31 dicembre 2008

Radio Mafiopoli Puntata n.14: "Discorso di fine anno"

Cari e meno cari concittadini dei cittadini amicali per gli amici, cari. Anche quest’anno è finito. E la giunta congiunta di mafiopoli come tutti gli anni vuole augurarvi e malaugurarvi i propri auguri per l’anno che se ne va. Grazie prego tornerò bumbum...

da radiomafiopoli.org

30 dicembre 2008

Lettera dei militari greci

Lettera di militari greci che si rifiutano di reprimere la lotta di Studenti e Lavoratori (foto di Valentina Perniciaro - strade di Atene - da baruda.wordpress.com)

da Staff Mercante
da www.mercantedivenezia.org

Centinaia di soldati dei 42 campi dell'esercito dichiarano: CI RIFIUTIAMO DI DIVENTARE UNA FORZA DI TERRORE E DI REPRESSIONE CONTRO LE MOBILITAZIONI; APPOGGIAMO LA LOTTA DEGLI STUDENTI DI SCUOLA/UNIVERSITA' E DEI LAVORATORI.

Siamo dei soldati da ogni parte della Grecia [è necessario qui osservare che in Grecia è ancora in vigore la coscrizione e che riguarda tutti i greci maschi; la maggior parte o forse anche tutte le persone che firmano questo sono legati al popolo che al momento stanno servendo nel servizio militare obbligatorio - non reclute dell'esercito] . Soldati ai quali, a Hania, è stato ordinato di opporsi a studenti universitari, lavoratori e combattenti del movimento movimento antimilitarista portando le nostre armi e poco tempo fa. [Soldati] che portano il peso delle riforme e della "preparazione" dell'esercito greco. [Soldati che] vivono tutti i giorni attraverso l'oppressione ideologica del militarismo, del nazionalismo dello sfruttamento non retribuito e della sottomissione ai "[nostri] superiori". Nei campi dell'esercito [nei quali serviamo], sentiamo di un altro "incidente isolato": la morte, provocata dall'arma di un poliziotto, di un quindicenne di nome Alexis. Sentiamo di lui negli slogan portati sopra le mura esterne del campo come un tuono lontano. Non sono stati chiamati incidenti anche la morte di tre nostri colleghi in agosto? Non è stata pure chiamata un incidente isolato la morte di ciascuno dei 42 soldati che sono morti negli ultimi tre anni e mezzo? Sentiamo che Atene, Thessalonica ed un sempre crescente numero di città in Grecia sono diventate campi di agitazione sociale, campi dove viene recitato fino in fondo il risentimento di migliaia di giovani, di lavoratori e di disoccupati. Vestiti con uniformi dell'esercito ed "abbigliamento da lavoro", facendo la guardia al campo o correndo per commissioni, facendo i servitori dei "superiori", ci troviamo ancora lì [in quegli stessi campi].

Abbiamo
vissuto, come studenti universitari, come lavoratori e come disperatamente disoccupati, le loro "pentole d'argilla", i "ritorni di fiamma accidentali" , i "proiettili deviati", la disperazione della precarietà, dello sfruttamento, dei licenziamenti e dei procedimenti giudiziari. Ascoltiamo i mormorii e le insinuazioni degli ufficiali dell'esercito, ascoltiamo le minacce del governo, rese pubbliche, sull'imposizione dello "stato d'allarme". Sappiamo molto bene cosa ciò significhi. Viviamo attraverso l'intensificazione [del lavoro], aumentate mansioni [dell'esercito] , condizioni estreme con un dito sul grilletto. Ieri ci è stato ordinato di stare attenti e di "tenere gli occhi aperti". Ci chiediamo: A CHI CI AVETE ORDINATO DI STARE ATTENTI? Oggi ci è stato ordinato di stare pronti ed in allarme. Ci chiediamo? VERSO CHI DOVREMMO STARE IN ALLARME? Ci avete ordinato di stare pronti a far osservare lo stato di ALLARME:

* Distribuzione di armi cariche in certe unità dell'Attica [dove si trova Atene] accompagnata anche dall'ordine di usarle contro i civili se minacciate. (per esempio, una unità dell'esercito a Menidi, vicino agli attacchi contro la stazione di polizia di Zephiri)

* Distribuzione di baionette ai soldati ad Evros [lungo la frontiera turca]

* Infondere la paura nei dimostranti spostando i plotoni nell'area periferica dei campi dell'esercito

* Spostare per protezione i veicoli della polizia nei campi dell'esercito a Nayplio-Tripoli- Korinthos

* Il "confronto" da parte del maggiore I. Konstantaros nel campo di addestramento per reclute di Thiva riguardo l'identificazione di soldati con negozianti la cui proprietà è stata danneggiata

* Distribuzione di proiettili di plastica nel campo di addestramento per reclute di Corinto e l'ordine di sparare contro i nostri concittadini se si muovessero "minacciosamente" (nei riguardi di chi???)

* Disporre una unità speciale alla statua del "Milite ignoto" giusto di fronte ai dimostranti sabato 13 dicembre come pure mettere in posizione i soldati del campo di addestramento per reclute di Nayplio contro la manifestazione dei lavoratori

* Minacciare i cittadini con Unità Operazioni Speciali dalla Germania e dall'Italia - nel ruolo di un esercito di occupazione - rivelando così il vero volto anti-lavoratori/ autoritario della U.E. La polizia che spara prendendo a bersaglio le rivolte sociali presenti e future. E' per questo che preparano un esercito che assuma i compiti di una forza di polizia e la società ad accettare il ritorno all'esercito del totalitarismo riformato. Ci stanno preparando ad opporci ai nostri amici, ai nostri conoscenti ed ai nostri fratelli e sorelle. Ci stanno preparando ad opporci ai nostri precedenti e futuri colleghi al lavoro ed a scuola.

Questa sequenza di misure dimostra che la leadership dell'esercito, della polizia e l'approvazione di Hinofotis (ex membro dell'esercito professionale, attualmente vice ministro degli interni, responsabile per "agitazioni" interne), del QG dell'esercito, dell'intero governo, delle direttive della U.E., dei negozianti-come- cittadini- infuriati e dei gruppi di estrema destra mirano ad utilizzare le forze armate come un esercito di occupazione - non ci chiamate "corpo di pace" quando ci mandate all'estero a fare esattamente le stesse cose? - nelle città dove siamo cresciuti, nei quartieri e nelle strade dove abbiamo camminato. La leadership politica e militare dimentica che siamo parte della stessa gioventù.

Dimenticano che siamo carne della carne di una gioventù che sta di fronte al deserto del reale all'interno ed all'esterno dei campi dell'esercito. Di una gioventù che è furibonda, non sottomessa e, ancora più importante, SENZA PAURA. SIAMO CIVILI IN UNIFORME. Non accetteremo di diventare strumenti gratuiti della paura che alcuni cercano di instillare nella società come uno spaventapasseri. Non accetteremo di diventare una forza di repressione e di terrore.

Non ci opporremo al popolo con il quale dividiamo quegli stessi timori, bisogni e desideri/lo stesso futuro comune, gli stessi pericoli e le stesse speranze. CI RIFIUTIAMO DI SCENDERE IN STRADA PER CONTO DI QUALSIASI STATO D'ALLARME CONTRO I NOSTRI FRATELLI E SORELLE. Come gioventù in uniforme, esprimiamo la nostra solidarietà al popolo che lotta e urliamo che non diventeremo delle pedine dello stato di polizia
e della repressione di stato.

Non ci opporremo mai al nostro popolo. Non permetteremo nei corpi dell'esercito l'imposizione di una situazione che ricordi i "giorni del 1967" [quando l'esercito greco ha effettuato il suo ultimo colpo di stato].

26 dicembre 2008

IL GORGO

Morto in cella a Catania. Giallo su un ragazzo di 25 anni

di Felice Cavallaro
da corriere

CATANIA - Di certo c`è solo che è morto. Ma la parola suicidio non vogliono sentirla né i genitori né la sorella. E nemmeno l`avvocato di Gianluca Di Mauro, trovato impiccato in cella a 25 anni. Alla vigilia della libertà che forse oggi avrebbe concesso il giudice di sorveglianza. Quanto basta per trasformare in un giallo e in un`inchiesta giudiziaria un caso che i primi atti ufficiali stavano per archiviare come il gesto disperato di un tossicodipendente, un anno fa al centro di una tentata violenza sessuale da parte di un altro detenuto.

Il sostituto procuratore Alessia Natale ha disposto l`autopsia cogliendo tutti i dubbi di Eleonora Baratta, la penalista da un anno impegnata accanto al ragazzo condannato a 12 anni per rapina, recluso a Firenze ma da tre settimane al «Bicocca» di Catania dove aveva chiesto un trasferimento temporaneo per il funerale del nonno. I primi dubbi riguardano la comunicazione dell`evento. Fatta alle 9.23 di martedì scorso al cellulare della Baratta: «Mi dicono che la sera prima Gianluca s`è ammazzato e mi invitano a chiamare i genitori. E` normale che passino tante ore per comunicare il decesso di un detenuto?».

Il quesito sta già agli atti del pm al quale i genitori descrivono un profilo diverso da quello che appare dai fascicoli. E lo spiega l`avvocato sgombrando il campo dagli equivoci, dalle notizie che ieri associavano la storia di Gianluca a quella di un omosessuale aggredito in estate da otto detenuti a Catania: «E` un`altra vicenda. Nulla a che fare. Di Mauro, gioioso com`era, né omosessuale né mafioso, un cuore d`oro, è finito in questo gorgo per amore, innamorato di una tossicodipendente che non riuscì a salvare». Un racconto commosso quello della Baratta. Pronta alla battaglia perché ricorda l`ultimo incontro: «Pochi giorni fa era felice perché era stato fissato proprio per questa settimana il cosiddetto "incidente di esecuzione" per la riduzione di pena e forse sarebbe uscito...».

Di qui i dubbi del padre, Giuseppe Di Mauro, meccanico in un`officina dove il giovane ha lavorato prima di finire all`Ucciardone, teatro di una violenza tentata da un energumeno ancora sotto processo. Un episodio seguito dal trasferimento in altri penitenziari, fino a Firenze e Catania. Un`odissea culminata in un epilogo tutto da chiarire. Cominciando dagli interrogatori dei compagni di cella. Per capire se prenderà corpo lo spettro di una vendetta o di una punizione.

