16 febbraio 2008

Catania intuppa Catania

Video inchiesta sulla condizione delle strade di Catania, sotto l'Amministrazione del Sindaco Umberto Scapagnini e degli Assessori Filippo Drago e Salvatore Santamaria. Per la serie: Non ci resta che ridere... In attesa di inserire i dovuti sottotitoli, godetevi del buon dialetto catanese...


Il video: youtube.com/watch?v=b3HIG73Hga4

15 febbraio 2008

Black out sul Caso Messina

Da Catania arriva la sentenza ma la stampa nazionale “spegne” la notizia

di Norma Ferrara
da http://liberainformazione.org/

Caso Messina (Centonove)

E’ la storia della “gestione Sparacio”. Ma è anche lo scontro fra Procure difficili, calunnie, accuse reciproche e ricatti. Fatti di mafia e antimafia a Messina, terra di conquista di Cosa nostra palermitana e del clan catanese dei Santapaola, crocevia degli illeciti affari dello Stretto e pur sempre luogo in cui la mafia non c’è, per definizione. Lo scorso 10 gennaio la prima sezione penale del tribunale di Catania si è pronunciata dopo sei anni di dibattimento sul cosiddetto “Caso Messina” condannando per favoreggiamento alla mafia Giovanni Lembo, ex sostituto procuratore della direzione nazionale antimafia a 5 anni di reclusione, Marcello Mondello ex Gip di Messina a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa e Luigi Sparacio, finto collaboratore di giustizia, a 6 anni e 4 mesi di reclusione.

Il contenuto della sentenza è agghiacciante: a cavallo fra gli anni ’80 e ’90 la mafia e l’antimafia si mischiarono, confondendosi, dentro la Procura di Messina nel segno della contiguità e ci sono voluti dieci lunghissimi anni d’indagini, di sospetti incrociati fra le Procure di Catania, Messina e Reggio Calabria per arrivare a discernere i fatti nonostante “inquinamenti probatori”, condizionamenti e delegittimazioni dei testimoni dell’accusa.

A far partire le indagini il coraggio della denuncia di un avvocato, Ugo Colonna, all’epoca difensore di pentiti, che per questa scelta vive oggi sotto scorta, ha subìto accuse di calunnia e persino un periodo di reclusione (stabilito da un giudice di Catanzaro per “minaccia a corpo giudiziario”, con l’accusa di aver dato dischetti di un processo – pubblico – a giornalisti ma in seguito scagionato).

I fatti. Giovanni Lembo, braccio destro del procuratore nazionale Vigna a Messina, veniva arrestato nel marzo del 1998 con l’accusa di aver “gestito” le dichiarazioni del pentito Luigi Sparacio, inserito nel programma di protezione proprio al fine di sconfessare altri pentiti e scagionare il mafioso palermitano Michelangelo Alfano capo di Cosa Nostra messinese, imprenditore ed ex presidente del Messina Calcio. Il falso pentito Sparacio, che durante le indagini ha ritrattato e fatto il doppio gioco con i magistrati, era all’epoca considerato in Procura il nuovo Buscetta ma nonostante il programma di protezione cui venne sottoposto ebbe libertà d’azione durante la detenzione e continuò a gestire gli affari della “famiglia”. I suoi racconti furono concordati, pilotati, aggiustati, per salvaguardare lo status quo della mafia messinese. Contro il sostituto procuratore e il Gip l’accusa ha riscontrato numerose prove: dalle intercettazioni ambientali sino alle testimonianze di pentiti. E’ stata messa agli atti una registrazione tra la suocera e la cognata di Sparacio, nella quale si parla di ”un zu Gianni”, in cui la Dda identifica Lembo.

