperti, se ne andrebbe per alimentare gli stessi impianti che devono elevare le temperature a livello altissimo fino a consentire appunto la rigassificazione.

Lo scorso 11 agosto PeaceLink ha chiesto la documentazione autorizzativa alla Provincia di Taranto per condurre un’analisi non solo in termini di costi-benefici (un terzo se ne va per la liquefazione, un terzo per la rigassificazione, più i costi del noleggio delle pipe-line, di trasporto, assicurazione, ammortamento degli impianti, eccetera) ma anche in termini di “rischio” e di impatto ambientale.

In particolare sulla questione “rischio”, proprio a proposito di Taranto, c’è una nutrita letteratura che, a partire dalle dichiarazioni del presidente del Consiglio Romano Prodi che agli ambientalisti pugliesi ha scritto che «i rigassificatori sono impianti assolutamente sicuri, puliti e che non comportano alcuna reazione chimica», chiarisce i termini della faccenda ponendo una domanda semplice semplice e alla portata di tutti: perché se gli impianti di rigassificazione sono sicuri devono rientrare tra quelli classificati nella direttiva Seveso sugli incidenti industriali rilevanti?

La direttiva Seveso, vale la pena di ricordarlo, è una direttiva europea, recepita dall’ordinamento italiano nel 1988, che impone il censimento degli stabilimenti a rischio e l’identificazione delle sostanze trattate ritenute pericolose. Tra questi impianti rientrano anche i rigassificatori che sono considerati «impianti in cui si svolgono attività a rischio di incidente rilevante». La direttiva prevede anche: l’esistenza per ogni stabilimento di un piano di prevenzione e di un piano di emergenza; la cooperazione tra i gestori e le istituzioni per evitare l’«effetto domino», ossia le possibili «reazioni a catena» con altri impianti a rischio, ovvero il coinvolgimento degli stessi in seguito a eventi esogeni; il controllo dell’urbanizzazione attorno ai siti a rischio; l’informazioni degli abitanti non solo della località di insediamento ma anche delle zone limitrofe; la creazione di un’autorità ad hoc preposta al controllo e all’ispezione dei siti a rischio.

E non abbiamo neppure cominciato a parlare di impatto ambientale, di Via, o di economie autoctone che verrebbero disintegrate: il turismo, le serre di ortaggi, la pesca. Perché i pescherecci di Sciacca e Mazzara sono lì a due passi, ed anche i vigneti di Nero d’Avola e di Inzolia, sù verso Marsala, e i nuovi frutteti sperimentali, giù verso Marina di Ragusa, lungo quella stessa costa.

Cuffaro glielo ha detto ai suoi cittadini-elettori di Porto Empedocle-Vigàta? Camilleri, pensaci tu!

25 agosto 2006

Catania: Altri quattro giornalisti di Telecolor licenziati in tronco

da la catena di sanlibero
di Riccardo Orioles

Informazione. Catania. Altri quattro giornalisti di Telecolor - Nicola Savoca, Walter Rizzo, Giuseppe Lavenia e Katia Scapellato - licenziati in tronco dal proprietario di questa e di tutte le altre emittenti catanesi, Mario Ciancio.


Lo choc, nella pur tranquilissima comunita' giornalistica catanese, e' stato tale da raggiungere persino i redattori dell'unico quotidiano ammesso in quella citta', La Sicilia (di Ciancio).

Il giornale, noto per essersi rifiutato di pubblicare i necrologi delle vittime di mafia, non e' mai stato sfiorato da scioperi, proteste, rivendicazioni o anche semplici richieste di chiarimento all'editore, nemmeno quando (giugno '94) costui scateno' una campagna di stampa per intimidire un pentito che rivelava collegamenti fra il cavaliere del lavoro Graci e gli assassini di Giuseppe Fava.