24 dicembre 2008

Radio Mafiopoli puntata n.13: “Natale con i buoi”. Diretta ore 14:00

da radiomafiopoli.org

Ascolta qui: invisibile.podOmatic.com/entry/

Caro Babbo Natale,mi chiamo Luigino, quest’anno la letterina di Natale il mio babbo mi ha detto di scrivertela a te e non più ad Andreotti come gli anni scorsi perché ormai, dice il babbo, quello è fuori di testa e rischiamo che ci arrivi ancora sotto l’albero il sottobicchiere con la faccia di Gelli che il mio fratellino c’è rimasto così male che ha frignato fino ai primi d’aprile. Io gli ho detto al babbo – allora scriviamola al presidente del consiglio! – ma lui dice – lascia perdere… che con il cognome che ci chiamiamo capisce subito che siamo terroni e comunisti e ci regala un corso intensivo di conversione alla fede di Emilio Fede...

Catania: "Ciccio nel metrò"

Video girato nella metropolitana di Catania

da redazionestep1

23 dicembre 2008

Oltre il Vaticano

Abbiamo chiesto con forza a Sara di scrivere un articolo affinché anche noi, attraverso il nostro sito, potessimo esprimere in maniera compiuta la nostra indignazione per l'atteggiamento umanamente indefinibile del Vaticano circa l'eliminazione del reato di omosessualità proposto dalla Francia. Chi di noi crede e pensa che Dio è Amore e non odio e discriminazione non può accettare che in nome di paure incomprensibili si possa permettere che ad oggi gli omosessuali vengano lapidati, picchiati e repressi. Le paure espresse dal Vaticano sono assolutamente inconciliabili con l'idea di Amore e di Dio che abbiamo noi

04/12/2008
di Sara Crescimone - Open Mind Catania
da www.ritaatria.it

Sono Sara Crescimone, ho 51 anni, sono lesbica e femminista. Faccio parte del centro OPEN MIND iniziativa gay lesbica bisessuale e transessuale di Catania , il nostro lavoro poltico e culturale è quello di dare consapevolezza e dignità alle persone GLBT. E questo significa imparare a camminare con lo sguardo fermo e dritto, non abbassarlo davanti alle discriminazioni, alle violenze fisiche e psicologiche che ogni omosessuale o trans deve affrontare nelle sua vita. Colgo l'invito delle donne coraggiose dell'Associazione Rita Atria e prendo spunto dalle ultime,” illuminanti”, per chi ancora brancola nel buio, prese di posizione del Vaticano riguardo la depenalizzazione dell'omosessualità in quel centinaio di paesi che applicano pene che arrivano all'eliminazione fisica delle persone GLBT. Sappiamo che il transito in questo tempo e in questo spazio che chiamiamo vita è un viaggio spesso, troppo spesso, difficile e doloroso.

Questo fa si che donne e uomini trovino conforto nella fede di qualsiasi religione. Legittimo. Così come è legittimo il percorso di chi trova altre strade che non siano le religioni per dare senso alla propria vita. Per questo crediamo che un mondo libero ed accogliente non possa e non debba essere regolato da un sentire comune che fondi le pratiche di relazione tra donne e uomini, tra i popoli e le moltitudini, su convinzioni religiose e dogmi. La vita concreta dei nostri corpi appartiene a noi, così come il DIRITTO ad essere felici e padron* delle scelte che riguardano la sessualità, la maternità, la procreazione assistita, il testamento biologico e se non possiamo scegliere di nascere, la scelta di quale morte ci appartenga. Proprio perché amiamo così tanto la vita e la libertà, nostre e delle/gli altr* ,vogliamo bypassare le parole repellenti e immonde del Vaticano ed andare oltre.

Oltre la loro repressione affettiva e sessuale, oltre le loro pratiche pedofile nel puzzo e nell'ombra malsana delle loro sacrestie, oltre il loro dio che non vogliamo e a cui ci sentiamo di non assomigliare. Perché se dio è amore certamente non ha bisogno di loro. Per questo saremo davanti le chiese in tutto il nostro paese a volantinare con le persone, per costruire ponti ed abbattere i muri del pregiudizio. Oltre il Vaticano. Perché l'amore è certamente terribile come un esercito in marcia, e crudele come la morte è la tenerezza. Vi abbraccio fortemente.

Sara Crescimone
OPEN MIND
glbt
Catania

G8 Genova 2001: "Fare un golpe e farla franca" - Il Trailer -

G8 2001. Fare un golpe e farla franca

Hanno fatto un golpe, e l'hanno fatta franca. Per tre giorni di luglio, a Genova, la Costituzione italiana è diventata carta straccia. A farla a pezzi fu il governo Berlusconi. E chi ha scelto di non sapere cosa è successo davvero sette anni fa

di Paola Zanca
da http://www.reti-invisibili.net/

Provano a farlo ora Beppe Cremagnani, Enrico Deaglio e Mario Portanova in un film-inchiesta che sabato 13 dicembre esce in allegato a l'Unità. «G8 2001. Fare un golpe e farla franca». Titolo forte. Ma ad ascoltare quelle voci, per nulla eccessivo.

Perché le questioni in ballo non sono solo quelle su cui la magistratura ha cercato - con i risultati che conosciamo - di indagare. Ci sono questioni che probabilmente non hanno rilevanza giudiziaria, ma che hanno risvolti politici per nulla inferiori alla questione morale di cui si dibatte in questi giorni.

«G8 2001. Fare un golpe e farla franca», spiega uno degli autori, Beppe Cremagnani, «è il primo tentativo di ricostruire la catena di comando che va dalla piazza e arriva fino ai vertici più alti della politica». Nomi e cognomi: Gianfranco Fini, nel luglio 2001 vicepresidente del Consiglio. Considerando che il presidente Berlusconi in quei giorni era chiuso nell'enclave della zona rossa, Fini era in quel momento capo effettivo del governo. Ed esercitò per dieci ore le sue funzioni dalla caserma dei carabinieri di Genova. Insieme a lui, un altro uomo di An, Filippo Ascierto, che in quella caserma ci rimase addirittura due giorni. Il generale Nicolò Bozzo, allora capo della polizia municipale di Genova, ma in passato a capo dell'antiterrorismo al Nord, non ricorda di aver mai visto un episodio simile in tutta la sua carriera.

Fatti mai visti, come le botte da orbi che volarono in quei giorni. Indiscriminatamente. L'episodio più eclatante è quello del pestaggio alla Diaz: fuori da quella scuola c'erano i vertici della polizia, gente che ha fatto centinaia di perquisizioni. Ma, ricorda Cremagnani, «non s'è mai visto un mafioso uscire da un blitz con un occhio nero».

Per capire che tutto questo rispondeva a una «logica militare golpista», basta guardare a come ci si è organizzati: 18 mila poliziotti schierati, tre carceri svuotate per fare posto a cinquemila possibili arresti, duecento body bags (sacchi per cadaveri) comprate, un ospedale attrezzato a camera mortuaria, un decreto che sospendeva ogni possibilità di colloquio tra i fermati e i loro legali.

La mattanza di Genova, dice Enrico Deaglio, «è stata preparata e poi è stata attuata». Il punto è che nessuno ha avuto voglia di capire perchè: «I partiti politici - dice ancora Deaglio - hanno liquidato la vicenda in poche battute. Non si è nemmeno riusciti a fare la commissione parlamentare d'inchiesta. E Antonio Di Pietro, quello che ora la chiede a gran voce, nel passato governo ne fu un tenace affossatore. Sembra che gli unici che ancora la chiedono siano quelli di Famiglia Cristiana».

«G8 2001. Fare un golpe e farla franca» riapre una ferita che fa ancora paura. Con la crisi economica, avvertono gli autori, si avvicinano inevitabilmente momenti di tensione sociale. Il governo, e chi è rimasto impunito, potrebbe avere bell'è pronto un modello collaudato a cui ispirarsi. E magari farla franca un'altra volta.

Processo Aldrovandi, si torna indietro

Verranno risentiti i consulenti di parte per il contraddittorio sulla nuova foto

da http://www.estense.com/

Processo Aldrovandi, tutto – o quasi – da rifare. Ci vorranno ancora altre udienze prima di terminare la fase requisitoria e arrivare alla discussione e alla sentenza. La “prova a sorpresa” comparsa dal nulla all’ultima udienza (la foto che raffigura il cuore di Federico in sede di autopsia che – secondo l’avvocato Fabio Anselmo – aiuterebbe a determinare la causa principale del decesso) costringerà a risentire i consulenti di parte che fino ad oggi hanno espresso i propri pareri senza aver visto quella parte di materiale mai confluito nel fascicolo dibattimentale.


È quanto emerge dall’udienza numero 23, una seduta prettamente tecnica. L’unica persona comparsa davanti al giudice Francesco Caruso è stato Stefano Malaguti, il medico legale che ha eseguito l’autopsia sul corpo di Federico, che ha confermato di aver depositato lo scorso 1 dicembre presso la cancelleria del tribunale l’intero corredo fotografico relativo agli esami autoptici, compresa la foto che ritrae il cuore del ragazzo “sbucata” dal nulla all’ultima udienza. Continua a leggere

Approfondimenti: caso Federico Aldrovandi; federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/

20 dicembre 2008

Avola, 2 Dicembre 1968 in un film-documentario

Il documentario, prodotto da Videoscope con il contributo della Film Commission - Provincia Regionale di Siracusa e del Comune di Avola, prende le mosse da uno sciopero, che fu quasi una rivolta bracciantile, conclusosi tragicamente con l’uccisione di due scioperanti, A. Sigona e G. Scibilia, da parte della polizia

da http://www.fattidiavola.it/

Quelle rivendicazioni e quell’eccidio furono nel clima politico del ’68 italiano e negli anni successivi un tassello importante.

Se a livello nazionale quei fatti, seguiti da altri fermenti e dall’”autunno caldo” del 1969, diedero un notevole impulso a una maggiore tutela dei lavoratori, sul piano locale l’eccidio fu come uno spartiacque tra prima e dopo l’eccidio e il bracciantato ebbe rapidamente una deriva assai diversa da quella che l’unità, il credo politico e i fermenti di una lunga stagione di lotte, conclusasi tragicamente, avrebbero lasciato prevedere.

Dopo essersi trasformato e sfaldato, il bracciantato di Avola e della Sicilia sud orientale è oggi quasi inesistente: nelle campagne sono arrivata una nuova forza lavoro, migrata dal sud del mondo, dai Balcani e dall’Europa orientale. Lavoratori che vivono situazioni ancora più drammatiche di quelle che, quarant’ anni or sono, spinsero i braccianti Avolesi alla rivolta.

