28 aprile 2007

PALIO DI ACATE (RAGUSA), ENNESIMA MATTANZA: DUE CAVALLI STRAMAZZANO AL SUOLO CON LE ZAMPE DISTRUTTE

LA LAV: ANCORA SANGUE IN ASSURDI PALII PAESANI, MA PREFETTURA E COMUNE NON FERMANO LA FOLLE CORSA

da LAV Sicilia

Orrore al Palio di Acate, che oggi e fino a domani si corre nella cittadina in provincia di Ragusa, dove poche ore fa due cavalli lanciati nella corsa in una strada del paese sono rovinosamente caduti per terra ferendosi in maniera irreparabile alle zampe. Uno mostrava la zampa visibilmente spezzata ed è stato brutalmente caricato su un camion per destinazione ignota; per l’altro cavallo si è trattato di una vera carneficina: l’asfalto della strada si è macchiato di sangue subito lavato via dagli organizzatori mentre il cavallo, agonizzante, è stato portato via lontano dalla vista del pubblico. Nonostante questa ennesima mattanza né la Prefettura di Ragusa né il Comune di Acate hanno avuto il buonsenso di fermare questa assurda e folle corsa, che continua a svolgersi come se nulla fosse!

Durante le prove a cronometro, inoltre, altri episodi hanno confermato l’assoluta pericolosità della corsa ed i maltrattamenti subiti dagli animali: cavalli, imbizzarriti per lo stress e le condizioni di trattamento; fondo stradale assolutamente inadatto, coperto da mattonelle di pece, ecc. Si tratta di palesi e gravissime infrazioni ed irregolarità: l'articolo 8 del DPCM 28 febbraio 2003, infatti, impone la copertura con adeguato terriccio di tutto il percorso; Perché ASL e Prefettura hanno consentito questa macroscopica violazione della legge?

La LAV da anni chiede invano al Prefetto di Ragusa di vietare questa folle corsa che, come dimostrano gli ultimi avvenimenti, costituisce una vergognosa ed incivile forma di sfruttamento e di maltrattamento dei cavalli, costretti a correre in un circuito stradale urbano assolutamente pericoloso. Prima dei gravi fatti di oggi la LAV aveva già inviato una diffida al Sindaco di Acate ed al Prefetto, chiedendo l’annullamento del Palio : “Le inidonee caratteristiche, qualità, stratificazione e modalità di posa del substrato bituminoso del percorso della gara ippica - si legge nel documento della LAV - costituiscono un elemento di grave pericolo per l'incolumità dei cavalli nonché, conseguentemente, per fantini, spettatori e addetti. Tali condizioni non sono conciliabili con le esigenze e le caratteristiche di movimento degli animali”.

Già lo scorso anno l’Osservatorio Zoomafia della LAV, inoltre, ha inviato un articolato dossier ai vertici provinciali del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica di Ragusa ed alle Direzioni Distrettuale ed Investigativa Antimafia di Catania, competenti per territorio, denunciando che – dichiara Ciro Troiano, responsabile dell’Osservatorio Zoomafia - “storicamente le organizzazioni criminali dedite alle scommesse clandestine abbiano sviluppato, in queste manifestazioni, una sicura attività lucrativa consolidata dal controllo del territorio venuto meno alla legalità. In particolare si sottolinea come le corse di cavalli organizzate per le feste religiose vedano la costante presenza di elementi malavitosi direttamente coinvolti nell’organizzazione di corse clandestine che si svolgono in circuito improvvisati. Tale evidenza risulta dalle stesse dichiarazioni rilasciate dalle Forze dell’Ordine a seguito degli interventi compiuti per reprimere le corse clandestine”.

