14 ottobre 2006

Rapito giornalista italiano. Si tratterebbe di Gabriele Torsello.

Pochi minuti fa Torsello è stato contattato telefonicamente al suo cellulare. Ha confermato di essere stato rapito, di non sapere dove si trova e poi ha chiesto di spiegare ai suoi rapitori le sue buone intenzioni. Ma dopo un breve contatto, la comunicazione è stata sospesa.

Gabriele Torsello, giovane fotoreporter pugliese che da anni vive a Londra - con la moglie e il figlio - e collabora con l'agenzia fotografica californiana Zuma Press.
Il suo nome d'arte è "Kash".
Torsello non è nuovo al lavoro in zone di guerra: nel 2003, con Amnesty International, ha pubbllicato The Heart of Kashmir, un libro fotografico che documenta la guerra civile nella regione indiana del Kashmir. Dal 2005 ha intrapreso reportage in Afghanistan. “Le mie foto - aveva dichiarato Gabriele durante le presentazione di un calendario fotografico - sono parte di un lavoro piú ampio sull’Afghanistan che spero riesca a far conoscere in Europa le drammatiche condizioni in cui vivonno le popolazioni della zona”.
Due giorni fa era partito da Lashkargah, capitale della provincia meridionale di Helmand, ed era diretto a Kabul.
La settimana scorsa, mentre si trovava ancora nella città meridionale, era stato fermato dalla polizia mentre scattava fotografie al bazar centrale.
Torsello trova ispirazione per il suo lavoro "nel documentare la vita quotidiana di coloro che combattono per essere liberi: liberi dalla guerra, liberi dalla povertà, dalla discriminazione e dalla paura".
Torsello ha lavorato anche in Nepal, trascorrendo alcuni periodi con i guerriglieri maoisti i quali, secondo una descrizione data dallo stesso Torsello, "dedicano la loro vita a combattere contro la povertà e l'ingiustizia del regime di Kathmandu".

da peacereporter.net

Quando la letteratura, la memoria e l'arte si intrecciano

Conferenza regionale : Acqua bene comune

Partito della Rifondazione - Federazione di Messina -
Via S. Paolo dei disciplinanti , 8
98122 Messina
email: prc.impastato@tiscali.it

Invito

Martedì - 17 ottobre 2006

ore 17 Salone delle Bandiere Municipio di Messina
ACQUA BENE COMUNE. Le ragioni del no alla privatizzazione
Presiede: Alfredo Crupi (Segretario provinciale PRC /assessore al lavoro comune di Messina)
saluti: Francantonio Genovese (Sindaco di Messina)
Introduce :Francesca Valbruzzi (resp. regionale ambiente PRC)

Intervengono:
On. Rita Borsellino
Mirko Lombardi (Resp. naz. ambiente/ beni comuni PRC)
Italo Tripi (segretario generale CGIL Sicilia)

I rappresentanti dei comitati per la difesa dell'acqua , le forze politiche e sociali cittadine, i sindacati.

Conclude: Laura Marchetti (PRC sottosegretaria Ministero dell'ambiente)

13 ottobre 2006

Cobas scuola: sciopero della fame per difendere il diritto di assemblea

Si sta a fatica rompendo il silenzio sulla protesta dei Cobas per il
diritto di assemblea che vede tre colleghi in sciopero della fame dal 2 ottobre: qualche servizio ai tg (TG1, TG3, TG5) e sui giornali e le due
interpellanze parlamentari.
Le condizioni di salute di Antimo, Nanni e Nicola sono discrete, anche se naturalmente hanno perso un bel po' di peso: dall'inizio del digiuno si
sono alimentati solo di acqua e un po' di succo di frutta.

Fioroni continua ad ignorare la protesta.L'assemblea nazionale dei Cobas scuola che si terrà sabato e domenica prossima deciderà sull'eventuale continuazione della lotta e delle sue forme.

All'url: http://www.cobas-scuola.org/varie06/ScioperoFameHP.html
trovate notizie e foto della lotta.

Vi ricordo che il 18 a Palermo, il 19 a Catania ed il 20 a Messina terremo
i convegni cesp sulla previdenza di cui vi ho già inviato il programma (chi
lo avete perso potete scaricare all'url:

Il capo dell'esercito inglese: andiamocene dall'Iraq

unità.it

Che la situazione in Iraq sia fuori controllo lo dicono le morti quotidiane e le statistiche. Secondo un recente studio dell´Università Usa Johns Hopkins le vittime civili dall´inizio del congflitto nel 2003 sono state almeno 655mila: circa il 2,5% della popolazione (fino ad oggi si era parlato al massimo di circa 50mila morti).

I sequestratori di Amer Iskander, sacerdore della chiesa ortodossa di St. Ephrem (a Mossul) oltre a chiedere un riscatto di 350.000 dollari (280.000 euro) avevano posto tra le condizioni per la liberazione la condanna del discorso sull'islam di Papa Benedetto XVI a Ratisbona. Il prete era stato rapito martedì e il giorno successivo, il corpo di padre Iskander, che aveva 50 anni, è stato ritrovato nel quartiere Muharaibin di Mossul, 400 km circa a Nord di Baghdad, con le braccia mutilate, oltre che decapitato. Ma ogni giorno in Iraq e soprattutto a Baghdad vengono trovati corpi di uomini uccisi e nel 90% dei casi torturato. Anche oggi un bomba esplosa all'interno di una stazione di polizia nella città di Hilla ha ucciso almeno sei persone, incluso il comandante della forza locale della polizia. A causa delle violenze dilaganti in Iraq, il ministero dell'Interno è stato costretto a mettere in preventivo la perdita di 25 agenti di polizia ogni giorno, perché morti o colpiti da lesioni permanenti: dieci nel primo caso e quindici nel secondo. «Questa almeno è stata la media consueta nel corso del 2006» ha spiegato l'americano Gerard Burke, un veterano dell'Esercito con alle spalle 25 anni di esperienza, dal maggio 2003 consigliere per la Sicurezza Nazionale del dicastero di Baghdad e tra i principali supervisori dell'addestramento delle forze dell'ordine irachene, insieme ad altri cinque connazionali.