Neanche ora i redattori de La Sicilia hanno ritenuto di ricorrere allo sciopero, troppo irrispettoso - a loro vedere - verso il datore di lavoro. Hanno invece deciso, per esprimere la propria prudente solidarieta' ai colleghi licenziati, di ritirare per un giorno le loro riverite firme dal giornale, che e' regolarmente uscito. (A Istanbul, nel 1606, le componenti dell'harem di Solimano V, offese dallo strangolamento di alcune compagne, decisero di rinunciare per un giorno ai loro appellativi per chiamarsi semplicemente "Umile Schiava Uno", "Umile Schiava Due" e cosi' via).

Approfondimenti: Catania: il caso Telecolor

Il cavalcavia fa 90

da beppegrillo.it

Adamo Bove e il suo volo dal cavalcavia sono scomparsi, citati solo in alcuni articoli de lastampa.it che vi invito a leggere. Adamo Bove sapeva di essere in pericolo, come riportato dalla Stampa : “Mi stanno diffamando. Aggiunse che era fortemente preoccupato per il fatto che l’attacco era partito dalla sua azienda, dalla Telecom.

Che una indagine interna dell’ispettorato (l’Internal auditing, ndr) lo aveva messo sotto senza avvisarlo, e che questa relazione finì sul giornale il giorno dopo essere stata consegnata”.
Chi ha ordinato l’indagine interna? Il tronchetto ne era informato?

E perchè NESSUNO DEI NOSTRI POLITICI SI E’ INTERESSATO ALLE CAUSE DELLA MORTE DI BOVE? Paura delle intercettazioni di Radar?

Un’amica di Adamo Bove ha scritto al blog, ne riporto la lettera:

Adamo Bove era un mio caro amico, era stato testimone alle mie nozze e con la sua fidanzata, poi moglie, mi è stato vicino in momenti difficili. E con lui ho anche festeggiato qualche compleanno, essendo nati nello stesso giorno. Purtroppo per le rispettive vicende di vita era da qualche anno che non ci vedevamo, ma posso testimoniare che si trattava di un uomo eccezionale. Era onesto, coraggioso e capace di affrontare con calma e lucidità situazioni complesse. Di chiunque potrei credere che avesse potuto suicidarsi, ma non riesco a credere che possa averlo fatto lui. Mi chiedo come mai un uomo che dal liceo ha la stessa donna (ed io so quanto le era legato), non le lascia un biglietto... mi chiedo come un uomo così preciso possa non aver avuto addosso i suoi documenti...mi chiedo come mai un uomo abituato ad utilizzare le armi (era sempre armato quando si usciva insieme) si uccida buttandosi da un ponte...e non solo, mi chiedo come un uomo così attento agli altri possa essersi buttato su una strada rischiando di provocare un incidente.
Io l'ho conosciuto come uomo intelligente, generoso, straordinariamente attento e coraggioso. Un uomo come pochi ed al quale ho voluto bene.
Riposi in pace”. F. B.

Approfondimenti: Intercettazioni: suicidato il capo sicurezza di Telecom

APPELLO promosso da Padre Alex Zanotelli

da http://www.ildialogo.org/

Sembra essersi formato un consenso generale sull'opportunità/necessità che l'Italia partecipi alla Forza Internazionale di Interposizione in Libano. È indubbio che per arrestare la spirale di violenza che sempre più insanguina il Medio Oriente, e si estende pericolosamente al resto del mondo, sia più che mai necessario un impegno attivo della comunità internazionale, sotto la guida dell'Onu.

L'esito di un tale impegno dipende tuttavia in modo determinante dalle condizioni in cui verrà attuato e condotto. Sembra più che mai necessario richiamare l'attenzione del Governo, del Parlamento e di tutti i cittadini su alcuni punti molto delicati.

Una prima considerazione doverosa è che la guerra in Libano ha occultato il problema palestinese. Non sembra accettabile, in particolare, che la comunità internazionale ignori completamente il fatto che Ministri e Parlamentari di un paese che dovrebbe essere sovrano siano stati sequestrati (ancora dabato 19 agosto il vice-premier, Nasser-as-Shaer), imprigionati, ed almeno in un caso anche torturati. In nessun altro Paese un simile intervento straniero potrebbe venire tollerato: perché nessuno reagisce nel caso di Israele? È inaccettabile il silenzio del Governo italiano.

