20 marzo 2008

La zona grigia

Libro di Nino Amadore, Professionisti al servizio della mafia.

da http://www.lazisa.it/

Gli imprenditori siciliani hanno integrato il codice etico con indicazioni precise di non collaborazione con le cosche, di obbligo di denuncia per le richieste del racket. Una strada che dovrebbe essere seguita anche dagli Ordini professionali vista la mole di soggetti coinvolti in inchieste di mafia e spesso condannati. Commercialisti, avvocati, ragionieri, architetti, ingegneri, medici e così via coinvolti in inchieste di mafia, condannati e spesso rimasti al loro posto a presiedere i loro ben avviati studi professionali.

Sono pure loro i rappresentanti della società civile cui si è rivolto anche il presidente della Repubblica recentemente, con un appello alla solidarietà antimafia. I rapporti dei liberi professionisti con la mafia, quell’intreccio diabolico che ormai va sotto il nome di “zona grigia”, insomma le collusioni, penalmente rilevanti o meno, sono l’oggetto di indagine del libro La zona grigia, professionisti al servizio della mafia, scritto dal giornalista del Sole 24 Ore Nino Amadore. Il tentativo dell’autore è quello di cogliere i contorni delle collusioni, di capire quali e quanti professionisti sono stati censurati dai rispettivi Ordini professionali per conclamati rapporti con Cosa nostra.

In Sicilia in dieci anni sono stati almeno 400 i professionisti finiti nei guai per aver avuto contatti con la mafia. «Il mio – spiega l’autore – è un tentativo: quello di disegnare i confini di questa zona grigia, di quantificare il fenomeno, di individuare le responsabilità». Responsabilità che, in tema di lotta alla mafia, ci sono e sono evidenti: sono quelle degli Ordini professionali i quali finora, a differenza di quanto fatto dagli imprenditori, si sono interrogati poco sulla necessità di prendere una posizione netta contro il crimine organizzato. «Gli Ordini – continua Amadore – hanno un ruolo importante nella nostra società. Ecco perché io credo che una condanna chiara senza equivoci della mafia, che abbia magari un riscontro nei codici deontologici, potrebbe avere un effetto rivoluzionario. E impedire, per esempio, che un commercialista sospettato di aver riciclato il denaro di una cosa possa dire: mica posso chiedere la fedina penale ai miei clienti». (Agi)

Giornalista, 40 anni, Nino Amadore lavora al Sole 24 Ore dalla fine del 2003. Dalla redazione di Palermo segue i fatti di Sicilia e Calabria e coordina le pagine dedicate a queste due regioni nel supplemento Sud che esce in allegato al Sole 24 Ore il mercoledì. Per il quotidiano economico segue le questioni legate allo sviluppo del Mezzogiorno e alla criminalità economica. Messinese, Amadore è a Palermo dal 1997 e prima di approdare al Sole 24 Ore ha lavorato per il quotidiano Oggi Sicilia, per Centonove e ha collaborato con varie testate. Questo è il suo primo libro.

21 marzo 2008, nel ricordo delle vittime di tutte le mafie

Primo giorno di primavera, data simbolo per ricordare tutte le vittime delle mafie

da libera.it
don Luigi Ciotti

Eravamo più di 100mila, sabato 15 marzo a Bari, ad ascoltare e scandire i nomi delle vittime delle mafie durante la “Giornata della memoria e dell’impegno”. Sono oltre 700, quei nomi, ed è un elenco ancora incompleto, che stiamo cercando lentamente di ricostruire. Abbiamo letto quei nomi vivendo sulla nostra pelle il dolore, la rabbia, ma anche le speranze dei famigliari, presenti a centinaia, che guidavano il lungo corteo.

Quei nomi li leggeremo anche il 21 marzo, primo giorno di primavera, come facciamo da tredici anni. Il 21 marzo che resta, al di là di questo grande appuntamento di Bari, la data simbolo per ricordare tutte le vittime delle mafie. Li leggeremo in tante piazze d’Italia, in tutti i luoghi in cui Libera è presente sul territorio nazionale, con lo spirito che ci ha sempre animato, sottolineando i tre aspetti che fondano una memoria che vuole davvero farsi impegno. Il primo aspetto è la ricerca della verità. La maggioranza dei famigliari non conosce fino in fondo la verità sulla morte dei loro cari. E’ una verità che va cercata e accertata in tutti i suoi aspetti, perché è solo sulla verità trasparente, completa, che è possibile fondare una giustizia. Il secondo aspetto è la prossimità. Il nostro stringerci attorno ai famigliari non è occasionale, limitato al 21 marzo o alla ricorrenza dei singoli lutti.