Ormai in quasi tutta la Sicilia le Autorità di pubblica sicurezza hanno vietato i palii; solo nell’area iblea taluni comuni continuano ad autorizzarli. Proprio per le corse di cavalli della provincia di Ragusa, inoltre, è stata attestata la presenza di soggetti criminali di altre province (Caltanissetta, Catania, Siracusa); in proposito basti citare le operazioni della Polizia di Stato nella zona di Ispica (RG) che ha bloccato una corsa clandestina di cavalli (aprile 2003), segnalando alla Procura di Modica decine di pregiudicati catanesi e siracusani; un anno prima (ottobre 2002) a Modica la Polizia blocca un’altra gara organizzata da fantini e “cavaddari” delle province di Siracusa e Catania, alcuni dei quali noti pregiudicati “indagati in passato anche per reati particolarmente gravi”. Nel 2003, in particolare, i Carabinieri hanno denunciato 5 individui che erano sfuggiti alla cattura durante una precedente corsa abusiva ma che sono stati individuati durante il “Palio di S. Vincenzo” di Acate, a dimostrazione della forte “attrazione criminale” di tali manifestazioni rispetto al mondo dell’ippica clandestina.

Libera fa paura alla 'ndrangheta

In provincia di Gioia Tauro una coop dell'associazione di don Ciotti, che coltiva la terra sottratta alle cosche locali, è stata devastata

di Nuccio Iovene
da http://www.aprileonline.info/

Un atto criminale che testimonia come la malavita organizzata tema la battaglia di legalità condotta da tanti giovani, anche a livello simbolico

Colpire una cooperativa agricola che lavora sfruttando i terreni che sono stati confiscati alle cosche mafiose significa voler ostacolare quella speranza di rinascita della legalità che anima i progetti di quanti credono che, per sconfiggerla, bisogna agire non solo sul piano poliziesco, ma anche culturale e simbolico.

La terra è da sempre, per antonomasia, metafora privilegiata della cultura umana, espressione simbolica di un progetto di vita che si alimenta del sole e delle piogge, capace di partorire dal seme il frutto. Una genesi che necessita dell'impegno umano, del suo sacrificio e della sua pazienza. Con questo valore è nata l'attività che da anni Libera dalle mafie, l'associazione fondata da Don Ciotti, porta avanti su tutto il territorio italiano, sfruttando in particolare le aree agricole sottratte al controllo della criminalità organizzata e restituite alla collettività per far nascere, da quella terra eticamente brulla, una speranza di ritrovata legalità. Un impegno che viene affidato quotidianamente a ragazzi e ragazze che, insieme al seme dei frutti, piantano anche quelli di una diversa coscienza sociale e giuridica.


Soltanto muovendo da questa prospettiva è possibile allora comprendere l'altrettanto valore simbolico che sottende il gesto criminale di questa notte, quando è stata devastata la sede della coop di Valle del Marro, a Ponte Vecchio di Gioia Tauro. Questa realtà agricola è infatti sorta nel 2005 su una porzione di territorio un tempo appartenuto alle cosche ‘ndrine dei Piromalli e Mammoliti, 30 ettari di terreno che lo Stato ha sottratto loro per affidarli all'attività dei giovani di Libera che qui, guidati da don Pino De Masi, hanno piantato e fatto crescere oliveti e agrumeti, producendo olio e miele secondo i principi dell'agricoltura biologica. Un lavoro importante e impegnativo che è nato nel 2004 e che già nel dicembre scorso è stato oggetto di sabotaggio da parte di "qualcuno" che non sembra disposto a riconoscere il valore di questa iniziativa che, oltre ad una prospettiva di legalità, cerca anche di agire su piano sociale creando una possibilità di occupazione e di reddito in una terra di grandi potenzialità, ma di poche risorse, come è appunto la Calabria. Dunque, giustizia contro mafia, spirito cooperativistico contro individualismo economico, occupazione contro povertà: esiste questa fitta trama di obiettivi dietro il progetto di Valle del Marro, e proprio questa fitta trama di obiettivi è ciò che non piace alla ‘ndrangheta. Una rabbiosa reazione all'impegno dei giovani, delle istituzioni locali e della società civile per il riscatto della loro terra, che ha avuto il suo momento più intenso nella grandissima manifestazione di Polistena, a marzo scorso, quando migliaia di persone sono scese in piazza per testimoniare lo stato di isolamento in cui deve essere confiscata la mafia con un messaggio chiaro: "stare nella legalità non solo è giusto, ma conviene". Lo stesso messaggio che anima l'iniziativa agricola di Libera, la quale offrendo ai giovani la prospettiva di un impiego e di una retribuzione destabilizza il luogo comune secondo cui, in certe realtà, soltanto il clientelismo mafioso è ciò che paga in termine pratici.

