5 aprile 2008

Il Vaffa di Sonia "Sicilia, svegliati"

VERSO IL VOTO, UNA CAMPAGNA CONDOTTA VIA INTERNET. La sfida della grillina a Lombardo e Finocchiaro: «Il V-people è con noi, ma io dico attenti ai brogli»

di FEDERICO GEREMICCA
da lastampa.it

Rita Borsellino ci ha provato fino all’ultimo a impedire che l’esperimento avesse luogo proprio lì, consapevole che si sarebbe trasformato in un’altra rogna nella già disperata guerra siciliana: ha scritto a Beppe Grillo e gli ha chiesto di lasciar perdere. Naturalmente, sapeva che era difficile e che la cosa era ormai molto avanti: infatti era stato proprio a lei, all’inizio, che avevano chiesto di benedire il battesimo elettorale dei «grillini» che scendono in politica. «Amici di Beppe Grillo con Rita Borsellino presidente»: la lista avrebbe dovuto chiamarsi così, con l’obiettivo dichiarato di incanalare la rabbia e la delusione dell’antipolitica contro Raffaele Lombardo e Anna Finocchiaro, lanciati nella corsa alla presidenza della Regione Siciliana. Ma Rita Borsellino ha detto no, ha scelto di unirsi al Pd nella resistenza alla marcia del centrodestra e ora, seduta al tavolino di un bar, ecco chi ha preso il suo posto alla guida dei «grillini» di Sicilia.

Si chiama Sonia Alfano, ha 36 anni, tre figli, una bell’aria tosta e la mafia le uccise il padre - Beppe, un giornalista - due giorni dopo la Befana del 1993. Racconta di Grillo e della lista, e sembra di star ad ascoltare un tecnico informatico: rete, post, meetUp, blog, e-mail... E in effetti è ancora attraverso la rete - dopo l’epopea disordinata del Grillo Uno, cioè il Vday e l’attacco alla «casta» - che il Grillo Due prova a dar ordine ai suoi seguaci. «L’idea della lista è nata dalla rete, quando a Palermo si riunirono i responsabili dei meetUp provinciali. La domenica dopo mi chiamarono e mi chiesero se volevo candidarmi alla presidenza della Regione alla guida dei "grillini". Loro erano già in contatto con Beppe, come del resto anch’io: ci siamo tutti più o meno conosciuti in rete, e poi di persona, nelle battaglie del movimento "E adesso ammazzateci tutti", in difesa di De Magistris e contro Mastella». Il cellulare suona a ripetizione, Sonia non risponde. «Telefonai a Beppe. Lui mi disse "state attenti, siate prudenti, queste elezioni sono un gioco al massacro"... Di lì in poi, però, passo passo assieme. Il nome della lista, gli slogan, il tipo di campagna...».

Beppe Grillo ha esaminato i certificati penali di tutti i «grillini» candidati. E via via s’è tanto appassionato all’avventura siciliana da trasformarla in una sorta di laboratorio delle possibilità di mutare l’antipolitica in «altra politica»: cioè, eleggere «grillini» nelle istituzioni. In istituzioni importanti. Anche per questo l’ultimo fine settimana l’ha passato qui, sull’isola, in un duro tour tra Caltanissetta e Catania, Palermo e Messina, non diversamente da un qualunque altro leader in campagna elettorale. Le sue uscite, però, non sono né comizi né spettacoli: sono randellate, sberleffi a Psiconano e Topo Gigio, invettive contro una certa idea di modernità e gavettoni e sputi a giornalisti e cameramen assiepati sotto il palco. Il prossimo Vday, il 25 aprile, sarà contro l’informazione. E Grillo, urlando dal palco, lo prepara così, indicando ai «grillini» il prossimo nemico: «Giornalisti merde. Se stiamo sprofondando è colpa dei politici ma anche vostra. Ho esagerato chiamandoli merde? Va bene, diciamo merdine...».

