10 marzo 2008

La stampa impossibile

Antimafia Sicilia, la difficile sfida dei giornalisti liberi. Il futuro è nei quartieri. A Catania il mercato informativo è monopolizzato dal gruppo Ciancio. Il giornalista Orioles chiude «Casablanca» per mancanza di fondi, ma non si arrende

di Riccardo De Gennaro
da Il manifesto del 07 Marzo 2008

Dice di essere «un tenente dell'esercito regio lasciato a fare la guardia al bidone di benzina in Africa settentrionale». Il bidone è l'informazione antimafia a Catania, l'esercito regio è la sinistra italiana, che non lesina parole di stima e incoraggiamento, ma che non gli ha mai inviato un centesimo per le «munizioni». Palermitano di nascita, braccio destro di Pippo Fava ai tempi de «I Siciliani», direttore del primo «Avvenimenti», ex responsabile di TeleJato, il «tenente» Riccardo Orioles ha dato vita, due anni fa, con pugno di giovani, al mensile antimafia «Casablanca».

La scommessa era quella di scalfire almeno un po' il monopolio dell'informazione in mano a Mario Ciancio Sanfilippo, uno che a Catania controlla tutti i giornali, tutte le televisioni locali, quasi tutte le radio e che, siccome stampa la Repubblica, ha costretto il quotidiano del gruppo L'Espresso a rinunciare alla diffusione delle pagine regionali sulla piazza catanese per non fargli concorrenza.
Il problema di Orioles è che gli elogi e l'incoraggiamento non bastano per fare un giornale.

Così come non basta la sua lunga esperienza antimafia (vera, non quella double face, denunciata proprio dall'Espresso in una recente e accurata inchiesta), non basta l'entusiasmo dei ragazzi, non bastano firme come Nando Dalla Chiesa, Gian Carlo Caselli, don Ciotti, Rita Borsellino o la ripubblicazione di vecchi e memorabili articoli di Pippo Fava e Peppino Impastato. Ci vogliono anche i quattrini. Ma i quattrini sono finiti e nessuno ce li vuole mettere. Conclusione: la cassa è vuota, il numero di «Casablanca» di febbraio è l'ultimo, si chiude. In Sicilia muoiono uomini coraggiosi e muoiono anche i giornali liberi.

«Fino a un po' di anni fa avevo ancora in un cassetto una mezza busta di tabacco che mi aveva regalato Luciano Violante quando facevamo I Siciliani. Era tutto quello che l'allora Pci ci ha dato», racconta Orioles. Con «Casablanca» è andata peggio. I Ds non gli hanno offerto neppure una sigaretta. Sono stati due anni vissuti sul filo del rasoio. Da una parte Orioles e compagni prendevano a cazzotti la mafia, sfornavano inchieste sugli affari dei Ciancio e dei Virlinzi, sulla base di Sigonella «talmente estesa da essere la decima provincia siciliana», sui casi di speculazione edilizia favoriti dal nuovo Piano regolatore, sugli sperperi e l'indebitamento dell'amministrazione Scapagnini, dall'altra tiravano la cinghia e dovevano accontentarsi dei buffetti d'incoraggiamento della sinistra. «Casablanca», d'altronde, era un giornale semiclandestino. Soltanto un edicolante, in tutta Catania, lo esponeva. Tutti gli altri lo tenevano sotto banco e per averlo lo si doveva chiedere sottovoce. Per due anni la quarta di copertina ha riprodotto una pagina de «I Siciliani» di metà anni Ottanta che diceva: «Questa pagina attende qualcuno che non abbia paura di farsi pubblicità su un giornale antimafioso».

Qualcuno poteva pensare che da quando Montezemolo ha ordinato alle imprese siciliane di non pagare il pizzo, almeno una tirasse fuori qualche euro di pubblicità. Oppure che la Confindustria siciliana chiedesse semplicemente quanto costa fare un numero di «Casablanca» (gli avrebbero risposto 2mila euro per una tiratura di 5mila copie). O ancora che l'università di Catania, a fronte di quei 60mila euro che versa al quotidiano La Sicilia per quattro pagine settimanali sulla sua attività, decidesse un'elemosina, che so, di 200 euro. Sarebbe stato importante, un segnale concreto. È venuto? No.

