9 settembre 2006

La censura sullo schermo

Divieto di lavorare per 5 anni al regista che mostrò l'amore a Tien An Men. Niente visto per il festival: la pellicola è stampata male, è 'di cattiva qualità'. Dietro la motivazione del ministero della Cultura cinese, che a fine maggio ha imposto il divieto al film 'Summer Palace' di partecipare al festival di Cannes, c'era ben altro che la 'cattiva qualità' del supporto sul quale il film è stato girato.

di Luca Galassi
da peacereporter.net

Cina - Il regista Lou YeDivieto di filmare per cinque anni. La scusa addotta dai censori in mancanza di altre scuse (e la deliberata intenzione di non commentare il contenuto del film stesso) celava l'intento di bloccare la diffusione di due eventi potenzialmente destabilizzanti per il governo cinese: il sesso e Tien An Men. La conferma che si trattava di un mero - e goffo - pretesto è arrivata ieri, quando sul regista del film, Lou Ye, che pur non avendo ricevuto il visto aveva presentato comunque 'Summer Palace' a Cannes, è caduta come una scure una nuova sanzione del censore: il ribelle Ye non potrà più'girare' per cinque anni, il film verrà confiscato e ai produttori verrà elevata una multa che va dalle 5 alle 10 volte l'importo degli incassi.

Un aspetto poco chiaro, quest'ultimo, dato che nessun cinese vedrà il film nella sua versione legale, in quanto sottoposto a censura dal momento della sua uscita. Molti, invece, come accade da anni a migliaia di film cinesi vietati, lo vedranno in versione piratata (siamo in Cina, ricordiamolo).

I carri armati a Tien An MenFilmato inedito. Vedendolo, assisteranno a ciò che mai prima era stato mostrato in un lungometraggio: scene di sesso gioiose e disinibite (a corollario di un grande amore, però) sullo sfondo di una piazza Tien An Men in tumulto. Il film narra appunto della love story tra Yu Hong e Zhou Wei, due studenti che incrociano i loro destini a quelli di centinaia di giovani che tra l'aprile e il giugno dell'89 si riversarono in piazza al grido di 'Democrazia, diritti, libertà'.

E' evidentemente questo l'oggetto della censura, volta a colpire quanto di sovversivo, ribelle e insolente è contenuto nelle pulsioni sessuali dei due amanti. Sconvolgente non meno delle scene di una Tien An Men altrettanto infiammata: in un filmato documentario inedito di appena un minuto, e contenuto nel film, i volti sorridenti dei giovani ammassati sui camion, l'arrivo nella piazza, le manganellate e gli spari ricordano troppo da vicino il '68 europeo per non spaventare a morte i dinosauri della burocrazia pechinese.

I protagonisti, Yu Hon e Zhou WeiL'illusione della libertà. "E' stata la prima volta - spiegava il regista a Cannes nel maggio scorso - in cui la Cina si è aperta al mondo esterno, in cui i giovani condividevano tutta una serie di idee nuove, e tutte insieme. Un periodo in cui gli studenti pensavano di essere più liberi dei loro predecessori, in cui pensavano che avrebbero potuto fare tutto ciò che desideravano. Oggi sappiamo che quelle erano povere illusioni". Forse, qualcuno ha suggerito, l'obiettivo della partecipazione a Cannes di 'Summer Palace', che i critici hanno definito pellicola mediocre, non era altro che quello di esportare quelle poche immagini inedite di giovani studenti idealisti, e di mostrarle al mondo sfidando qualsiasi censura.

8 settembre 2006

Statua pennavaria. Indietro non si torna.

L’antifascismo è un valore che non si può manipolare a piacimento: o si rispetta o si nega

Il sindaco Dipasquale forse non si rende conto di avere imboccato una via di non ritorno, e vuole aggiungere al suo ancora limitato curriculum, un altro boomerang come quello di piazza Vann’Antò.

Volersi accollare la responsabilità di far giungere la statua del gerarca fascista Pennavaria a Ragusa, e di trovare un sito ove ubicarla, è infatti provocatorio non solo verso quelle migliaia di cittadini che quattro anni fa si opposero strenuamente al progetto della giunta Arezzo, ma è soprattutto un oltraggio alla memoria di tutte le vittime del fascismo, a partire dai contadini trucidati il 9 aprile 1921 dalle squadre fasciste capitanate dal Pennavaria stesso.

L’antifascismo è un valore che non si può manipolare a piacimento: o si rispetta o si nega. Pennavaria fa parte di un passato buio della nostra città che la popolazione, la cultura, la storia hanno regolato. Per questo gli anarchici, che sono stati gli iniziatori del movimento contro la statua, si opporranno strenuamente al tentativo di riaprire questa pagina; sin da ora facciamo appello a tutte le componenti che diedero vita alla costituzione del Comitato anti-Pennavaria prima e ad Ag.af.ar. dopo, perché intensifichino la vigilanza antifascista e siano pronti a dare battaglia contro la scelta dell’amministrazione Dipasquale.