Ma non solo. Lo sceicco Abu Ussama al-Iraqi, dirigente della jihad in Iraq, ha addirittura chiesto a Osama bin Laden di sconfessare la branca irachena di al Qaida, in un video pubblicato su Internet. Abu Ussama elenca nella registrazione, di cui è impossibile stabilire l'autenticità, una serie di «deviazioni» del gruppo: «Se voi tacete, noi non taceremo. La chiave della sedizione è nelle vostre mani: sta a voi chiuderla o aprirla». Tra le «deviazioni» lo sceicco menziona «esplosioni avvenute in scuole, ospedali e in case di musulmani sunniti» e «l'assassinio di imam» in Iraq. Insomma il messaggio conferma la lotta intestina in corso nel Paese e in questo caso la guerra interna condotta da potenti tribù sunnite nella provincia occidentale di al Anbar, roccaforte della ribellione in Iraq.

La guerra civile,a questo punto, scuote anche i vertici militari del principale alleato agli Usa in Iraq: la Gran Bretagna. Il generale Richard Dannatt, capo di stato maggiore britannico, ha criticato apertamente l'invio di soldati in Iraq: «La nostra presenza ha esacerbato i problemi di sicurezza», ha detto Dannatt in un'intervista esclusiva al Daily Mail. Il comandante in capo dell'esercito britannico ha invitato a lasciare «presto» l'Iraq. Anche per ragioni globali. «Non dico che le difficoltà che stiamo incontrando nel mondo sono causate dalla nostra presenza in Iraq, ma senza dubbio la nostra presenza le ha esacerbate».

I commenti polemici di Dannatt, assolutamente fuori dal comune per un ufficiale in servizio del suo rango, sono stati subito ripresi dalle voci più critiche alla guerra, costringendo il generale un'altra serie di interviste a radio e televisioni in cui ha cercato di calmare la tempesta che ha scatenato. Nei nuovi interventi, il comandante delle forze armate ha dichiarato di non aver detto «nulla di nuovo o che fosse degno di nota».

Così i commenti del generale Dannatt potrebbero avere pesanti ripercussioni politiche da entrambe le sponde dell'Atlantico. La guerra in Iraq è stata molto criticata in Gran Bretagna, e la situazione di violenza continua rappresenta un nodo politico anche per il presidente statunitense George W. Bush, che il prossimo mese deve affrontare le elezioni per il rinnovo del Congresso. Fino ad ora, Blair non ha voluto commentare direttamente le osservazioni del suo generale, rilasciando solo una comunicato in cui si sottolinea che l'esercito britannico è intervenuto in Iraq in seguito all'invito del governo locale.

unità.it

LETTERA APERTA a Giorgio Napolitano

Carissimo Presidente, a due anni dall'uccisione di Enzo Baldoni, le chiediamo due cose che Lei può fare

di Diario

Carissimo Presidente, le scriviamo per parlarle di Enzo Baldoni. In questi giorni ricorre il secondo anniversario della sua uccisione, in Iraq. Si rinnovano momenti terribili: il rapimento, i giorni senza notizie, il video dei rapitori, la brevissima illusione di un rilascio dell’ostaggio, l’improvviso annuncio della uccisione. Erano gli ultimi giorni dell’agosto 2004, l’Italia aveva appena vinto la maratona alle Olimpiadi di Atene, il Paese era in vacanza, in Iraq molti inviati dei nostri giornali e innumerevoili altri freelance, fotografi, volontari seguivano quello che allora era conosciuto come l’intervento militare più importante dei nostri tempi, il banco di prova contro il terrorismo, la levatrice di una società democratica al posto di una dittatura spietata. Erano anche i giorni di una rivolta dei radicali sciiti del giovane Moqtada al Sadr che si era asseragliato nella città santa di Najaf e di lì reggeva l’assedio dell’esercito americano.

Enzo Baldoni era partito da Milano alla fine di luglio. Aveva 56 anni, che aveva fatto tante belle cose nella vita: pubblicitario di fama, giornalista, traduttore, padre di due ragazzi, scrittore di reportages da luoghi pericolosi del mondo. Con un accredito di questo giornale, si era recato a Baghdad con lo scopo di vedere da vicino, capire e raccontare, che cosa è una guerra, che cosa cambia negli uomini, e raccontare. Avrebbe scritto le sue corrispondenze su Diario e avrebbe poi pubblicato un libro che avrebbe raccolto quest’ultima e le sue precedenti esperienze in Colombia, in Birmania, in Messico, a Timor Est...

Quanto poco e quanto troppo tempo è passato da allora! Appena due anni per vedere svanire utopie e osservare – ormai solo da lontano – lo scatenarsi di una terrificante guerra civile. Come lei sa, Presidente, oggi non ci sono più giornalisti in Iraq, non ci sono più racconti, né voci. Ci sono solo grafici e conteggi che provengono da un buco chiuso. E ci vogliono distruzioni di città e attentati sempre più sanguinosi perché il rumore arrivi fino a noi.
Ma noi vorremmo ricordare ancora quello che fece Enzo Baldoni nell’ultimo giorno della sua vita. Organizzò un convoglio della Croce Rossa italiana a Baghdad per portare viveri e medicine a Najaf; si accordò con i ribelli sciiti per una proposta di mediazione da portare in Vaticano al fine di far cessare i bombardamenti; riuscì ad arrivare quasi fino al suo obiettivo, curò feriti. Sulla strada del ritorno la sua automobile in testa al convoglio, ormai quasi alle porte di Baghdad, per questione di un decimo di secondo fu investita dallo scoppio di una bomba posta al ciglio della strada. Il suo autista e interprete Ghareeb fu ammazzato subito, Enzo venne sequestrato da un gruppo di persone che si definiva Esercito Islamico in Iraq e ucciso dopo pochi giorni. Lo stesso 20 agosto l’Esercito rapì anche i giornalisti parigini Chesnot e Malbrunot, che furono poi liberati dopo quattro mesi e una imponente e commovente mobilitazione di tutta la società francese. Noi italiani, presto avremmo conosciuto l’angoscia per il sequestro di Simona Torretta, Simona Pari, Giuliana Sgrena, fortunatamente tutte tre tornate a casa.
Di Enzo Baldoni non è tornato a casa neppure il corpo.