E’ una presenza costante che cerca di accompagnare, sostenere, coinvolgere, ma che si batte anche perché siano riconosciuti e garantiti ai famigliari i legittimi mezzi materiali per condurre una vita dignitosa. Il terzo aspetto è l’impegno. Impegno nel contrasto alle mafie e alle varie forme di illegalità in tutte le sue articolazioni. Il che significa: percorsi educativi nelle scuole, collaborazione con le università, promozione di una cultura della partecipazione e della responsabilità, diffusione dei diritti per una maggiore giustizia sociale.

Ma vuol dire anche miglioramento della confisca dei beni, strumento decisivo per aggredire i patrimoni illeciti e colpire le basi del potere mafioso, nonché informazione attenta sui fenomeni mafiosi per evidenziare la loro contiguità, a volte connessione, con il potere economico e politico, la loro diffusione nazionale e internazionale. Non ci stanchiamo di ripetere che la ricerca della verità, la prossimità e l’impegno non devono essere solo predicati ma praticati, hanno bisogno di una sempre maggiore partecipazione, continuità, corresponsabilità. Diventare patrimonio comune, spina dorsale di una società che tutela la libertà e la dignità di ogni persona nel segno di quel “noi” che genera speranza e cambiamento.

19 marzo 2008

In centomila in marcia per la Memoria

In centomila in marcia per la Memoria a Bari

da liberainformazione.org
da Bari, 17.03.2008
di Stefano Fantino

In centomila in marcia per la Memoria a Bari la società "responsabile" in corteo per la tredicesima giornata in ricordo delle vittime di mafia. A Bari i brividi corrono lungo la schiena nonostante il calore di un sole abbacinante. In piazza della Libertà suona lo strumento musicale di Giuseppe Di Matteo, rapito e barbaramente ucciso da Cosa Nostra per “punire” il pentimento del padre, strumento regalato dalla madre a Don Ciotti. E la commozione, malcelata dai tanti occhiali da sole, in una giornata che della primavera aveva tutti i connotati, è un sentire comune, un impegno di centomila persone, accorse in Puglia per la tredicesima giornata in ricordo delle vittime di tutte le mafie, in cui nomi vengono scanditi dal palco. Intorno, il silenzio

Punta Perotti è un ampio spazio verde ora, inaugurato per l'occasione da migliaia di persone, di giovani che ne fanno un parco ancora prima della sua apertura ufficiale (fissata per il 2 aprile ndr). Assediano il piccolo palco delle autorità che raduna i convenuti prima di dare il via al corteo, ancora una volta organizzato da Libera e Avviso Pubblico. Solo l'enorme spazio vuoto, ancora spartanamente rinfoltito di verde, ricorda che qui ci erano 300 mila metri cubi di cemento e di speculazione edilizia, invece di scuole, ragazzi, volontari che stanno per mettersi in marcia.

L'obiettivo è raggiungere la centrale piazza della Libertà, percorrendo il lungomare Nazario Sauro, per giungere a sfiorare i limiti di quella propaggine che adagiata sul mare, racchiude dentro di sé la città vecchia. Mentre le scuole giunte qui in Puglia hanno modo di presentarsi sul palco di Punta Perotti, il corteo inizia il suo cammino. In testa i familiari delle vittime, seguiti dai ragazzi europei che, radunati nel barese per il progetto FLARE (Freedom, Legality And Rights in Europe), hanno attivamente partecipato alla giornata della memoria, precedendo nel corteo la società civile che da tutta Italia ha invaso Bari. Centomila persone si vocifera. Se la sede stradale piuttosto ampia nega un colpo d'occhio di sicuro impatto, la lunghezza del corteo non lascia invece dubbi sull'alta partecipazione. Lo si nota risalendo dal fondo per raggiungere la testa, sfilando a mezze maniche, tra gli studenti muniti di striscioni, cartelloni e immagini. Numeri a parte è infatti il clima che si respira ad essere davvero intenso, intriso di volontà di cambiare, nel ricordo doloroso di un passato da non dimenticare ma da utilizzare per fare attivamente la nostra parte.