Naturalmente, quando uno poi scende in politica - anche se in nome di un’«altra politica» - rischia dei mezzi scivoloni, identici a quelli dei politici «veri». Per esempio: l’indicazione di Grillo ai suoi amici per le elezioni del nuovo Parlamento è di non andare a votare («Dieci anni fa avrei avuto vergogna a dirlo: oggi ne vado fiero»), ma in Sicilia sì. O meglio sì per Sonia Alfano alla Regione, ma no per chiunque altro a Camera e Senato. E se gli si chiede se non sia un modo di aiutare Berlusconi lui risponde: «E chi se ne frega?! Non ve ne accorgete che sono morti tutti e due, sia Veltroni che Berlusconi? E se anche vince lo Psiconano, scommettiamo che in due anni cade anche lui?». E’ convinto che siano allo stremo, che ancora un po’ e vien tutto giù: «Sono vecchi, non ce la fanno. Hanno paura: hanno preso il mio Vday e lo stanno applicando alla lettera: non vogliono più l’auto blu, si riducono gli stipendi, rinunciano ai loro privilegi... Fanno ridere, sono morti e non se ne sono accorti».

Anche in Sicilia sono morti? Sonia Alfano dice di sì, ma non deve esserne granché convinta, se ha chiesto l’arrivo di osservatori internazionali che vigilino sulla regolarità delle elezioni. «Nei quartieri più poveri è già cominciata da un pezzo la compravendita dei voti - dice -. Le città sono tappezzate di manifesti abusivi e la settimana scorsa un sondaggio ha rivelato che solo il 20% dei siciliani sa dell’esistenza della nostra lista. Noi sappiamo che non vinceremo le elezioni, ma vorremmo - almeno - perdere senza imbrogli». Comunque sia: due settimane e vedremo quanti sono gli amici di Grillo in Sicilia (i sondaggi oscillano intorno al 2 per cento) e che futuro attende l’antipolitica che cerca di farsi «altra politica». Con Beppe e i suoi amici si può essere in disaccordo su tante cose, ma sul rischio brogli no. Due presidenti di seggio sono in carcere da 4 giorni per aver falsato le elezioni comunali dell’anno scorso: avevano votato e infilato nelle urne centinaia di schede per fare eleggere parenti e amici. Insomma, altro che morti...

4 aprile 2008

“C’era un complotto contro la Forleo”

di Antonio Massari
(Giornalista)
da La Stampa dell’1 aprile 2008

Indagati a Potenza due P.M. e un tenente dei carabinieri. «L’accordo segreto: la denunciamo, così le diamo una lezione». Volevano «dare una lezione» a Clementina Forleo.

E con questo «solo fine», due P.M. e un tenente dei carabinieri, «concordavano» di denunciarla pianificando il testo, i tempi e le modalità della denuncia.

Su questa ipotesi di reato sta investigando il pm di Potenza, Cristina Correale, che ha iscritto nel registro degli indagati due pm, Alberto Santacatterina e Antonio Negro, e il tenente dei carabinieri Pasquale Ferrari.

La vicenda risale all’agosto 2007 e s’incardina nelle indagini sulle minacce ricevute, dai genitori del gip di Milano, Clementina Forleo, poco prima della loro morte, avvenuta il 25 agosto 2005 per incidente stradale.

La Forleo denunciò le minacce e furono avviate indagini che, però, avrebbero subito ritardi e omissioni.

Omissioni – relative alla mancata acquisizione di alcuni tabulati telefonici – che la Forleo aveva denunciato alla Procura della Repubblica di Brindisi.

E non solo.

Il gip di Milano, questa estate, ribadì le accuse dinanzi al Csm.

Di lì a poco fu querelata dall’ufficiale dei carabinieri.

Sosteneva che la Forleo, al telefono, gli aveva detto: «Dovrebbe vergognarsi di indossare la divisa».

Ed è proprio su questa denuncia, che il pm di Potenza, Cristina Correale, punta il dito: i due pm e l’ufficiale dei carabinieri – scrive il pm – «al solo fine di “dare una lezione” alla dottoressa Forleo», «concordavano tra loro il testo di una denuncia», «esponendo una versione dei fatti diversa da quanto sarebbe accaduto nella conversazione telefonica».