Ora la parola passa allo Stato, alla Regione Calabria e a tutte le istituzioni affinché non solo ripaghino i danni provocati dall'aggressione di questa notte facendo ripartire al più presto le attività della cooperativa, ma perché procedano a garantire la sicurezza ed il lavoro dei giovani e delle giovani che in questi anni hanno combattuto una battaglia di legalità, costituendo un vero e proprio avamposto democratico nelle terre dei clan. Dietro di loro, infatti, c'è lo sforzo e l'appoggio di tutto un Paese che è stanco di vedere l'infiltrazione delle mafie e il loro tentativo di corrodere diritto e democrazia. E' questo il messaggio di cui lo Stato deve farsi portavoce con la criminalità organizzata, senza tentennamenti.

27 aprile 2007

A 25 anni dall'omicidio di Pio La Torre

Il padre del 416 bis. Il 30 aprile del 1982, sotto i colpi di Cosa Nostra, moriva Pio La Torre, storica figura dell’antimafia civile e politica, autore di vere e proprie rivoluzioni legislative. Una vita straordinaria ma poco conosciuta, interamente vissuta da protagonista nella battaglia per il riscatto della Sicilia



di Giuseppe Bascietto
da Narcomafie

La vicenda di Pio La Torre non rappresenta solo un fatto di cronaca. È qualcosa di più. Travalica la cronaca. Investe la società siciliana, sconvolge il Pci, travolge la politica nazionale ed entra di prepotenza nella Storia del nostro Paese. La Torre è stato vittima innocente della mafia, ma prima di tutto è stato un uomo politico e, a conoscerne la storia, a leggerne i discorsi e i saggi, a vederne le fotografie – da quelle di quando viene arrestato a Bisacquino (Pa) per l’occupazione delle terre, a quelle che lo ritraggono sul tavolo dell’obitorio – viene da chiedersi, anche a distanza di 25 anni, cosa ci sia stato dietro la sua uccisione.

Anni Ottanta: uno scenario violento. Sotto il profilo legale il “caso La Torre” è risolto. Ci sono gli esecutori materiali, i mandanti, condannati in tutti i gradi di giudizio. Ma per capire bene bisogna conoscere l’uomo La Torre, spostare l’obbiettivo sullo scenario e il contesto che lo circonda: gli anni Ottanta; la crisi della politica con la fine, in Sicilia, del patto di unità autonomista – sperimentato da Achille Occhetto nella seconda metà degli anni Settanta – e in Italia del Governo di unità nazionale che si era costituito dopo l’omicidio di Aldo Moro; un ambiente, quello palermitano, mafioso e potente; gli omicidi eccellenti di magistrati, poliziotti, politici e giornalisti; l’inizio di una delle guerre di mafia più cruente della storia della Repubblica che fa esplodere gli equilibri interni a Cosa Nostra, in cui la battaglia per l’egemonia viene vinta da un gruppo, quello dei Corleonesi, che ha annientato nel sangue tutti gli avversari.

In questo scenario storico si innesta il progetto per la costruzione della base missilistica di Comiso. La Torre capisce subito che si tratta di un affare che avrebbe spinto la mafia a metterci le mani e, dopo la grande manifestazione di Comiso, ha intenzione di portare a Palermo 100 mila persone contro la mafia. Quella mafia che lo ucciderà il 30 aprile 1982.