Venendo alla costituzione di una Forza Internazionale di Interposizione, essa deve ubbidire ad alcune condizioni fondamentali ed elementari: è evidente che non possono farne parte militari di un paese che non sia rigorosamente equidistante tra i due belligeranti. L'Italia ha stipulato lo scorso anno un impegnativo Accordo di Cooperazione Militare con Israele, che inficia in modo sostanziale e irrimediabile la nostra equidistanza. Il Diritto Internazionale impone, come minimo, la preventiva sospensione di tale Accordo, i cui termini dettagliati devono assolutamente essere resi noti all'opinione pubblica.

È il caso di ricordare ancora che Israele ha partecipato a manovre militari della Nato svoltesi in Sardegna, nelle quali si saranno indubbiamente addestrati piloti ad altri militari israeliani, impegnati poi nella guerra in Libano. Da queste circostanze discende una ulteriore condizione: è necessaria una garanzia assoluta che il comando di questa Forza di Interposizione rimanga strettamente sotto il comando dell'Onu, e non possa essere trasferita in nessun momento alla Nato.

È assolutamente necessario, inoltre, che le spese della missione non gravino ulteriormente sul bilancio dello stato italiano, e in particolare non comportino riduzioni delle spese sociali, ma rientrino nel bilancio del Ministero della Difesa per le missioni militari italiane all'estero.

Queste sembrano condizioni fondamentali e irrinunciabili per la partecipazione del nostro paese.
Rimangono però altre riserve. Appare singolare e tutt'altro che neutrale il fatto che una Forza Internazionale di Interposizione venga schierata sul territorio di uno dei due Paesi belligeranti, quello attaccato, e non sul loro confine. Deve essere chiaro pertanto che, finché tale forza opererà in territorio libanese, essa deve essere soggetta alla sovranità libanese, e che non potrà in alcun modo essere incaricata del disarmo né dello scioglimento di Hezbollah. Queste condizioni operative esporranno comunque i militari che compongono questa forza ad agire nel caso in cui avvengano (reali o pretese) provocazioni: come potranno opporsi con la forza all'esercito israeliano, tutt'ora presente in territorio libanese? Non ci si facciano illusioni sulle regole d'ingaggio, che verranno decise dall'organismo che guiderà la missione, e non dal nostro Governo. Riteniamo giusto richiedere anche che il contingente militare sia affiancato da un congruo numero di volontari disarmati.

Deve infine risultare estremamente chiaro che questa Forza di Interposizione non potrà mai, e in alcun modo, essere coinvolta in una ripresa o in una estensione del conflitto. Così come deve essere escluso un suo impiego per proteggere le ditte italiane che si lanceranno nel lucroso business della ricostruzione del Libano.

É necessario fugare con molta chiarezza qualsiasi illusione che l'interposizione militare, anche nelle migliori condizioni, sia risolutiva per il conflitto in Medio Oriente, soprattutto per risolvere la fondamentale questione palestinese. Chi arresterà la distruzione delle case, delle coltivazioni e delle infrastrutture dei palestinesi, gli omicidi mirati (in palese violazione di qualsiasi norma giuridica)? Chiediamo pertanto che, prima di inviare un contingente italiano, il nostro Governo ponga con forza a livello internazionale l'esigenza irrinunciabile del dispiegamento di una forza internazionale di pace anche a Gaza e in Cisgiordania, a garanzia della sicurezza di Israele e come condizione per la creazione di uno Stato Palestinese.

Chiediamo che su queste questioni fondamentali vengano prese ufficialmente decisioni chiare, esplicite e trasparenti, e si esigano le dovute garanzie a livello internazionale.

