5 gennaio 2008

Moby Prince, Fabio Piselli:"Le responsabilità storico-politiche saranno accertate. La verità giudiziaria, basata su prove, quelle sono ancora poche"

Le fiamme distrussero la nave “Moby Prince” dopo una collisione, provocando la morte di 140 persone nel 1991; a distanza di 17 anni le fiamme hanno cercato di uccidere il consulente di parte civile Fabio Piselli. Ci racconta e si racconta in un blog

di Cesare Piccitto

Nonostante gli anni trascorsi, “Moby Prince” continua a far discutere. Dopo aver ottenuto la riapertura dell’inchiesta sulla più grande tragedia marina della storia d’Italia, l’avvocato di parte civile Carlo Palermo continua a raccogliere prove documentali, che possano portare le aule giudiziarie a stabilire la verità su quello che accadde la notte del 10 aprile 1991 nel porto di Livorno.

Fabio Piselli, in qualità persona informata sui fatti, viene ascoltata da Palermo nel mese di novembre; ma poco prima di quell’incontro avviene qualcosa di inquietante. Piselli, dopo aver raccolto dei documenti e aver incontrato un potenziale testimone, viene aggredito da ignoti. Dopo esser stato drogato, viene chiuso all’interno della propria auto e questa date alle fiamme. Quello che è sembrato un tentativo per toglierlo di mezzo per fortuna non è riuscito; Piselli infatti si trascina fuori dall’auto poco prima che fiamme e fumo lo uccidano. Scompaiono, però, i documenti e le tracce del potenziale testimone appena incontrato. Nonostante l’aggressione subita abbia pregiudicato l’apporto di informazioni per la nuova inchiesta giudiziaria, Piselli è stato comunque ascoltato dall’avvocato Palermo.

L’ex parà della Folgore, esperto in spionaggio elettronico, viene a conoscenze di informazioni sul caso “Moby Prince” mentre sta conducendo una indagine personale sulla morte del cugino Massimo Pagliuca. L’identità dell’uomo, sconosciuta ai più, viene fuori dalle cronache successive all’aggressione. A suo dire, spesso i media scrivono falsità o inesattezze sul suo conto; decide per questo di pubblicare un proprio blog: http://www.fabiopiselli.blogspot.com/ a cui affidare le riflessioni personali. Del blog e di altro parliamo direttamente con lui.

Signor Fabio Piselli, all’epoca della tragedia della Moby Prince, dove si trovava e che tipo di lavoro svolgeva?

Nel 1991 ero appena rientrato da un periodo di attività svolta all'estero, sin dal 1989 ero lì come consulente per la sicurezza.

Lei è intervenuto sul posto? Se sì, con quale ruolo e a che titolo?

Sì sono intervenuto, come operatore della embrionale protezione civile all'interno della macchina dei soccorsi. Ho operato nel trasferimento dei corpi fra la banchina e l'hangar "Karin B" quindi dalle bodybags al tavolo necroscopico.

A distanza di 17 anni, dal tragico incidente, ci spiega come il suo nome si va ad intrecciare con la riapertura della dell’inchiesta sulla più grande tragedia navale della storia d’Italia?

Purtroppo il mio nome è emerso nelle agenzie di stampa la sera che ho subito l'aggressione, acquisito da un giornalista da qualche operatore di Polizia o del soccorso intervenuti sul luogo. Sostanzialmente sono stato collegato alla presenza del Dott. Palermo in Pisa con il quale mi ero accordato per inoltrare alla sua attenzione un potenziale testimone, utile per fornire notizie d'interesse per le indagini che l'avvocato Palermo stava conducendo rispetto alla tragedia del Moby Prince.

Dalla stampa, come da lei dichiarato, dice di esser entrato nella nuova inchiesta “Moby Price” perché stava indagando sulla morte di suo cugino. Quali sono, se può dircelo, gli elementi che collegano la morte di Massimo Pagliuca, le informazioni in suo possesso e la nuova inchiesta su Moby Prince?