Sono state ascoltate testimonianze che proverebbero la frequentazione segreta Lembo - Alfano: incontri a casa dell’imprenditore Santi Travia e del genero del boss palermitano. Risultano fra l’altro affidati alle ditte dell’imprenditore Alfano (morto suicida nel 2005 a pochi mesi di distanza dall’altro capomafia Cosimo Crifeta, anch’esso suicida) gli appalti per la costruzione di alcune case di Giovanni Lembo; solo per citarne alcune. Il vice del procuratore Vigna, dal 1987 sino al 1994 è stato un Pm di punta della Dna, a capo di indagini decisive anche contro la criminalità organizzata, in particolare di Barcellona Pozzo di Gotto. Uno dei pentiti che confermerà omissioni e pressioni nella registrazione dei verbali da parte di Mondello e Lembo sarà infatti Pino Chiofalo, capomafia del paese del Longano (ma solo dal ’99 pentito attendibile).

Dinnanzi al pm Francesco Mollace, Chiofalo e altri pentiti parleranno, ritratteranno, per poi riconfermare, incontri sospetti fra Alfano e Marcello Dell’Utri negli stessi anni in cui numerosi pentiti parleranno della trattativa con il clan Santapaola dopo gli attentati alla catena Standa di Berlusconi in Sicilia. Barcellona non è un posto come gli altri nella provincia; dalla città del Longano partirà il detonatore per la strage di Capaci e qui che verrà decisa ed eseguita la condanna a morte del coraggioso giornalista Beppe Alfano. Fatti di rilevanza strategica prima e dopo la fase stragista sull’asse di numerosi delitti di mafia della provincia, come quello di Graziella Campagna.

Sono stati ritenuti “inquietanti”infatti i rapporti tra il boss imprenditore Michelangelo Alfano e il Giudice per le indagini preliminari Marcello Mondello in merito all’esito del processo a carico di Gerlando Alberti junior accusato dell’omicidio Campagna. Fu l’ex Gip Mondello, ora condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, a sancirne l’ archiviazione; il processo è stato riaperto. La sentenza sul “Caso Messina”, di portata nazionale, è stata spenta da un lungo black out dell’informazione, passato dalle reti del servizio pubblico radiotelevisivo sino alla carta stampata nazionale. Sbattuto in prima pagina sul finire degli anni ’90 il “verminaio messinese” oggi non fa notizia, eppure c’erano dentro: la Direzione nazionale antimafia, una Procura e la storia di una provincia enigmatica. Fatti salvi tutti gli altri gradi di giudizio questa sentenza è scomoda per la mafia ma anche per l’antimafia. E forse da raccontare c’era semplicemente troppo.

Vedi anche: "Caso Catania" e le interferenze infinite...

14 febbraio 2008

La fiction su "Graziella Campagna", la vedremo mai in Rai?

C'era una volta... Una fiction pare, per chi avuto modo di vederla e recensirla ben fatta, su una tragica e insolita storia di mafia siciliana. La trasposizione filmica della storia di Graziella Campagna dal titolo: Una vita rubata.

Avremmo dovuta vederla su RaiUno in prima serata il 27 novembre 2007, il film diretto da Graziano Diana che racconta la storia della povera ragazza uccisa da Cosa Nostra a diciassette anni, ma quella messa in onda fu sospesa.

Motivo: l'udienza d'appello, prevista per il 13 dicembre 2007, dei killer condannati in primo grado per l'omicidio della giovane avvenuto il 12 dicembre del 1985. La direzione generale della Rai ha accolto la richiesta del presidente della Corte d'Appello di Messina che, attraverso il ministro di Giustizia, ha segnalato come la messa in onda della fiction avrebbe potuto turbare la serenità dei giudici.

L'iter giudiziario, oggetto del contendere, con relative condanne degli assassini di quella che nell'85 era solo una ragazzina pare sia concluso. La fiction sarebbe dovuta andare, quindi, in onda a fine febbraio 2008 sempre sempre su la Rai.

