15 febbraio 2008

Black out sul Caso Messina

Da Catania arriva la sentenza ma la stampa nazionale “spegne” la notizia

di Norma Ferrara
da http://liberainformazione.org/

Caso Messina (Centonove)

E’ la storia della “gestione Sparacio”. Ma è anche lo scontro fra Procure difficili, calunnie, accuse reciproche e ricatti. Fatti di mafia e antimafia a Messina, terra di conquista di Cosa nostra palermitana e del clan catanese dei Santapaola, crocevia degli illeciti affari dello Stretto e pur sempre luogo in cui la mafia non c’è, per definizione. Lo scorso 10 gennaio la prima sezione penale del tribunale di Catania si è pronunciata dopo sei anni di dibattimento sul cosiddetto “Caso Messina” condannando per favoreggiamento alla mafia Giovanni Lembo, ex sostituto procuratore della direzione nazionale antimafia a 5 anni di reclusione, Marcello Mondello ex Gip di Messina a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa e Luigi Sparacio, finto collaboratore di giustizia, a 6 anni e 4 mesi di reclusione.

Il contenuto della sentenza è agghiacciante: a cavallo fra gli anni ’80 e ’90 la mafia e l’antimafia si mischiarono, confondendosi, dentro la Procura di Messina nel segno della contiguità e ci sono voluti dieci lunghissimi anni d’indagini, di sospetti incrociati fra le Procure di Catania, Messina e Reggio Calabria per arrivare a discernere i fatti nonostante “inquinamenti probatori”, condizionamenti e delegittimazioni dei testimoni dell’accusa.

A far partire le indagini il coraggio della denuncia di un avvocato, Ugo Colonna, all’epoca difensore di pentiti, che per questa scelta vive oggi sotto scorta, ha subìto accuse di calunnia e persino un periodo di reclusione (stabilito da un giudice di Catanzaro per “minaccia a corpo giudiziario”, con l’accusa di aver dato dischetti di un processo – pubblico – a giornalisti ma in seguito scagionato).

I fatti. Giovanni Lembo, braccio destro del procuratore nazionale Vigna a Messina, veniva arrestato nel marzo del 1998 con l’accusa di aver “gestito” le dichiarazioni del pentito Luigi Sparacio, inserito nel programma di protezione proprio al fine di sconfessare altri pentiti e scagionare il mafioso palermitano Michelangelo Alfano capo di Cosa Nostra messinese, imprenditore ed ex presidente del Messina Calcio. Il falso pentito Sparacio, che durante le indagini ha ritrattato e fatto il doppio gioco con i magistrati, era all’epoca considerato in Procura il nuovo Buscetta ma nonostante il programma di protezione cui venne sottoposto ebbe libertà d’azione durante la detenzione e continuò a gestire gli affari della “famiglia”. I suoi racconti furono concordati, pilotati, aggiustati, per salvaguardare lo status quo della mafia messinese. Contro il sostituto procuratore e il Gip l’accusa ha riscontrato numerose prove: dalle intercettazioni ambientali sino alle testimonianze di pentiti. E’ stata messa agli atti una registrazione tra la suocera e la cognata di Sparacio, nella quale si parla di ”un zu Gianni”, in cui la Dda identifica Lembo.

Sono state ascoltate testimonianze che proverebbero la frequentazione segreta Lembo - Alfano: incontri a casa dell’imprenditore Santi Travia e del genero del boss palermitano. Risultano fra l’altro affidati alle ditte dell’imprenditore Alfano (morto suicida nel 2005 a pochi mesi di distanza dall’altro capomafia Cosimo Crifeta, anch’esso suicida) gli appalti per la costruzione di alcune case di Giovanni Lembo; solo per citarne alcune. Il vice del procuratore Vigna, dal 1987 sino al 1994 è stato un Pm di punta della Dna, a capo di indagini decisive anche contro la criminalità organizzata, in particolare di Barcellona Pozzo di Gotto. Uno dei pentiti che confermerà omissioni e pressioni nella registrazione dei verbali da parte di Mondello e Lembo sarà infatti Pino Chiofalo, capomafia del paese del Longano (ma solo dal ’99 pentito attendibile).

Dinnanzi al pm Francesco Mollace, Chiofalo e altri pentiti parleranno, ritratteranno, per poi riconfermare, incontri sospetti fra Alfano e Marcello Dell’Utri negli stessi anni in cui numerosi pentiti parleranno della trattativa con il clan Santapaola dopo gli attentati alla catena Standa di Berlusconi in Sicilia. Barcellona non è un posto come gli altri nella provincia; dalla città del Longano partirà il detonatore per la strage di Capaci e qui che verrà decisa ed eseguita la condanna a morte del coraggioso giornalista Beppe Alfano. Fatti di rilevanza strategica prima e dopo la fase stragista sull’asse di numerosi delitti di mafia della provincia, come quello di Graziella Campagna.

Sono stati ritenuti “inquietanti”infatti i rapporti tra il boss imprenditore Michelangelo Alfano e il Giudice per le indagini preliminari Marcello Mondello in merito all’esito del processo a carico di Gerlando Alberti junior accusato dell’omicidio Campagna. Fu l’ex Gip Mondello, ora condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, a sancirne l’ archiviazione; il processo è stato riaperto. La sentenza sul “Caso Messina”, di portata nazionale, è stata spenta da un lungo black out dell’informazione, passato dalle reti del servizio pubblico radiotelevisivo sino alla carta stampata nazionale. Sbattuto in prima pagina sul finire degli anni ’90 il “verminaio messinese” oggi non fa notizia, eppure c’erano dentro: la Direzione nazionale antimafia, una Procura e la storia di una provincia enigmatica. Fatti salvi tutti gli altri gradi di giudizio questa sentenza è scomoda per la mafia ma anche per l’antimafia. E forse da raccontare c’era semplicemente troppo.

Vedi anche: "Caso Catania" e le interferenze infinite...

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