Quando l'asfalto termina e il lungomare sta per incanalarsi dentro le strade che conducono al centro, il corteo si imbatte nell'arca di pace, posta su uno spiazzo prospicente il mare. Mosaico della legalità: la costruzione in legno è infatti addobbata con le mattonelle recanti ognuna il nome di una delle vittime ricordate dalla lettura dei nomi che durante la marcia scandiscono il passo delle persone arrivate qui a Bari. Persone come il padre di Antonino Agostino, che nella solennità del momento mi vedo passare innanzi. Ieratico nello sguardo, la inconfondibile barba lunga e bianca. In mano la foto del figlio nel giorno delle nozze. Ma è un attimo. Poi in poco tempo siamo in centro, davanti al palco allestito in piazza della Libertà.

VIDEO INTERVENTO CONCLUSIVO DELLA MANIFESTAZIONE QUI:
http://it.youtube.com/watch?v=h0Pe8XFzhNk&eurl

Lo spazio è ancora per le testimonianze delle vittime. Dopo la giornata del quattordici, con diversi intervento a ricordo dei propri familiari, anche oggi dal palco sono i parenti a rifondare la memoria perché, come ha modo di ricordare Luigi Ciotti, questa è la giornata di tutti, ma soprattutto la loro. La politica? Presente ma giustamente messa in secondo piano. E quando interrogata oppure costretta a intervenire, capace di mostrarsi fortemente critica. «Non parlo come Nichi che molti di voi hanno avuto modo di conoscere, parlo come Istituzioni per chiedervi scusa. perdono per spettacoli indegni. Per chi ha messo su relazioni indecenti, per coloro che dopo una condanna hanno festeggiato con dei cannoli». Queste le istituzioni il 15 marzo in Puglia, capaci di coprirsi il capo di cenere e fare ammenda. Le parole di Nichi Vendola vanno incontro ad applausi sentiti, visi quasi increduli di fronte alle accuse forti che il presidente della Regione muove alla politica stessa.

E le lacrime non solo solo quelle del pubblico, ma anche quelle di Don Luigi Ciotti, pubblicamente mostrate dalle telecamere che indugiano sul suo volto commosso e affaticato dalle emozioni. Prima delle parole finali che il sacerdote, presidente di Libera dedica alla società presente: «Se l'Istituzioni devono fare il loro compito, noi non dobbiamo essere da meno. Noi dobbiamo saperci sporcare le mani, non limitarci a denunce di sorta. Per questo voi che siete qui siete non più società civilè, ma società responsabile». Ciotti prosegue poi non ignorando anche altre gravi componenti dell'anomalia italiana come la situazione dell'informazione, disconnessa e asservita, e quella altrettanto delicata dei morti sul lavoro, che recentemente ha toccato anche i territori limitrofi a Bari. Vergogne in accettabili per cui serve ancora di più costituirsi come un NOI responsabile, perchè possiamo dirci, conclude Luigi Ciotti, citando un prete pugliese, Don Tonino Bello: «costruttori di pace, ma anche di giustizia e legalità».

I nomi vengono scanditi con regolarità, venti, venticinque alla volta, da persone diverse. Il silenzio e gli applausi si avvicendano e rincorrono nella piazza della prefettura, ricolma di gente. Società civile si usava dire, società responsabile nell'infuocato ormai si dice nel mezzogiorno primaverile barese.

17 marzo 2008

Vicinanza e solidarietà ad Arciere, vice di Ultimo

Ho letto da poco la notizia che era già nell'aria da tempo... Dunque che fare? Che scrivere? Credo che le migliori parole siano quelle del cocer dei carabinieri

Qualche settimana fa c'erano le parole dello stesso Arciere: "Riprendetevi la vostra medaglia"

Nell'attesa che si faccia rapidamente chiarezza sulla vicenda e sulla storia di Arciere, non resta che ricordare alcuni vecchi e ormai ingialliti articoli di stampa, era solo il 1999:

Smantellata la squadra anti Riina

da IL CORRIERE DELLA SERA
del 30 Ottobre 1999
di Carlo Bonini

Trasferiti in provincia i super detective del comandante “Ultimo”. E uno di loro fa ricorso al TAR