Chi e che cosa si ricorda oggi delle lotte, costate vite umane, nella propaggine più meridionale dell’Europa? Quali forze e interessi ne segnarono presto l’oblio? Cosa rimane delle spinte energiche e orgogliose di quegli anni per ottenere un minimo di equità salariale e una nuova dignità? E se c’è un lascito che ci arriva da quei giorni che appaiono, anche dalle immagini di repertorio, molto lontani, di cosa si è tratta?

Riguarda solo quella stagione politica e sociale, il peculiare ’68 del sud estremo della Sicilia o anche il mondo del lavoro di oggi, un universo variegato e “nascosto”, sempre più difficile da conoscere, tutelare e difendere? Avola può parlare ancora di lavoro, in un presente quanto mai difficile e incerto?

Ringraziamo gli ex braccianti di Avola, i quali si sono prestati a raccontare il loro vissuto personale, diventando i protagonisti di questo nostro lavoro, le donne del rione priolo per la gentile collaborazione.
Ringraziamo infine, per aver partecipato con entusiasmo: il senatore Sergio Zavoli, il giornalista dell´Espresso Fabrizio Gatti, il professor Saro Mangiameli (Universita´ di Catania), l´on. Mario Capanna, lo scrittore e giornalista Toto Roccuzzo, il segretario provinciale della FLAI-CGIL SR Salvatore Alfo´.

Giovanni Di Maria
Gioacchino Tiralongo

19 dicembre 2008

Gomorra padana

La mafia al nord, come opera, dove investe, come si muove

di Fernando Scarlata (Coordinatore del Comiato Antimafia di Brescia “Peppino Impastato”)
da www.sabatoseraonline.it/

Italia. La mafia al nord lavora nell’ombra e in silenzio ma capita anche che ci scappi il morto. E’ capitato nel Bresciano: nell’agosto del 2000, quando venne assassinato Giuseppe Leonardi, crivellato di colpi dentro la sua auto poi data alle fiamme, con lui c’èra la sua ragazza di soli 19 anni. Le indagini portarono a ben 42 arresti nell’ottobre del 2005. Le persone arrestate sono accusate di racket praticato ai danni di artigiani, piccoli imprenditori, commercianti e gestori di night; traffico di manodopera clandestina straniera impiegata nell’edilizia, traffico di droga e di armi. Alcuni sono calabresi, legati al clan Facchineri-Piromalli, ai Belloccio, ai Mancuso di Limbadi, ai Fiaré di Briatico; altri sono bresciani. Gli arresti vennero effettuati in vari paesi della Bassa Bresciana.

Parlare della presenza della mafia al nord non è facile, si rischia di non essere compresi perché è un argomento che difficilmente trova spazio sui mezzi di comunicazione, pertanto la percezione dell’opinione pubblica è che il fenomeno non esiste, al limite si può pensare che ci siano dei casi sporadici di presenza mafiosa, soprattutto straniera.

Ma la realtà è ben diversa: le mafie imperversano, tutte le mafie, dalla ‘Ndrangheta a Cosa Nostra, dalla Camorra alla Sacra Corona Unita. Un radicamento lento, che parte da lontano, già all’inizio degli anno Sessanta Cosa Nostra inizia i propri affari a Milano, non a caso il boss Luciano Liggio viene arrestato proprio nel capoluogo lombardo. In seguito arrivano le altre organizzazioni ma tra di loro non si combattono, si dividono il territorio senza spargimenti di sangue, ritengono che sia meglio lavorare nell’ombra senza allarmare opinione pubblica e inquirenti.

Sicuramente non mancano le mafie straniere, arrivate negli ultimi anni. Per lo più si occupano di prostituzione e traffico di esseri umani destinati al lavoro nero, specie nell’edilizia dove i caporali, sia italiani che stranieri sfruttano i clandestini arricchendosi col loro lavoro, il tutto col benestare degli imprenditori edili del nord che grazie a questo sistema utilizzano manodopera a basso costo e maestranze ricattabili, che non possono chiedere diritti sindacali proprio perché clandestini: il risultato non sarebbe solo la perdita del lavoro ma il rimpatrio. Le organizzazioni straniere non hanno accesso libero al territorio italiano, né lo hanno conquistato: lo hanno ottenuto dalle mafie locali in cambio di armi e droga.

Un po’ tutte le regioni del nord sono toccate da questo fenomeno, in Liguria esistono ‘ndrine calabresi che oltre al traffico di droga si occupano di organizzare una rete di sostentamento per i latitanti rifugiatisi in Francia. In Piemonte, negli anni scorsi, è stato addirittura sciolto un consiglio comunale per infiltrazione mafiosa, a Bardonecchia; non sono immuni Veneto e Friuli Venezia Giulia, ma è la Lombardia a far registrare la maggior presenza mafiosa. I dati sui beni mobili e immobili sequestrati e confiscati alla mafia sono un indice emblematico: la Lombardia è al quinto posto a livello nazionale in questa graduatoria, dietro alle quattro regioni del sud ad alta intensità mafiosa, ed è al secondo posto - dietro solo alla Sicilia - per numero di aziende confiscate. Un po’ tutte le province lombarde sono colpite dal fenomeno: da quelle più grandi e popolose come Milano, Bergamo e Brescia, a quelle più piccole come Varese e Cremona.

Nella provincia bresciana predomina la presenza calabrese: i Mazzaferro di Gioiosa Jonica, i Bellocco di Rosarno, i Piromalli di Gioia Tauro, i Mancuso di Limbadi. Operazioni giudiziarie hanno dimostrato che i clan calabresi operano in diverse aree della provincia, in alcune ci sono solo loro, come nella ricca e industriale Val Trompia. Hanno importanti basi anche nel Basso Garda e nella pianura bresciana. La camorra ha un radicamento storico nell’Alto Garda, in un comune di questa zona, Soiano del Lago, Raffaele Tutolo è latitante negli anni Settanta e lì getta le basi per costituire un clan che si occupa di traffico di droga.

Nel luglio del 2007, per la prima volta la Procura di Brescia ordina un sequestro preventivo di beni a mafiosi, sono colpiti calabresi, siciliani e i campani del clan “I Pastori” di Afragola, tutti domiciliati nella zona del Lago di Garda. I beni sequestrati consistono in un impresa edile, autoveicoli, beni immobili, un distributore di benzina. Gli affari di tutti i clan si espandono, non si occupano più solo di droga ma anche di armi, racket e usura, sono colpiti commercianti e industriali e gestori di night che oltre ad essere taglieggiati vengono forniti anche di donne destinate alla prostituzione. Sempre più spesso sono le stesse organizzazioni mafiose che gestiscono direttamente i night che sia nel Garda che in città proliferano come funghi. Ma i settori interessati alle infiltrazioni mafiose non finiscono qui. Il riciclaggio è uno dei settori più importanti e avviene in vari modi: si utilizzano società di comodo dove far transitare soldi, spesso finanziarie,n oppure si investe in centri commerciali. Il traffico di esseri umani è già stato ricordato e no bisogna dimenticare il traffico di rifiuti tossici che partono da qui per raggiungere altre regioni. Anche in questo caso il ruolo degli imprenditori del nord compiacenti è fondamentale: preferiscono rivolgersi alla mafia per abbattere i costi di smaltimento.

Il ruolo della borghesia del nord è, dunque, fondamentale per il radicamento mafioso: liberi professionisti, banchieri e bancari, commercialisti, imprenditori e faccendieri sono indispensabili per i mafiosi, sono queste figure che gli indicano come e dove riciclare il denaro e investire, grazie a loro sanno come muoversi.

Molti fatti che ci danno un quadro inquietante; relegare la presenza mafiosa alle sole regioni del Sud ad alta presenza mafiosa è un errore ma in pochi se ne sono accorti.

Grazie Michele

PALAGONIA (CT) - All'alba del 17 dicembre, si è spento lentamente Michele Megna, all'età di 91 anni. Alla esequie c'erano quasi tutti quelli che lui avrebbe voluto. C'erano soprattutto gli amici e i compagni che hanno saputo apprezzarlo e sostenerlo. Assenti amministrazione e primo cittadino. Aggiungere altre mie parole sarebbero solo retorica, necessario rileggere però le sue. Vi segnalo l'ultimo testo di Michele: Promemoria di un paese invecchiato

L 'ultimo ritratto che ho cercato di fare qualche tempo fa:

Megna nel segno della rivoluzione culturale

Tratteggiare una personalità come quella di Megna non è cosa facile, a causa delle tante e distinte cose che ha fatto nel corso della sua vita. Il novantenne, autodidatta divenuto scrittore, ha tentato in ogni modo possibile di cercare, far conoscere e divulgare le radici del proprio paese d’origine.
Nella sua ricerca storico culturale, ha elevato i pregi e provato con la “pratica sociale” a cambiare i difetti e le storture di tutta la comunità di Palagonia. «La rivoluzione qui, e ora!», celebre frase del giornalista Mauro Ristagno, individua l’animosità che Megna ha trasfuso in ogni sua azione, dalla stesura e pubblicazione di un libro fino alla più quotidiana cura di un aiuola. Continua a leggere

16 dicembre 2008

15 dicembre 2008

Palermo, rigettato il ricorso di Pietro Milazzo

VERGOGNA: il Questore rigetta il ricorso di Pietro Milazzo

da Kom-pa/
di Pietro Milazzo

Dopo un mese di surreale silenzio e a distanza di quasi tre mesi dalla notifica dell'avviso orale, il questore Marangoni ha reso nota la sua decisione sul ricorso presentato da Pietro Milazzo giusto 24 ore prima dello sciopero generale. Coincidenza? O ulteriore avviso?
Kom-pa ha seguito fin dall'inizio questa vicenda che riteniamo sintomatica non solo del clima che si è instaurato in questo paese ma anche delle strategie che, giorno dopo giorno, vengono messe a punto per ridurre al silenzio e cancellare ogni forma di dissenso.

Pubblichiamo di seguito il commento che ci ha inviato Pietro qualche ora fa ribadendo la nostra vicinanza solidale all'uomo e all'attivista e al tempo stesso la nostra ferma convinzione che questa storia riguarda tutti noi, come peraltro dichiara ormai senza remore il questore stesso

Alla vigilia dello sciopero generale del 12 dicembre il Questore di Palermo ha pensato bene di farmi notificare il rigetto dell’ istanza con la quale chiedevo la revoca dell’”avviso orale” nei miei confronti che può preludere, come è ormai noto, al deferimento al tribunale per le misure di prevenzione.

La notifica formale di atti legali è stata sinora l’unica modalità di contatto con il Signor Questore, nonostante Gli avessi indirizzato e letto sotto le finestre della Questura una lettera aperta con la quale chiedevo l’apertura di un confronto civile.