Per quello che ha fatto Enzo, noi pensiamo che egli abbia diritto a un riconoscimento. Lo chiedono moltissime persone e istituzioni che gli hanno intitolato strade, edifici pubblici, premi.
Ma purtroppo questo non è ancora avvenuto. Anzi. Le notizie diffuse questa estate su giornalisti al soldo e agli ordini del Sismi ci fanno ricordare quello che avvenne due anni fa: vennero diffuse su Enzo Baldoni notizie false e ingiuriose, tese ad assolvere i nostri servizi segreti e anzi a far pensare a un loro impegno nella liberazione dell’ostaggio, che invece fu del tutto inesistente. Venne fatto di tutto per tacere il suo impegno con la Croce rossa, che avrebbe potuto sicuramente giocare a suo favore con i rapitori. Anche questo successe nel corso della nostra disgraziata partecipazione alla missione irachena. Anche questo è successo all’interno della nostra professione.

Le notizie che abbiamo oggi sono ancora fosche, torbide e insultanti. Periodicamente qualche malfattore si propone per recuperare la salma di Enzo, propone esami di Dna su «campioni», chiede naturalmente soldi. Sembra che solo degli avvoltoi siano interessati al recupero della salma di un cittadino italiano ucciso all’estero. Sembra che il governo iracheno, la diplomazia italiana, la politica, la semplice umanità non siano in grado di assolvere a un compito sentito come basilare fin dagli inizi della storia.

Carissimo Presidente. Come da moltissimi auspicato, la nostra presenza militare in Iraq volge al termine e i nostri soldati torneranno a casa, con il loro bagaglio di ricordi ed esperienze, speriamo non tutte negative.

Noi le scriviamo questa lettera, chiedendole, se vorrà, due cose possibili. Se lei parlerà di Enzo Baldoni, di quello che ha fatto in Iraq, Enzo avrà il giusto riconoscimento che tanti aspettano. Se lei chiederà che il suo corpo venga restituito, renderà un grande servizio alla famiglia Baldoni e, crediamo, all’Italia.

12 ottobre 2006

NO ELETTROSMOG: comitato di lotta a Trecastagni

DOPO OLTRE UN ANNO DI PROTESTE E CONTINUE BATTAGLIE CONTINUIAMO A NON AVERE IL BENCHE' MINIMO RISULTATO. NOI NON CI SCORAGGIAMO E ANDIAMO AVANTI NELLA PROTESTA. CHIEDIAMO A TUTTI I PARTITI ED ASSOCIAZIONI, AIUTO E SOPRATUTTO LA PARTECIPAZIONE CON BANDIERE E STRISCIONI ALLA GRANDE MANIFESTAZIONE CON CORTEO CHE TERREMO SABATO 14 ALLE 9.30 DAVANTI IL MUNICIPIO DI TRECASTAGNI.

CON LA SALUTE DEI NOSTRI FIGLI E NIPOTI NON SI SCHERZA

FORSE IN POCHI SANNO CHE, DOPO I TRE RIPETITORI PER TELEFONIA MOBILE DEL QUARTIERE “MADONNA DELL’AIUTO”, DOPO QUELLO DEL QUARTIERE “S.ALFIO”, UN NUOVO RIPETITORE, STA PER ESSERE MESSO IN FUNZIONE IN PIENO CENTRO STORICO A POCHE DECINE DI METRI DALL’ASILO E DALL’ORATORIO DEL COLLEGIO “MARIA AUSILIATRICE” FREQUENTATO QUOTIDIANAMENTE DA CENTINAIA DI BAMBINI. ESISTONO DEI REGOLAMENTI STATALI CHE IMPONGONO RIGIDE RESTRIZIONI ALL’IMPIANTO, IN PRESENZA DI QUALSIVOGLIA LUOGO DI RICOVERO DI MINORI E MALATI (ASILI, SCUOLE, OSPEDALI).

TUTTO CIO E’ PASSATO ASSOLUTAMENTE INOSSERVATO AGLI OCCHI DI CHI, DA OLTRE UN ANNO HA PERMESSO L’AVANZARE DEI LAVORI, BUROCRATICI E MATERIALI.

A QUESTO NUOVO ABUSO SUI PIU’ DEBOLI DICIAMO NO! FACCIAMO SENTIRE LA NOSTRA FORZA DI LIBERI CITTADINI, PARTECIPANDO CON I NOSTRI FIGLI E NIPOTI ALLA MANIFESTAZIONE INDETTA PER

SABATO 14 ALLE 09.30

DI FRONTE AL PALAZZO COMUNALE CON SEGUENTE CORTEO FINO AL LUOGO DELL’INSTALLAZIONE

Ci viene da pensare alla proliferazione delle sigarette negli anni cinquanta e sessanta: anche allora, chi aveva grandi interessi economici, diceva:

“Non è assolutamente vero che il fumo faccia male”

Solo dopo parecchi milioni di morti per tumore, ci si è accorti dei danni!!!!!!

