6 febbraio 2007

I CENSORI

Ciancio & co.

di Claudio Fava
da Itaca

Da sette anni e undici mesi il foglio locale di Catania, “La Sicilia”, cestina ogni comunicato stampa che porti in calce la nostra firma o che dia conto di nostre iniziative. Eppure da sette anni e undici mesi perseveriamo a voler conservare, nella nostra mailing list, anche i capicronaca di quel giornale. Lo facciamo non perchè immaginiamo improbabili conversioni sulla via della censura ma perché ci piace immaginare la scena, ogni volta che il fax sputa fuori un nostro comunicato: il cronista di turno che lo prende con due dita, come se fosse contagioso e lo deposita sulla scrivania del suo capoposto. Altre dita a pinza per rimuovere il pericoloso oggetto da quella scrivania e inviarlo alla pattumiera. Lo scambio di sorrisi servili, poi gli sguardi che tornano ad affondare sui tasti dei computer con un pensiero mai pronunciato “Pensa che casino se non ce ne fossimo accorti…”.

Si campava cosi' all’Agenzia Stefani, nel ventennio. Quando c’era Lui e ogni notizia, ogni frase, ogni riferimento andavano ben sciacquati nella tinozza del conformismo fascista: di questo si parla solo per spargere incensi, di quest’altro si parla a bassavoce, di questo qui non si parla affatto. Per nostra fortuna, La Sicilia riserva la censura preventiva solo a noi e a poco altro. L’ultima, ieri mattina. Quando in quel diluvio di dichiarazioni e di sdegni per la morte del povero poliziotto, abbiamo aggiunto la nostra voce solo per suggerire di sospendere del tutto (…non solo i botti) la festa di sant’agata. Niente di originale, per carità: solo che ieri sul giornale cittadino di questo suggerimento non si trovava traccia. Avevano dichiarato tutti, e di tutti si riportava giudiziosamente il pensiero: l’onorevole Licandro, il senatore Bianco, il sindaco Scapagnini, e poi via via tutti gli altri, deputati regionali, assessori, consiglieri comunali, la lega antivivisezione, l’associazione per città felice, i partigiani d’italia… Proprio tutti. Tranne le nostre tre righe di comunicato. Ogni tanto qualche amico incrocia un conoscente che lavora da Ciancio e gli chiede se non provino un filino di vergogna per tutto codesto ardore censorio. La risposta, ogni volta, è la stessa: ma scusa, quel tipo lì continua a scrivere storie sul nostro editore e noi dovremmo pure pubblicargli i comunicati stampa?

Le storie che scriviamo, lo sapete, non sono sberleffi o insulti: sono fatti. L’ultimo in ordine di apparizione ha a che fare con gli interessi immobiliari della famiglia del dottor Ciancio nel piano parcheggi della città di Catania: una storia di concessioni, autorizzazioni, speculazioni. Una brutta storia di cui si parla poco o affatto. Verrebbe voglia di chiedere agli zelanti cronisti della Sicilia, ai probiviri del comitato di redazione, ai vecchi colleghi di Giuseppe Fava con l’amianto sulla coscienza: ma sbaglia Ciancio a speculare o noi a scriverne? Glielo chiederemo per fax, con preghiera di pubblicazione. Solo per il gusto di immaginare ancora una volta la scena: il cronista di turno, due dita a pinza sul foglio di carta, l’aria zelante e ansiosa: “Signor vicedirettore, ci sarebbe il solito comunicato stampa…”. “Un altro?”. “Eh! Che faccio, mando?”. Manda, manda, dirà il capo con lo sguardo. E il cronista zelante aprirà con gesto plastico le due dita mandando il foglio a destinazione: il cestino.

Nessun commento:

Posta un commento