Trovo poi particolarmente grave ed inquietante, essendo io un dirigente della CGIL, la scelta dei tempi di notifica del rigetto, l’11 dicembre, il giorno prima di una giornata di lotta generale indetta dalla CGIL su scala nazionale.

Molto gravi, poi, a mio avviso, le motivazioni, perché, prendendo spunto da atti relativi a otto segnalazioni che si riferiscono a manifestazioni e sit- in, svoltisi dal 2005 al 2008, in gran parte legati alla lotta per la casa, ma anche alla protesta contro le irregolarità registrate durante le elezioni comunali di Palermo, contro la permanenza in carica dell’ex presidente Cuffaro, malgrado la sua condanna in primo grado, contro la presenza di navi militari USA nel porto di Palermo,

SI CONSIDERANO queste azioni , anzi esattamente il testo recita, “svariate forme di protesta”, suscettibili di rappresentare situazioni “nelle quali era messa in PERICOLO /sic..) LA SICUREZZA e LA TRANQUILLITA’ PUBBLICA, INCIDENDO peraltro SULLE SFERE DI LIBERTA’ COSTITUZIONALMENTE GARANTITE.( sic,sic)”.

Quindi, in base a queste argomentazioni, il diritto di manifestare diventa un pericolo per la sicurezza e la tranquillità pubblica.
QUESTA AFFERMAZIONE nella SUA ESTREMA GRAVITA’ si COMMENTA DA SOLA.

Inoltre, giacchè io, in concorso con altri, mi sono evidenziato come promotore e favoritore delle suddette pericolosissime iniziative sono riconducibile alle fattispecie che giustificano “l’avviso orale” in quanto “dedito alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo la sicurezza e la tranquillità pubblica”

Infine si ritiene che l’applicabilità del provvedimento dell’ avviso orale “non richieda /neanche) la commissione di specifici reati, essendo sufficiente che “l’autorità di Polizia SOSPETTI semplicemente della presenza di elementi tali da ritenere la configurabilità di una per sonalità propensa a seguire determinati comportamenti antigiuriduci.”.

Siamo in presenza, a mio avviso, di un gravissimo atto liberticida che nel colpire, momentaneamente me, vuole creare un pericolosissimo precedente che metterebbe in mora lo stesso diritto di manifestazione e di dissenso politico e sociale.

Io andrò avanti serenamente per la mia strada, come ho già più volte detto e scritto.

SPERO che saremo in tanti a camminare ASSIEME, per difendere CHIARO e FORTE i NOSTRI DIRITTI e LE NOSTRE LIBERTA’.


Approfondimenti e analisi della vicenda: appello di solidarietà per pietro

Con Pietro Milazzo per i diritti sociali a Palermo

14 dicembre 2008

In libreria: "Segreto di mafia. Il delitto Spampinato e i coni d’ombra di Cosa Nostra"

Dietro l’uccisione del giornalista de “L’Ora” Giovanni Spampinato, l’ombra di Cosa Nostra. Rapporto di Carlo Ruta su uno dei misteri più intricati della Sicilia. Il 20 dicembre 2008 in libreria

Sin dal febbraio 1972, quando venne ritrovato in una lontana contrada ragusana il cadavere di un noto palazzinaro, è stata una girandola di depistaggi, di mancati adempimenti, di silenzi irriducibili. Su tale uccisione Spampinato si trovò subito a investigare. E per tale suo impegno, nell’ottobre del medesimo anno venne ucciso. Gli esiti lungo i decenni sono stati emblematici. La morte del costruttore, rimasta insoluta sul piano giudiziario, viene evocata dalle cronache come un delitto misterioso, forse per rapina, forse per donne, forse per una controversia nel mondo dell’antiquariato. La morte del giornalista è stata raccontata nei tribunali come un delitto di provincia, compiuto dal figlio di un alto magistrato roso dal rancore.

In realtà, come viene argomentato in questo rapporto di Carlo Ruta, i due delitti costituirono un affare complesso, che assunse un preciso rilievo nella vita siciliana, nel clima fosco e accidentato degli anni settanta.

Dopo la chiusura del porto franco di Tangeri, nel 1960, quando Cosa Nostra, mettendo alle corde i clan marsigliesi, aveva assunto la guida del grande contrabbando, l’area sud-orientale era divenuta un cono d’ombra strategico. E proprio nei frangenti dei primi anni settanta rischiò di essere interamente illuminata. La lesione venne comunque suturata, con determinazione. La mafia più potente dell’isola poté quindi continuare a servirsi delle coste del sud-est per lo sbarco e il transito di ingenti quantitativi di tabacchi lavorati, fino ai primi anni ottanta, quando il contrabbando cedette il posto ad altri traffici, ritenuti dalle famiglie della Conca d’Oro più remunerativi.

Con questo lavoro investigativo, a partire appunto dagli insoluti che fino ai nostri giorni hanno caratterizzato la vicenda, Ruta incalza il significato di quei delitti, attraverso il vaglio analitico di numerosi documenti, tratti dagli archivi giudiziari e non solo. Scandaglia altresì gli affari celatissimi che ne ne animarono lo sfondo. Nel ricercare una spiegazione coerente al caso Spampinato, finisce con il rendere quindi un profilo distinto della società siciliana e della mafia.

Giovanna Corradini

Carlo Ruta, Segreto di mafia. Il delitto Spampinato e i coni d’ombra di Cosa Nostra. Edizione Rapporti, Siracusa, pagg. 128, euro 10,00

L’Università dei tumori

Succede a Catania, facoltà di Farmacia: studenti ricercatori e persino professori muoiono, negli anni, di tumore. Solo l’8 dicembre scorso vengono sequestrati gli edifici di Farmacia

di Maria Merlini
da girodivite.it

I fatti portati alla luce dall’inchiesta sul “laboratorio della morte” della facoltà di Farmacia di Catania sono ormai tristemente noti: per diversi anni centinaia di studenti, ricercatori e tecnici hanno svolto attività di laboratorio in una struttura priva dei più elementari requisiti di sicurezza, hanno maneggiato senza adeguati impianti di aerazione sostanze altamente tossiche e cancerogene che, invece di essere correttamente smaltite, venivano versate negli scarichi dei lavandini, causando la contaminazione dell’edificio e del suo sottosuolo.

Lo scorso 8 novembre, in seguito ad un esposto anonimo, la Procura di Catania ha effettuato delle analisi e, dopo aver riscontrato valori di Mercurio e Zinco superiori decine di volte ai limiti fissati per i siti industriali, ha disposto il sequestro dell’edificio.

Ma le indagini sono arrivate a una svolta solo in seguito alla denuncia del padre di Emanuele Patanè, un dottorando di ricerca che nel 2003, dopo aver lavorato per tre anni dentro quel laboratorio, è morto a causa di un tumore al polmone. Il padre di Emanuele ha consegnato ai magistrati un memoriale scritto dal ricercatore pochi mesi prima di morire, in cui descrive dettagliatamente le condizioni del laboratorio e racconta di tutti i colleghi che aveva visto morire o ammalarsi a causa delle esalazioni.

Dopo la denuncia del padre di Emanuele altre persone si sono decise a parlare, portando a quindici l’elenco delle vittime già accertate e scoperchiando un vaso di Pandora fatto di paura, connivenza, arroganza ed omertà. I parenti delle vittime, infatti, affermano di non aver parlato prima per paura di mettersi contro i “poteri forti”. Lo stesso Emanuele voleva consegnare il suo racconto ad un avvocato per denunciare quello che accadeva nel “laboratorio dei veleni”, ma, racconta il padre, "l’avvocato a cui si era rivolto gli aveva detto che ci volevano dei testimoni perché contro i “baroni” dell’Università non l’avrebbe mai spuntata…".

Baroni come il docente da cui si vede negare, pur avendone diritto, una borsa post-dottorato: "il prof. Ronsisvalle, coordinatore del dottorato di ricerca (nonchè “proprietario della facoltà di Farmacia”) non era disposto a concedermi la borsa in quanto sono malato di tumore ed inoltre non avevo nessuna raccomandazione. (…) non assegnando la borsa a me, unico candidato, il prossimo anno sicuramente veniva nuovamente bandita la borsa post-dottorato che poteva così essere utilizzata dai suoi allievi".

Baroni come l’allora rettore Ferdinando Latteri, indagato per disastro colposo, attualmente parlamentare del MPA e dunque parte di quella maggioranza di governo che attraverso la riforma e il taglio delle risorse all’università pubblica afferma di voler colpire sprechi, privilegi e baronati. Baroni come l’attuale rettore Antonio Recca, che si è subito dichiarato “parte offesa” dell’inchiesta, ma che lo scorso aprile aveva del tutto ignorato un documento inviatogli dalla CGIL in cui si denunciavano proprio le condizioni di insicurezza di quel edificio. E che oggi cerca di rassicurare studenti, ricercatori e docenti di Farmacia, dispersi tra decine di edifici per poter continuare le proprie attività, che entro un anno sarà completata una nuova sede. Peccato che la stiano costruendo proprio lì, accanto all’edificio sequestrato, sopra lo stesso terreno argilloso in cui da anni sono imprigionate quelle stesse sostanze tossiche. Il tutto accade in una Università che, secondo i criteri del Ministro Gelmini, rientra tra gli atenei “virtuosi”.

Una vicenda, dunque, che è anche una dimostrazione di come le disfunzioni dell’università italiana, lungi dall’essere colpite, non possano che essere consolidate da una riforma che prevede, con la trasformazione in fondazioni di diritto privato, la prevalenza su tutto dei criteri di economicità e risparmio (e a cosa può essere dovuta, se non al risparmio, la mancanza di un corretto smaltimento dei rifiuti tossici!); che prevede, con il blocco del turn over nell’assunzione del personale, la permanenza nel limbo della precarietà di migliaia di giovani ricercatori, già adesso senza alcun diritto ed altamente ricattabili; esattamente come Emanuele, che pur consapevole del pericolo che correva lavorando in quel laboratorio non poteva ribellarsi senza compromettere la propria possibilità di carriera.

Ma tutto questo gli studenti dell’onda catanese l’hanno capito bene, e nelle assemblee studentesche oltre a discutere delle conseguenze della riforma e delle prossime mobilitazioni, si comincia a raccontare di altre situazioni di inaccettabile pericolo, dal dipartimento di ingegneria costruito su fondamenta piene d’acqua, al dipartimento di matematica in cui, probabilmente a causa di cavi e apparecchiature che rilasciano onde elettromagnetiche, l’incidenza di tumori ha raggiunto livelli preoccupanti. E si fa avanti la consapevolezza che, piuttosto che il rettore, la vera “parte offesa” siamo proprio noi, tutti gli studenti, dottorandi, ricercatori precari, lavoratori, docenti non complici, che di questa insicurezza subiamo quotidianamente le conseguenze. Perché quello che , a prima vista, potrebbe apparire come uno scandaloso ma isolato caso di mancanza di rispetto delle norme sulla sicurezza nei luoghi di studio e di lavoro, purtroppo nasconde molto di più. Rappresenta un triste paradigma non solo delle condizioni di insicurezza, ma delle modalità di governo, dei consolidati sistemi di potere e della mancanza di trasparenza nei nostri atenei.