Il chiodo fisso dell’antimafia. La convinzione che senza una battaglia aspra contro la mafia non ci può essere alcuna azione politica ha accompagnato La Torre attraverso tutte le fasi della sua vita pubblica e privata. Da quando, giovane dirigente della Cgil a Corleone, stringe la mano al giovane capitano dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, congratulandosi per le indagini svolte per l’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto. Era il 1949.

Politica, soldi e mafia: ecco la santissima trinità che Pio La Torre cercò di profanare. La lotta alla mafia era il chiodo fisso che nel corso degli anni lo porterà a sviluppare tesi, ma soprattutto a creare strumenti di lotta e di contrasto per i magistrati e le forze dell’ordine. L’esempio più conosciuto è la legge che porta il suo nome, accanto a quello di Rognoni, che introduce il reato di associazione mafiosa (art. 416 bis del Codice penale) e permette le indagini patrimoniali.
Ecco perché è necessario ricordare Pio La Torre. Perché incarna la politica che attraverso le leggi diviene realmente strumento al servizio del Paese. E per rendere omaggio, anche se tardivo, al sacrificio di una persona per bene.

26 aprile 2007

24 aprile 2007

Caso Hanefi: se siamo lì per contare, per D'Alema i nodi vengono al pettine

Siamo in Afghanistan per ricostruire il sistema giudiziario ma Rahmatullah Hanefi rischia di essere condannato a morte senza assistenza legale. Se è vero che 'solo essendoci contiamo', Massimo D'Alema non può tollerarlo.

di Gennaro Carotenuto

Rahmatullah Hanefi, funzionario di Emergency e mediatore nel caso Mastrogiacomo, è nelle mani dei servizi segreti (afghani?). E' accusato di omicidio e rischia la pena di morte. Ma non è l'accusa, probabilmente ma non necessariamente pretestuosa, e nemmeno l'eventuale condanna a morte ad essere la cosa più sconcia della vicenda. La cosa insopportabile della vicenda è che, secondo il diritto del nuovo Afghanistan democratico, l'accusa di collaborazione con i talebani eliderebbe il diritto alla difesa dell'imputato. Ovvero, sembra necessario esplicitare una tale aberrazione, Rahmatullah Hanefi, per il diritto del nuovo Afghanistan democratico, potrà essere condannato a morte senza avere assistenza legale.

L'Italia ha investito almeno 50 milioni di Euro nella ricostruzione e nell'assistenza della giustizia afghana. Tale responsabilità è costantemente citata come uno dei motivi fondamentali per i quali vale la pena di restare in Afghanistan. Il caso Hanefi, e il non diritto all'assistenza legale, testimonia al contrario che il re è nudo e che non c'è nessuna garanzia giuridica né processuale, né tantomeno Habeas Corpus, nell'Afghanistan occupato. Chi decide è il magliaro Karzai e i servizi segreti di un paese (gli Stati Uniti d'America) che non riconosce più l'Habeas Corpus come il primo dei diritti dell'individuo. Se Rahmatullah Hanefi dovesse essere giudicato e condannato senza beneficiare di diritti civili elementari, sarebbe la dimostrazione che i 50 milioni di Euro sono stati semplicemente buttati nel pozzo afghano e che la nostra presenza in quel paese è insignificante e ancora meno giustificata.

Il Ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, tenta in Afghanistan un ossimoro simile alla "guerra umanitaria" con la quale fu distrutta nel 1999 la Yugoslavia. Come all'epoca della 'Missione arcobaleno' ci racconta che bisogna "esserci per contare". Lo prendiamo in parola. O otterrà che il processo -a questo punto non solo inevitabile ma auspicabile- contro Rahmatullah Hanefi, avvenga per via ordinaria e con ogni garanzia degna di uno stato di diritto, oppure D'Alema deve trarre le dovute conseguenze e dimettersi e chi lo sostituirà dovrà domandarsi se è possibile ed opportuno continuare a mantenere relazioni con il governo Karzai. Tertium non datur per il paese responsabile della ricostruzione del sistema giudiziario afghano e per il ministro che afferma che solo se siamo lì contiamo.