La città ha tanti problemi di disagio sociale, mancanza di lavoro, aumento di tributi, scempi urbani e ambientali (dal parcheggio di piazza stazione allo smaltimento dell’amianto), mancanza di infrastrutture, ed è esemplare come si vogliano spendere soldi pubblici per un’operazione di nostalgia post-fascista che, oltre tutto, getterà una cattiva immagine su Ragusa.

Il bronzo si può sempre squagliare e riutilizzare: proponiamo un concorso d’idee per un uso a fini pubblici del materiale della statua, e l’apertura di un dibattito storico-politico sul fascismo a Ragusa, per sgombrare il campo da ulteriori e futuri equivoci.
Gruppo anarchico di ragusa
Via G. B. Odierna, 212 – 97100 ragusa
Ragusa, 8 settembre 2006

Sicilia, il governo blocca i termovalorizzatori

Dal sit-in contro la costruzione di quattro mega-inceneritori, il segretario regionale di Rifondazione Comunista, Rosario Rappa, commenta soddisfatto la decisione del ministro dell’Ambiente di bloccare i lavori per i termovalorizzatori sull’isola

di Lorenzo Misuraca
da liberazione.it

Palermo - «Adesso bisogna avviare un confronto democratico con le popolazioni sulla gestione dell’emergenza rifiuti in Sicilia». Dal sit-in contro la costruzione di quattro mega-inceneritori, il segretario regionale di Rifondazione Comunista, Rosario Rappa, commenta soddisfatto la decisione del ministro dell’Ambiente di bloccare i lavori per i termovalorizzatori sull’isola. La notizia si è diffusa in fretta tra i partecipati alla manifestazione svoltasi ieri a Palermo, indetta - tra gli altri - da Rifondazione, Verdi, Legambiente, Wwf, Italia Nostra, Cgil, Agesci e una miriade di comitati locali in occasione della giornata mondiale contro gli inceneritori.

Lo stop riguarda gli impianti di Bellolampo (Palermo), Augusta (Siracusa), Paternò (Catania) e Casteltermini (Agrigento), e arriva alla fine dell’istruttoria sulle autorizzazioni allâemissione dei fumi in atmosfera, concessa dal precedente governo. Secondo la nota diffusa dal ministero, gli atti del governo Berlusconi sono da annullare d’ufficio per ragioni di interesse pubblico.

Non si stupisce Santo Liotta, senatore di Rc che ha firmato insieme ai Finocchiaro, Bianco e Giambrone un’interrogazione a Pecoraro Scanio sul piano rifiuti siciliano: «L’autorizzazione all’emissione dei fumi - dice Liotta - era stata concessa con una nota dell’allora capogabinetto Paolo Togni, che non aveva il potere di emanare atti amministrativi di questo tipo. Lo stesso Paolo Togni che, fino alla primavera del 2001, è stato direttore generale in Italia della Vaste Management, multinazionale che ha finanziato la campagna elettorale di Forza Italia con centinaia di milioni e che guarda caso - fa parte del raggruppamento d’imprese scelte per costruire l’inceneritore di Paternò. Non è l’unica stranezza, nel tortuoso iter verso la costruzione dei quattro mostri inquinanti che in Sicilia sembrano convincere solo il governatore Totò Cuffaro, commissario delegato per l’emergenza rifiuti.

«Malgrado il parere negativo degli uffici preposti all’assessorato regionale all’Ambiente (e una sentenza sospensiva del Tar di Catania) - dice Rosario Rappa - Cuffaro e Matteoli hanno bypassato i tecnici sostituendoli con pareri positivi di natura politica». La lotta dei promotori della manifestazione di Palermo non nasce, però, solamente dall’esigenza di procedure trasparenti nella costruzione degli inceneritori. C’è un problema di strategia della gestione dei materiali di scarto - dice Rappa - per funzionare, i quattro inceneritori avrebbero bisogno di bruciare una quantità di rifiuti che è superiore al totale degli indifferenziati prodotti in Sicilia. Per la precisione, si tratta di 2,5 milioni di tonnellate. Rappa aggiunge: «Il rischio è di diventare come la Germania, che importa l’immondizia dall’Italia per far girareâ i termovalorizzatori. Con la differenza che in Germania la raccolta differenziata è la principale ragione della mancanza di rifiuti da bruciare, mentre in Sicilia è ferma al 3 per cento. «E questo è un altro motivo per cui ci battiamo contro il progetto di Cuffaro - chiarisce Rappa - bisogna puntare su strategie di incentivazione e educazione culturale per raggiungere il 30 per cento di rifiuti riciclati fissato dalla legge, piuttosto che investire in mega-inceneritori».