Qualche giorno fa si apprende dell'ennesimo rinvio: "La vita rubata, la fiction di Raiuno con Beppe Fiorello dedicata a Graziella Campagna, uccisa dalla mafia nell'85, slitterà ancora. E' stato lo stesso protagonista a confermare lo slittamento: "Mi hanno detto che andrà in onda a marzo ma non c'è una data stabilita". Lo slittamento è forse dovuto all'inizio del Festival di Sanremo? "Forse è per questo", ha risposto".

Si può anche accettare l'ennesimo rinvio, ma sarebbe opportuno sapere quanto meno una data certa. Fine marzo? Ok. Che giorno? Nel marzo 2010? Bene... Che giorno e a che ora? Nel marzo 2020? Ottimo. Che giorno e che ora? Giusto per sapere. Così uno si mantiene in perfetta forma fisica... Chissà dovesse esser rinviata ancora al marzo del 2085... Uno lo sa, si organizza, evita di avere imprevisti per quella data tipo: Operazione di cataratta, reumatismi, artrite e vari altri acciacchi di vecchiaia...

Se qualcuno ha notizie in merito, diverse o buone, me lo segnali pure tramite commento.

13 febbraio 2008

Ricordando "Angese"

E' morto Angese, Sergio Angeletti per l'anagrafe. Un grande amico. Un grande artista.

di Jacopo Fo
da http://www.angese.it/

Sergio e’ morto. Stroncato da una malattia che non aveva lasciato speranze. Ma potremmo dire che e’ stato abbattuto mentre caricava a cavallo le trincee fortificate dei demoni. Sergio e’ stato un grande combattente per la liberta’.

Uno che ha sempre messo la sua dignita’ di fronte alle convenienze. Uno dei piu’ grandi disegnatori italiani, giornalista e vignettista acuto, originale e geniale, al quale questo sistema di merda ha negato la possibilita’ di lavorare.

Le grandi testate per le quali disegnava lo hanno via via cacciato perche’ non riusciva proprio ad arruolarsi nel manierismo leccaculo dominante. Dentro di me io piango il fratello che mi ha lasciato, ma sento che sia giusto innanzi tutto ricordare che era un combattente della liberta’ di pensiero, armato di un pennello sublime. E credo sia giusto dire che molto nella sua malattia ha pesato l'essere cacciato, esiliato, lasciato per anni senza lavoro. Lui non ha mollato, ha continuato giorno dopo giorno a pubblicare le sue straordinarie storie su www.angese.it.

Giorno dopo giorno, nonostante nessuno lo pagasse per farlo. Incredibile costanza. E' andato cosi’ avanti per anni. Tentando continuamente nuove strade, resistendo nel dialogo con un pubblico di amanti della satira che lo avevano scovato nella rete. Sergio ha collezionato una quantita’ incredibile di porte sbattute in faccia. L'unico lavoro che gli era restato era uno spazio quotidiano sulla Nazione-Resto del Carlino, pagato una cifra vergognosamente bassa. Uno spazio concesso quasi con fastidio, in una situazione nella quale qualunque sua proposta veniva bruciata sul nascere. Sopravviveva in quello spazio perche’ non aveva altro e non voleva smettere di raccontare, comunque, a un grande pubblico.

Un genio al quale e’ stato impedito di lavorare, di produrre le sue infinite idee. Lascia una casa che ha costruita pezzo per pezzo e che e’ un capolavoro di eleganza e fantasia. Lascia una quantita’ enorme di disegni e storie. E molti amici. Per ultimo ci ha regalato anche l'esperienza di vedere un uomo che affronta la morte con chiara coscienza della sua imminenza, continuando a vivere e amare la vita. Sicuramente vivro’ il tempo che avro’ a disposizione con una determinazione piu’ forte, in futuro. La vita e’ veramente preziosa e bellissima e anche nei frangenti piu’ tragici mantiene una sua poesia e eleganza.