Secondo l’accusa, i due pm, «inducevano il tenente Ferrari a sporgere la querela» e «stabilivano che la denuncia avrebbe dovuto essere presentata nel periodo feriale», ovvero nel periodo in cui era di turno il pm Negro, «per far sì che il predetto (Negro, ndr) venisse designato titolare del procedimento».

Ma le accuse vanno anche oltre.

E confermano quanto aveva affermato la Forleo in merito all’acquisizione dei tabulati: «Santacatterina e Ferrari – scrive la pm Cristina Correale – indebitamente omettevano di curare l’effettiva acquisizione dei tabulati telefonici».

Infine, nella richiesta di archiviazione, il pm Santacatterina, «attestava falsamente» sia di «aver acquisito ed esaminato» alcuni tabulati telefonici, sia che «non sarebbero emerse telefonate utili alle indagini».

In merito alla vicenda, la gip di Milano, disse in tv, durante la trasmissione Annozero: «Sono stata vittima di tentativi di delegittimazione e discredito da parte di soggetti istituzionali, che non appartengono al mio ufficio, e anche da appartenenti alle forze dell’ordine».

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I delitti contestati dalla Procura della Repubblica di Potenza agli indagati, ai quali è stato notificato un invito a comparire che vale anche come informazione di garanzia, sono:

- nei confronti dei magistrati Alberto Sattacaterina e Antonio Negro e dell’ufficiale dei carabinieri Pasquale Ferrari, quello di abuso d’ufficio in concorso fra loro, in danno di Clementina Forleo;

- nei confronti del magistrato Alberto Sattacaterina e del tenente Pasquale Ferrari, quello di omissione di atti d’ufficio;

- nei confronti del magistrato Alberto Sattacaterina, quello di Falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici.

2 aprile 2008

DOPO CATANZARO ANCHE SALERNO SI OCCUPA DELLE TOGHE LUCANE: QUEL COMPLOTTO CONTRO DE MAGISTRIS

Svolta sul «caso Catanzaro»

del 29 marzo 2008
Da "Il Resto", 29 Marzo 2008
Di Filippo de Lubac

La procura di Salerno ha iscritto nel registro degli indagati gli accusatori del pm napoletano con accuse gravissime. «Abuso d’ufficio» per il sostituto pg Dolcino Favi e per l’ispettore di Mastella, Mantelli. Calunnia e «corruzione in atti giudiziari» per il procuratore Lombardi, l’aggiunto Murone, il giudice Adalgisa Rinardo, il senatore di Fi Pittelli, l’ex della Compagnia delle opere Saladino e l’ex presidente della Calabria Chiaravalloti. C’è un abuso d’ufficio, dietro la scelta di togliere al pm Luigi de Magistris l’inchiesta su Romano Prodi e Clemente Mastella. E’ quel che pensano i pm della procura di Salerno, che da un anno indagano su quel che accade ai dirimpettai di Catanzaro e in particolare al sostituto procuratore Luigi De Magistris.

Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani hanno iscritto nel registro degli indagati il sostituto procuratore generale di Catanzaro Dolcino Favi, accusandolo di «abuso d’ufficio» per aver sottratto a De Magistris l’inchiesta su una truffa ai danni dell’Unione europea che aveva coinvolto anche i due pezzi da novanta del governo. L’elemento è saltato fuori lo scorso 9 gennaio, quando i due pm salernitani sono stati convocati dalla prima commissione del Consiglio superiore della magistratura che, parallelamente alla sezione disciplinare, ha messo sotto accusa De Magistris per «fatti non colposi». La loro deposizione è stata messa agli atti del processo disciplinare che si è concluso col trasferimento ad altra sede ed altro incarico del Dr. De Magistris. Nelle 63 pagine di deposizione davanti alla prima commissione, Nuzzi e Verasani hanno tratteggiato un quadro inquietante. Nell’ultimo anno a Salerno sono stati aperti 70 procedimenti, tutti centrati sul caso Catanzaro. E almeno quattro di questi disegnano un brutto ritratto di quel che negli ultimi tempi è avvenuto nella piccola procura, nota per i veleni che la attraversano e le coraggiose indagini che, ogni tanto, finiscono sulle scrivanie.