NON SI PUO RESTARE INSENSIBILI A QUESTO NUOVO PROBLEMA
PARTECIPIAMO IN MASSA

Interrogazione parlamentare: Aereporto di Catania

Interrogazione a risposta immediata in Assemblea 3-00312
presentata da
ORAZIO ANTONIO LICANDRO


martedì 10 ottobre 2006

- Al Ministro dei trasporti. - Per sapere - premesso che:

nel mese di luglio del 2006 si è insediato il nuovo consiglio di amministrazione del Sac-Società aeroporto Catania;

risulta all'interrogante che sono stati erogati esosi compensi a consulenti, nonché ingenti premi a componenti del consiglio di amministrazione;

i criteri di assunzione e promozione di personale applicati negli ultimi anni sembrerebbero non rispondenti a requisiti di merito;

si è dato corso ai lavori della quarta variante per un importo di oltre 14 milioni di euro, di cui non è nota la copertura finanziaria e contro le osservazioni delle camere di commercio di Catania e Siracusa;

risulta all'interrogante che i lavori di realizzazione della nuova aerostazione tuttora in corso abbiano compromesso la visibilità della torre di controllo, con rischio di declassamento dello scalo, che oggi per volume di traffico è il terzo della nazione;

perdura un non chiaro conflitto tra Enac e Sac, che sta producendo un ulteriore aggravamento delle condizioni generali -:
se non ritenga di dover intervenire con urgenza perché sia fatta luce sulle vicende richiamate in premessa e per assicurare che in futuro l'aerostazione possa avere un'amministrazione adeguata alla funzione che svolge.

11 ottobre 2006

Il "Pizzo" sulle rassegne stampa

“Pizzo” sulle rassegne stampa, così gli editori cercano di lucrare anche sul non-profit

Un gruppo missionario che raccoglie sul web articoli sulla guerra in Darfur. Un comitato di quartiere che vuole documentare uno scempio ambientale archiviando articoli della stampa locale. Un’associazione di persone colpite da una malattia rara che vuole mettere a disposizione di tutti una rassegna stampa sui progressi scientifici del settore. Un’associazione pacifista che vuole denunciare, con prove giornalistiche alla mano, crimini di guerra e violazioni dei diritti umani.

Tutti questi soggetti potrebbero presto essere costretti a pagare una “tassa sul macinato” alle associazioni degli editori per continuare a svolgere le loro attività. La sorpresa arriva proprio dalla finanziaria dipinta come uno strumento di tutela dei soggetti deboli, e che in realtà è servita anche a tutelare le lobby dell’editoria modificando per l’ennesima volta le norme sul diritto d’autore in senso peggiorativo, limitando il diritto dei cittadini alla realizzazione di rassegne stampa, e penalizzando le forme di uso libero e gratuito dell’informazione giornalistica a fini culturali.

Il centrosinistra sembra avere particolarmente a cuore questa normativa, dal momento che già nel 2000 la legge 248 ha ritoccato il diritto d’autore e stabilito la galera per chi copia software ottenendo un generico “profitto”, quindi anche per chi fa una copia personale risparmiando per il mancato acquisto. Fino ad allora le manette scattavano solamente per un conclamato fine di lucro, se la copia era fatta per guadagnare soldi a danno degli aventi diritto.

Non è facile trovare la disposizione che introduce il pizzo degli editori sulle rassegne stampa: per scovarla non basta leggere l’intero testo della finanziaria, ma va esaminato l’articolo 32 del capo IX del decreto legge 262 del 3 ottobre 2006, collegato alla finanziaria ed entrato già in vigore il 3 ottobre scorso. Chi riesce ad arrivare alla fine di questo labirinto giuridico scopre che il decreto modifica la legge sul diritto d’autore all’articolo 65, stabilendo che «i soggetti che realizzano, con qualsiasi mezzo, la riproduzione totale o parziale di articoli di riviste o giornali, devono corrispondere un compenso agli editori per le opere da cui i suddetti articoli sono tratti. La misura di tale compenso e le modalità di riscossione sono determinate sulla base di accordi tra i soggetti di cui al periodo precedente e le associazioni di categoria interessate. Sono escluse dalla corresponsione del compenso le amministrazioni pubbliche».

In sintesi: se vuoi fare una rassegna stampa online o cartacea, devi pagare. Anche se la tua attività è senza fini di lucro, umanitaria o caratterizzata da una valenza culturale o sociale, devi versare comunque dei soldi. Soldi che per giunta verranno intascati dagli editori, e di certo non dai giornalisti che hanno scritto quegli articoli, pagati una tantum per la cessione dei loro diritti d’autore alle testate per cui lavorano.

Per capire la violenza di questo giro di vite in tutta la sua portata basta leggere la precedente formulazione dell’articolo 65, che condizionava le rassegne stampa alla sola citazione della fonte: «gli articoli di attualità di carattere economico, politico o religioso, pubblicati nelle riviste o nei giornali, oppure radiodiffusi o messi a disposizione del pubblico, e gli altri materiali dello stesso carattere possono essere liberamente riprodotti o comunicati al pubblico in altre riviste o giornali, anche radiotelevisivi, se la riproduzione o l’utilizzazione non è stata espressamente riservata, purché si indichino la fonte da cui sono tratti, la data e il nome dell’autore, se riportato».

Questa vecchia formulazione secondo alcuni dava troppa libertà ai cittadini senza dare un centesimo alle aziende editoriali che vogliono lucrare perfino sulle attività non-profit. Ma i tre grandi colossi editoriali italiani che applaudono alla nuova legge (Rcs, Mondadori/Fininvest e il gruppo Caracciolo/L’Espresso) ignorano che la citazione di un articolo su un blog o un sito web è in realtà una pubblicità gratuita per chi lo ha stampato, e che i cittadini sostengono già di tasca propria le imprese editoriali con i finanziamenti a pioggia della legge sull’editoria che premiano gli editori e gli stampatori di riviste associati a improbabili partiti e movimenti creati ad arte per scucire quattrini, come ha documentato un’ottima inchiesta di Report.