Senza contare l’impatto ambientale del progetto sostenuto a spada tratta da Cuffaro: Il termovalorizzatore di Paternò si troverebbe dentro un Sito ambientale d’Interesse Comunitario, quello di Bellolampo a due passi da un centro abitato già assediato da una discarica. Per non parlare di Augusta, altra area scelta per la costruzione del mega-impianto: fa parte, insieme a Priolo e Melilli del triangolo della morte, un’aria di 40 kmq già martoriata dal polo petrolchimico, in cui la mortalità per cancro è del 30 per cento e 4 bambini su 100 ogni anno nascono malformati.

Il tutto nella giornata mondiale contro l’incerenimento. Una giornata nata dall’iniziativa e dall’impegno di tante realtà che animerannno le piazze italiane fino al 10 settembre.

7 settembre 2006

Tutti pazzi per Fontanarossa

L’aeroporto di Catania a un passo dalla privatizzazione. Ma sono ancora tanti i punti interrogativi. A causa delle liti tra gli enti che gestiscono lo scalo e le pressioni politiche

da bandalibera.it
di Gekko

Con concessioni che rischiano di volare via e imprevedibili valzer di poltrone. Il tutto per un affare da mezzo miliardo di euro

Cresce l’interesse per l’aeroporto di Catania che presto dovrà essere privatizzato. Ad aver messo gli occhi sullo scalo siciliano c’è in primo luogo la Save, la società che gestisce l’aeroporto di Venezia (il quarto in Italia con 5,8 milioni di passeggeri all’anno), e il gruppo Benetton, il quale punta sul traffico in espansione di Fontanarossa (con poco più di 5,19 milioni di passeggeri nel 2005 è il quinto in Italia).

Ma si parla anche di un interessamento della famiglia Caltagirone, che in Sicilia ha da tempo messo piede nel campo immobiliare e che è già in lizza per gli aeroporti di Milano (a Linate ha una quota). Per Fontanarossa, inoltre, sarebbe pronto a scendere in campo Mario Ciancio Sanfilippo. Il big dell’editoria meridionale gestisce già qualche business che ha a che fare con aerei e passeggeri, visto che tramite le controllate Nada e Ipsa cura la pubblicità in numerosi aeroporti italiani, compreso quello di Catania. Dai cartelloni ai banchi per il check-in il passo potrebbe essere breve, magari non da solo ma con l’appoggio di qualche socio di rilievo.

Insomma, la privatizzazione dello scalo catanese fa gola a tanti, anche perché Fontanarossa si appresta ad abbandonare la vecchia sede per spostarsi nella nuova aerostazione. A rendere la partita incerta sono però le liti fra chi attualmente gestisce lo scalo. I dissapori tra gli enti pubblici che oggi detengono la proprietà dell’aeroporto complica la faccenda e rischia di scoraggiare i privati.

Uno dei nodi principali è quello della concessione quarantennale. Finora infatti Fontanarossa è andata avanti con una licenza rinnovata anno dopo anno. E se non arriva il via libera per i prossimi quattro decenni è probabile che nessuno vorrà buttarsi nell’affare.

A placare le liti ci aveva provato il presidente dell’Enac Vito Riggio. A inizio febbraio il numero uno dell’aviazione civile è andato a Catania avvertendo che se non venivano ritirati i ricorsi giudiziari contro la nomina di Stefano Ridolfo a presidente della Sac, la società di gestione Fontanarossa, ci si poteva dimenticare la concessione quarantennale, che va assegnata entro il 30 giugno.

Le parole di Riggio non hanno però sortito effetto. Il 28 febbraio il tribunale civile di Catania ha dichiarato illegittima l’elezione di Ridolfo, nominato al vertice della Sac grazie all’appoggio dell’autonomista Raffaele Lombardo. In ogni caso, però, la vicenda non finisce qui, perché Ridolfo continua a essere il numero uno della capogruppo Asac (che controlla la Sac) e del suo socio di riferimento, la Camera di Commercio di Catania (dentro Asac ci sono anche la Camera di Commercio di Siracusa e quella di Ragusa, nonché la Provincia di Siracusa e il Consorzio Area di Sviluppo Industriale di Catania).

In un tale groviglio, Ridolfo dovrà in pochi mesi gestire la nascita della “nuova” Sac, ovvero la nuova società che gestirà Fontanarossa e per la quale è necessario trovare ingenti flussi finanziari affinché si possa incassare la concessione quarantennale. Non solo. La nuova holding dovrà inglobare l’Asac e far entrare fra i propri soci la Provincia di Catania, guidata dallo stesso Lombardo, e il Comune di Catania, retto dal sindaco forzista Umberto Scapagnini.

I due enti, altra peculiarità etnea, sono già nel consiglio di amministrazione della Sac pur non essendo ancora soci. L’assemblea dell’Asac, infatti, ha aumentato da sette a nove il numero dei consiglieri per fare posto ai rappresentanti di Provincia e Comune. E quest’ultimo, alle prese con un deficit pauroso, difficilmente potrà contribuire in qualche modo al capitale dell’Asac. Anzi, avrà tutto da guadagnare. Il valore di Fontanarossa infatti è stimato in 40-50 milioni di euro, una cifra che potrebbe decuplicare se arriverà la concessione quarantennale.