Ad “Arciere“ hanno sfilato frecce e faretra. Hanno spento il sorriso. Hanno sottratto i marciapiedi di Palermo, la puzza di nicotina fredda dei bar di Bagheria, le insonni notti di caccia nel vano di un furgone spia, sul sedile di qualche vecchia fiat uno civetta. Ad “Arciere” hanno infilato la divisa “dell’Arma territoriale”, allungato una bandoliera, consegnato un blocchetto per le multe ad auto in sosta vietata, le chiavi dell’alfa per il giro dei mercatini, la valigetta con il palloncino per la prova etilica del sabato sera nel nulla che si affaccia oltre la malinconica stazione di Pinerolo. Ancora oggi – e per sempre – il nome di battesimo di “Arciere” come quello del suo fraterno ex comandante “Ultimo”, dei suoi compagni “Vichingo”, “Pirata”, “Oscar”, “Omar”, “Nello”, “Ombra”, “gli ultimi degli ultimi”, con la sola missione di ammanettare i “primi tra i primi” dei latitanti di mafia, non possono e non potranno essere scritti. Per Cosa Nostra, dall’alba del 15 gennaio del ’93, quando afferrarono il collo tozzo del Capo dei Capi di Cosa Nostra Totò Riina sono “morti che camminano”.

Ma il destino di “Arciere”, come dei suoi ex compagni di caccia, quello si che vale la pena di raccontarlo. A 37 anni e 2 milioni e mezzo al mese come vuole il suo grado di maresciallo, con una moglie e due bambine piccole, “Arciere” non solo non è più l’orgoglio del Ros, il Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri. Non è più nel Ros. “Trasferito di ufficio” dal Comando Generale, stritolato da una burocrazia militare dalla memoria corta, che ha deciso di fare a meno di tipi come lui. Trasferito come gli altri “invisibili” di questa storia, “Vichingo”, “Pirata”, “Oscar”, “Omar”, “Nello”, “Ombra”. Anche loro, dietro a una scrivania o a qualche ladro di polli. Ora, “Arciere” va chiedendo giustizia di fronte a una sezione del Tar del Lazio. Sperando non in un giudice a Berlino, ma in un’ordinanza che cancelli, annullandolo, il suo castigo dorato. Ha tirato fuori di tasca propria 5 milioni perché qualcuno si convinca a restituirlo all’unica cosa che sa e ha dimostrato di saper fare: la caccia. Quella che in un giorno del febbraio scorso scoprì improvvisamente di non dover più fare.

In quel brutto inverno, il generale Mario Mori aveva lasciato il Ros da qualche settimana, promosso dal Comando generale a direttore della scuola Ufficiali dell’Arma. A “fare il preside di scuola” come dicono con amaro sarcasmo i molti amici che gli sono rimasti. “Arciere” era stato via da casa 4 mesi e mezzo, sbattendosi sui marciapiedi in un’operazione antidroga da 120 ore di straordinario al mese. Di Mori aveva saputo a cose fatte. Come del suo trasferimento. Dal ’93, dopo la cattura di Riina, era al Ros di Torino. Perché lì era la moglie, lì la più grande delle sue due figlie, che la caccia al “capo dei capi” gli aveva reso quasi estranea. In quel brutto febbraio, dunque, “Arciere” aprì la lettera che arrivava dal Comando. Pensò ingenuamente ad auguri di buon lavoro del nuovo comandante del Ros, il generale Sabato Palazzo. Si sbagliava. In poche righe veniva informato che era stata avviata la sua procedura di trasferimento di ufficio, che il suo matrimonio con il Ros era da considerarsi sciolto, e che dunque, se ci teneva, poteva indicare una destinazione gradita.

Perché lo mandavano via? “Arciere2 decise di aspettare. Voleva parlare con il generale Palazzo. Voleva capire. A Maggio, Palazzo arriva in visita a Torino. Negli uffici del Ros, “Arciere” si irrigidisce sull’attenti. Chiede spiegazioni. Al “ragazzo” viene detto che la sua irrequietezza, le sue ripetute richieste di trasferimento degli ultimi anni, hanno convinto il comandante del Ros di Torino, Casale, a stilare una diagnosi di “calo di motivazione” e che dunque il reparto può fare a meno di lui. “Arciere” prova a spiegare. Nel ’98, aveva chiesto si di andare, ma al nucleo di polizia giudiziaria di Torino. “Per fare indagini, capisce signor generale?”. “E la richiesta di trasferimento al Battaglione, allora?”. “Arciere” rintuzza: “E’ vero, signor generale, ma quella richiesta l’ho ritirata poco dopo averla fatta.