13 dicembre 2008

Carlo Vulpio: “Nei giornali sempre meno libertà”

da micromega-online

Il bavaglio all'informazione. Parla l'inviato del Corriere della Sera: "I margini di libertà sono sempre più ristretti, c'è un problema di praticabilità del diritto ad informare e a essere informati. In tutta la vicenda Why Not si è fatta grande disinformazione, c'è un circo e un circolo mediatico giudiziario che lavora per sabotare sia l'informazione che le inchieste."

L'intervista, audio:carlo-vulpio-nei-giornali-sempre-meno-liberta-audio/

Approfondimenti: http://www.carlovulpio.it

10 dicembre 2008

Radio Mafiopoli n.11: "Antimafia certificata iso:9001"

da www.radiomafiopoli.org




Radiomafiopoli continua e alza il tiro. Ci eravamo presi una settimana per provare a fare un po’ di conti, almeno per guardarci in faccia e pesare l’assurdità di un paese che vorrebbe addirittura negare il diritto allo sberleffo contro persone che non meriterebbero nemmeno di comparire nei titoli di coda di un paese civile. Perché vogliono convincerci, vogliono convincervi che parlarne è male e che peggio ancora riderne è peccato mortale. Ci è bastato poco per assaggiare le nostre motivazioni e soprattutto sentire la vicinanza di così tanti amici (non degli amici degli amici ma gli altri…) e allora Radiomafiopoli cresce e ride e insieme denuncia. Adesso cominciamo a fare i nomi e i cognomi, adesso vi raccontiamo le cose che rimangono negli interstizi di pochi articoli a fondo pagina di pochi giornali. Senza la pretesa di essere esaustivi ma prendendoci la responsabilità (che a Mafiopoli fa rima con rischio) di instillare dubbi. Ridendo a modo nostro. Di questi comici disperati che latitano da poverini.

9 dicembre 2008

7 dicembre 2008

Lettera ad una professoressa di Paolo Borsellino

E' l'ultima lettera di Paolo Borsellino è stata scritta, alle 5 del mattino del 19 Luglio 1992, dodici ore prima che l'esplosione di un'auto carica di tritolo, alle 17 dello stesso giorno, davanti al n.19 di Via D'Amelio, uccidesse lui e i ragazzi della sua scorta. Paolo si alzava quasi sempre a quell'ora. Con quella sua ironia che riusciva a sdrammatizzare anche la morte, la sua morte annunciata, diceva che lo faceva "per fregare il mondo con due ore di anticipo" e quella mattina cominciò a scrivere una lettera alla preside di un liceo di Padova presso il quale avrebbe dovuto recarsi a Gennaio per un incontro al quale non si era poi recato per una serie di disguidi e per i suoi impegni che non gli davano tregua

da sicilia-antimafia.blogspot.com

La faida di Palma di Montechiaro che Paolo cita nella lettera la ricordo bene. A Capodanno dello stesso anno ero con lui ad Andalo, nel Trentino dove avevamo passato insieme il Natale, per la prima volta da quando, nel 1969, ero andato via dalla Sicilia, ed avevamo deciso di ritornare passando per Innsbruck che avevamo entrambi voglia di visitare insieme con le nostre famiglie. Non fu possibile perchè Paolo ricevette la notizia della strage di mafia che c'era stata a Palma di Montechiaro e dovette rientrare di fretta in Sicilia. Fu l'ultima volta che vidi Paolo, da allora fino alla strage del 19 luglio ci sentimmo solo qualche volta al telefono e quando, dopo la sua morte, vidi le sue foto successive alla morte di Giovanni Falcone mi sembrò che in poco più di sei mesi fosse invecchiato di 10 anni. La lettera è da leggere parola per parola, pensando proprio che sono le ultime parole di Paolo. Quando dice che non riusciva in quei giorni neanche a vedere i suoi figli penso a quello che mi disse mia madre dopo la sua morte: le aveva confidato che non faceva più le coccole a Fiammetta la sua figlia più piccola e che stava cercando di allontanarsi affettivamente dai suoi figli perchè soffrissero di meno nel momento in cui lo avrebbero ucciso. E che quel giorno lo avrebbero ucciso Paolo lo doveva quasi presagire, sapeva che a Palemo era già arrivato il carico di tritolo per lui. Lo sapeva anche il suo capo, Pietro Giammanco, che non gli aveva però riferito dell'informativa che gli era arrivato a questo proposito e Paolo, che invece lo aveva saputo per caso all'aeroporto dal ministro Scotti, aveva avuto con lui uno scontro violento. Uno scontro che Paolo ebbe con Giammanco anche la mattina del 19 Luglio, quando quest'ultimo gli telefonò alle 7 del mattino, cosa che fino allora non era mai successa. Forse anche Giammanco sapeva che quello era l'ultimo giorno di Paolo e per questo gli comunicò che gli aveva finalmente concessa la delega per indagare sui processi di mafia in corso di istruttoria a Palermo. Delega che avrebbe permesso a Paolo di interrogare senza più vincoli il pentito Gaspare Mutolo che in quei giorni aveva cominciato a rivelare le collusioni tra criminalità organizzata, magistratura, forze dell'ordine e servizi segreti. Racconta la moglie di Paolo che Giammanco gli disse: "Ora la partita è chiusa" e Paolo gli rispose invece urlando "No, la partita comincia adesso". Dopo quella telefonata Paolo non scrisse più niente sul foglio e la lettera rimase incompiuta sul numero 4), dopo gli altri tre punti nei quali Paolo, rispondendo a delle domande postegli dai ragazzi del liceo, ci da tra l'altro, in maniera estremamente semplice e chiara, come solo lui era in grado di fare, una definizione della mafia che bisognerebbe che tutti conoscessero e che fosse insegnata nelle scuole. Dieci ore dopo un telecomando azionato da una stanza di un centro dei Servizi Segreti Civili, il SISDE, ubicato sul castello Utveggio, poneva fine alla vita di Paolo ma non riusciva ad ucciderlo, oggi Paolo è più vivo che mai, è vivo dentro ciascuno di noi e il suo sogno non morirà mai.

"Gentilissima" Professoressa,
uso le virgolette perchè le ha usato lei nello scrivermi, non so se per sottolineare qualcosa e "pentito" mi dichiaro dispiaciutissimo per il disappunto che ho causato agli studenti del suo liceo per la mia mancata presenza all'incontro di Venerdì 24 gennaio.
Intanto vorrei assicurarla che non mi sono affatto trincerato dietro un compiacente centralino telefonico (suppongo quello della Procura di Marsala) non foss'altro perchè a quell'epoca ero stato già applicato per quasi tutta la settimana alla Procura della Repubblica presso il Trib. di Palermo, ove poi da pochi giorni mi sono definitivamente insediato come Procuratore Aggiunto.
Se le sue telefonate sono state dirette a Marsala non mi meraviglio che non mi abbia mai trovato. Comunque il mio numero di telefono presso la Procura di Palermo è 091/***963, utenza alla quale rispondo direttamente.
Se ben ricordo, inoltre, in quei giorni mi sono recato per ben due volte a Roma nella stessa settimana e, nell'intervallo, mi sono trattenuto ad Agrigento per le indagini conseguenti alla faida mafiosa di Palma di Montechiaro.
Ricordo sicuramente che nel gennaio scorso il dr. Vento del Pungolo di Trapani mi parlò della vostra iniziativa per assicurarsi la mia disponibilità, che diedi in linea di massima, pur rappresentandogli le tragiche condizioni di lavoro che mi affligevano. Mi preanunciò che sarei stato contattato da un Preside del quale mi fece anche il nome, che non ricordo, e da allora non ho più sentito nessuno.
Il 24 gennaio poi, essendo ritornato ad Agrigento, colà qualcuno mi disse di aver sentito alla radio che quel giorno ero a Padova e mi domandò quale mezzo avessi usato per rientrare in Sicilia tanto repentinamente. Capii che era stato "comunque" preannunciata la mia presenza al Vostro convegno, ma mi creda non ebbi proprio il tempo di dolermene perchè i miei impegni sono tanti e così incalzanti che raramente ci si può occupare di altro.
Spero che la prossima volta Lei sarà così gentile da contattarmi personalmente e non affidarsi ad intermediari di sorta o a telefoni sbagliati..
Oggi non è certo il giorno più adatto per risponderle perchè frattanto la mia città si è di nuovo barbaramente insanguinata ed io non ho tempo da dedicare neanche ai miei figli, che vedo raramente perchè dormono quando esco da casa ed al mio rientro, quasi sempre in ore notturne, li trovo nuovamente addormentati.

Ma è la prima domenica, dopo almeno tre mesi, che mi sono imposto di non lavorare e non ho difficoltà a rispondere, però in modo telegrafico, alle Sue domande.

1) Sono diventato giudice perchè nutrivo grandissima passione per il diritto civile ed entrai in magistratura con l'idea di diventare un civilista, dedito alle ricerche giuridiche e sollevato dalle necessità di inseguire i compensi dei clienti. La magistratura mi appariva la carriera per me più percorribilie per dar sfogo al mio desiderio di ricerca giuridica, non appagabile con la carriera universitaria per la quale occorrevano tempo e santi in paradiso.
Fui fortunato e divenni magistrato nove mesi dopo la laurea (1964) e fino al 1980 mi occupai soprattutto di cause civili, cui dedicavo il meglio di me stesso. E' vero che nel 1975 per rientrare a Palermo, ove ha sempre vissuto la mia famiglia, ero approdato all'Ufficio Istruzione Processi Penali, ma otteni l'applicazione, anche se saltuaria, ad una sezione civile e continuai a dedicarmi soprattutto alle problematiche dei diritti reali, delle dispute legali, delle divisioni erediatarie etc.
Il 4 maggio 1980 uccisero il Capitano Emanuele Basile ed il Comm. Chinnici volle che mi occupassi io dell'istruzione del relativo procedimento. Nel mio stesso ufficio frattanto era approdato, provenendo anche egli dal civile, il mio amico di infanzia Giovani Falcone e sin dall'ora capii che il mio lavoro doveva essere un altro.
Avevo scelto di rimanere in Sicilia ed a questa scelta dovevo dare un senso. I nostri problemi erano quelli dei quali avevo preso ad occuparmi quasi casualmente, ma se amavo questa terra di essi dovevo esclusivamente occuparmi.
Non ho più lasciato questo lavoro e da quel giorno mi occupo pressocchè esclusivamente di criminalità mafiosa. E sono ottimista perchè vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hano oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarantanni. Quando questi giovani sarano adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta.