ANDIAMO AL FONDO

Sicilia: arrivano gli ispettori Ue Sui soldi di Agenda 2000 spesi dalla regione Sicilia, Bruxelles vuole vederci chiaro e ha deciso di inviare gli ispettori. È la prima volta, dal 2001 a oggi, che viene eseguita un'ispezione di questo tipo nell'isola

a cura della redazione di Itaca

Sotto osservazione, per ora, finisce il Fesr (il Fondo di sviluppo regionale) dal quale la Regione ha attinto, fino al 30 aprile scorso, oltre 2 miliardi e 100 milioni di euro. Nel mirino della Commissione sono finiti una decina di interventi sui quali Bruxelles chiede approfondimenti: fra questi il completamento dell'autostrada Palermo-Messina, la concessione di finanziamenti per alberghi e porti turistici e la realizzazione della funivia Trapani-Erice.

Perché la lente d'ingrandimento è stata posta proprio su queste misure? Secondo il governatore della Regione, Toto Cuffaro, la risposta è semplice: perché sono quelle che presentano lo stato di maggiore avanzamento della spesa, non perché esista il sospetto di procedure anomale seguite nel finanziamento e nella realizzazione di questi interventi.

Ma dagli uffici di Bruxelles arriva la conferma che questo genere di ispezioni è orientato anche da sollecitazioni e denunce che giungono dal mondo politico, da organizzazioni non governative, da associazioni ambientaliste.

L'eurodeputato Claudio Fava (DS-PSE), Vice-Presidente della Commissione regionale e relatore per il Fesr al Parlamento europeo, attacca: «Abbiamo denunciato per cinque anni che il governo Cuffaro spendeva poco e male i fondi comunitari, che il POR (Programma Operativo Regionale) - dice Fava - era stato stravolto per esigenze di clientelismo elettorale. Balle, congetture, favole? Ora il governatore dovrà cercare argomenti più convincenti per gli ispettori di Bruxelles».

Fava annuncia che il 12 settembre una delegazione del Parlamento europeo sarà in Sicilia, e ricorda che all'Isola saranno assegnati, a partire dal 2007, altri 8 miliardi di euro: «Ultima occasione per uscire dalle secche del degrado economico. A patto che a spenderli non sia più Cuffaro».

6 settembre 2006

I giorni dello sciacallo

Il caso Telecolor

di Domenico Walter Rizzo
da http://www.itacanews.it/

Catania - “Dopo di noi verranno gli sciacalletti e le iene…”. La frase ti torna in mente, la associ a volti, espressioni, alle frasi, ai gesti. La frase ritorna, ostinata, anche se sai bene che è forse eccessiva: nessuno di noi, di noi mestieranti dell’informazione, ha – se possiede un minimo di buon senso – la pretesa essere il sale della terra o di sentirsi un Gattopardo, figuriamoci un …Leone.

Eppure la voce, affilata alla pietra dell’amarezza, del principe Fabrizio Salina, emerge in modo ossessivo. Torna perché in questi giorni si vive una sensazione diffusa: quella che è stata compiuta una violenza a freddo. Si ha la consapevolezza che questa violenza sia stata preparata in un dettagliato quadro strategico. Per realizzarla, così come fanno i generali golpisti prima di ogni “pronunciamento”, si sono cercate alleanze esplicite e, così come avviene in genere per colpi di stato, poche – almeno di esplicite - se ne sono trovate. Si sono cercate, e in questo caso la messe del raccolto è stata ben più ricca, compiacenti silenzi e – qui sta il livello più complesso, ma assai più efficace - opposizioni formali: intransigenti nella parola e assai comprensive nella sostanza. Quando un pezzo di democrazia muore, sia esso grande, oppure - come nel nostro caso - minuscolo, gli attori non sono mai tutti sul palco.

La Storia ci ha insegnato che per ammazzare la libertà e la democrazia non bastano i Carabinejros, ci vogliono i benpensanti che guardano e non vedono, che sentono e non ascoltano, che sempre hanno cose più urgenti da trattare; non basta la Guardia Civil ammutinata, ci vogliono quelli che dicono che quel pezzo di libertà assassinato non era poi così libero, non era poi così importante, non era…; non bastano i reggimenti marocchini che passano in armi le Colonne d’Ercole, ci vogliono i costruttori del nuovo ordine, i realisti, quelli che guardano avanti, alla concretezza; non bastano le camice nere in marcia, ci vuole chi apre loro le porte, non basta far sparire chi è scomodo, occorre che vi sia qualcuno pronto a fare il lavoro dei desaparecidos, affinché nessuno abbia imbarazzo per la loro scomparsa. Tutti comprimari, tutti in seconda linea, ma pedine essenziali del nuovo sistema. Tutti con famiglia a carico (come se gli altri, le vittime, una famiglia, una vita non l’avessero), tutti con un’unica parola sulle labbra, la solita antica vigliacca parola dei traditori: “io non potevo farci nulla…”. La Storia, infine, ci insegna che non basta la forza bruta e l’arbitrio per uccidere libertà e democrazia, occorre soprattutto il collante - decisivo - dell’indecenza.