Mi era nata la mia seconda bambina. Mia moglie non riusciva ad avere il part-time con il lavoro. Chi stava in casa con le bambine? Poi il problema si è risolto e io sono rimasto al mio posto.” Palazzo allarga le braccia: “Ormai, il suo trasferimento è nelle mani del Comando Generale….”. Riina, i giorni a Palermo, gli eroi del Ros. Tutto evaporava in una nuvola di angoscia, gonfia dell’aplomb della Burocrazia militare. Ma è testardo “Arciere”. E brandendo la legge sulla trasparenza amministrativa chiede al Comando generale di poter prendere visione del contenuto del suo fascicolo personale. Che era successo in quei mesi del ’98? Quando riceve copia delle sue “note caratteristiche” scopre come la burocrazia possa uccidere con un aggettivo. In più o in meno. Nel sua caso, addio ai superlativi. Ma si, l’uomo che ha afferrato il collo di Riina, che si è perso per strada i primi due anni di vita di sua figlia, ha dimostrato negli ultimi tempi “condizionata disponibilità al lavoro”, “minore motivazione”. Peggio, per il Comando non vale più neanche come potenziale “agente sotto copertura”. Una di quelle attitudini che decoravano il suo fascicolo, e che, in quel ’99, sparisce di incanto. E questo nonostante l’Arma, proprio alla fine del ’98 lo avesse selezionato tra i 5 eletti ammessi a un corso della sezione antidroga per addestrarsi in quell’ultima frontiera dell’investigazione. . Quelle parole lo martellano e nella prima decade di Settembre, quando arriva nella stazione di Pinerolo, a chi tra i suoi commilitoni gli dipinge il rassicurante tran tran della stazione risponde: “E’ come se a uno che è sempre andato per mare chiedessero se è contento di stare sulla riva del lago di Avigliana”.

“Parla, racconta”, gli suggerisce qualcuno. Ma “Arciere” non può parlare. Non può dire nemmeno il suo nome. Perché così ha deciso quel 15 Gennaio ’93, perché così impongono l’incolumità delle sue bambine e di sua moglie e una circolare sul riserbo e la disciplina del Comando Generale. E allora è l’avvocato del Foro di Roma Antonino Galletti, il suo legale, che chiede al Tar del Lazio di restituire ad “Arciere”, se non frecce e faretra, almeno la dignità, che dice forse quello che si agita nel cuore del suo assistito: “Faccio l’avvocato amministrativista e mi occupo di norme. Ma se volete sapere la verità, una cosa ho capito di questa storia. Qui le norme c’entrano poco. Il trasferimento di “Arciere”, come quello di altri ragazzi che quella mattina afferrarono Riina e che mi onoro di assistere, è una questione politica. Che ha a che fare con le nuove linee strategiche decise dal Comando Generale dopo la cosiddetta promozione di Mori. Questa è la verità”. Che “Arciere” riposi dunque. Con “Vichingo”, “Pirata”, “Oscar”, “Omar”, “Nello”, “Ombra”. Ora per davvero sono gli “ultimi degli ultimi”.


La squadra

“Arciere” è finito a Pinerolo, “Vichingo” ad Asti.

Roma - “Vichingo”, “Arciere”, “Pirata”, “Oscar”, “Omar”, “Nello”, “Ombra”. Il capitano “ultimo” li aveva scelti e aggregati al suo reparto “catturandi” perché erano “gli ultimi tra gli ultimi”. Perché, come nel 1995 avrebbe raccontato a Maurizio Torrealta nel libro “Ultimo”, “era gente con la quale sarei potuto andare ovunque e morire felice”. Il 15 Gennaio del 1993, a Palermo, il Paese li celebrò come eroi, mentre l’immagine di Totò Riina in manette faceva il giro del mondo. Di quella squadra non è rimasto nessuno.Ecco come li ricordò nelle pagine del suo libro l’uomo che li aveva voluti con sé. Ed ecco dove sono finiti oggi, dopo esser stati trasferiti dal “Ros” in “reparti dell’Arma territoriale”.