22 aprile 2007

Assemblea del Patto di Mutuo Soccorso

Vi faccio girare l'avviso pubblicato sul sito del patto di mutuo soccorso http://www.pattomutuosoccorso.org

- Cosa è il Patto di Mutuo Soccorso
- Per aderire

Avviso

Riferito a: Proposta assemblea del Patto di Mutuo Soccorso

In merito alla prossima Assemblea del Patto di Mutuo Soccorso siamo costretti a fare una precisazione frutto di un'ampia consultazione tra le realtà aderenti al Patto. Chiediamo ne venga data la massima diffusione. L'idea del Patto di Mutuo Soccorso in questi mesi ha avuto felici conferme, sono cresciuti i consensi e le adesioni, numerose e significative sono state le iniziative promosse nel suo ambito. Parallelamente al crescere delle aspettative nei suoi confronti abbiamo purtroppo assistito a tentativi esterni di appropriazione non solo dell'idea di Patto, ma anche della sigla e degli indirizzi di posta elettronica delle realtà che aderiscono.

In questi giorni stanno circolando messaggi email spediti da un personaggio piuttosto singolare che si presenta disinvoltamente come riferimento organizzativo del Patto di Mutuo Soccorso e comunica luogo e data per la prossima Assemblea Nazionale con tanto di informazioni logistiche e ipotesi di piattaforme rivendicative. Una cosa è certa: NON E' STATO FISSATO ALCUN LUOGO NE' ALCUNA DATA per il prossimo incontro nazionale e al momento l'unica proposta (che riportiamo di seguito) è quella diffusa nella mailing list in cui circolano liberamente le informazioni tra tutte le realtà che aderiscono al Patto. Quando il confronto avrà definito un luogo e una data per l'assemblea lo comunicheremo su questo sito.

E' perfino ovvio ricordare che da parte nostra la scelta di una sede piuttosto che un'altra risponde unicamente all'esigenza di favorire la più ampia partecipazione e non comprendiamo i motivi che spingono qualcuno a creare confusione suggerendo implicitamente ipotesi di inesistenti divisioni: chi si vanta nei suoi messaggi di raggiungere migliaia di indirizzi (e tutti sanno quanto sia facile costruirsi una lista personale) non parla neppure a nome di un comitato o associazione aderente al Patto: al contrario evita accuratamente qualsiasi contatto e finge di ignorare che il Patto di Mutuo Soccorso è qualcosa di ben diverso da ciò che forse lui ha in mente. Avremmo voluto risparmiargli questa pubblicità gratuita ma lo facciamo soltanto allo scopo di evitare che qualcuno sia tratto in inganno e possa dare credito a ipotesi frutto di semplici fantasie senza alcun fondamento.

Cambia il governo ma le metodologie sono sempre le stesse.

Il cambio di governo aveva nei più suscitato contentezza e speranze che degli effettivi cambiamenti nella gestione del fenomeno immigrazione sarebbero avvenuti di lì a breve

La campagna elettorale è stata caratterizzata anche a Ragusa da firme di appelli per la chiusura dei cpt e roboanti proclami contro le tragedie del mare, le deportazioni, contro l'inumanità di strutture in cui si nega la libertà solo perchè si giunge da un altro paese senza un pezzo di carta.Ma anche i più entusiasti non potranno, ad appena un anno di distanza, negare che c'è qualcosa che non va.

I cpt sono sempre lì, le gestioni ormai divenute indifendibili, come quelle della Misericordia, cambieranno; verranno, come piace dire al Ministro Ferrero "superate". Uno dei risultati di questo superamento è stato il DDL Amato - Ferrero, che delle richieste mosse unanimamente dal movimento antirazzista nazionale non ha preso quasi nulla. Richieste che da Goriza a Torino, da Crotone a Bologna, da Lampedusa a Ponte Galeria, da Ragusa a Via Corelli sono sempre le stesse: CHIUDETE I CPT.