Oltre all’ipotesi di reato contro il solo Dolcino Favi, i pm di Salerno pensano che le denunce nei confronti di De Magistris, seguite alla bufera Why not, possano essere il piano su cui poggiare una accusa di «calunnia» nei confronti del procuratore Mariano Lombardi, l’avvocato e senatore azzurro Giancarlo Pittelli, l’imprenditore ed ex capo della Compagnia delle opere calabrese Antonio Saladino (fulcro dell’indagine Why not) e dello stesso Dolcino Favi. Pittelli, l’ex presidente della regione Calabria Giuseppe Chiaravalloti (indagato nell’inchiesta Poseidone, curata sempre da De Magistris ma poi riassegnata da Lombardi al Dr. Salvatore Murone), Saladino, Lombardi, il procuratore aggiunto di Catanzaro Salvatore Murone e la presidente del tribunale del riesame Adalgisa Rinardo sono, poi, tutti indagati per «corruzione in atti giudiziari»; un’accusa che potrebbe scoperchiare i rapporti che da tempo incollano l’uno all’altro alcuni magistrati e politici locali, facendo in modo, per dirne una, che la dottoressa Rinardo, autrice di tre sentenze di annullamento nei confronti di De Magistris, abbia ottimi rapporti con Pittelli e più di un parente impiegato nelle aziende di Saladino. Chiaravalloti, poi, è accusato di «minaccia aggravata» nei confronti di de Magistris, con molta probabilità per le intercettazioni in cui già nel novembre 2005 sussurrava alla segretaria: «Lo dobbiamo ammazzare (De Magistris, ndr) gli facciamo le cause civili per il risarcimento danni e ne affidiamo la gestione alla camorra».

C’è poi un’inchiesta sulle intercettazioni avviate dalla procura di Matera nei confronti di alcuni giornalisti e di un capitano dei carabinieri di Policoro (poi trasferito) che ipotizza una «indebita strumentalizzazione di atti di indagine», rilevando che quella inchiesta si è sovrapposta all’indagine calabrese diventando, nei fatti, un’inchiesta sull’inchiesta (come hanno provato le intercettazioni ampiamente pubblicate dal quotidiano Libero). Infine, e questo per Mastella rischia di essere un brutto colpo, il vice capo degli ispettori di via Arenula Gianfranco Mantelli è accusato di «abuso d’ufficio» in relazione all’ispezione contro il pm avviata in seguito all’inchiesta Toghe lucane. Le 63 pagine di deposizione dei due magistrati salernitani rischiano di diventare il primo colpo a favore del pm de Magistris. Nonostante i venti procedimenti penali aperti a suo carico, i magistrati hanno raccontato al Csm che non sono emersi elementi «penalmente rilevanti» e che non ci sarebbero neppure prove delle rivelazioni di notizie per cui il magistrato è finito alla disciplinare.

Al contrario, Nuzzi e Verasani pensano che dietro alle denunce, alle interrogazioni parlamentari e alle fughe di notizie che hanno messo nei guai il pm ci sia un unico, lunghissimo, filo rosso. Anche per questo hanno ordinato una perizia telefonica sui contatti tra i vertici della procura di Catanzaro e il senatore Pittelli: l’elaborazione curata dal perito Gioacchino Genchi a nome di De Magistris aveva ipotizzato che dietro alle fughe di notizie che bruciarono una parte dell’inchiesta Poseidone (poi avocata dal procuratore Lombardi) ci fosse il legame tra lo stesso Lombardi e il senatore, visto che il figliastro di Lombardi è socio dello studio legale Pittelli. Acquisire i tabulati, però, spettava alla procura di Salerno: i risultati sono attesi a giorni.