Riguarda indagini in corso e non posso parlarne

La tragica morte di suo cugino in che contesto è avvenuta?

Massimo è morto affogato a causa di un incidente navale avvenuto nel 2004, dalle testimonianze pare che non sia stato in grado di reagire alla emergenza ed è morto in pochi minuti. Strano per un soggetto come lui non solo addestrato a gestire lo stress in emergenza ma soprattutto capace di affrontare il mare sia a bordo che in acqua. Motivo per cui ho voluto evidenziare se vi fosse o meno la presenza di ulteriori ragioni per le quali non era nelle condizioni psicofisiche compatibili con le sue capacità.

C’è un iter giudiziario in corso sulla morte di suo cugino? Se sì, di che tipo e chi coinvolge?

C'è un procedimento penale aperto per omicidio colposo nei confronti dello skipper che guidava la barca, ma non mi sono costituito parte civile. Ritengo che effettivamente sia stato un incidente, ciò nonostante apprezzerei conoscere le ragioni per le quali Massimo non è stato capace di reagire per come egli sapeva fare a quel tipo di situazione emergenziale.

Veniamo alla recente attualità. L’aggressione da lei subita, pare, a causa del suo coinvolgimento nella riapertura dell’inchiesta Moby Prince. I giornali ne hanno parlato ampiamente. Alcuni aspetti, non mi sono chiari, spero lei sia in grado di darmi delle risposte le chiedo: Secondo lei cosa volevano ottenere esattamente questi ignoti aggressori?

Ritengo che gli aggressori abbiano posto in essere l'evento in una situazione non preventivata, diciamo di emergenza, probabilmente tenevano sotto osservazione il soggetto che ho incontrato il quale ha rappresentato una minaccia per i loro interessi. Hanno attaccato me senza la precisa intenzione di uccidermi, altrimenti lo avrebbero potuto fare, pur non escludendo la mia morte causata dall'incendio che hanno appiccato alla mia macchina dopo avermici chiuso dentro. Il loro intento è stato quello di intimidire il potenziale testimone, di eliminare ogni eventuale traccia documentale acquisita da me, e attraverso il trattamento che mi hanno riservato di inviare una sorta di messaggio a coloro che potrebbero ancora fornire notizie utili.

L’ha colta totalmente di sorpresa l’aggressione oppure in qualche modo se l’aspettava ?

In ragione della mia esperienza e del tipo di attività ho sempre condotto un comportamento attento rispetto ad una potenziale aggressione o meglio contro ogni eventuale attività di sorveglianza, non mi aspettavo quel tipo di evento al quale non ho saputo e potuto reagire. Nelle settimane e nei giorni precedenti ho subito una serie di furti avvenuti nei locali di mia proprietà, nella auto ed anche alla fattoria di Bibbona, qualche telefonata muta, qualche segnale mi è stato inviato tale da rendermi più attento, purtroppo non come avrei dovuto.

Il fatto che lei sia uscito vivo dall’aggressione lo considera un fatto puramente fortuito? Come considera l’aggressione?

La mia sopravvivenza è dovuta da un lato al normale istinto che tutti noi abbiamo e che si attiva proprio in quel tipo di situazioni, dall'altro dalla fortuna di essere stato in una macchina che mi ha consentito di guadagnare subito aria dalla portiera che ero riuscito ad aprire, seppur stordito dalla sostanza che mi è stata forzatamente somministrata. L'aggressione è stata di tipo tecnico, posta in essere da soggetti addestrati e capaci di neutralizzare una persona, altrettanto addestrata, in pochi secondi e con precise manovre tali da immobilizzarmi a terra, compiute da quattro soggetti che si sono mossi in sincrono.

In che termini, l’aggressione, ha modificato l’apporto di informazioni che lei ha potuto dare all’avv. Palermo? Di cosa avete parlato, se può dircelo, con l’avvocato Palermo?