# Una video intervista del 2003 a Sergio Angeletti, meglio conosciuto come Angese

Sergio se ne e’ andato con grande eleganza, magro da far paura, con in testa il basco con la stella rossa, la barba quasi bianca, estremamente bello anche se scheletrico. Elegante come quando cavalcava lo stallone bastardo che aveva comprato a prezzo di carne da macello e trasformato in un magnifico alleato. Bastava un piccolo segnale delle redini e lo spostamento indietro del corpo e il cavallo iniziava a camminare a marcia indietro e sembrava danzasse. Se penso a Sergio lo vedo cosi’ anche se abbiamo passato molte piu’ ore a disegnare e discutere insieme piuttosto che a cavallo. Mi fermo qua.

Vorrei aggiungere invece una nota. In quest'Italia di merda ci sono cose che funzionano in modo straordinario. In questi 2 mesi e mezzo di agonia abbiamo avuto contatti con diversi ospedali e cliniche, pubbliche e private. E abbiamo trovato isole di efficienza e di malsanita’ a volte divise solo da una porta. Nell'ultimo mese siamo finalmente approdati a una struttura pubblica assolutamente incredibile in Italia. Si tratta dell'Hospice di Perugia, clinica per le cure palliative, diretta dal professor Manlio Lucentini, con il quale collabora come psicologo il dottor Paolo Pannacci. Si tratta di un luogo confortevole, colorato, con camere grandi per ogni singolo malato con un letto a disposizione di un parente. Sala da pranzo comune con libreria, divani, cucine a disposizione. Infermiere e dottori sono gentilissimi e presenti in modo premuroso e amorevole.

E soprattutto queste persone riescono a compiere il miracolo di farti arrivare alla morte senza dolore aiutandoti anche psicologicamente. Il che in Italia e’ moltissimo, visto che siamo agli ultimi posti nella graduatoria mondiale dl consumo degli antidolorifici per i malati terminali. Queste persone hanno accompagnato Sergio, giorno per giorno sostenendolo in ogni modo. E in questo nella disgrazia e’ stato fortunato. Sergio ha avuto una morte dura, con una lunga estenuante agonia. Ma certamente ha avuto sopra tutto il grande dono della presenza di Ceres, la sua amatissima moglie che si e’ prodigata al di la’ del possibile, standogli vicino giorno e notte in un modo che poche persone riescono a fare. E credo che questo, insieme all'affetto degli amici che sono venuti a trovarlo da tutta Italia, sia stato per Sergio una giusta consolazione, un riconoscimento di quanto il suo amore, la sua amicizia e il suo lavoro siano stati per noi un regalo importante. Ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza l'esistenza dl'Hospice, di uno spazio umano dove Sergio ha potuto concludere con dignita’ la propria vita.

PS
Il corpo del grande Sergio Angese, verra’ bruciato. Le ceneri saranno sepolte nel territorio libero dell'Universita’ di Alcatraz secondo le sue ultime volonta’. Sulla strada che va alla torre, la’ dove sono le pietre dipinte, seppelliremo l'urna con le sue ceneri sotto una grande pietra sulla quale sara’ dipinto Astarte, il suo cavallo. Chi passera’ da quelle parti potra’ parlare ad Angese. Lui ha promesso che ascoltera’. Che tu possa cavalcare in eterno nelle praterie del cielo.

12 febbraio 2008

Federico, spunta un video sugli agenti sotto accusa

di Grazia Maria Mottola
da corriere.it

Morì dopo il controllo di polizia. I fotogrammi sembrano non collimare con le foto del medico legale

MILANO — Nuove ombre sul caso di Federico Aldrovandi, il diciottenne morto a Ferrara il 25 settembre 2005 dopo un intervento della polizia. Un video di dodici minuti, registrato alla Scientifica quando il ragazzo era già cadavere, ma ancora disteso sull'asfalto, sembra aggiungere altro orrore alla vicenda. Immagini girate prima dell'arrivo del medico legale (alle 9.30), acquisite durante il processo in corso a carico di quattro agenti accusati di omicidio colposo, documentano ulteriormente la scena del delitto (dove compaiono una decina di poliziotti): il volto tumefatto del ragazzo, le mani livide e sporche di terra, i pantaloni abbottonati, il suo telefonino su una panchina, a distanza di oltre 20 metri.