A Catania si è consumato così – unendo forza, arbitrio ed indecenza - un piccolo, limitatissimo, miserabile golpe, ad opera di un caudilljo da tre soldi. Niente di serio, verrebbe da dire guardando i personaggi, gli attori che stanno sul palco: Mario Ciancio Sanfilippo e la figlia Angela, sono ben noti, con la piccola corte dei miracoli dei loro collaboratori, consulenti e portaborse, vi è poi un ottuagenario, parcheggiato sulla poltrona presidenziale di Telecolor, ed infine un’ex televenditrice che si è guadagnata sul campo la fiducia dei Ciancio, ed è stata nominata sulla punta delle baionette, nuovo direttore del Tg , dopo l’uscita di scena di Nino Milazzo. Insomma niente di serio a parte una piccola pattuglia di persone oneste cacciate dal posto di lavoro senza una ragione comprensibile, che non sia la loro assoluta incompatibilità etica con gli interessi del padrone della città. Sei persone, sei famiglie: poco più di una dozzina di esseri umani che dovranno fare i conti con la mancanza di un lavoro fisso. Soprattutto sei giornalisti che non potranno più scrivere a Catania e di Catania. Poca cosa, di fronte alle centinaia di posti che si perdono in una città del sud dell’Italia. Lo stesso editore non ha mancato di farlo notare.

Che diavolo si vuole, alla fine ne sono rimasti a terra solo sei. Ma allora perché tanto scandalo? Se lo sono chiesti – stizziti - Mario Ciancio e la di lui pulzella. Già, perché tanto sconcerto? Perchè questa diffusa sensazione di violenza, di lacerante stupro che attraversa tanta gente di questa pur sonnolenta città. Mario Ciancio e i suoi, in realtà conoscono talmente bene la risposta da compiere l’ultimo assalto all’arma bianca l’indomani di Ferragosto, sperando, vigliaccamente, nella città vuota, nello sfinimento della canicola, nel pensiero volto alle ferie, ai viaggi, al mare. Perché scegliere quella data, se non perché si aveva piena la coscienza dell’indecenza del proprio agire e preoccupazione per la reazione che ne sarebbe derivata. Speravano nel silenzio, anzi ne erano certi al punto da reagire male quando il silenzio è stato rotto. Quando sono cominciate a piovere – pur in pieno agosto - reazioni dure, i Ciancio hanno usato l’arma amata dai golpisti: la censura. Sono state cancellate dalle pagine del quotidiano di famiglia e degli altri media del gruppo le risposte dei giornalisti licenziati alle menzogne che ancora una volta erano state diffuse dall’editore; sono stati cancellati o stravolti i comunicati di autorevoli parlamentari della Repubblica. Si è dato spazio solo a coloro che – pur facendo le “condoglianze” ai licenziati – alla fine si mostravano “non ostili” al nuovo corso.

La consegna è stata quella del silenzio: “non è successo niente. Circolare… circolare”. E invece questa volta qualcosa è successo. E’ successo che la città di Catania ha capito che la ferita non riguardava solo quei sei giornalisti cacciati, ma riguardava ognuno, che Ciancio aveva deciso che tutti i cittadini dovessero ascoltare un’unica voce controllata da lui, dal giornale alla Tv, e che anche il telegiornale “normale” di Telecolor era un’anomalia non più tollerabile. Le persone lo hanno capito i giornalisti - dopo i primi due licenziamenti - sono entrati nelle loro case imbavagliati: hanno sentito che quel bavaglio era stato a tutti. Oggi una cosa a tutti è ben chiara: Ciancio, per una volta, non ha messo al centro i soldi, ma qualcosa di più importante: il controllo politico, non su una redazione, ma su una intera comunità. Ha messo al centro il potere. La vicenda dell’annientamento della Redazione di Telecolor, inaugura un nuovo corso del gruppo Ciancio: un processo dominato dall’estremismo, dai pashdaran che vogliono un sistema dei media uniformato agli interessi dei poteri forti o comunque agli interessi politici ed economici immediati del padrone. E’ un nuovo corso che avanza però senza gambe, senza identità. Che urla ed è arrogante per darsi coraggio. Che avanza vergognandosi di se stesso. Un nuovo corso che cerca un consenso che non trova. Al momento ha potuto portare all’incasso solo il comprensivo silenzio, seppur con qualche lodevole eccezione, del centro destra. Ha potuto incassare la singolare distrazione e qualche strano errore di comunicazione di alcuni, isolati, esponenti del centro sinistra. Nulla di più. La famiglia Ciancio ha invece dovuto ingollare l’aperta ostilità di gran parte del centro sinistra e – fatto inimmaginabile fino a ieri – l’aperta presa di posizione di parlamentari nazionali e regionali che hanno sfidato apertamente il loro potere, trascinando la vertenza Telecolor in Parlamento.