Rispetto ai contenuti della collaborazione con il Dott. Palermo preferisco mantenere il riserbo, l'evento ha certamente inquinato i nostri programmi e la sottrazione o la distruzione dei documenti ha diminuito il potere probatorio degli elementi fino ad allora raccolti.

La persona che lei, poco prima dell’aggressione, ha incontrato sa se ora sta bene? Sa se ha ancora intenzione di rivelare particolari importanti al fine di giungere alla verità sul caso M.P.?

Mi auguro che stia bene, non ho più avuto contatti con il soggetto.

Dopo l’aggressione e dopo aver verbalizzato le sue informazioni, lei decide di tornare nuovamente nell’ombra. Per circa un mese di lei si sa poco o nulla. Qualche timido commento, comincia a farlo lei su articoli e inchieste che riguardano la sua persona, soprattutto nell’ambito web. E’ esatto?

La mia natura è stata sempre quella di operare con un basso profilo, dopo l'evento e dopo le varie inchieste giornalistiche ho ritenuto opportuno elevare il livello di visibilità per prevenire speculazioni e false notizie che avrebbero potuto recar danno alle attività in corso.

Lei è mai stato membro dei Servizi Segreti italiani o stranieri?

No

- intervista parte 2/2

-Ultime novità sul caso "Moby Prince"

-Associazione Familiari delle vittime del Moby Prince http://www.mobyprince.it/?sez=home&pag=home

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I raid dei carabinieri anti-immigrati

I metodi L' accusa: i fermati venivano derubati, la droga spariva. La «banda» della Panda nera: «' Sti marocchini, non muoiono mai»L' appuntamento era fissato per il venerdì sera. La ricerca di nuovi «membri»: «Più siamo, più danni facciamo»

da corriere.it

Bergamo - La chiamavano la «caccia grossa» con la Panda nera. Carabinieri e vigili urbani usavano un' auto con una targa rubata e, secondo l' accusa, ogni venerdì sera davano vita a raid punitivi contro extracomunitari. Prima il briefing in caserma a Calcio, nella Bergamasca, poi via. Ma su quella Panda c' era una microspia. E ora le conversazioni concitate, i pestaggi degli stranieri, le urla durante perquisizioni «dure» a caccia di droga (che talvolta spariva con denaro e cellulari dei fermati) sono finite in un dossier della Procura.

Il gruppo aveva scelto il venerdì probabilmente per poter apparire sui giornali della domenica. Perché il giorno dopo, ai cronisti, raccontavano di arresti e di «brillanti operazioni antidroga». Solo dopo sono emersi i metodi usati. Una «banda» - così la definiscono gli inquirenti - di 21 persone, (una dozzina i carabinieri) cinque delle quali accusate di associazione per delinquere. Qualcuno è ancora ai domiciliari, altri sono stati sospesi, altri ancora trasferiti. Eppure sono stati rimpianti dagli abitanti di Calcio: poco dopo gli arresti dello scorso luglio, sono comparse scritte del tipo: «Rivogliamo i nostri carabinieri», «Deidda sindaco» e via così. Ora, a sei mesi dagli arresti, arrivano le prime richieste di patteggiamento: un carabiniere di Calcio, Danilo D' Alessandro (1 anno e 8 mesi) e un vigile di Cortenuova, Andrea Merisio (3 anni). Molti hanno chiesto il rito abbreviato, compreso il maresciallo Massimo Deidda, «Herr kommandant», come lo soprannominavano gli altri della banda.