Non ci sono manganelli nelle vicinanze, neppure il portafoglio di Federico. Poi niente sangue accanto al volto adagiato sulla strada. Fotogrammi che sembrano cozzare, secondo i legali della famiglia, con le fotografie scattate dal medico legale: qui il ragazzo è ritratto con una macchia di sangue del diametro di 20 centimetri alla sinistra del capo, il suo portafoglio compare nella tasca del giubbotto, i jeans sono slacciati. Quanto ai manganelli, rotti durante la colluttazione tra gli agenti e il ragazzo, si materializzano in questura solo nel pomeriggio. E poi ci sono i dialoghi del video, elemento nuovo dell'indagine, per i quali il pm ha ordinato la trascrizione: frasi mescolate a rumori di fondo, pronunciate da chi forse non immaginava di essere registrato. Subito, all'inizio delle riprese, si sente una gran risata, proveniente da qualcuno, non immortalato dalla telecamera, ma chiaramente vicino al cadavere.

Ma ci sono anche i singhiozzi di un agente che piange: «Sono un genitore anche io» sembra dire. Altre parole, collegate a una telefonata, sembrerebbero riferire di un colloquio con un magistrato. Se fossero verificate, potrebbero spiegare come mai il pm di turno quella mattina non è mai arrivato sul luogo del delitto. «Si è ammazzato da solo». «Qui ci vuole la benzina». Altri dialoghi da verificare, parole apparentemente senza senso, che forse, nel processo, potrebbero trovare una spiegazione. Grande attesa dunque per l'udienza di mercoledì 13 febbraio: saranno in aula alcuni dei protagonisti del video, come Marco Pirani e Paolo Marino, entrambi indagati in un'inchiesta bis per falso e abuso.

Approfondimento: Caso Aldrovandi

11 febbraio 2008

MAURIZIO SCELLI SVELA I MISTERI SULLA MORTE DI ENZO BALDONI

31/01/2008
di Anna Germoni
da http://www.imgpress.it/index.asp

Sono passati oltre tre anni dalla morte di Enzo Baldoni, ucciso il 26 agosto 2004 dai suoi rapitori del sedicente “Esercito islamico dell’ Iraq” e il suo corpo non è stato ancora recuperato. Inghiottito nel nulla. Tra equivoci e ironie feroci della stampa italiana e la confusa situazione politica italiana. Quel giorno erano da poco passate le 23 quando Al Jazeera comunica di aver ricevuto un video, con le immagini, poi definite agghiaccianti da Giuseppe Buccino, ambasciatore italiano in Qatar, a Doha, che per primo vide l’esecuzione di Enzo Baldoni, sequestrato il 20 agosto in Iraq. Dopo due anni di silenzio stampa sull’accaduto, Maurizio Scelli, all’epoca Commissario straordinario della Croce Rossa in Iraq, decide di rilasciare un intervista in esclusiva a IMG Press.

- Facciamo un po' di chiarezza sulle ultime ore di Enzo Baldoni: Maurizio Scelli, ci dica cosa documentava questo video...

“Non ho mai visto il video e credo che quel che venne mostrato all’Ambasciatore italiano in Quatar, sia stata solo una foto peraltro diffusa anche da un sito islamico su internet”.

- Baldoni era iscritto nell’elenco dei volontari della Croce Rossa?

“Baldoni pur avendo svolto corsi da volontario e iscritto come tale tra i volontari del comitato della CRI a Milano, era presente a Baghdad non in tale veste ma, solo come giornalista free lance e inviato della rivista Diario di Deaglio”.

- Grazie alla Croce Rossa e alla Sua mediazione, il corpo di Fabrizio Quattrocchi, venne ritrovato il 21 maggio 2004, nelle vicinanze del vostro ospedale a Baghdad da un intermediario vicino agli Ulema e si poté far ritornare in Italia, la sua salma. Per Baldoni, Lei attivò gli stessi canali? In questo vicenda, cosa non ha funzionato?