Da più di dieci anni l’attività del sito www. peacelink. it ruota attorno alla possibilità di pubblicare articoli (oggi quasi 18mila), alcuni originali, altri tradotti da volontari, molti ripresi da varie fonti autorevoli, sempre e comunque menzionate e riportate per esteso. Testi che, sul nostro sito, hanno acquistato un valore aggiunto proprio perché organizzati, tematizzati, catalogati e collegati tra loro grazie al lavoro di un gruppo costituito totalmente da volontari, dal presidente in giù. Molto di questo materiale è scomparso dai siti web delle testate che lo hanno pubblicato, e questo aggiunge al nostro lavoro di bibliotecari anche un importante ruolo di memoria storica delle lotte italiane e internazionali per la pace e il rispetto dei diritti umani.

Che cosa accadrà al nostro lavoro gratuito e volontario moltiplicando le nostre migliaia di articoli per il pizzo che gli editori si apprestano a riscuotere senza alcun beneficio per i giornalisti? Quali saranno i costi da sostenere per un sito come il nostro? Quale sarà in futuro il clima e il tenore democratico di un paese in cui le realtà di informazione alternativa saranno costrette a convivere con la spada di damocle di una possibile denuncia se vorranno esercitare il diritto di citare, analizzare, catalogare o contestare articoli di fonti esterne senza dover pagare una tassa ingiusta?

Quale sarà il destino di tutte le iniziative che cercano di affrontare la complessità e la ridondanza dell’informazione attraverso un paziente lavoro di tematizzazione, catalogazione e raccolta del meglio che l’informazione tradizionale è in grado di produrre? In che modo una tassa sull’esposizione di materiale pubblico inciderà sul diritto a «cercare, ricevere e diffondere informazioni, attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere» stabilito a chiare lettere dalla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo?

Le risposte a tutte queste domande dovranno arrivare da un governo che si dichiara pubblicamente amico dei deboli e di nascosto produce cavilli giuridici a favore degli editori, il governo amico del volontariato che vuole estorcere soldi perfino alle associazioni non-profit, il governo amico della cultura che mette freni alla libera circolazione dei saperi, il governo vicino ai cittadini che in realtà vuol premiare aziende già ben foraggiate e avvinghiate a due mani alle generose mammelle dello stato.

Di fronte a tutto questo, al di là di ogni schieramento politico e ideologico, diciamo che il buon senso, la civiltà e l’amore per la cultura e la diffusione dei saperi che dovrebbero muovere ogni essere umano, a cominciare dai politici, ci impediscono di tacere e ci obbligano ad una netta presa di posizione.

Per questa ragione un gruppo di volontari dell’associazione PeaceLink ha realizzato un appello (pubblicato all'indirizzo: http: //www. peacelink. it/rassegnestampa) per dare alle persone di buona volontà la possibilità di conoscere quanto sta accadendo e prendere posizione in merito decidendo se schierarsi a difesa di un ingiusto profitto o dalla parte del diritto alla libera circolazione delle informazioni.

In questo appello si chiede al governo di fare un passo indietro rispetto a questo frettoloso decreto legge. Ripristinare il diritto alla rassegna stampa tax-free è solo il primo, doveroso passaggio per ridiscutere in seguito tutte le questioni che attengono la revisione della legge sul copyright, e le tematiche connesse, durante il prossimo Forum sulla Internet Governance.

La cultura è una cosa seria, non lasciamola in mano ai contabili dei gruppi editoriali.

Associazione PeaceLink

da liberazione.it

Notizie dal sud

Dell'Utri assolto dall'accusa di calunnia
-Palermo
«Sono esterrefatto per l'assoluzione perchè non sono abituato». Così Marcello Dell'Utri ha commentato sarcasticamente l'assoluzione per calunnia aggravata decisa dai giudici del Tribunale di Palermo, la stessa procura dove il senatore di Forza Italia era stato in precedenza condannato a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo gli inquirenti, il braccio destro di Berlusconi, attraverso la complicità dei due pentiti Giuseppe Chiofalo e Cosimo Cirfeta, avrebbe tentato di screditare i collaboratori di giustizia che lo accusavano di collusione con la mafia.

La Procura di Palermo ravvisava il pericolo di un inquinamento probabotorio lesivo dell'intera inchiesta. Nonostante l'accusa disponesse di filmati, fotografie e intercettazioni nelle quali si testimoniavano contatti di Dell'Utri con Chiofalo e Cirfeta, i giudici della quinta sezione del tribunale di Palermo hanno assolto l'imputato «per non aver commesso il reato». Unanime il coro di felicitazioni sollevatosi dagli esponenti del centro destra nel commentare la sentenza. «Il fatto che il reato per Ciferta sia stato dichiarato estinto per la morte del reo - ha sostenuto invece il pm Antonio Ingroia - dimostra che l'accusa nei suoi confronti è fondata».

Prodi rende omaggio a Francesco Fortugno
-Locri
Il Presidente del Consiglio Romano Prodi si è recato nel pomeriggio a Locri per rendere omaggio alla tomba di Francesco Fortugno. Il 16 ottobre dello scorso anno il vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria veniva assinato dall'ndrangheta all'entrata di un seggio organizzato per le primarie del centro sinistra.