Padre Alex Zanotelli, Ennio Abate, Cristina Alziati, Angelo Baracca, Ernesto Burgio, Chiara Cavallaro, Paola Ciardella, Patrizia Creati, Mauro Cristaldi, Manlio Dinucci, Antonino Drago, Giuseppe Gozzini, Alberto L'Abate, Paola Manduca, Alfonso Navarra, Giorgio Parisi, Claudio Pozzi, Giovanni Sarubbi, Alberto Tarozzi, Andrea Trentini, Riccardo Troisi, Monica Zoppè
24/08/06

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24 agosto 2006

Polemiche sulla proposta di Capezzone di abolire l'Ordine dei giornalisti

da canisciolti.info

Continua a far discutere l'iniziativa di Daniele Capezzone di abolire l'ordine dei giornalisti: il segretario della Federazione nazionale stampa italiana (Fnsi), Paolo Serventi Longhi è intervenuto oggi a sostanziale sostegno della tesi del leader radicale, riaccendendo la polemica già scattata quando, ieri, Capezzone aveva presentato un progetto di legge in questo senso.


"La proposta degli onorevoli Capezzone e De Lucia di abolire l'Ordine dei giornalisti e di istituire una carta professionale non può essere liquidata con un semplice no", ha detto il leader del sindacato dei giornalisti. "Anzi, va valutata con estrema attenzione anche perchè può riaprire nelle istituzioni e nella categoria un dibattito serio sul ruolo dell'organo di autogoverno dei giornalisti".

Serventi Longhi, in particolare, ha preso ad esempio le inchieste sul Sismi e sul 'calciogate' per concludere che "un Ordine che non riesce a svolgere tempestivamente il ruolo di garante etico dei giornalisti, ma soprattutto dei cittadini, non ha proprio più alcun senso". Così come, secondo il segretario della Fnsi, "anche le regole dell'accesso alla professione appaiono inadeguate di fronte al dilagare del precariato e del lavoro".

Immediate le reazioni risentite dei rappresentanti dell'Ordine. "Che cosa si debba rispondere a Capezzone lo faccia dire a noi, lui pensi ai suoi compiti", ha commentato il presidente dell'Ordine Lorenzo Del Boca. "Serventi Longhi si preoccupi piuttosto di rinnovare il contratto, dal momento che e' un suo dovere". Sulla stessa linea Bruno Tucci, presidente dell'ordine dei giornalisti del Lazio: "A ciascuno il suo". "Il segretario generale della Fnsi - ha aggiunto Tucci - dovrebbe sapere che entrambi gli ordini (del Lazio e della Lombardia, ndr) hanno aperto provvedimenti disciplinari nei confronti dei colleghi che sono stati coinvolti inquesti fatti".

Una puntualizzazione pronunciata anche da Franco Abruzzo, presidente dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia. Che, quanto all'accesso alla professione, ha bollato le affermazioni di Serventi Longhi come "cavolate": "L'Ordine - ha affermato Abruzzo - si è battuto e si batte in solitudine per togliere agli editori il potere di 'fare' i giornalisti, un potere che risale al 1928. L'Ordine ha creato 19 scuole o master di giornalismo. Con il praticantato d'ufficio - avviato proprio da Milano nel 1967 - l'Ordine ha stroncato l'abusivismo nelle redazioni".

Se Capezzone ha apprezzato l'intervento del segretario sindacale ("importantissimo") e si è detto "francamente sconcertato" dalle reazioni dei rappresentanti dell'Ordine, la discussione è ripresa anche oltre i confini degli addetti ai lavori. "Se ci fosse stato l'ordine dei musicisti non ci sarebbe stato Mozart; con l'ordine degli scrittori non avremmo avuto Alessandro Manzoni", ha dichiarato il senatore Francesco Storace (Alleanza nazionale). "Una volta tanto ha ragione Serventi Longhi, ed è inutile che si scaldino quanti non muovono mai un dito per tutelare la deontologia professionale e la dignità delle persone". Per gli onorevoli Piergiorgio Stiffoni e Michelino Davico, della Lega, "l'Ordine non deve essere abolito ma alcune cose vanno cambiate come in altri ordini profesionali. Per esempio i favoritismi dei figli di.... in alcune redazioni di giornali e televisioni devono finire. Tanti bravi precari sono da anni in attesa di un contratto sicuro".