“Tenni personalmente, grazie al determinante aiuto del mio amico medico Dott. Nawar Nazar Yousef, anche a rischio e più volte della nostra stessa vita per operare e dare risposte alle richieste pervenuteci,contatti con i massimi esponenti del gran consiglio degli Ulema. In particolare i fratelli Al Kubaisi, per ottenere la consegna dei resti del corpo di Fabrizio Quattrocchi, ucciso nell’aprile del 2004 subito dopo essere stato sequestrato con i suoi colleghi, Maurizio Agliana, Salvatore Stefio e Umberto Cupertino. Proprio questi rapporti di grandissima collaborazione e stima si rivelarono determinanti per la liberazione, non solo di loro tre, ma anche delle due Simone, e per la restituzione dei resti del corpo di Salvatore Santoro, l’altro sequestrato ucciso in Iraq, e di cui purtroppo in pochi si ricordano. Nella vicenda Baldoni attivammo senza fortuna, probabilmente perché venne ucciso subito dopo il sequestro, gli stessi canali che avevano dato i buoni risultati con la restituzione del corpo di Fabrizio Quattrocchi, la liberazione di Agliana, Cupertino e Stefio. Infatti il famoso bliz americano che restituì loro la libertà avvenne pochi attimi prima che colui che aveva l’incarico di consegnarli agli Ulema e quindi a me e al Dott. Nawar della CRI, li facesse salire, come concordato, su un furgone marca Kia e trasportarli sino al luogo convenuto. Tale circostanza è stata successivamente accertata dal Procuratore Franco Ionta, della Procura della Repubblica di Roma”.

- La famiglia Baldoni sostiene che vennero consegnati, da diversi gruppi terroristici, tre frammenti ossei appartenenti al giornalista ucciso. Lei, è a conoscenza di questo fatto?

“La famiglia Baldoni dice il vero, è stato sempre grazie alla disponibilità degli Ulema ed in particolare del Prof. Al Kubaisi, che a me e al Dott. Nawar ci sono stati consegnati frammenti del corpo di Baldoni che portati in Italia e sottoposti all’esame del DNA da parte del RIS del Carabinieri di Roma, hanno dato esito positivo”.

- Si può affermare con certezza, che il giornalista italiano venne rapito dall’esercito islamico legato ad Al Qaeda?

“No comment! Il motivo almeno per quanto ci riguarda per cui non abbiamo potuto recuperare quel che resta del corpo di Baldoni sta in due ragioni. La prima sta in alcuni articoli di stampa italiana finiti su internet nei quali si attribuivano agli Al Kubaisi, responsabilità dirette nei sequestri degli italiani in Iraq. Può quindi immaginare come persone influenti ed autorevoli quali i nostri interlocutori possano essersi sentiti e cosa ancor più grave guardati con sospetto dalla loro comunità religiosa che non tollera tali azioni. Per tale ragione, dopo aver letto su internet di queste gravissime accuse sollevate dai media italiani, ci è stato detto che per evitare rischi per la loro vita e quella dei loro famigliari era opportuno sospendere ogni ulteriore collaborazione, almeno sino a quando le acque non si sarebbero calmate. E la seconda motivazione è che purtroppo ciò è conciso anche con il ritiro della missione italiana in Iraq, che ha comportato conseguentemente anche l’impossibilità di restarvi per la CRI alla quale, sono venuti a mancare i fondi necessari, stanziati dal Ministero degli Esteri durante il governo Berlusconi. Migliaia di persone soprattutto bambini sono restati senza cure e questo è inaccettabile”.

- Recentemente il quotidiano arabo Al Haiat, ha pubblicato la foto di Saad Erebi al Ubaidy, a capo nell'agosto del 2004 dell'Esercito Islamico che attuò e rivendicò, l'assassinio di Baldoni, seduto accanto al comandante delle Forze Usa in Iraq, il generale David Petraeus e il vice premier iracheno Bahram Saleh. Ci sono gli estremi per aprire un’inchiesta?