2) La DIA è un organismo investigativo formato da elementi dei Carabinieri, della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza e la sua istituzione si propone di realizzare il coordinamento fra queste tre strutture investigative, che fino ad ora, con lodevoli ma scarse eccezioni, hanno agito senza assicurare un reciproco scambio di informazioni ed una auspicabile, razionale divisione dei compiti loro istituzionalmente affidati in modo promiscuo e non codificato.
La DNA invece è una nuova struttura giuridica che tende ad assicurare soprattutto una circolazione delle informazioni fra i vari organi del Pubblico Ministero distribuiti tra le numerose circoscrizioni territoriali.
Sino ad ora questi organi hano agito in assoluta indipendenza ed autonomia l'uno dall'altro (indipendenza ed autonomia che rimangono nonostante la nuova figura del Superprocuratore) ma anche in condizioni di piena separazione, ignorando nella maggior parte dei casi il lavoro e le risultanze investigative e processuali degli altri organi anche confinanti, e senza che vi fosse una struttura sovrapposta delegata ad assicurare il necessario coordinamento e ad intervenire tempestivamente con propri mezzi e proprio personale giudiziario nel caso in cui se ne ravvisi la necessità.

3) La mafia (Cosa Nostra) è una organizzazione criminale, unitaria e verticisticamente strutturata, che si contraddistingue da ogni altra per la sua caratteristica di "territorialità". Essa e suddivisa in "famiglie", collegate tra loro per la comune dipendenza da una direzione comune (Cupola), che tendono ad esercitare sul territorio la stessa sovranità che su esso esercita, deve esercitare, leggittimamente, lo Stato.
Ciò comporta che Cosa Nostra tende ad appropriarsi delle ricchezze che si producono o affluiscono sul territorio principalmente con l'imposizione di tangenti (paragonabili alle esazioni fiscali dello Stato) e con l'accaparramento degli appalti pubblici, fornendo nel contempo una serie di servizi apparenti rassembrabili a quelli di giustizia, ordine pubblico, lavoro etc, che dovrebbero essere forniti esclusivamente dallo Stato.
E' naturalmente una fornitura apparente perchè a somma algebrica zero, nel senso che ogni esigenza di giustizia è soddisfatta dalla mafia mediante una corrispondente ingiustizia. Nel senso che la tutela dalle altre forme di criminalità (storicamente soprattutto dal terrorismo) è fornita attraverso l'imposizione di altra e più grave forma di criminalità. Nel senso che il lavoro è assicurato a taluni (pochi) togliendolo ad altri (molti).
La produzione ed il commercio della droga, che pur hanno fornito Cosa Nostra di mezzi economici prima impensabili, sono accidenti di questo sistema criminale e non necessari alla sua perpetuazione.
Il conflitto inevitabile con lo Stato, con cui Cosa Nostra è in sostanziale concorrenza (hanno lo stesso territorio e si attribuiscono le stesse funzioni) è risolto condizionando lo Stato dall'interno, cioè con le infiltrazioni negli organi pubblici che tendono a condizionare la volontà di questi perchè venga indirizzata verso il soddisfacimento degli interessi mafiosi e non di quelli di tutta la comunità sociale.
Alle altre organizzazioni criminali di tipo mafioso (camorra, "ndrangheta", Sacra Corona Unita etc.) difetta la caratteristica della unitarietà ed esclusività. Sono organizzazioni criminali che agiscono con le stesse caratteristiche di sopraffazione e violenza di Cosa Nostra. ma non hanno l'organizzazione verticistica ed unitaria. Usufruiscono inoltre in forma minore del "consenso" di cui Cosa Nostra si avvale per accreditarsi come istituzione alternativa allo Stato, che tuttavia con gli organi di questo tende a confondersi.

4)

5 dicembre 2008

L'indagine Why Not e le carte che scottano

Le carte che svelano la nuova super loggia massonica?

di Nicola Piccenna
da http://www.fainotizia.it/popular

Cosa c’è in quelle carte che vengono difese così strenuamente da alcuni magistrati e ricercate altrettanto decisamente da altri? Si tratta dell’indagine Why Not, delegata al Dr. Luigi De Magistris e che, a detta del magistrato ex-catanzarese, scopriva gli scenari di una nuova (vecchia nei contenuti, nei nomi e nei metodi) massoneria. Il termine non è necessariamente riferibile alle associazioni di “liberi muratori” ma assume piuttosto i contorni di una congrega di personaggi legati da un forte vincolo solidaristico ed impegnati non sempre in opere di carità. Nelle “carte” di Why Not c’è qualcosa di temuto, qualcosa temuto da molti, al punto da travalicare le regole, le leggi ed i codici pur di appropriarsene.

Lo ha fatto per primo il Procuratore Generale (facente funzioni) Dolcino Favi. Disponendo un’avocazione “illegale ed illegittima” (come disse De Magistris e confermano oggi dalla Procura di Salerno altri tre magistrati) costrinse la segretaria (ex, perché ha voluto cambiare lavoro) del Dr. De Magistris ad aprire la cassaforte del magistrato e prelevò tutti gli atti d’indagine in assenza del titolare dell’inchiesta. Furto con destrezza, si potrebbe definire scherzandoci su. Oppure con rozzezza, se diventassimo seri. Il ricorso del Dr. De Magistris venne ritenuto irricevibile (o qualcosa del genere). Poi, il “vero” Procuratore Generale rifiutò di esibire quegli atti (Why Not) alla Procura di Salerno che ne aveva fatto richiesta. Altra anomalia, altro ostacolo all’esame dello scottante fascicolo. Ed eccoci ai giorni nostri.

Salerno dispone il sequestro dell’intera inchiesta “Why Not” e i magistrati di Catanzaro, indagati proprio per la gestione di quel fascicolo, emettono un mandato di “contro-sequestro”. Gli indagati che sottraggono le prove a loro carico usando dei poteri messi nelle loro mani dallo Stato. Si può immaginare qualcosa di più eversivo? Deve trattarsi di carte molto compromettenti, forse ancor più di quanto lo stesso De Magistris avesse capito. Lo dimostrano gli interventi delle massime autorità dello stato e degli illustri giuristi che tentano di minimizzare e fuorviare l’attenzione da questo semplice dato: su Why Not non si deve indagare, non si deve ficcare il naso, è persino vietato leggere quegli atti. Purtroppo per alcuni, forse per molti, il disegno è chiarissimo, già svelato.

Anche nel caso in cui se le dovessero mangiare, quelle carte sono ormai conosciute. La madre di tutte le gare pubbliche, quella per l’assegnazione delle licenze UMTS, quella in cui sono circolati miliardi di euro, è stata preda delle consorterie massoniche (in senso lato, come innanzi detto). La madre di tutte le inchieste, “Toghe Lucane”, ha svelato gli intrecci fra i personaggi delle logge ed i poteri dello Stato. La madre di tutte le discariche, la Basilicata, destinataria del deposito unico delle scorie nucleari italiane (ma forse anche russe e certamente statunitensi), ha fatto conoscere che questi poteri attraversano le casacche politiche come le radiazioni attraversano gli ignari cittadini. Ed i nomi sono sempre gli stessi, si rincorrono da inchiesta ad inchiesta, da indignazione ad indignazione, da solidarietà a solidarietà.

Dobbiamo ripeterli? È proprio necessario ripetere il rito delle citazioni, del coraggio di scrivere, delle querele, del giornalista senza macchia? Leggeteli sugli atti giudiziari, cari lettori e stimati cittadini. Fatevi coraggio ed affrontate la desolazione che ci circonda, cominciando a capire, a studiare, a classificare quelli che occupano le poltrone ai vertici dello Stato e delle Istituzioni. Nessuno potrà sostituirsi a Voi. Nessuno potrà fare la Vostra parte. Manca così poco, sono così deboli, confusi e scoperti. Sono così esplicitamente corrotti ed eversivi. Si avverte, qua e là, come un timido venticello che inizia a soffiare. Un fievole, ancora debole ma fresco profumo di libertà; come diceva il Dr. Salvatore Borsellino. Dobbiamo essere grati a lui ed ai tanti che, come lui, questo profumo hanno preconizzato, desiderato e costruito. Quei magistrati coraggiosi, soggetti solo alla Legge, di cui Luigi De Magistris, Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani, Luigi Apicella, e molti altri ancora, sono la testimonianza migliore.

I siti che pubblicano il decreto integrale con cui la Procura di Salerno ha disposto le perquisizioni ed i sequestri presso la Procura di Catanzaro:

www.ilresto.info/11.html; www.carlovulpio.it; www.lucania.ilcannocchiale.it; www.toghelucane.blogspot.com

Approfondimenti:

caso de magistris conversazione piccenna cainarca

Sul caso Vincenzo Santapaola, l'interrogazione del senatore Lumia

LUMIA - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della giustizia. - Premesso che: il 41-bis dell'ordinamento penitenziario è una misura necessaria e indispensabile per cercare di bloccare il flusso di comunicazioni dal carcere verso l'esterno che i boss tentano in ogni modo di organizzare

da antimafiaduemila.com

... in Parlamento è in atto una riforma del 41-bis che cerca di migliorare le norme e riorganizzare un istituto di cui la nostra democrazia ha un estremo bisogno per bloccare la minaccia mafiosa che agisce nella società, nell'economia e dentro le stesse Istituzioni;

il boss Vincenzo Santapaola è salito già agli onori della cronaca perché ha potuto impunemente trasmettere all'esterno una lettera che ha avuto ampio rilievo nella stampa siciliana, tutta tesa a delegittimare il 41-bis, e a indirizzare minacce spesso velate verso le Istituzioni che intendono mantenere e rafforzare tale istituto. È notizia recente ("Corriere della sera", martedì 2 dicembre 2008, pag. 21) che Vincenzo Santapaola ha ottenuto gli arresti domiciliari per trascorrere un periodo di convalescenza dopo un ricovero ospedaliero nella struttura milanese di Niguarda;

risulta che la Procura Antimafia di Catania non condivide, e a ragione, questo provvedimento del GIP visto che in Italia il sistema carcerario è in grado di assicurare una convalescenza degna e sicura nei confronti, soprattutto, di un detenuto pericoloso sottoposto a 41-bis,

si chiede di sapere:

se sarà verificata la regolarità della decisione del giudice per le indagini preliminari di Catania e se sia vero che in un primo momento, si era addirittura pensato di autorizzare l'intervento chirurgico presso l'Ospedale Vittorio Emanuele di Catania, situato presso il quartiere San Cristoforo, da sempre controllato dal clan Santapaola;

se il Governo non intenda favorire un iter spedito del progetto di riforma per garantire un sistema di 41-bis moderno ed efficiente, collocando i boss sottoposti a tale regime in istituti carcerari attrezzati e sicuri, nonché prevedendo l'apertura di sezioni presso zone insulari e piccole isole dove è più agevole garantire sicurezza e blocco delle comunicazioni dalle carceri verso l'esterno.