Ma purtroppo tutti i segnali sembrano indicare che questo Governo ha ben poco interesse ad affrontare i problemi legati al fenomeno dell’immigrazione:infatti a parte aver recepito alcune direttive europee in tema di ricongiungimenti familiari, permessi brevi e carta di soggiorno di cui si sono ridotti i tempi da 6 a 5 anni, (ripetiamo: direttive europee già in vigore) l’attuale Governo ha rinviato ai lunghi tempi di un disegno di legge delega ancora da approvare e ad futuro decreto governativo la riforma della legge. Ha deciso quindi di non intervenire con decreti legge (quindi urgenti) in materia di sfruttamento dei lavoratori in nero, in materie di garanzie di difesa (sospensione e garanzie in tema di espulsione) e non ha attualmente previsto alcun intervento sul diritto di asilo di cui non viene presentata uno straccio di disegno di legge (l’Italia è l’unico paese europeo a non avere la legge!!!).

Ellis Island: Il primo CPT
da - terrelibere.org -


Se poi diamo uno sguardo al decreto flussi la situazione non migliora per niente: la procedura è bloccata, delle 50.000 richieste solo 3-4 mila permessi sono stati rilasciati. E per presentare la domanda l’immigrato deve versare 70 euro. Le vere cause del problema sono sempre le stesse: l'immigrazione è un business...lo è quando l'immigrato è regolare e lo è ancora di più quando clandestino...quando lavora senza protezioni nei cantieri, o si spacca la schiena a raccogliere patate o pomodori o quando è costretta a subire violenza in silenzio o a vendersi per le strade, senza ottenere protezione.

Il 14 aprile scorso, attivisti dello Zetalab, l'Ask, del Collettivo20 Luglio e altre realtà hanno occupato simbolicamente la sede della Legacoop in cui si trova anche la sede della Sisisfo. Quest'ultima ha vinto (insieme ad un altra cooperativa La Blu coop di Agrigento) l'appalto per la gestione del cpt di Lampedusa. Gli occupanti hanno potuto parlare con i dipendenti della Legacoop che non hanno nascosto il loro imbarazzo di fronte a questa situazione. Ma come ha ribadito il presidente Elio Sanfilippo: "Le nostre cooperative dovranno segnare una discontinuità col passato, ma chiudere i Cpt non è compito nostro". Ha ragione il presidente Sanfilippo a dire che non è compito loro chiudere i cpt, ma non è gli stato certamente ordinato dal dottore di partecipare alla gara d’appalto per gestire queste galere etniche.

Ai militanti della rete antirazzista siciliana va tutto il nostro appoggio e solidarietà per questa azione che ha svelato ancora una volta il vero volto di un Governo che si dice amico del movimento ma allo stesso tempo continua ad usare le stesse metodologie che tanto deplora. Questi Rappresentanti delle Istituzioni appaiono più interessati ad andare a partecipare a trasmissioni comiche radiofoniche o a parlare ospiti al Congresso di uno degli autori della razzista lege Bossi – Fini; piuttosto che confrontarsi con chi da anni veramente lavora sul fenomeno immigrazione, in prima persona e senza tessere di partito in tasca. Vorremmo che coloro che siedono in Parlamento cominciassero ad agire di conseguenza ai principi che tanto gli piace sventolare durante le campagne elettorali. Non straremo alla finestra a guardare. Continueremo, insieme a tutti gli antirazzisti la nostra lotta e non faremo sconti a nessuno.

Chiediamo anche di sapere che intenzioni hanno riguardo alle raccomandazioni della Commissione istituita dal Ministro Amato sui Cpt, che riguardano anche la nostra città. Ci auguriamo che questo anno sia servito ai membri del Governo per riflettere sui problemi dell’immigrazione e che a breve diano un segnale concreto di un vero cambiamento di rotta e in discontinuità con il precedente governo.

Collettivo Migranti di Catania e Ragusa
Email: collettivomigranti@hotmail.it