“Dubito molto che in Iraq, oggi come oggi si possano fare delle inchieste volte ad accertare chi abbia realmente rapito e ucciso Enzo Baldoni e il suo autista Ghareeb, del quale fece molto male a fidarsi e credo che ne sia il principale responsabile al punto da essere stato eliminato in quanto testimone scomodo”.

- Chi, secondo Lei, è in grado di poter riportare il corpo di Baldoni, in Italia?

“Ho promesso alla famiglia Baldoni di riconsegnare loro quel che resta del corpo di Enzo e non vi ho mai rinunziato. Proprio per questo ho continuato a tenere a tutt’oggi in vita i rapporti con il Prof. Al Kubaisi sempre tramite il Dott. Nawar che vive ormai qui a Roma dove svolge la sua attività di anestesista presso il Policlinico Gemelli. Certo che se vi fosse la possibilità di poter riavviare un rapporto di aiuti e collaborazione con gli Ulema sul piano umanitario, ciò sarebbe più facile, anche se il decorso del tempo lo rende sempre più arduo e difficile”.

Un'altra storia rilancia candidatura Rita Borsellino

da "Un'altra storia"

Palermo 11 febbraio 2008 - L’assemblea regionale dei referenti territoriali del progetto Un’altra storia che si è tenuta ieri a Enna, ha rilanciato la candidatura di Rita Borsellino. Secondo l’Assemblea composta da 200 referenti, “Rita Borsellino è la candidata naturale del centrosinistra alle prossime elezioni, legittimata dal milione e cento mila voti delle ultime regionali, ma soprattutto dalle primarie che si sono tenute sull’isola alla vigilia della tornata elettorale.

Il centrosinistra – è questa la linea venuta fuori dall’assemblea - si confronti su questo nome e se ci sono altre candidature si vada alle primarie”.

“Non sono abituata a prendere decisioni dall’alto. Ecco perché ho voluto convocare l’assemblea regionale del progetto”, dice Borsellino che conferma “la vocazione unitaria” della sua candidatura e chiarisce: “Non si può ragionare su ipotesi virtuali. Quando ci saranno altre candidature ufficiali ci metteremo attorno ad un tavolo per capire qual è la strada da seguire per riuscire a mantenere l’unità della coalizione.

Sono convinta che i fermenti sociali e culturali che l’isola sta vivendo impongono al centrosinistra di correre unito ed anzi di allargare lo schieramento anche a quei singoli e a quei segmenti che non si riconoscono più nel centrodestra e che vogliono concorrere al cambiamento di questa nostra terra sull’asse che le stesse forze sociali hanno delineato: legalità e sviluppo”.

Per quanto riguarda le proposte nazionali arrivate in queste ore, Rita Borsellino sottolinea: “La priorità del mio impegno è la Sicilia. E’ qui che si deve e si può agire e lavorare per voltare pagina”.

Svegliarsi Totò Cuffaro - Pubblicata l'anteprima del libro di Polizzi

LA METAMORFOSI SI E' COMPIUTA... preparatevi a sentire sulla pelle cosa si prova nell'essere Totò Cuffaro!

Finalmente on line i primi due capitoli del nuovo libro di Renato Polizzi

Puoi leggere qui: marsalace.it

10 febbraio 2008

Aldo Bianzino morì per cause naturali

di Emanuele Giordana
da http://www.lettera22.it/

9.o2.2008

Aldo Bianzino morì per cause naturali. La perizia medico legale depositata dai dottori Anna Aprile e Luca Lalli sembra non avere grandi dubbi e tutti i dati “depongono per una emorragia sub-aracnoidea dovuta a rottura aneuristica” che produsse “un'insufficienza cardio-respiratoria”. Che uccise Aldo. Inoltre il suo corpo non riporta traumi evidenti il che fa scrivere ai due medici che “la possibilità che Bianzino possa avere subito un insulto traumatico anche modesto in grado di produrre la rottura dell'aneurisma cerebrale deve essere considerata un'ipotesi non supportata da alcun dato biologico”. Un trauma per la verità c'è, al fegato. Che risulta strappato e lacerato. Ma, come attesta la letteratura medica, casi di massaggio cardiaco che hanno portato a questi risultati, pur se rari, ne se trovano.