«Il capo indiscusso» del gruppo, per i pm di Bergamo. Un tipo dai modi spicci, carismatico. E' l' ex comandante della stazione di Calcio, che in questi giorni, fino alla fine del processo (prevista per il 14 febbraio) è stato autorizzato a tornare ai domiciliari proprio nella stazione che comandava. Le violenze Per l' accusa era tutto studiato, a partire dalla Panda recuperata prima di essere demolita sui cui era stata piazzata una microspia. E dalle vittime: preferibilmente extracomunitari clandestini che difficilmente avrebbero trovato il coraggio di denunciare. Invece qualcuno lo ha fatto. Agivano armati, scrive nella sua ordinanza il giudice delle indagini preliminari Raffaella Mascarino, in «un clima di violenza, di esaltazione collettiva e di autocompiacimento», in un paese di neppure cinquemila anime, Calcio, (sindaco leghista), dove le parti si sono invertite: i carabinieri sono diventati delinquenti e i marocchini i loro accusatori. A una vittima viene rotto il naso. A un' altra il timpano. A un' altra ancora i denti. La voce di Deidda, con marcato accento sardo. «Tu sei troppo agitato, mo ti piazzo un cazzotto in testa. Da chi hai comprato? Ti porto in caserma e ti sfondo a mazzate».

Parla di un altro controllo: «Uno di Martinengo... poi si è messo a sputare i denti e l' ho mandato via... perché appena gli ho dato un destro, caz..., ha cominciato a sanguinare, ha sputato i denti». Quando un marocchino, per sfuggire a un inseguimento, si butta da un tetto quelli commentano: «Perché anziché finire nelle nostre mani preferiscono suicidarsi?».(TIT95NERO(/TIT95NERO Gli adepti La banda cercava anche nuovi adepti. La filosofia era questa: «Più siamo più danni facciamo», si spinge a dire Andrea Merisio, vigile di Cortemilia a un aspirante «picchiatore». L' 8 giugno esordisce nel raid uno studente di 29 anni. Merisio e Deidda sono compiaciuti del nuovo acquisto: « Ci ha chiesto perché non lo abbiamo picchiato quello con la camicia bianca... La mentalità c' è».(TIT95NERO(/TIT95NERO (TIT95NERO(/TIT95NEROL' obiettivo della «caccia grossa» era spesso quello di aumentare le statistiche degli stupefacenti sequestrati. Per il capitano Massimo Pani, (che non ha partecipato ai raid), allora comandante della Compagnia di Treviglio, e nel frattempo promosso maggiore, i numeri erano una fissa.

Tanto che Monacelli avrebbe mostrato a colleghi un sms di Pani, in cui lo invitava a sequestrare «almeno 25 chili di droga, in modo da poter battere il record del suo predecessore». Avrebbe fatto pressioni su due subordinati, minacciando di farli trasferire perché non testimoniassero contro Monacelli, sospettato di procurata evasione e cessione di droga. Ultimo guaio: avrebbe restituito un chilo di hashish a uno spacciatore che minacciava di raccontare certi metodi.(TIT95NERO(/TIT95NERO Il razzismo L' odio per gli extracomunitari emerge nelle conversazioni del gruppo. Mauro Martini, carabiniere di Calcio, al telefono con la fidanzata è esplicito: «' Sti marocchini, li ammazzerei tutti, non muoiono mai». Deidda non è da meno: «... Me ne sbatto i c. e ' sti marocchini di merda mi hanno veramente rotto i c.». * * * Gli indagati

4 gennaio 2008

Liberate Fouad Al-Farhan

da http://www.pandemia.info/

Fouad Al-Farhan è un blogger arabo imprigionato dal suo governo per aver scritto sul suo blog fatti non graditi al governo stesso. Non ci voleva questo ultimo caso per scoprire che nel mondo, in paesi dove la libertà di espressione è un lusso, scrivere su un blog non è una attività priva di rischi per la propria sicurezza personale: è sufficiente seguire Advocacy, il blog di Global Voices dedicato alla censura dei blog nel mondo, per rendersene conto una volta per tutte.

Cosa fare di fronte a fatti simili? innanzitutto è bene capire che l'opinione pubblica, quindi noi singoli individui, può - e deve aggiungo io - fare molto e incidere concretamente su questi accadimenti. Una pressione forte, esercitata nel momento opportuno, può innescare un meccanismo capace di piegare anche governi apparentemente immobili, come in questo caso.