ARCIERE” – “Era appena arrivato alla stazione di Milano, un giovane vicebrigadiere. Lo vedevi che lavorava perché era un carabiniere e non perché lo doveva fare. Anche se era giovane lavorava così. Non era considerato dagli altri superiori perché era quel genere di persona che obbligava a lavorare anche loro”. E’ stato trasferito a Pinerolo.

PIRATA” – “Era uno in gamba. Alla fine se ne è andato alla Dia, perché non avevamo molte certezze per il nostro futuro. Ma è sempre uno di noi. Quando lo chiamai con noi faceva i rilievi durante gli incidenti stradali. Vedi con che gente si fa la guerra. Poi è diventato un grande”. Si è congedato dall’Arma tre anni fa.

OMBRA”- “Se lo vedi sembra un bambino. E invece è un grande. Parlai con il comandante e lui mi rispose: “ma è una testa di cazzo”. “Allora me lo prendo io, così siamo due teste di cazzo insieme”, gli dissi. E’ stato trasferito all’”Arma territoriale” di Milano.

VICHINGO” – “Aveva gli occhi chiari e parlava poco. Non era nessuno, come gli altri”. E’ stato trasferito all’Arma territoriale di Asti.

NELLO, OMAR, OSCAR”- “Erano ragazzi giovani che non si erano affermati. Gente pulita. Erano diversi dagli altri, anche se erano stati un po’ ribelli. Erano stati trattati male tante volte”. Sono stati trasferiti in reparti dell’Arma “territoriale”. “Nello” in provincia di Novara, “Omar” a Cagliari, “Oscar” a Varese.

16 marzo 2008

C’erano i Servizi segreti quel giorno in via D’Amelio?

Sull'agenda rossa il servizio tv del tg3 di seguito l'intervista ad Antonio Ingroia sostituto procuratore

del 11.03.2008
di Norma Ferrara
da liberainformazione.org

C’è un vuoto di circa mezz’ora e un video che racconta molto ma non tutto. Le immagini televisive recuperate alcuni anni fa dagli inquirenti, restituiscono gli attimi concitati e caotici del dopo strage in via d’Amelio, quel 19 luglio 1992 in cui persero la vita Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Limuli, Walter Cosina e Claudio Traina.
Un arco di tempo piuttosto confuso in cui operarono i soccorsi, cominciarono a circolare le prime informazioni sulle identità delle vittime e fra sangue, lamiere ricurve e disperazione, venne estratta una borsa di pelle dal sedile posteriore della macchina in cui viaggiava il giudice Paolo Borsellino. Dentro – confermano i familiari - c’era una agenda rossa mai più ritrovata.


Le immagini dei cineoperatori, passate al vaglio degli inquirenti qualche anno fa hanno identificato in Giovanni Arcangioli, allora capitano dei carabinieri, l’uomo ripreso con in mano la borsa di pelle mentre si dirige verso una direzione che l’obiettivo della telecamera non inquadra. Dopo qualche ora la borsa, che fa un giro di mani imprecisato, viene ritrovata nell’auto del giudice con alcune bruciature e priva dell’agenda in cui Paolo Borsellino custodiva pensieri, appuntamenti, dichiarazioni raccolte nei 57 giorni trascorsi dalla strage di Capaci. Qualche giorno fa gli avvocati di Arcangioli, unico indagato allo stato attuale delle indagini per furto aggravato (con l’ulteriore contestazione di aver favorito l’associazione mafiosa Cosa nostra) hanno chiesto alla procura di Caltanissetta di identificare gli altri uomini presenti sul luogo della strage nelle ore successive. Il riferimento alla presenza di persone legate ai servizi segreti è esplicito e sembrano aprirsi canali nuovi per indagare sui collegamenti esterni a Cosa nostra. Ne abbiamo parlato con il sostituto procuratore di Palermo, Antonio Ingroia, amico e collega di Paolo Borsellino:

Qualche giorno fa gli avvocati di Giovanni Arcangioli hanno chiesto che venga fatta chiarezza sulle altre possibili presenze in via d’Amelio dopo l’esplosione. E’ un’ esplicita richiesta di indagare sul ruolo dei servizi segreti nell’attentato a Paolo Borsellino e alla sua scorta, che ne pensa?