L'esponente di Italia dei valori Pino Pisicchio, da parte sua, ha affermato che "non è abolendo l'Ordine dei Giornalisti che si esce dalla logica delle corporazioni". "L'Ordine dei Giornalisti - ha proseguito Pisicchio - al pari degli altri, ha una sua funzione istituzionale se serve ad offrire un livello di garanzia sull'attività svolta dai professionisti, sui requisiti d'idoneità richiesti per l'esercizio, sulla compatibilità con il codice deontologico. Se funziona l'Ordine è un presidio di garanzia. Il problema allora è un altro e riguarda il sistema 'giurisdizionale' degli Ordini professionali: siamo così sicuri che il giudizio dei 'pari' in caso di trasgressione delle norme a tutela del buon esercizio della professione, sia davvero imparziale?".

Per Vittorio Roidi di Articolo21, "quello dei radicali è un vecchio refrain. Abolire un Ordine professionale, ma senza un perché. Affermano che la sua esistenza ostacola la libera professione. Il che è assurdo, basta guardare quante centinaia di persone scrivono sui giornali senza possedere alcuna tessera e quante (circa 1200 ogni anno) vanno ad affrontare l'esame di stato

Al tempo stesso, Roidi ha auspicato che "si apra finalmente una discussione". Le questioni a cui rispondere, per l'esponente dell'associazione, bisogna risopndere a domande di fondo: "Anzitutto se si vuole una professione giornalistica. Oppure se, in un nome di una anarco-libertà ciascuno possa fregiarsi di questo titolo. Chiunque può diffondere notizie, anche se in realtà si rivelano solo pensieri personali? Il giornalista sarà come uno scrittore o un poeta? Se si vuole fare un discorso costruttivo si deve spiegare cosa devono studiare gli aspiranti giornalisti? E dove: all'università, oppure è sufficiente apprendere un po' di mestiere, nelle redazioni, come si faceva una volta?".

23 agosto 2006

Walesa lascia Solidarnosc: «Non è più il mio sindacato»

da lastampa.it
di Marina Verna

BERLINO - «Solidarnosc va a destra. Io non ci sto». Lech Walesa, l'uomo della rivoluzione polacca, l'uomo che con Giovanni Paolo II - e forse ancora più di lui - contribuì a demolire il blocco sovietico, dice addio al sindacato che ha creato nel 1980 e che ha guidato alla vittoria contro il governo comunista del generale Jaruzelski. E' uscito in sordina a gennaio, ma lo si è saputo soltanto ieri, e non da lui.

E' stato Jerzy Borowczav, l'amico di una vita e ancora dirigente di spicco, a rilasciare alla «Gazeta Wyborcza» una breve dichiarazione: «Lech Walesa non è più membro di Solidarnosc dal primo gennaio 2006. Non paga la quota dal 2005».

Un distacco doloroso e meditato, lasciato intendere già lo scorso agosto, alle celebrazioni per i venticinque anni del primo sindacato libero del mondo comunista, quando Walesa disse: «Non è più il mio sindacato. Altra epoca, altra gente, altri problemi. Solidarnosc è diventato un'altra cosa. Non siamo più compatibili, non hanno più bisogno di me. Abbiamo preso strade diverse». E sì che in quel momento ancora non erano arrivati al potere i gemelli Kaczynski - oggi l'uno presidente della repubblica, l'altro primo ministro - che hanno dato la svolta definitiva verso una politica conservatrice con la quale Walesa è in totale disaccordo. Fosse rimasto nel sindacato, fra una settimana avrebbe dovuto salire sul palco con loro e brindare ai 26 anni di Solidarnosc. «Non mi piace la loro politica, non intendo apparire accanto a loro», ha dichiarato alla «Gazeta Wyborcza».

Per la prima volta si farà festa senza l'elettricista che nel 1980 guidò lo sciopero nei cantieri navali Lenin di Danzica, negoziò con le autorità per fondare un sindacato, nel 1983 ebbe il Nobel per la Pace e nel 1990 fu eletto presidente della Repubblica polacca. Un sindacalista nel vero senso del termine, anticomunista per difendere i diritti dei lavoratori. E infatti oggi dice: «Io sono ancora un rivoluzionario». Ma a 62 anni è un ex presidente che predica al vento, a Roma non c'è più il papa di Cracovia che tanto lo aiutò, a Varsavia governano due gemelli che furono suoi compagni di strada e adesso sono suoi nemici e Solidarnosc sta con loro, indifferente alle sue critiche. Intanto l'economia langue, i salari sono bassi, i polacchi più intraprendenti emigrano all'estero e il governo lancia un appello perché tornino in patria.