Si può comunicare civilmente il proprio sdegno all'ambasciata dell'Arabia Saudita in Italia inviando una email o un fax: ambasciatore@arabia-saudita.it e 06 8551781. Oppure si può scrivere un email al Ministro degli Esteri saudita e al corpo diplomatico negli USA inserendo i propri dati nel sito della campagna.

Si può aderire alla campagna internazionale di sensibilizzazione interrompendo per un giorno le pubblicazioni del proprio blog, informando i propri lettori di quanto sta accadendo, invitandoli a far sentire la propria voce.

Gli strumenti del social web dovrebbero servire a divertirsi ma anche a mobilitarsi dal basso quando è necessario. Ho saputo della campagna dal blog Advocacy, che consiglio di monitorare costantemente, e successivamente dal gruppo Facebook della campagna.

PARTECIPA: Liberate Fouad Al-Farhan.

Syd Barrett: "who framed Roger Barrett?"

Ringrazio dikipop per la segnalazione. Complimenti per il montaggio del video e per la bella opera d'arte realizzata. Eccezionale miscela di musica e arte, questa è anche la documentazione di un lavoro cretivo durato 20 giorni.

Chi è stato Syd Barrett

Video: Syd Barrett: "who framed Roger Barrett?"

3 gennaio 2008

Inchiesta: La mafia a Brescia

La Leonessa e la Piovra 1/6

da http://it.youtube.com/profile?user=novimaf

La mafia nel nord, soprattutto a Brescia. L'inchiesta, per chi ancora crede che le mafie siano un fenomeno che riguardi solamente il meridione...

1 gennaio 2008

Sardegna: Peppino Marotto e la terra difficile

di Costantino Cossu
da http://www.manifestosardo.org/index.php

«Sono nato ad Orgosolo da genitori poveri, quarto dei sette figli di un boscaiolo e di una casalinga figlia di pastori». Così scrive Peppino Marotto nella breve autobiografia che introduce le sue «Cantones politicas sardas». Era l’inverno del 1925 quando l’arco della vita di Marotto si apriva; sabato 29 dicembre, poco prima delle 10, è stato chiuso da cinque colpi di pistola, sparati alle spalle mentre lui entrava nell’edicola dove tutti i giorni comperava i quotidiani. Il killer è sparito prima che arrivassero carabinieri e polizia. Nessuno lo ha visto. Sul movente, il buio è, per il momento, assoluto. Era un comunista, Peppino Marotto. Lo è stato per tutta la vita in un posto dove avere la tessera del Pci e quella della Cgil era una faccenda complicata, rischiosa. La sua storia lo dimostra. Con gli studi Peppino non va oltre la seconda elementare. L’istruzione è un lusso che i suoi non possono concedersi. A otto anni comincia a lavorare come «anzoneddàru», pastore di agnelli, alle dipendenze di uno zio. Il suo primo vero padrone lo incontra a dieci anni, quando va a fare il servo sul Supramonte: «Lui mi dava — racconta Marotto a Giuseppe Fiori nel libro La società del malessere — tre pecore all’anno, più il mangiare, che era questo: “orzatu”, il pane d’orzo, e sa “frure”, il latte cagliato». Nel 1945 il servizio di leva, fuori dal cerchio dell’ovile dove il tempo resta fermo, nell’Italia devastata dalla guerra. «Ho visto i paesi completamente rasi al suolo e dappertutto, nelle campagne, donne scheletriche fasciate di stracci, con bambini sfigurati dal poco alimento. Fu allora che imparai il comunismo».