Legislatura 16
Atto di Sindacato Ispettivo
n° 3-00433
Atto n. 3-00433
Pubblicato il 3 dicembre 2008
Seduta n. 108

4 dicembre 2008

Salviamo Catania!

Lettera di Enrico Giuffrida - Sinistra Democratica - "Per risanare Catania". Venerdì 5 dicembre dalle 17.00 Sinistra Democratica sarà in piazza Stesicoro con un banchetto per iniziare la campagna di informazione ai cittadini

di Enrico Giuffrida
da sinistrademocrat.ct

E' sotto gli occhi di tutti come la crisi del Comune di Catania sia giunta ad uno stadio irreversibile. La nostra città è sempre più sporca, quartieri al buio, strade piene di buche, gli operai delle cooperative senza stipendi, gli asili nido e le scuole materne sotto sfratto, mancano i servizi essenziali e un serio piano di risanamento. Catania è ormai una città abbandonata a sé stessa, non amministrata. Il vero dissesto è questo.

In questi mesi il sindaco Stancanelli ci ha fatto credere che la situazione si potesse risolvere in tempi brevi, promettendo una serie di interventi che ad oggi si sono dimostrati del tutto insufficienti a colmare l'enorme debito accumulato e la situazione disastrosa in cui si trova la città. Anche l'impegno da parte del governo nazionale di stanziare per Catania la somma di 140 milioni di euro si sta dimostrando una questione a rischio, dato che il dibattito alla Camera non si è ancora concluso e rischia di far slittare l'approvazione oltre i termini utili.

Lo spauracchio che la "dichiarazione di dissesto" da parte dell'Amministrazione comunale costituisca un grave danno per i cittadini e per le imprese è generato, a mio avviso, da un'informazione non corretta, alimentata dall'attuale maggioranza politica. Dal dissesto riparte, in realtà, la fase del risanamento economico. Dato che un Comune non può cessare di esistere come una semplice azienda privata, la dichiarazione di dissesto crea, in effetti, una frattura fra il passato ed il futuro. Un organo apposito, nominato con decreto del Presidente della Repubblica, si occupa del "passato", presentando un piano di risanamento per eliminare le condizioni patologiche che hanno determinato il dissesto.

Tutti i debiti pregressi passano ad una gestione straordinaria, mentre inizia una nuova vita amministrativa libera dal peso del passato e con un bilancio che prevede tutti i principi di una gestione sana ed efficiente. Di fatto, la dichiarazione di dissesto dà il via semplicemente ad una serie di atti gestionali che, in maniera trasparente e definitiva, risanano i conti del Comune. Non è vero, dunque, che con la dichiarazione di dissesto sarebbero chiesti ulteriori sacrifici ai cittadini, in quanto l'Amministrazione comunale ha già provveduto ad elevare le tasse al livello massimo consentito. Insomma, da questo punto di vista, peggio di così non si può. Non è vero che i creditori non sarebbero pagati interamente: verrebbero semplicemente concordati i tempi di dilazione e di estinzione del debito.

Tutti riceverebbero i denari che attendono e con gli interessi. Se il Consiglio comunale dichiara il dissesto, insomma, si chiude la crisi già esistente e inizia la fase del risanamento economico con pagamenti puntuali per tutti, senza perdita di posti di lavoro e con servizi efficienti da subito. Penso quindi che, per salvare questa città allo sbando, non ci sia altra soluzione: ricominciare da capo affidando la gestione amministrativa a esperti capaci ed onesti ed evitare, oltretutto, che il Comune continui ad indebitarsi in maniera irreversibile e che venga depredato quel poco che resta del patrimonio di questa città a danno dei cittadini ed a vantaggio, come sempre, dei "soliti noti".

Enrico Giuffrida
Coordinatore cittadino
Sinistra democratica
– Catania -

2 dicembre 2008

Vincenzo Santapaola ai domiciliari in Ospedale: sarà al Niguarda di Milano?

vincenzo santapaola NiguardaCirca un anno fa Vincenzo Santapaola, figlio di Nitto, storico boss mafioso di Cosa Nostra, era stato arrestato, con qualche accusa pesantuccia

http://www.crimeblog.it/

Vincenzo Santapaola, 38 anni, figlio maggiore del capomafia ergastolano Nitto Santapaola.

Con l’accusa di associazione mafiosa, estorsioni, rapine e traffico di sostanze stupefacenti sono finiti in carcere a Catania altri 70 affiliati a Cosa nostra

Ora, come ricorda il Corriere, malgrado il 41 bis scrive tranquillamente lettere a “La Sicilia”, e pare che verrà ricoverato all’Ospedale di Niguarda, alla periferia nord di Milano. Viene in mente Giuseppe Setola, un altro che di ricoveri, e di eventuali fughe, se ne intende, ricordate? Della lettera inviata da Santapaola a “La Sicilia” si parla in 095, un blog di Catania che ha seguito la vicenda molto accuratamente.

Lettera aperta ai figli di Provenzano

Il fratello di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia nel 1978, risponde ai figli di Provenzano dopo la lettera pubblicata dal nostro giornale

di Giovanni Impastato
da repubblica.palermo.it

"In risposta all’intervista rilasciata da Angelo Provenzano al giornalista di 'La Repubblica' Francesco Viviano voglio riferire alcune mie considerazioni. Credo di essere una delle persone ad avere più di altre la responsabilità e il diritto di intervenire, visto quanto ho vissuto e viste le vicende che hanno caratterizzato l’esistenza mia, di mio fratello Peppino e di mia madre Felicia.

Non è affatto questo il percorso più adatto per risolvere le contraddizioni che riguardano la propria vita quando è partorita da un ambiente mafioso, per distanziarsi da quest’ultimo e chiudere definitivamente i conti con esso.

Quanto affermato da Angelo costituisce quasi una continuità con un certo modo tipico di pensare, che ribalta i ruoli, cela la verità e finisce per rendere ancor più complicato combattere una battaglia di giustizia nel nostro paese.

Non è vero. Non è vero che Provenzano è stato ed è tuttora l’a gnello sacrificale utilizzato da uno Stato tiranno per coprire le sue malefatte. Non si possono negare le sue enormi responsabilità, la sua direzione dei lavori nella costruzione di un progetto criminale che ha causato ingenti danni economici, ha bloccato lo sviluppo di tutto il territorio siciliano, e, soprattutto, ha lasciato a terra centinaia di vittime.

Certo non bisogna dimenticare le connivenze, il ruolo svolto da uomini delle istituzioni e da funzionari dei vari settori che hanno contribuito allo sfascio. Né si può negare l’esistenza di legami tra alcuni settori della vita politica, del governo e dei servizi segreti con ambienti della criminalità organizzata. Che sia chiaro, però, che Provenzano non è stato strumentalizzato da questo sistema, ma è stato un suo complice, anzi, uno dei suoi animatori, ed è per questo che è stato ricompensato con le protezioni che gli hanno garantito una tranquilla latitanza durata quasi mezzo secolo.


È facile riferirsi nei propri discorsi ad entità astratte, quasi incorporee, a concetti genericamente intesi come “lo stato” e “la mafia”. In entrambi i casi parliamo di organizzazioni composte da uomini, a volte corrotti nel primo caso, ma spesso onesti, ligi al dovere, disposti al sacrificio…uomini come Falcone e Borsellino; nel secondo caso solo criminali. E la mafia…sappiamo bene oggi che cosa sia la mafia, come sia strutturata, come al centro converga il potere criminale, attorno al quale si sviluppa un sistema di rapporti con il mondo dell’economia e della politica, tramite gli appartenenti alla cosiddetta borghesia mafiosa, come afferma Umberto Santino. Provenzano non appartiene a quest’ultimo settore, non è stato autore di reati finanziari o simili: è stato un assassino, un mandate di un numero imprecisato di omicidi, è stato capo assoluto di Cosa Nostra per decenni e come tale va considerato e giudicato, non solo nelle aule dei tribunali.

Che il fenomeno mafioso sia sopravvissuto alla sua cattura dimostra solo come abbia fatto bene il suo lavoro. Come lo dimostra la diffusione che oggi ha la cultura mafiosa, che non è un atteggiamento mentale connaturato all’essere siciliani, ma è un modo di agire, di intendere i rapporti sociali e la fornitura di servizi, come la necessità dei propri diritti, che è stato diffuso, che si è propagato proprio a partire da Cosa Nostra, da quell’a pparato ingigantito e rafforzato dalle strategie dei più noti boss e, soprattutto, dalla reggenza dello stesso Provenzano. La cultura mafiosa, del resto, pare quasi contaminare le parole dello stesso Angelo, come il comportamento dei suoi familiari. Per liberarsene non bisognerebbe rinnegare il padre, negare a lui il legame d’a ffetto, ma rompere con il suo ruolo e condannare con decisione le sue azioni criminali.

Qualche tempo fa, in occasione della cattura del padre, scrissi ad Angelo e a suo fratello Francesco una lettera aperta, chiedendo loro di percorrere questa strada, di divenire parte della società onesta, di compiere una rottura netta, così come abbiamo fatto io e mia madre Felicia seguendo l’esempio di mio fratello Peppino, che più di tutti ha pagato per il suo coraggio e la sua voglia di sottrarsi ai condizionamenti mafiosi, e, nonostante tutto, ha conquistato la sua libertà e ha regalato a noi la nostra. Noi non abbiamo mai negato che la nostra famiglia aveva origini mafiose, che mio padre era un’appartenete a Cosa Nostra, così come alcuni suoi fratelli, e che mio zio Cesare Manzella è stato capomafia fino al 1963, ma abbiamo rotto con quanto era da loro rappresentato. Non è questione di pagare per le scelte del padre, ma di fare la scelta, quella decisiva.