Il primo ministro si è quindi recato con la vedova e deputato dell'Ulivo,Mariagrazia Laganà. La vedova ha chiesto di «potenziare gli organici della magistratura e delle forze dell'ordine». Successivamente il premier ha raggiunto l'ospedale di Locri, dove ha intitolato il pronto soccorso del nosocomio a Fortugno, primario del reparto in aspettativa dopo l'elezione.

da ilmanifesto.it

9 ottobre 2006

Informazione e giustizia. Lettera di Marco Benanti al presidente della Camera dei Deputati

On. Presidente Bertinotti,

ci siamo conosciuti il 29 settembre del 2005, a Catania. E' passato un anno, ma è tutto come fosse ieri.
Allora, nell'Aula Magna di Scienze Politiche, in una giornata di caldo afoso, davanti ai gruppi dirigenti di Rifondazione catanese, nella sala piena fino a scoppiare, Lei, nella sua veste di segretario, prese un impegno: "Non lasciatelo solo"
La sensibilità di alcuni avevano, infatti, sottoposto alla Sua attenzione il mio caso. In breve: sono un giornalista che, per sbarcare il lunario, ha fatto di tutto, anche nell' "illegalità", cioè "in nero", da "irregolare" , da "abusivo", da "biondino" o come si voglia.
Nel 2003, lavorai sei mesi -da operaio- nella base di Sigonella, assunto, per sei mesi, dal consorzio anglo-napoletano "Algese 2". Una bella esperienza, anche se, per le "anime belle" del borghesume di provincia era un po' come dimostrare una "sconfitta". Già, la "sconfitta" -Presidente Bertinotti- questa mistificazione dell'esistenza che questo sistema ci propina ogni giorno.
Il "problema" era, però, un altro: come si può "accettare" che un giornalista faccia l'operaio? Uno scandalo, appena mimetizzato con le solite parole di circostanza: "… evidentemente non trova di meglio da fare…" Altri, più sbrigativamente e in "stile" Giuliano Ferrara: "un fannullone di meno, magari un po' mammone…" Così del resto, viene descritta la mia generazione da parte consistente degli "opinion-maker" alla moda, magari con curriculum da "ex": "rivoluzionario", "comunista", "antimafioso", ex soprattutto.
In genere, io penso, gli irregolari sono trattati così: o senza volontà, magari un po' "stupidi" o semplicemente "pazzi". Magari, era successo soltanto che avevo dato fastidio: certo, facendo il giornalista e non il "velinaro", capita a chi fa il giornalista, dico io. Ad altri capita, invece, di fare -magicamente- carriera.

L'operaio, quindi, come "sconfitta"? Siamo finiti a questo -Presidente? Siamo in questo pozzo di nulla, di vite ordinarie e "perbene": e chi dovrebbe, allora, cambiare il mondo, se siamo tutti "giusti" e "ordinati"?
C'era, però, un'aggiunta che aggiungeva allo scandalo un sapore d'antico, di discriminazioni Anni Cinquanta: l'azienda, appaltatrice dalla Marina Usa, aveva deciso di fare fuori l' "intruso", l'unico dentro un gruppo operaio, poi regolarmente assunto a tempo indeterminato, con una motivazione, che in un Paese Democratico, rispettoso di Sé e quindi dell'Altro, avrebbe provocato un pandemonio: questo strano operaio scriveva….Presidente…scriveva addirittura, si era permesso di entrare nella principale base nel Mediterraneo del nuovo Impero e di portare il suo pensiero, non proprio "ortodosso", secondo le Linee dell'Amministrazione Bush. La Linea giusta, Presidente: ricorda? Quella che veniva scagliata contro i dissidenti del finto socialismo dell'Urss: ieri, oggi te lo dicono sotto la bandiera della loro libertà misurata in quattrini, del loro "lavoro" usa e getta, da perfetti bestemmiatori della Libertà. Questa, però, era solo la versione ufficiale: sa, Presidente, soprattutto in terra di mafia, la verità bisogna cercarla oltre le menzogne.
Roba da temerari o da scemi? Il Procuratore dell'Azienda li aveva sventolati -quei fogli- sotto il naso del funzionario di Stato, chiamato giudice, il 24 maggio 2005: "Vede, Oh Giudice, questo signore si permette di scrivere queste cose….Siamo imbarazzati….il signore è sgradito al Governo Americano…ha capito, bene, oh Giudice?" Il funzionario dello Stato aveva sfogliato qua e là i fogli e commentato, rivolto, con un mezzo sorriso, verso l'autore del misfatto: "Ma se lei scrive queste cose, perché ci vuole andare a lavorare?" Già, perché i lavoratori della Fiat non omaggiano tutti -all'unisono e magari in ginocchio- la famiglia Agnelli? Presidente, mi aiuti a trovare una risposta, magari solo di primo istinto e non intelligente….
La mia di risposta non piacque al funzionario, che mi richiamò in nome della "non ironia" da farsi in quel posto serio, ma dove hanno luogo queste sceneggiate, che è il Tribunale: già l' "ironia" contro l'arroganza senza freni, ignorante, pacchiana nel suo sentirsi intoccabile e sopra di ogni cosa, del Potere, che vuole anche importi cosa "produrre" nella tua testa: altrimenti, non ti fanno scaricare merce, non si mangia…. come se il problema fosse solo la pancia e non la dignità dell'uomo. Come avviene nelle dittature -Presidente: però, da tempo, mi raccontano che l'Italia è una democrazia ed è anche "antifascista". Proprio così, naturalmente il tutto ridotto a rito, a coreografia, mentre l'arroganza del Potere realizza ogni misfatto, senza alcuna opposizione; però, l'importante è non dimenticarlo di dirlo, di dirsi "antifascisti": il praticarlo, poi, forse, un'altra volta.