Quando Peppino rientra a casa, nel 1947, trova una Barbagia ancora più povera di come l’aveva lasciata. Nella provincia di Nuoro il reddito individuale medio era di 80.000 lire all’anno contro le 164.000 della media nazionale. Miseria ed esplosioni di ribellismo individuale, violento quanto sterile: nessuna vera prospettiva di cambiare davvero le cose. Questo erano Orgosolo e l’intera Sardegna centrale in quegli anni. Insieme ad un gruppo di pastori e di contadini senza terra, nel 1948 Marotto dà vita ad una cooperativa, «La popolare». Chiedono, lui e gli altri, che venga loro concessa una piccola parte dei tanti latifondi incolti. Ma senza esito. Si inventano allora, nel marzo 1950, uno sciopero alla rovescia: costruire una strada che colleghi il paese ai pascoli, opera utile che nessun potere pubblico riesce a realizzare. Per qualche giorno li lasciano lavorare. Poi arrivano i carabinieri e li costringono a smettere. Poco dopo, a settembre, ad Orgosolo viene ucciso un uomo, Nicola Taras. La polizia mette sotto assedio il paese e arresta decine di persone. Marotto viene prima fermato e poi spedito al confino a Ustica. L’accusa, generica, è di favoreggiamento degli assassini di Taras. «Arrivati a Ustica — racconta — ci mettono a gruppi in cameroni che erano scuderie per cavalli. Fossa di insetti, chiamavano il nostro». Torna a casa nel settembre del 1952. Comincia il suo impegno nella Cgil, in poco tempo diventa segretario della Camera del lavoro di Orgosolo. Organizza i disoccupati e prova a dare una coscienza sindacale a giovani abituati ad avere come unico punto di riferimento il codice di guerra che regola i rapporti tra i clan familiari, il codice che in Barbagia prevede, come supremo elemento regolatore, la vendetta violenta, dallo sgarettamento del bestiame sino all’omicidio. E’ un’impresa quasi disperata. In quegli anni il paese è insanguinato da una delle più spietate faide che la Sardegna abbia mai conosciuto. «Ogni famiglia — ricorda Marotta — aveva almeno due o tre omicidi ricevuti o inflitti».

Il clima è pesantissimo. Alla fine del 1953 viene ucciso un carabiniere e Marotto, temendo di essere rispedito senza colpe a Ustica, si dà alla latitanza. Si costituisce dopo alcuni mesi, viene spedito al confino in Molise e poche settimane dopo viene arrestato, accusato di un omicidio e di una rapina avvenuti in Barbagia durante la sua latitanza. Inutili le sue proteste d’innocenza. Resta in galera, prima a Nuoro, poi ad Orvieto e a Spoleto, sino al 1962. Quando esce, va a vivere in Lombardia, dove lavora come stalliere. Alla fine del 1966 ritorna in Sardegna: «Dovevo farlo: mi sembrava di essere diviso in due. La società del benessere assicura il necessario, non dico di no, e ai più fortunati anche il superfluo. Solo non ci si trova spontaneità, rapporti umani sinceri, l’amicizia capace di sacrificio. A Orgosolo è un’altra cosa. Senti una voce in campagna e subito capisci. Vedi in paese una luce accendersi e di quella casa immagini tutto. Esistiamo insieme, ecco la diversità».

Di nuovo a casa, Peppino Marotto continua scommettere sul riscatto di una terra difficile. Ancora sindacato, la tessera del Pci e, insieme, la scrittura, le raccolte di poesie in lingua sarda, soprattutto «Su pianeta’e Supramonte» e «Cantadas in sardu». Di cui l’antropologo Alberto Maria Cirese scrive: «La specificità della condizione sarda, senza perdersi, s’incorpora nell’unità di ideali più vasti, nella grande unità della cultura del movimento operaio».

«Esistiamo insieme». Questo era l’orizzonte di vita al quale Peppino Marotto ha sempre guardato. Cinque colpi di pistola lo hanno cancellato. Almeno per lui; perché ad Orgosolo il gusto di sfidare il mondo così com’è fatto (male) Peppino lo ha contagiato a tanti.