25 gennaio 2008

La crisi e la sinistra, la crisi della sinistra

24 Gennaio, 2008 da ramon mantovani alle 15:14
http://ramonmantovani.wordpress.com/

Eccoci alla crisi.

Scrivo, e lo faccio apposta, a poche ore dal voto di fiducia del senato, quando ancora non si sa se Prodi lo affronterà veramente, uscendone vincente o sconfitto, o se si dimetterà un minuto prima per aprire la strada ad un Prodi bis o a un altro governo, istituzionale, tecnico o che so io.

Mi interessa, in questo momento, dire delle opinioni, e soprattutto porre domande, su questa esperienza di governo e su come si è arrivati a questo punto. Perché un bilancio e un giudizio su quanto è successo è importante per capire cosa fare ora.

Avevamo pensato, e non a torto, che una stagione di lotte connesse al movimento contro la globalizzazione e all’opposizione contro Berlusconi avevano creato le condizioni per tentare (ripeto: tentare) di invertire la tendenza. Si poteva instaurare un circolo virtuoso per cui provvedimenti in risposta alle domande dei movimenti sociali e sui diritti civili avrebbero sollecitato nuove domande più avanzate. In questo modo si sarebbe anche ridotta la separatezza fra politica e società.

Evidentemente le cose non sono andate così. Ma perchè?

Si può dire, come fanno molti a sinistra, che era un’illusione, che non c’era e non c’è alternativa ad una collocazione di opposizione. Che solo la denuncia dei problemi, la presenza nelle lotte, i voti coerenti in parlamento possono, nel lungo periodo, far accumulare le forze per cambiare le cose. Un giorno lontano, forse. Oppure si può dire che è colpa della legge elettorale, di Mastella e dei centristi, del Partito Democratico, della divisione della sinistra, della cedevolezza del governo nei confronti dei poteri forti e del Vaticano. E così via.

Io non concordo con nessuna di queste due tesi. Entrambe sono, per dirla con un termine gergale ma efficace, politiciste, anche se contengono molti elementi di verità. Entrambe, cioè, pensano che la chiave di volta di ogni situazione sia interna alla politica ufficiale, tanto se ti opponi in modo intransigente e declamatorio come se tenti di cambiare le cose dall’interno del governo. Entrambe finiscono inevitabilmente per essere subalterne al governo e ai poteri che lo sorreggono, così come finiscono per misurare i famosi “rapporti di forza” in termini elettoralistici. Entrambe, infine, osservano i movimenti dall’alto, come se i movimenti non nascessero per cambiare le cose subito bensì per smascherare il capitalismo o per delegare qualcuno a “fare il possibile” nelle istituzioni. Io invece credo che il “tentativo” sia diventato ben presto un “non possiamo fare altrimenti”, che gli obiettivi di cambiamento siano inesorabilmente divenuti “riduzione del danno” e che “l’internità” ai movimenti sia stata sostituita dal classico “dialogo”. Ovviamente le cose sono molto complesse ma io penso che si poteva, in autunno, fare un bilancio sincero sul “tentativo”, dire chiaramente a tutti che non si poteva più andare avanti così, vincolarsi ad una consultazione di massa sulla permanenza o meno al governo e andare fino in fondo. Almeno si sarebbe dimostrato che i contenuti sono più importanti della collocazione politica, che esiste una forza che prova davvero a cambiare le cose ma che se non ci riesce non cambia discorso, non racconta balle, non prende decisioni “interpretando” il volere e i sentimenti della propria gente ed è capace di avere il coraggio di rimettere la decisione più importante ad un referendum. Così facendo si sarebbe aperta una vera e grande discussione sia sui contenuti della politica del governo sia sullo stesso tema del rapporto della sinistra con il governo e con il potere. E sono convinto che sarebbe stata una discussione dall’esito non scontato. Forse c’era ancora la possibilità di cambiare la rotta del governo. Per saperlo, però, bisognava provarci davvero mettendo nel conto anche una possibile rottura.

Mi sbaglierò, ma se tutto questo non è stato fatto è perchè si è pensato ad una unità della sinistra salvifica e senza basi reali, che ha funzionato da freno invece che da motore per i movimenti e le lotte.

E così siamo travolti da una crisi nata con gli arresti domiciliari della moglie di Mastella, dalle più oscene manovre di palazzo, per cui se Prodi si salvasse saremmo ancora più subalterni e se ci fosse un governo istituzionale ci lacereremmo ancora di più fra di noi. Per non parlare, poi, di eventuali elezioni anticipate che ci precipiterebbero in una discussione sulla lista unica, sul simbolo e soprattutto sull’alleanza o meno con il Partito Democratico.

Ma questa è un’altra discussione. Intanto vediamo che succede…

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