Approfondimenti:

http://lucania.ilcannocchiale.it/post/1847558.html

http://www.ilquotidianodellabasilicata.it/

http://www.criminologia.it/cronaca/De_Magistris_procura_indaga_su_procura.htm

31 marzo 2008

Aggiornamento su Arciere

da censurati.it

Abbiamo creato una Petizione perchè stare vicini a un combattente a vittoria finita è da codardi.
Un esercito di straccioni e di sognatori, non si piega con queste intimidazioni di palazzo.

Firma la petizione anche tu qui

Estratto dell'ordinanza

"…per Ravera ci si trova di fronte a un'unica spericolata manovra compiuta una volta saggiato il terreno dal quale poteva scaturire un'operazione che AVREBBE POTUTO FRUTTARE UN RICONOSCIMENTO RILEVANTE IN TERMINI DI IMMAGINE E DI CARRIERA".

30 marzo 2008

Manfredi Borsellino: "Vedo la Sicilia fortemente cambiata negli anni"

Palagonia e le arance libere

In una iniziativa di solidarietà senza precedenti, centinaia di volontari vanno a Palagonia, in provincia di Catania, a raccogliere le arance di un agricoltore minacciato dagli usurai

da liberainformazione.org
di Renato Camarda

"Queste sono arance speciali! Arance con vitamina L!" L come legalità. La battuta di Alberto Sozzi, direttore della Confesercenti di Catania, fa il giro dell’autobus, porta il sorriso sul volto dei ventenni e dei sessantenni. Perché domenica 16 marzo 2008, è una giornata speciale, si fa qualcosa mai tentato prima a Catania, si vanno a raccogliere le arance di un agricoltore che ha chiesto aiuto per liberarsi degli usurai che lo vogliono soffocare. Il cronista osserva.

La mente gli va ai primi anni '60, quando in tanti si partiva per raccogliere arance in un kibbutz israeliano, o agli anni '70, quando si partiva per Cuba per la raccolta della canna da zucchero. O agli anni '80, quando a migliaia si andava alla raccolta del caffè nel Nicaragua sandinista. Niente sdolcinature, per favore, eppure la parola magica è sempre quella, solidarietà. Solo che qui siamo in Sicilia, e la lotta di liberazione è contro la mafia.

Si scende dall’autobus, e subito si viene investiti da un odore acre: sono le migliaia di arance cadute per terra. Ci sono due tipi di arance ai lati di un sentiero: le moro e i tarocchi. Quelle per terra sono moro, avrebbero dovuto essere raccolte a febbraio. Ma i tarocchi sono ancora sull' albero, e per questo siamo qua. Siamo più di trecento, venuti da Catania, ma anche da Messina e da Siracusa, da Ragusa. Ci sono i ragazzi di Addio Pizzo Catania, i volontari di Libera, di Mani Tese, del COPE, ci sono scout, studenti, madri con bambini. E naturalmente c'è l’ASAEE, l'associazione antiestorsione e antiusura etnea della Confesercenti di Catania, che ha organizzato tutto, che ha seguito il caso di Melo Pappalardo e della sua famiglia sin dall' inizio. Siamo nelle campagne di Palagonia, e ad attenderci troviamo anche i carabinieri e i vigili urbani. Forniscono protezione, questa non è una scampagnata. Pappalardo non sa da che parte girarsi, ringrazia tutti, parla con tutti, stringe la mano a tutti. Non sorride molto, ma è contento. Il piano è quello di riempire sacchetti e venderli a un euro al chilo davanti al tribunale di Catania, davanti all’università, nelle scuole. E mentre i volontari si disperdono nel verde degli alberi, riusciamo a fargli qualche domanda. Riusciamo è la parola giusta, perché tra qualche minuto arriva la Rai Regione, la 7, il Corriere della Sera, La Sicilia.

"L’azienda è di sette ettari, l' abbiamo comprata da 5 anni, in paese abbiamo anche un'officina di gommista. I problemi sono iniziati quando qualcuno ci ha ordinato una partita di gomme e poi non ce le ha pagate. Mi sono dovuto rivolgere agli usurai, ma più pagavo, più soldi volevano. Alla fine, volevano pure la proprietà e l'officina. Ce la siamo vista brutta, nella nostra famiglia non c' era più pace, eravamo tutti contro tutti fra di noi!"