Aldo Bianzino entrò nel carcere Perugino di Capanne il 12 ottobre dell'anno scorso. Stava bene. Era “calmo e tranquillo”. Poi la mattina del 14 un aneurisma, un piccolo rigonfiamento di un vettore sanguigno, esplode. Viene soccorso alle 8 dopo che una guardia si accorge del suo corpo inanimato sul lettino della cella. I medici del carcere le provano tutte: gli fanno anche un massaggio cardiaco che dura 22 minuti. Inavvertitamente gli fanno a pezzi il fegato. Ma non c'è nulla da fare. Quando arrivano i dottori del 118 c'è solo, alle 8.30, da constatare il decesso. Tutto è chiaro, limpido quasi certo. La perizia ammette alcune zone d'ombra. Si spinge addirittura a scrivere che “può ascriversi a lata ipotesi” l'idea che Aldo “possa essere stato colpito con modalità in grado di mascherare lesività esterne”. Suggerisce che forse, visto che tra l'emorragia e la morte passarono alcune ore, da due a otto, qualcosa si poteva fare pur se resta difficile determinare cosa. Forse.

In buona sostanza Bianzino aveva nel corpo una bomba a tempo che prima o poi sarebbe esplosa: fu colpa del carcere se accadde in quel momento? La perizia non sembra escluderlo ma esclude che vi sia stato un evidente elemento scatenante. A restare alle parole fredde della perizia, e ai commenti a caldo delle guardie penitenziarie di Capanne che hanno accolto con sollievo le conclusioni dei due medici incaricati dalla procura, tutto sembra procedere senza una grinza. Un uomo condannato dal suo destino vascolare entra in carcere così come sarebbe potuto entrare in pasticceria. La bomba a tempo lavora contro di lui. Esplode quando meno se la aspetta. Muore nel suo letto forse senza un lamento chissà se chiamando aiuto (gli altri detenuti dicono che lo fece) durante un lasso di tempo di due-otto ore. Sconvolto decide anche, chissà come, di mettersi completamente nudo.

O furono i medici a spogliarlo forse cercando l'origine del male oscuro in momenti di tensione che, per massaggiargli il cuore, fecero loro lacerare il fegato a un uomo già morto? Il 118 lo trova nudo in corridoio, altra bizzarria descritta dai referti. Alle 8.30 ne constata il decesso e poi però, tre quarti d'ora dopo, un funzionario del carcere va a chiedere a Roberta Radici se suo marito ha inghiottito qualcosa perché è in coma. Una finzione apparentemente senza senso per una morte naturale. Ma tutto ciò è ora compito del magistrato che ha in mano una perizia che non risolve se non il particolare che Bianzino morì di aneurisma. Una sacca di sangue che si rompe per maturità o per un aumento della pressione arteriosa dovuto, dice la letteratura, a svariate cause: dall'attività sessuale a un forte stato di tensione emotiva, di ansia. Dopo tanti “si dice” la perizia medica adesso c'è. Ma troppe domande restano ancora senza risposta.

Due giorni fa Roberta Radici ha incontrato Franca Rame. L'ex senatrice le ha promesso che seguirà il suo caso con attenzione e farà tutto il possibile per aiutarla nella sua ricerca della verità sulla morte del compagno. La Rame aveva già annunciato la sua intenzione di dare vita ad un grande spettacolo teatrale, i cui proventi saranno devoluti interamente ai figli ed alla compagna di Aldo.

Approfondimenti: Caso A. Bianzino