La cosa più sorprendente è che, nonostante il potere praticamente assoluto che ha sui media, Mario Ciancio non è riuscito a far passare in città le sue bugie. Sono stati mesi di menzogne, di insinuazioni vigliacche, di bassezze per tentare di erodere il consenso e la solidarietà che si sviluppava attorno alla Redazione di Telecolor (va ricordato che Ciancio ha pubblicato sul giornale di famiglia gridando allo scandalo le retribuzioni contrattuali dei giornalisti e ha definito il contratto nazionale di lavoro, che da presidente degli editori aveva firmato, una “mangiatoia”). Naturalmente Ciancio in tutti questi mesi non ha mai raccontato dell’attivo di bilancio derivato dalla vendita delle frequenze di Video Tre, ha sciorinato i numerici un presunto squilibrio nell’esercizio corrente, senza però spiegare alcune semplici cose: perché il conto di questo presunto disavanzo veniva presentato quasi esclusivamente alla Redazione giornalistica e soprattutto perché si cacciano i giornalisti (che con i conti centrano bene poco) mentre – caso pressoché unico nella storia imprenditoriale - si tengono saldamente al loro posto i dirigenti superpagati che appaiono i primi, per non dire gli unici responsabili, del disavanzo. Perché – infine - non si toccano i settori improduttivi dell’azienda, dove sono molti coloro che vengono pagati da Telecolor, ma in realtà lavorano per altre aziende del gruppo Ciancio. Di fronte a questi fatti appare ridicola, se non peggio, la sollecitazione avanzata – con singolare e sospetto tempismo all’indomani dell’ultima tranche di licenziamenti - da una organizzazione sindacale che chiede il “rilancio di Telecolor”.

Ciancio, seguendo il modello messo a punto dal ministro della propaganda di Hitler, ha provato a ripetere, come un disco rotto, la storiella secondo la quale alla base dei licenziamenti vi sarebbe la pervicace volontà dei giornalisti di Telecolor di non fare sacrifici economici. L’ha ripetuta di continuo, sperando che ciò giovasse a tramutare la menzogna in verità, lo ha fatto anche di fronte a clamorose smentite. Ha smesso solo quando i giornalisti - che davanti al Prefetto di Catania, avevano accettato un articolato piano di sacrifici economici per 350 mila euro all’anno, che prevedeva, tra l’altro, anche la perdita di due mesi di stipendio all’anno - lo hanno sfidato a comparire davanti ad un Giurì d’onore. Ma ha smesso solo per cambiare bugia: ha ammesso finalmente che la rottura non è avvenuta sui soldi, ma effettivamente su un decalogo presentato dall’Azienda alla vigilia dell’ultimo decisivo incontro in Prefettura, ma che il decalogo conteneva “solo” misure che dovevano servire a “verificare” se i giornalisti andassero effettivamente a lavorare e che non avessero troppe “distrazioni” e ad accertare perché avessero accumulato troppe ferie arretrate (come se lavorare fosse un delitto?!).

I Ciancio hanno mentito fino all’ultimo, per non dire l’unica verità che sta scritta nelle carte della vertenza: Ovvero che nel decalogo presentato ala vigilia dell’ultimo incontro si chiedeva ai giornalisti uno sporco baratto: il posto di lavoro in cambio del via libera all’attività dell’Asi, l’agenzia di proprietà della famiglia Ciancio, dentro Telecolor, avallare, insomma, una vera e propria redazione parallela controllata solo all’editore. Era questo il punto non negoziabile del famoso decalogo. E su questo – solo su questo - che i giornalisti oggi licenziati hanno detto “No”. Il rifiuto di svendere la propria dignità e la propria libertà per uno stipendio non è un stato atto di eroismo o di “martirio”. E’ stato un atto necessario. Un atto di difesa. Essere cacciati dal posto di lavoro perché si è difesa la propria libertà e la propria dignità non è però una sconfitta. Questi sono i fatti e ogni fatto ha una sua diretta conseguenza. Per noi la conseguenza è stata la perdita del nostro lavoro. Quello che importa adesso è muovere il primo passo. A Catania un piccolo pezzo di democrazia è stato ucciso, si è consumato una sorta di piccolo “colpo di stato” che ha eliminato – alla vigilia di una nuova grande stagione di affari che si annuncia oscura e infida - una delle ultime voci indipendenti dell’informazione in questa città. Oggi a Catania, sul terreno dell’informazione e quindi su quello della democrazia reale, siamo in una condizione paragonabile a quella di certi Paesi del Sud Americana degli anni ’70.