«La Confindustria è la Confindustria - dice Orioles - posso capire se non ci aiuta. Il guaio è che anche i compagni se ne strafottono. Io ne ho piene le scatole degli attestati di stima e di solidarietà dei politici e dei giornalisti. Ho scritto a Serventi Longhi, il quale, nelle sue risposte, mi riempie sempre di solidarietà. Quando leggo le sue lettere mi commuovo. Preferirei che tutta questa brava gente mi dicesse una buona volta: vai a fare in culo tu e l'antimafia. Quando ammazzarono Pippo Fava venne il presidente della Lega delle cooperative di quell'epoca e fece il suo bel discorsetto. Ebbene, nessuno osava dirgli che Fava non si chiamava Antonio».

Il tenente di guardia al bidone avrebbe voglia di non andare più a votare: «Ma alla fine voterò regolarmente. Certo è tutto un po' ridicolo. Se vince Berlusconi si mette d'accordo con Veltroni, se vince Veltroni si mette d'accordo con Berlusconi. Io non faccio appelli, mi chiedo solo perché adesso che siamo tutti antifascisti non si trova una lira per Giustizia e Libertà. Il nostro è un problema politico, non di mercato. Ma è sempre stato così: il Banco di Sicilia dava 200 milioni di lire alla Gazzetta di Mantova e non una lira ai Siciliani».

Se tiene duro è perché crede nei giovani. A Catania è nato un movimento giovanile antimafia che si esprime anche attraverso i giornali di quartiere: «I Cordai» a San Cristoforo, dove spadroneggiano i Santapaola, «La Periferica» a Librino, un quartiere che per un terzo non ha neppure le fogne. Qualcosa si muove anche a Napoli con «Monitor», un giornale anticamorra diretto anch'esso, come gli altri due, da Orioles. Insomma, c'è una rete giovanile, che raggiunge anche i ragazzi di Locri, i quali, dopo l'omicidio Fortugno, hanno messo in piedi il sito ammazzatecitutti.org. Di loro si ricorda soltanto «Annozero».

Ora il sogno del «tenente» Orioles è di mettere su una redazione con i «suoi» giovani redattori siciliani (una dozzina i più stretti, come Giuseppe Scatà) e fare un free-press a Catania. Secondo lui costerebbe 60mila euro all'anno: «L'obiettivo di quest'anno è di formare la redazione e attendere qualche imprenditore coraggioso. Non credo che ne troverò in Sicilia, più facile pensare agli editori dei free-press di altre parti d'Italia».

Che ne sarà di «Casablanca»? Si trasferirà in Internet e il sito si chiamerà U Cuntu, il racconto. È scritto nell'ultimo editoriale: «Ci arrendiamo? No, per niente. Se non possiamo andare in tipografia, andremo in Internet, troveremo altri modi per fare l'informazione che non c'è». Lo conferma lo stesso Orioles: «Non sono disperato, neanche per sogno. Faccio il giornalista da ventott'anni, ne ho viste tante. Sono siciliano, ma ho lavorato a Roma, Napoli, Bologna. Ora voglio restare a Catania, a costo di dormire alla stazione: c'è una rinascita del movimento antimafia, tra i giovani comunisti, nelle parrocchie, nella destra anche, come hanno dimostrato i manifesti contro Cuffaro». Certo, l'uomo è comprensibilmente amareggiato, ma intende reagire da vecchio giornalista. Non lo diceva in «Casablanca», ma era pur sempre Humprey Bogart a urlare nel telefono al gangster della città: «That's the press, baby!». Forse Cosa Nostra si può sconfiggerla soltanto con un'insurrezione popolare, ma - come ha dimostrato Saviano con la camorra - qualche volta la penna può dare molto fastidio.

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