L'attuale dirigenza di Solidarnosc ha sposato la politica conservatrice dei Kaczynski, che assai abilmente sono riusciti a occupare le due massime cariche dello Stato dopo la doppia vittoria elettorale del loro partito, Diritto e Giustizia. Jaroslaw - considerato la mente della coppia - vinse le politiche di settembre, ma rinunciò a diventare primo ministro per non rovinare le prospettive del fratello, che due mesi dopo avrebbe cercato di agguantare la presidenza della Repubblica. A novembre andò a votare soltanto la metà dei polacchi, ma al primo turno Lech Kaczynski prese il 35 per cento dei voti, andò al ballottaggio contro il rivale di «Piattaforma civica» e, con i voti conservatori delle campagne, arrivò al 52,8. Poi, sei mesi dopo, ordì una crisi di governo e insediò il fratello alla presidenza dei ministri.

Da allora i due gemelli - che i tedeschi chiamano «le patate» - hanno impresso una brusca sterzata a destra, che non sta risollevando l'economia in crisi e scontenta assai i polacchi, che solo ora hanno capito quale fosse la posta in gioco delle ultime elezioni e sono pentiti di aver disertato le urne. Anche l'Unione europea è in forte imbarazzo con il nuovo partner, ancor più dopo che Kaczynski ha appoggiato la richiesta di tornare alla pena di morte fatta dalla «Lega delle famiglie polacche». Ha però già fatto marcia indietro - almeno sul piano formale - appena il Consiglio d'Europa gli ha fatto sapere che una tale posizione era «del tutto incompatibile con l'Ue».

La complicità tra Solidarnosc e i Kaczynski ha prodotto un'ultima offesa a Walesa: il presidente ha conferito la massima onorificenza dello Stato polacco a due dirigenti del sindacato che l'avevano accusato di essere stato una spia dei servizi segreti polacchi. «Walesa è molto amareggiato», ha detto l'amico Borowczav. Solo poche parole sul distacco: «Capisco le sue ragioni». Walesa non vuol dire di più: «E' un passo difficile e privato».

22 agosto 2006

Rimini: doppio attacco fascista in una settimana alla festa di Liberazione

Due attacchi di naziskin in meno di una settimana. E’ successo a Rimini alla festa di Liberazione che ogni anno è organizzata all’interno di un parco cittadino sul mare

da liberazione.it

In un edificio, utilizzato come spazio cucina, vive un compagno che domenica notte, quando un gruppetto di otto teppisti tenta di fare irruzione nel parco al grido di “sporchi comunisti bastardi”, si sveglia e accende i generatori. Tanto basta per mettere in fuga il gruppo di nazi che non si dà per vinto e dopo qualche ora ritenta. Questa volta entrano lanciando sedie, bruciando una panchina comunale, staccando i fili dei generatori e rubando tutte le bandiere.

Lunedì mattina il capogruppo del Prc al Comune di Rimini Cesare Mangianti presenta una denuncia alla Digos, chiedendo un servizio di sorveglianza, che non arriverà mai, e nella notte di ferragosto la squadraccia ritorna irrompendo alla festa in tarda serata mentre i compagni stavano smobilitando. Questa volta vengono cacciati in malomodo, anche se durante una colluttazione, uno dei fascisti con una maglietta degli Ultras del Verona (tifoseria notoriamente destra e xenofoba) è riuscito comunque a rubare una delle poche bandiere rimaste. Il senatore del Prc Claudio Grassi presenterà un interrogazione parlamentare sull’accaduto.

Non è la prima volta che Rimini è sotto l’attacco dei gruppi di estrema destra. “Mangianti sei il primo della lista”, si leggeva in ottobre su uno striscione di dodici metri appeso su un muro della città. Un clima poco piacevole su cui sarebbe bene fare chiarezza al più presto.