Non posso dire molto, sarà la Procura di Caltanissetta a fare i dovuti accertamenti e stabilire eventuali presenze riconducibili a servizi segreti, cosiddetti deviati che sin dall’inizio, in verità, hanno sempre ruotato intorno alla vicenda. I difensori di Arcangioli hanno chiesto di identificare anche le altre persone presenti e io auspico che sia l’occasione buona per chiarire i misteri che avvolgono questa strage molto più di altre. Ci sono numerosi buchi neri, vuoti anche sulle ore, sui minuti che precedono e seguono la strage di via d’Amelio.

Giuseppe Ayala, a cui Arcangioli sostiene di aver dato la borsa che ha in mano nelle immagini televisive, ha dichiarato qualche sera fa in un’intervista al Tg3 di non ricordare esattamente come andarono i fatti quel giorno poiché emozioni troppo intense si sovrapposero al caos di quegli attimi. Lei che ricorda?

Arrivai sul luogo della strage dopo due ore poiché mi trovavo fuori Palermo. C’era caos, emozioni indescrivibili e anch’io non ricordo quasi nulla eccetto un particolare, che porto limpido nella memoria. Si tratta di un ufficiale dei carabinieri che mi bloccò, mi impedì, di andare a vedere il corpo di Paolo. Gli sono ancora oggi profondamente grato per averlo fatto.

L’agenda rossa di Borsellino è uno dei tanti oggetti spariti dopo stragi o delitti che in Italia sono rimasti irrisolti. Un copione che si ripete?

E’ certo che l’agenda rossa di Borsellino quel giorno fosse con lui, nella sua borsa. Secondo un vecchio schema reiterato sempre o quasi sempre dopo omicidi eccellenti scompaiono documenti, basti pensare alla vicende che ruotano intorno alla cassaforte del Prefetto Dalla Chiesa, agli appunti che sono stati in parte cancellati dai diari di Giovanni Falcone, alle videocassette scomparse del giornalista sociologo Mauro Rostagno; solo per citarne alcuni.

Uno schema che spesso termina con l’archiviazione, soprattutto in relazione ai mandanti esterni di queste stragi o ai possibili collegamenti con apparati deviati delle istituzioni. Perché?

Perché c’è una parte dell’Italia che vuole la verità ma ce n’è anche un’altra che la verità su questi fatti non la vuole. Ci sono persone che sono coinvolte e altre non direttamente coinvolte ma che avrebbero comunque difficoltà ad affrontarla. E dunque preferiscono non averla. Omissioni, pigrizie e mezze verità taciute sono la dimostrazione di una scarsa volontà a fare i conti con questo passato. Basti pensare alla richiesta inascoltata di una Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi del ’92 - ’93. Non c’è risposta nei fatti, manca una volontà politica, collettiva intendo, che non riguarda solo la politica ma l’intera classe dirigente.

Sempre nei giorni scorsi sono emersi nuovi particolari dal processo per la scomparsa del giornalista dell’Ora Mauro De Mauro. Cosa può dirci in merito?

Anche questa è una vicenda tormentata approdata ad un processo dopo 36 anni. Adesso il processo concentra l’attenzione di tutti ed è naturale che emergano nuovi elementi: addirittura testimoni che non sono mai stati ascoltati, documenti non analizzati con attenzione. Infine una testimonianza inquietante: un pm che riferì di aver appreso da Boris Giuliano di una richiesta, una sorta di indirizzo, arrivato dai servizi segreti nei confronti dei vertici della polizia palermitana nei primi anni ad “addormentare le indagini”, a rallentarle in maniera un po’, come dire…. burocratica. Si capisce come con questi presupposti, gli anni trascorsi che non aiutano i testimoni a ricordare ecc… tutto diventa più difficile. Ma noi non demordiamo, se riuscissimo a riportare a galla almeno mezze delle verità nascoste sarebbe già meglio che il niente attuale.

Trent’anni fa, come testimoniano i fatti raccontati da Ingroia, i servizi segreti deviati davano indicazioni mirate ad impedire l’accertamento dei fatti. Negli anni, laddove sono intervenuti, hanno saputo fare anche di peggio. In nessun processo di mafia è stato ancora accertato in Italia il coinvolgimento di persone o apparati dei servizi segreti. E in ognuno di questi l’archiviazione è stata l’unica risposta possibile.