In queste settimane abbiamo letto e ascoltato tante parole. Abbiamo apprezzato il gesto di non facile solidarietà compiuto – seppur con tante contraddizioni - dai colleghi de La Sicilia con lo sciopero della firma. Molte parole sono state sincere, altre retoriche e vuote, altre false. Poco importa. Solo che oggi il tempo delle parole è finito. E’ sorto il giorno dei fatti. Tra i fatti vi è pure il non compiere atti, anche l’immobilismo è un fatto, è una scelta di campo a favore del monopolio che da oltre quattro decenni soffoca ogni vivacità intellettuale in questa città, che condanna Catania ad esser dominata dalle mediocrità che si autosostengono, che riduce tutto al ghigno beffardo del potere, che ci fa morire di sfinimento o ci condanna all’esilio. Quest’ultimo atto di violenza forse potrà dare alla città la consapevolezza necessaria per ripartire, per ritrovare la forza di cercare di liberare le proprie energie.

La battaglia dei giornalisti di Telecolor ha dimostrato che si può sfidare Ciancio. Se lo hanno fatto sei persone inermi, a maggior ragione lo possono fare coloro che hanno a disposizione ben consistenti strumenti. Occorrono solo due armi: il coraggio e la volontà. Due i temi immediati che saltano subito agli occhi: lavorare alla costruzione di un solido progetto editoriale e interrompere lo scandalo che vede La Repubblica assente persino dalle edicole di Catania. Due temi precisi e semplici. Questa vicenda ha mostrato a tutti che ormai il Re è Nudo. I cortigiani del potere con cosa lo copriranno? Se questa città avrà la forza di raccogliere questa sfida sarà un bene per tutti. Se non sarà così resteranno solo i giorni degli sciacalletti e delle iene.

5 settembre 2006

Gazzetta del Mezzogiorno di fuoco

Oggi primo di cinque giorni di sciopero, proclamato per portare l'azienda a confrontarsi sull'impiego dei giornalisti, collaboratori storici della testata, non contrattualizzati

di GdM

L'Assemblea dei Redattori della Gazzetta del Mezzogiorno – Redazione di Potenza e di Matera – riunita a seguito della decisione dell'azienda di non utilizzare più collaboratori non contrattualizzati per seguire il Potenza Calcio, gli eventi sportivi e quelli che richiedano accrediti esterni denuncia il progressivo impoverimento delle redazioni della Basilicata, con una progressiva riduzione dei contrattualizzati e dei collaboratori a fronte di un accresciuto impegno per la realizzazione di un sempre maggiore numero di pagine anche per far fronte a una concorrenza sempre più agguerrita;

l'indisponsabilità dell'azienda ad avviare un confronto per la risoluzione dei problemi più volte segnalati;

l'ulteriore difficoltà che si verrebbe a determinare destinando i pochi contrattualizzati a seguire gli eventi sportivi e tutti quelli (ad esempio gli spettacoli) che richiedono accrediti;

la situazione di disagio dei colleghi non contrattualizzati che, essendo pagati a pezzo, invece dell'auspicata regolarizzazione (sollecitata anche da un'ispezione dell'Istituto di Previdenza) vedrebbero un azzeramento del proprio impegno e del proprio reddito.

Proclama un pacchetto di cinque giorni di scioperi il primo dei quali riguarderà, domenica 3 settembre, la redazione di Potenza

Dà mandato al Comitato di Redazione e all'Associazione della Stampa di Basilicata di avviare il confronto con l'azienda per risolvere i problemi segnalati e tutti quelli contenuti nelle piattaforme più volte delineate nelle assemblee e sottoposte all'azienda, chiedendo anche di promuovere iniziative di solidarietà presso i colleghi delle altre redazioni.

Potenza 2 settembre 2006

4 settembre 2006

Segnali dalla città invisibile di Christiania

Due anni fa, nelle pagine di Girodivite, vi raccontammo la storia di Christiania una piccola città danese nei pressi di Copenhagen. La particolarità di questo luogo stava, e stà, nella sua forma di organizzazione sociale e politica, Christiana è un esperimento di autogoverno e di auto-organizzazione

di Tano Rizza
da girodivite.it

Da circa trentacinque anni i mille abitanti della cittadella autogestita vivono lontani dagli schemi classici, in completa autonomia e fuori dalle logiche di mercato, ma Christiania come ogni utopia è a rischio. Ciclicamente il governo danese dichiara di voler “normalizzare” questa piccola città, farla rientrare nella legalità. Dietro questa voglia di “ordine” del governo c’è l’ombra lunga degli interessi edilizi e immobiliari che vorrebbero anche quel pezzo di terra libera sotto i cingoli della globalizzazione, a disposizione del mercato.

Christiania, in trentacinque anni di vita, ha accumulato esperienze molteplici, i suoi abitanti hanno incontrato molte persone e stretto tanti legami. In Italia un gruppo di emiliani ha familiarizzato con i christianiti, e prossimamente una delegazione di abitanti di questa particolare città sarà dalle nostre parti.

Abbiamo incontrato, e intervistato, Maurizio Ledovini, uno degli organizzatori italiani di questa iniziativa che ci spiega che aria tira a Christiania oggi, e perche vede un futuro roseo per la piccola comunità danese.

Su Christiania arrivano, periodicamente, notizie confuse e allarmanti. Spesso di sente dire che è imminente lo sgombero, o la “normalizzazione”. Che situazione c’è, oggi, in quella città?