Quanto coraggio ci vuole ancora per sostenere che viviamo in una democrazia reale, contro tutti i fascismi, di quanta ipocrisia bisogna essere capaci per non provare anche solo imbarazzo, quando la vita di ogni giorno in questo paese da operetta è piena da vicende dal sapore inconfondibile dell'epoca che fu: un fascismo riverniciato certo, riadattato per il Terzo Millennio, magari solo più subdolo, ma con il solito tanfo insopportabile di violenza di Stato, di disprezzo di ogni pudore e di ogni libertà. In una parola: di mafia.
Ma che c'era scritto in quei famigerati scritti? Beh, insomma che la presenza americana in Italia non era proprio esente da critiche, che poi mica tutti sono dei novelli "Padre Pio" venuti a farci del bene, senza alcun interesse, che, poi, a Sigonella non era proprio un bel vedere, non era, insomma, un bello spettacolo quei mafiosi, come invitati a un gran galà, in entrata e uscita dalla base, senza che i "nostri" servizi di sicurezza gli rivolgessero qualche domanda, quegli appalti miliardari che puzzavano un miglio di lupara, e poi ancora "qualche" testata nucleare che continua a percorrere l'Italia….Era troppo? Era davvero "intollerabile", tutto ciò, pubblicato ampiamente prima della mia assunzione e scritto anche da altri, da altri cittadini, a cui avevo offerto la mia firma di "direttore responsabile" di un sito, come si faceva un tempo? Ricorda, Presidente, i tempi della contestazione delle norme fasciste della stampa, di quell' ordine dei giornalisti di cui attendo, invano, da decenni l'abolizione: cose di sinistra, cose che sapevano di uguaglianza, di lotta contro i privilegi, contro gli abusi di potere, insomma, la vecchia sinistra che non c'è più.
Ma evidentemente era troppo, sì era troppo per gli "anglo-napoletani" di "Algese 2" e per i loro dante causa, i quali, ancora oggi, a distanza di mesi, o meglio, non si esprimono ufficialmente, restano in silenzio. Ho conosciuto il volto "siculo", per usare un'espressione del folclore di questa terra, degli americani: mi mancava anche questo.
Il "caso" non esiste: a Sigonella tutto scorre come se nulla fosse.
E' così anche per il Sindacato catanese, caro Presidente: per il sindacato questa vicenda non merita nulla, nemmeno due parole nell'ultimo dei dibattiti che ogni tanto vengono organizzati.
Al mio fianco, è rimasto, del mondo sindacale, solo il Compagno di base Gaetano Ventimiglia. Ci sarebbe da fare riflessioni, da chiedersi perché, già perché?
Mentre l'accumulazione selvaggia del capitalismo familistico, mascherato da "modernizzazione", produce danni sociali devastanti, si pensa ad iniziative di facciata, non si entra nel merito dei problemi, di parla d'altro, Presidente. Silenzio, solo silenzio e piccole battaglie per assicurarsi ristrette nicchie di consenso, da usare al tavolo della concertazione corporativa, dove si decide "chi sta dentro e chi sta fuori": tutto qui e lo chiamano sindacato…
Sulla Camera del Lavoro di Catania, sul mio caso, è calato da tempo un silenzio omertoso della peggiore tradizione siciliana: chi tenta di aprire "il discorso" viene invitato a occuparsi di altro. Il resto è ordinario gioco di piccole e grandi calunnie, di piccole e grandi disinformazioni. E l'antimafia? Che fine ha fatto? Si occupa d'altro, di cose più grandi o forse solo più innocue ma "politicamente" più redditizie.
Sarà un caso, ma basta leggere i nomi di ha sottoscritto l'appello del comitato messo su con tanta passione da un pugno di cittadini, che non si rassegna a vivere in pantofole e televisione, per non trovarne alcuni: Anna Finocchiaro, Enzo Bianco, Claudio Fava, Adriana Laudani, tutte belle anime della sinistra catanese e siciliana, evidentemente impegnate in altro, in altre cose, più serie di questa.
Questa vicenda, infatti, non merita nulla -tranne rare ed estemporanee iniziative- anche per la classe dirigente del centro-sinistra.
Questa vicenda non merita nulla naturalmente anche per la stampa "che conta": tranne "Liberazione", "Manifesto", "La Rinascita", l'informazione -più o meno "progressista"- non s'interessa. Quella ufficiale siciliana semplicemente non ne parla. Come sempre, in questi casi. La Sicilia e Catania sono da seguire con prudenza, senza "estremismi" che fanno poi scappare -come è noto- i "moderati", la borghesia "illuminata" e via chiacchierando. Anche questa è mafia.
Dimenticavo, Presidente: inaspettatamente, nel gennaio scorso, il funzionario dello Stato con la toga, alla fine, ha dato ragione agli "anglo-napoletani" (l'appello è stato fissato -mi pregio di sottoporlo alla Sua attenzione il dato- all'ottobre del 2009!) e poi sempre un altro impiegato, ma dell'Inps, ha scritto due righe per spiegare che la domanda per la disoccupazione con i requisiti minimi non veniva accolta. Sa perché, Presidente? Perché -se il lavoratore viene pagato a casa, forzosamente, per imperio dell'azienda- non avrà in seguito diritto a nulla, anche se aveva espresso volontà di tornare a lavorare. Già, perché è successo anche questo a Sigonella: in via cautelare, nel 2004, mi avevano dato (incredibile a dirsi) ragione, ma -si badi- in secondo grado, presentando le "prove" del danno sofferto (perdere il lavoro è o no un danno?) dopo un primo grado, infatti, concluso con una sentenza che grida vendetta a Dio e così l'azienda appaltatrice avrebbe dovuto riassumermi, per nove mesi. E cosa è successo, invece? Dall'azienda mi arrivò una letterina, in cui mi si spiegava che ero "dispensato" dal presentarmi al lavoro: quindi, pagamento a casa, per mezzo di corriere postale; poi, in seguito, naturalmente, non una lira di disoccupazione, perché - hanno cercato di spiegarmi dall'Inps- non risultavano ore lavorate! E come potevano mai risultare se mi era stato impedito -con la forza- di lavorare? Tradotto: la Volontà del Padrone diventa Legge del Padrone e quindi -per questo- diventa Volontà e Legge dello Stato- Il tutto, sotto il timbro di "Repubblica democratica fondata sul lavoro". E tutti zitti, Presidente.