Ma chi erano gli usurai?

"Un clan di Palagonia: Di Bernardo, Marletta, Scaccianoce e Oliva. Nel 2005 mi sono deciso e li ho denunciati. I carabinieri li hanno arrestati nel febbraio del 2007 ma dopo neanche 20 giorni il tribunale del riesame li ha scarcerati. Quello è stato il momento più brutto. Il paese mi ha girato le spalle, non vengono più in officina neanche a cambiarsi le gomme. Ci sono finiti i soldi, ci hanno tagliato la luce. E il commerciante che ci comprava le arance non vuole più niente da noi".

Un brutto momento.

"Eravamo a terra, ma la signora Guerini, dell' ASAEE, ci ha dato coraggio. Grazie a loro abbiamo evitato il fallimento e stiamo combattendo per ricevere il fondo per le vittime dell’usura. Oggi questa iniziativa di solidarietà ci darà una boccata d’ossigeno E io dico a tutti quelli che soffrono per il racket, per l’usura, per l’estorsione: denunciate, denunciate, denunciate".

Tempo scaduto, arrivano le telecamere. E con loro arriva anche il sindaco di Palagonia, Fausto Fagone, candidato UDC alla Regione, vicino a Totò Cuffaro. Molti volontari si innervosiscono. Anche perché Fagone è figlio di un ex sindaco di Palagonia, Salvatore Fausto Maria Fagone, indagato e arrestato nel 2005 per associazione mafiosa mentre era consigliere provinciale di Catania in quota Forza Italia.. La signora Guerini, battagliera come sempre, lo accoglie amabilmente, e gli chiede di poter aprire una sede dell’ASAEE nei locali del Comune, come avvenuto in altre municipalità. Certo, si potrà fare, risponde il sindaco, e acquista € 50,00 di arance. Ma il resto delle trattative viene rimandato a dopo le elezioni, non sia mai a qualcuno venisse in mente di farsi un po' di pubblicità elettorale.

Il giorno dopo siamo con Gabriella Guerini nel suo ufficio a Catania. E' molto soddisfatta la signora. L' iniziativa è stata un successo, il prefetto si è complimentato, tutte le arance raccolte sono state vendute e bisogna raccoglierne altre, l' idea delle arance contro la mafia si è sparsa in un baleno. Varie scuole di Catania, il Cutelli, lo Spedalieri, il Boggio Lera, il De Felice, il liceo Archimede di Acireale hanno comprato le arance, perfino una scuola elementare, la Pizzigoni, ne ha comprato per 600 euro. E' la prima volta, ed è incredibile.

"L’idea delle arance, ci dice la signora, è nata nelle scuole. I ragazzi che vogliamo coinvolgere sono disponibili a fare, non vogliono né parole né manifestazioni. Vogliono cose concrete".

E ora?

"Abbiamo cominciato per Pappalardo la pratica per l' accesso alla legge antiracket, che prevede la sospensione dei termini, gli abbiamo evitato fallimento e pignoramento. Quello che è mancato per adesso, è un pagamento anticipato per il danno, che la legge prevede. A volte abbiamo un problema con una parte della magistratura. Ci sono ritardi inutili, qui è in gioco la vita delle persone".

Qual è la vostra priorità principale, nel vostro lavoro?

"Noi vogliamo dare fiducia alla gente perché faccia le denunce, ma l’ostacolo più grosso qui a Catania è questa coltre d’indifferenza, la convinzione che nulla può cambiare, che tanto sono tutti mafiosi. Ma non è così. Io sono un imprenditore, mi hanno bruciato l’attività nel '91. Ho cominciato subito a fare antiracket nelle associazioni che stavano nascendo.

Da quanto tempo esiste l’ASAEE?

Da poco più di due anni, ci siamo staccati da altre associazioni per fare un altro tipo di lavoro. Non ci bastano più l’appoggio e la denuncia. La nostra attività principale è la prevenzione, lavoriamo con le persone indebitate, prima che cadano nelle mani degli usurai. E per fare questo abbiamo creato uno staff di specialisti. Commercialisti, avvocati, psicologi che lavorano anche con noi, perché ascoltare tanti problemi crea difficoltà anche in noi a volte. Usiamo i fondi di prevenzione, ma non aiutiamo una persona se questi fondi servono solo per fare un debito in più. Invece, la persona deve seguire insieme a noi un percorso per uscire da quella situazione.