Christiania vive, la sua vita di tutti giorni, ormai da 35 anni. I mass media continuano a dire che la città libera è ormai sotto sgombero, in realtà c’è una dialettica aperta fra i christianiti e il governo danese, fatta di incontri e avvocati che stanno cercando di trovare una soluzione di mediazione. Per capire il livello di questo confronto, a mio avviso impensabile per una realtà come quella italiana, il governo danese ha posticipato l’incontro che si sarebbe dovuto tenere a settembre, per permettere a una delegazione di christianiti di venire in Italia

Christiania è un esperimento sociale di autogoverno politico, come hanno fatto i christianiti ad andare a vanti dal 1972 ad oggi? Che tipo di organizzazione si sono dati gli abitanti?

Il governo di Christiania si basa su un’assemblea generale, a cui possono partecipare tutti i cittadini della città, dove le decisioni vengono prese con accordo quasi unanime. Allo stesso modo, l’organizzazione della vita collettiva è decentrata in quindici assemblee di quartiere, che si riuniscono per prendere le decisioni che riguardano le questioni più locali. Sono inoltre attivi diversi gruppi di lavoro tematici, che trasversalmente all’assemblea, gestiscono ambiti più specifici della vita in comunità. Ogni cittadino residente in città paga, poi, una sorta di affitto alla cassa della comunità, che usa questi soldi per la gestione delle strutture comuni, per esempio gli asili.

Mille abitanti, diversi servizio sociali autogestiti. Perche il governo danese sta nuovamente pressando per la “normalizzazione” di Christiania? Ci sono interessi edilizi e commerciali sul terreno su cui sorge la cittadella?

Quell’area della città di Copenhagen, che solo 30 anni fa era periferia abbandonata, oggi è diventata centrale. Strategica per i piani di potenti immobiliaristi e costruttori che vogliono dare alla città danese, una nuova immagine di capitale scandinava moderna e tecnologica. Christiania si trova semplicemente al centro, nel luogo sbagliato, gli interessi economici in gioco sono talmente potenti, che ogni pretesto è buono per inneggiare allo sgombero.

Uno degli argomenti forti di chi vuole la chiusura di Christiania è che all’interno circolano liberamente le droghe, e che non per la polizia è praticamente vietato mettere piede all’interno della città. Sono fatti reali, o si vuole solo cercare una scusante per fare cessare la vita della città?

La polizia è ormai sempre presente dentro a Christiania. C’è addirittura un bar che viene chiuso quasi quotidianamente dalle forze dell’ordine. Con il tipico senso dell’ironia che contraddistingue i christianiti, sulla porta del locale viene riportato il numero delle irruzioni avvenute da un paio di anni a questa parte, praticamente più di una al giorno. Sono chiare azioni di disturbo e blanda repressione, che hanno lo scopo di mettere in cattiva luce Christiania e spaventare i turisti (più di un milione ogni anno). Per ciò che riguarda la questione delle droghe, nel dibattito ancora del tutto aperto fra Christiania e il governo danese, i christianiti sono disposti ad eliminare la vendita aperte delle droghe leggere, annullando in questo modo, quello che non è altro che un pretesto per attaccare la città. Ma ripeto, il vero interesse è la terra su cui si fonda Christiania.

A breve una delegazione di Christiania verrà in Italia per il progetto da voi promosso. Ci spieghi quest’inizativa?

Una delegazione di Christiana sarà ospitata a Bologna dal 7 al 17 settembre prossimi. Il gruppo di 40 christianiti porterà in Italia musica, artigianato e una mostra che racconta l’esperienza della comune di Copenhagen nei suoi 35 anni di vita. Il comitato promotore formato da diversi gruppi associativi, ha dato vita ad un programma di incontri e manifestazioni, che hanno lo scopo di far conoscere in Italia questa importante esperienza di autogoverno. Concerti e performance si alterneranno durante il soggiorno, che si concluderà con un campeggio aperto e una festa alla Nuova casa del popolo di Ponticelli, a Bologna. Tutto il programma della manifestazione è disponibile sul sito www.christiania-italia.it.

Sono sorte delle polemiche a seguito di Cristiania in Italia, vuoi rispondere a chi critica il vostro operato?

Più che critiche, si tratta di bassi tentativi di strumentalizzare un evento, che vuole essere politico, certo, ma non partitico. Le parole chiave per capire il progetto di Christiania in Italia, sono: condivisione e trasmissione. Ci preme che l’esperienza di Christiania non vada perduta, è troppo importante.

Che futuro ha la città di Christiania?

Personalmente sono ottimista, credo che Christiania riuscirà a legalizzarsi, probabilmente grazie alla costituzione di una fondazione, ma non essere normalizzata, come vorrebbe l’attuale compagine governativa. Oggi l’esperienza di Christiania testimonia con evidenza che un modo differente di gestire la vita è possibile. Questa esperienza è patrimonio collettivo, che va divulgato e difeso.