Che altro poteva succedere, se anche l'ufficiale giudiziario, da me chiamato per ottemperare all'ordinanza di riassunzione del 2004, era stato respinto ai cancelli italo-americani? Non dimenticherò mai, quei fogli giudiziari sventolanti, quel grido "io sono un rappresentante dello Stato italiano" e il volto -quasi beffardo- ai cancelli: "Prego, chi siete?"
Un po' come avveniva nelle colonie.
Presidente, concludo ringraziandoLa per l'attenzione; prima di cestinare questi fogli, scritti mali e in modo non corretto politicamente, La prego di rimanere certo che le sue parole non sono state inutili: "solo", infatti, non sono rimasto, infatti, sono rimasto con Me e la mia Coscienza e magari con pochissimi amici, quelli veri, che in una terra non libera, non democratica, non antifascista se non per le coreografie da parata, è l'unica e ultima àncora in mezzo al grigio vivere borghese di una società di abitanti indifferenti.
Un saluto

Marco Benanti

Riprende il processo al "sud ribelle"

Dopo diversi mesi di pause e rinvii vari, riprende il processo al "sud ribelle", che e' giunto alla ventunesima udienza. Questa volta si ascolteranno i testi dell'accusa:
- Mario MONDELLI, era all'epoca dirigente di polizia a Cuneo aggregato a Genova, al vertice di comando della carica in via Tolemaide, almeno fino all'episodio dell'incendio del
blindato; - Alfredo CANTAFORA, capo della digos di Cosenza da diversi anni; - Eugenio ASTORINO, ispettore della digos di Cosenza.

MONDELLI dovra' rispondere sul perche' ordino' al capitano Bruno (ascoltato in precedenza), di attaccare il corteo delle tute bianche in corso Tolemaide, nonostante esso era
autorizzato. Da una comunicazione radio della centrale operativa si sente il dirigente Zazzaro che dice: - Nooooo! Stanno caricando le tute bianche! Porcogiuda! Dovevano
andare in piazza Giusti non caricare li'!!! - . Nel frattempo il primo dirigente della Polizia di Stato,
Mondelli ha assunto la direzione del primo reparto mobile di Roma, in precedenza dirigeva quello di Milano.

Il capo della digos CANTAFORA, dovra' illustrare finalmente lo "spessore delle indagini portate avanti dal formidabile gruppo" e meritarsi i tanto sospirati "meriti straordinari"
e "qualifiche superiori", richieste anni or sono da un gruppo di senatori di Forza Italia capeggiati dal senatore cosentino Antonio GENTILE. Il "formidabile gruppo" era stato
individuato con una nota dal Procuratore della Repubblica SERAFINI, seduto al vertice della Procura da oramai immemorabile tempo.

Sta poi forse alla bravura dell'ispettore ASTORINO evitare il ritorno di MORTOLA, in quanto il PM Fiordalisi: - mi riservo solo nel caso di opposizione nel far vedere
determinati frammenti di video all'Ispettore Astorino sul Palazzo Ducale, su altri punti, quindi in quel caso poi chiamerò di nuovo il Dottor Mortola -.

Riusciremo finalmente a sapere chi e per quale motivo ordino' quella carica? In piu', riusciremo a comprendere in lingua italiana le attivita' della locale digos?
Appuntamento il 10 ottobre alle ore 10.00 nell'aula di Corte d'Assise del Tribunale di Cosenza.

E' possibile trovare le sintesi e le trascrizioni delle
udienze del processo al Sud Ribelle all'indirizzo:
http://www.supportolegale.org/?q=taxonomy/term/23

Supportolegale
--
contatti: info a supportolegale.org
http://www.supportolegale.org (é necessario accettare il
certificato di sicurezza)

Supporto Legale è una rete di persone che seguono i processi
di Genova e Cosenza: quelli a persone che c’erano andate per
manifestare, quelli a pubblici ufficiali accusati di
violenza, torture, abuso di potere. Supporto Legale
trascrive le udienze, le trasforma in sintesi comprensibili,
le pubblica e le diffonde; inventa progetti, campagne e
iniziative di informazione e raccolta fondi. Supporto Legale
, nato per iniziativa di alcuni mediattivisti che
partecipano alla rete di Indymedia, fa un lavoro di
informazione e comunicazione, di supporto tecnico e di
finanziamento, con una serie di campagne di raccolta fondi,
versando integralmente il ricavato per il lavoro delle
segreterie e per le spese processuali. Perchè la memoria è
un ingranaggio collettivo.

8 ottobre 2006

E mica ce lo scordiamo




"Lasciamo che siano i fatti a parlare. Il resto sono chiacchiere e politica, tutte cose da cui voglio tenermi lontano". (Enzo Baldoni)

Uccisa la giornalista che denunciò la guerra di Putin

La giornalista Anna Politkovskaja, famosa per le sue denunce contro Putin sulla guerra in Cecenia, è stata ammazzata a colpi di pistola al centro di Mosca

da unita.it

L´arma, insieme a quattro bossoli, sarebbe stata ritrovata dalla polizia accanto al cadavere nell'ascensore dello stabile dove abitava nel centro della capitale.

Lo scontro fra la giornalista della Novaja Gazeta e il Cremlino nasce nei lunghi anni di lavoro come reporter in Cecenia, iniziati nel 1998 con un'intervista all'allora presidente Aslan Maskhadov. Nel 2001 Politkovskaja fu arrestata nella Cecenia meridionale ed espulsa con l'accusa di aver violato le norme sulla copertura giornalistica del conflitto imposte da Mosca. Nel 2002, durante la crisi del teatro Dubrovka a Mosca (culminata nella strage di oltre 100 persone per il gas tossico usato nel successivo blitz dalle forze speciali russe) i terroristi ceceni la indicarono come possibile mediatrice con il governo di Putin, unica giornalista della quale avevano fiducia. Nel 2004 un primo inquietante episodio. In volo verso Beslan per seguire l´assedio della scuola dove i terroristi ceceni si erano asserragliati prendendo in ostaggio centinaia di bambini, la Politkovskaja si sentì male. Avvelenamento.

Ora il suo omicidio, dice il direttore della Novaja Gazeta Dimitri Muratov, «sembra essere una punizione per i suoi articoli». Anna Politkovsakaja era nata nel 1958. Il suo libro più recente è «La Russia di Putin», del 2005)