E se non vorranno farla, Angelo e Francesco, seguendo la loro cultura, si ricordino che non sono loro le vittime dello Stato, i perseguitati, ma siamo noi cittadini onesti ad essere stati e ad essere tuttora vittime di quel sistema politico-mafioso le cui basi hanno gettato proprio Provenzano e gli altri come lui"

Roma: aggressione ad una troupe del TG1

Un ragazzo incappucciato ha spintonato la giornalista, l'operatore e il tecnico, mentre una donna ha insultato e minacciato più volte di morte in particolare la giornalista. La troupe è poi riuscita ad allontanarsi, scortata dai carabinieri.

Aggressione il video
: youtube.com/watch?v=H

da http://www.youtube.com/user/Isabo81News

SOLIDARIETA' - Solidarietà è stata espressa alla giornalista e all'operatore coinvolto da parte del mondo politico, sindacale e istituzionale. «Desidero esprimere la mia più sincera solidarietà ai giornalisti della troupe del TG1 oggetto di un'inaccettabile aggressione.» Così il Presidente del Senato, Renato Schifani, in una nota, commenta l'episodio.

«Nel nostro Paese il diritto di cronaca è sacrosanto - aggiunge Schifani - diritto che è e resterà uno dei cardini della nostra democrazia».
«Non è più tollerabile una situazione che vede i giornalisti sempre di più nel mirino.

Dopo le aggressioni e i gesti sconcertanti dei giorni scorsi, oggi è toccato ad una troupe del Tg1. Sono atteggiamenti che vanno condannati senza se e senza ma» ha detto invece Gianfranco Rotondi, ministro per l'Attuazione del programma di governo.

«A nome dell'Italia dei Valori esprimo solidarietà al Tg1 per l'aggressione subita al Trullo da una giornalista e dall'operatore. È un episodio grave, invitiamo per questo l'azienda ad agire, anche per vie legali, per tutelare chi lavora, esponendosi anche a situazioni di rischio» ha affermato il capogruppo Idv alla Camera, Massimo Donadi.

29 novembre 2008

Disegno di legge Cassinelli: quando dalla stretta si passa alla farsa

E’ probabile che all’estero stiano ancora ridendo alla notizia dell’iniziativa legislativa del 19 novembre assunta dal deputato Pdl Roberto Cassinelli, membro della Commissione Giustizia alla Camera, per regolamentare la Rete. Un progetto di legge che il deputato ha avuto il coraggio di definire “legge salvablog in piena antitesi con il ddl ammazzablog presentato da Ricardo Franco Levi”

da www.difesadellinformazione.com
Bologna, 24 novembre 2008
(avv. Antonello Tomanelli)

Secondo Cassinelli, il precedente ddl di Levi, ora ritirato, si poneva quale “misura assolutamente illiberale e inaudita che metteva il bavaglio alla libera circolazione delle idee”.

In effetti, è vero che il disegno di legge Levi imponeva, in linea di principio, a chiunque detenesse un sito o un blog l’obbligo di iscrizione al Registro degli Operatori di Comunicazione (Roc, tenuto presso l’Agcom). E’ vero che estendeva alle pubblicazioni su internet le norme sui reati di stampa (primo fra tutti, quello di “stampa clandestina” previsto dall’art. 16 della legge sulla stampa del ’48 per chi non effettuasse l’iscrizione al Roc). E’ anche vero, però, che il disegno di legge Levi dispensava dall’obbligo di iscrizione quei soggetti che operano in rete “in forme o con prodotti, quali i siti personali o ad uso collettivo, che non costituiscono il frutto di un’organizzazione imprenditoriale del lavoro”.

Su quest’ultima disposizione si è detto tutto e il contrario di tutto. Le interpretazioni più allarmistiche, equivocando sull’aggettivo “imprenditoriale”, estendevano l’obbligo di iscrizione al Roc a chi si limitava ad inserire un banner pubblicitario o addirittura un annuncio Google Adsense. In realtà, la norma individuava il presupposto dell’iscrizione al Roc non in una generica “attività di impresa”, ma nella “organizzazione imprenditoriale del lavoro” caratterizzante l’impresa stessa.

Certo, tecnicamente nel concetto di “attività di impresa” può rientrare l’inserimento di un banner pubblicitario che garantisce un introito di poche decine di Euro mensili. Ma è quanto accade all’interno dell’impresa che qui conta. Una “organizzazione imprenditoriale del lavoro” richiede l’esercizio di poteri di direzione, di controllo, di coordinamento, di specificazione dell’attività espletata da altri soggetti che operano nell’impresa. Insomma, una struttura organizzata. Cosa impossibile da rinvenire in un sito gestito, ad esempio, da una sola persona, che inserisce alcuni banner. Anche il barbiere, l'idraulico e il piastrellista svolgono “attività di impresa”, ma se lavorano da soli non daranno mai vita ad una “organizzazione imprenditoriale del lavoro”.

Ora l’onorevole Cassinelli, dopo aver bollato come “misura assolutamente illiberale e inaudita” l’iniziativa di Levi, si presenta come strenuo difensore dell’art. 21 Cost., affermando (così si legge nella sua Relazione alla Camera) che “la rete internet sta diventando il mezzo più sfruttato per esprimere e diffondere il proprio pensiero, ed è per questo che va sostenuta e resa sempre più fruibile a tutti i cittadini”. Vediamo come Cassinelli intende "sostenere" la Rete.

Il ddl Cassinelli sottopone all’obbligo di registrazione di cui all’art. 5 della legge sulla stampa (si badi bene: è la registrazione presso il tribunale, non l’iscrizione al Roc) ogni sito internet che abbia come scopo “la pubblicazione o la diffusione di notizie di attualità, cronaca, economia, costume o politica” (premessa generale), quando nella gestione di tali siti si verifichi “almeno una” delle condizioni elencate nell’art. 2, comma 1°. Le condizioni sono talmente tante che è difficile ipotizzare siti esenti dall’obbligo di registrazione. Tra l’altro, balza all’occhio la condizione di cui alla lettera g), il cui avveramento farebbe scattare l’obbligo di registrazione, ossia quando “il gestore e gli autori delle pagine vendono direttamente, o comunque percepiscono compensi correlati alla vendita di inserzioni pubblicitarie all’interno delle pagine medesime”. Questo sì che riguarda l’inserzione di banner e di annunci Google AdSense! Diversamente dal parametro del frutto della “organizzazione imprenditoriale del lavoro” che voleva introdurre Levi.

E l’art. 2, comma 2°, rende ancor più chiari gli scopi che il ddl si prefigge. Esclude dall’obbligo di registrazione quei siti che hanno “quale scopo unico […] la pubblicazione o la diffusione di idee ed opinione proprie e personali”. Se si raffronta questa disposizione con quella già vista del comma 1°, ne deriva che non sarà sottoposto all’obbligo di registrazione chi tiene un blog in cui racconta che lunedi si è scottato un dito scolando la pasta, martedi ha conosciuto l’amore della sua vita, mercoledì ha dovuto portare il gatto dal veterinario. E questi non dovranno nemmeno preoccuparsi di inserire venti banner a pagamento, perché la lettera della norma è inequivocabile: “Sono in ogni caso esclusi dagli obblighi previsti dall’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948 n. 47 […]”, ossia la registrazione presso il tribunale.

Tra l’altro, la registrazione presso il tribunale, previsto dall’art. 5 della legge sulla stampa, è un procedimento certamente più complesso di quello che porta all’iscrizione al Roc (oltre che dispendioso). E il presidente del tribunale potrebbe anche rifiutarla se chi presenta la domanda non è giornalista o non ha provveduto a nominarne uno in qualità di responsabile del sito. Infatti, requisito imprescindibile per quella registrazione, così come disciplinata dall’art. 5 della legge sulla stampa, è la nomina di un direttore responsabile, che deve essere iscritto all’albo dei giornalisti. Su questo aspetto il ddl Cassanelli tace, ma rinvia in continuazione all’obbligo di quella registrazione. E non ci sarebbe da meravigliarsi se qualche presidente di tribunale rifiutasse l’iscrizione in mancanza di un giornalista come direttore responsabile, poiché in caso contrario violerebbe l’art. 5 della legge sulla stampa.

Non c’è dubbio, quindi, che il disegno di legge Cassinelli si pone in aperto contrasto con l’art. 21 Cost., norma che tutela la libertà di manifestazione del pensiero “con la parola, lo scritto ed ogni altro mezzo di diffusione”. Ciò in quanto si propone di abbattere il circuito dell’informazione in Rete. Peraltro, molto di più di quanto non si proponesse il ddl Levi. Se quest’ultimo poteva essere interpretato come una seria stretta alla libertà sul web, il ddl Cassinelli diventa una farsa, perché nell’invocare il rispetto dell’art. 21 lo riferisce soltanto ai siti che non si occupano di problemi di attualità. E’ come se si limitasse fortemente l’informazione in tv a vantaggio dei reality show.

Del resto, la regolamentazione legislativa dei siti web, con particolare riferimento agli obblighi di registrazione, si presta di per sé a varie critiche. L’obbligo di registrazione nasce nella legge sulla stampa del 1948 sul presupposto che ogni pubblicazione cartacea deve essere riferibile a qualcuno. Anche con riferimento alla stampa non periodica, per la quale l’art. 2 impone negli stampati l’indicazione dei nomi dello stampatore, dell’editore, del luogo e della data di pubblicazione. Ciò nella consapevolezza di dover procedere ad una identificazione preventiva di soggetti che attraverso il cartaceo potrebbero commettere reati, e che in mancanza di quella identificazione con ogni probabilità rimarrebbero ignoti.

Ma tale necessità non si presenta nella Rete. Qui ogni accesso è registrato, e chi scrive è agevolmente identificabile. In altre parole, in Rete non vi è ragione di pretendere quella identificazione preventiva che la legge sulla stampa impone per il cartaceo, per la semplice ragione che sussiste già, sia pure in forma diversa da quella attuata dalla legge sulla stampa.

Vi è un ulteriore aspetto del ddl Casinelli che va segnalato. Tra i soggetti che gestiscono siti esenti dall’obbligo di registrazione, pone all’art. 2, comma 2°, quelli che hanno come unico scopo: “[…] f) la creazione di momenti di discussione e dibattito su temi specifici; g) l’aggregazione di utenti terzi in una comunità virtuale”. Il pensiero corre immediatamente ai forum. E’ significativo che la proposta di legge ostacoli le lucide e articolate manifestazioni di pensiero in ordine ad un fatto di attualità, mentre incentivi la formazione di quelle piazze virtuali in cui spesso centinaia di voci, non seguendo un filo logico, indeboliscono ogni tentativo di analisi critica, che finisce per essere offuscata dalle divagazioni, se non dagli insulti.