Avete in mente altre iniziative?

Io penso che per la prossima iniziativa andiamo direttamente a Palagonia. Dopo le elezioni vogliamo dare a Pappalardo un aiuto concreto. Chiederemo al Comune di dare l’esempio, di porre fine al boicottaggio contro l’officina di Pappalardo. Perché non fare riparare a lui le automobili del Municipio?

Candidature oneste e pulite, ora

I cittadini siciliani chiedono a gran voce ai partiti candidature oneste e credibili e la politica, se vuole fare il vero salto di qualità, deve avere il coraggio di compiere questa scelta anche a costo di rinunciare ad alcuni bacini di consenso

da addiopizzo

Il Comitato Addiopizzo, che opera giornalmente sul territorio unendo consumatori e commercianti, invitando questi a denunciare il racket del pizzo con convinzione, trova difficoltà a coinvolgere gli operatori economici se, dalle istituzioni politico-rappresentative, non giungono modelli di comportamento esemplari e fatti concreti.

Alla vigilia di un fondamentale momento della vita democratica del nostro paese, in cui saremo chiamati a eleggere i nostri rappresentanti, il Comitato Addiopizzo ribadisce alla classe politica tutta il proprio accorato appello a una chiara e netta assunzione di responsabilità. La lotta al racket e al sistema mafioso prescinde da ogni logica di appartenenza partitica, e anche stavolta rimarremo fuori dall'agone politico. Ma saremo vigili sulla politica e sulle scelta delle candidature. La mobilitazione dal basso è certamente fondamentale ma insufficiente se accanto non ha una diretta presa di responsabilità dei pubblici poteri.

In Sicilia, dove il sistema di potere mafioso viene diffuso anche attraverso le clientele, la trasparenza nelle candidature deve essere la pregiudiziale di tutti i partiti, che all'unisono hanno applaudito a iniziative come quelle di Confindustria, senza poi seguirne l’esempio. Riteniamo che non debba essere necessaria una sentenza di condanna o di assoluzione perché un partito decida se candidare o meno certi soggetti chiaramente discutibili.

Le persone che si candidano a rappresentarci e che decidono quindi di curare il bene comune devono essere “dotate di vera capacità professionale e amministrativa, di specchiata rettitudine morale e buona fama sociale – come ci ricordava alcuni giorni fa l’arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo –, fornite di vera e sincera volontà di svolgere un autentico servizio ai cittadini, visti non come clienti da favorire per interesse o arbitrio, ma come titolari di uno specifico diritto”. E sono già passati 17 anni da quando Libero Grassi parlava di "qualità del consenso e della sua formazione". Diceva: "A una cattiva raccolta di voti corrispondono una cattiva democrazia e delle cattive leggi" e proprio in un sistema come questo il potere mafioso attecchisce e mette radici.

La responsabilità non è unicamente della classe dirigente e dei politici ma di tutta la società di cui anch’essi fanno parte. Un intero popolo che non si interessa di chi manda a gestire la cosa pubblica, nell’interesse di tutti, è un popolo che, per bisogno, rinuncia alla sua dignità. Se questo principio non sarà impresso nella testa e nel cuore di tutti i siciliani non ci liberemo mai dal sistema clientelare-mafioso che attanaglia la nostra terra. Ancor più in un momento in cui sembra di essere a un cruciale giro di boa nella lotta alla mafia.

Allora chiediamo ai partiti politici che spieghino alla gente i criteri sulla base dei quali sono giunti alla scelte delle singole candidature. E perché si possa realizzare tutto questo è essenziale il ruolo del mondo dell’informazione, che può e deve alzare ancor di più l’attenzione, senza lesinare denunce sociali rispetto a fatti e personaggi che non sono degni di rappresentare la nostra terra.