3 maggio 2008

ANNO ZERO: COLLEGHI LA VENIA, CI AUTODENUNCIAMO CON LUI

da www.cataniaoggi.com
03.05.2008

L'editore catanese Mario Ciancio Sanfilippo, direttore del quotidiano La Sicilia, ha minacciato la querela nei confronti dell'ex giornalista dell'emittente Telecolor Giuseppe La Venia che, durante la trasmissione di giovedì, lo ha accusato di aver salvato la rete cacciando pretestuosamente dei giornalisti liberi. '

Parte da subito la risposta, di fronte all'annuncio di querela dell'editore Mario Ciancio Sanfilippo gli ex giornalisti di Telecolor si autodenunciano pubblicamente sottoscrivendo una per una tutte le affermazioni fatte dal collega Giuseppe La Venia in occasione dell'ultima puntata di AnnoZero'.

Dunque Ciancio informi i suoi legali perche' provvedano di conseguenza'. Lo affermano i giornalisti licenziati in una nota congiunta.'Inoltre, visto che Mario Ciancio lamenta la mancanza di contraddittorio lo invitiamo, lui che e' il padrone di tutti i mezzi di informazione di Catania - continua il comunicato - a confrontarsi pubblicamente in una delle sue emittenti sulle ragioni dello smantellamento di Telecolor, sulla proprieta' di fatto di questa e di altre testate e, piu' in generale, sulle condizioni di asfissiante monopolio che soffoca Catania.

Se poi Michele Santoro fosse disposto a dedicare uno spazio al sottovalutato tema della mancanza di pluralismo nell'informazione in Sicilia - conclude la nota - saremmo ben lieti di confrontarci noi, altri interlocutori e lo stesso Mario Ciancio anche nell'ambito di una trasmissione a livello nazionale'.

2 maggio 2008

La Cassazione conferma tutte le condanne ai capi della cupola di Cosa nostra

Era l'ultimo procedimento scaturito dal maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone, e ieri a questo è stato posto la parola fine

da www.guidasicilia.it
del 19.04.2008

Giovedì scorso il sostituto procuratore generale della Cassazione, Mario Fraticelli, aveva chiesto ai giudici della Seconda sezione penale di piazza Cavour di confermare le condanne all'ergastolo nei confronti della Cupola di Cosa nostra per l'omicidio dell'imprenditore anti-racket Libero Grassi. Oltre che dell'omicidio dell'impreditore catanese, i 27 mafiosi che avevano fatto ricorso in Cassazione (tra loro boss di primissimo piano fra cui Totò Riina, Bernardo Provenzano e Giuseppe Madonia) dovevano rispondere anche degli omicidi (e qui si parla di 1000 e più assassinii) avvenuti durante la guerra di mafia che dal 1984 al 1991 ha insanguinato Palermo e provincia.

La ricostruzione dei delitti avvenuti in quegli anni è stata possibile grazie alle dichiarazioni dei pentiti Francesco Marino Mannoia e da ultimo Antonino Giuffrè, che fu braccio destro di Riina nonché capomandamento di Caccamo (PA). Scenario della stagione di sangue era la contrapposizione tra Riina e Provenzano, i corleonesi, favorevoli a una strategia sanguinaria nel perseguimento degli obiettivi di Cosa Nostra, e i 'vecchi' boss Bontade e Inzerillo.

Il Pg Fraticelli aveva inoltre chiesto - con qualche lieve aggiustamento - la conferma di quello che fu definito il "teorema Buscetta", ossia l'impianto di totale responsabilità come mandanti, che i componenti della Cupola, del vertice di Cosa nostra, ebbero di tutti gli omicidi della guerra di mafia degli anni '80, ''teorema'' che lo storico collaboratore di giustistizia Tommaso Buscetta illustrò minuziosamente al giudice Giovanni Falcone e che più volte in molti hanno tentato di smontare.

Fraticelli si è pronunciato per la totale convalida delle condanne all'ergastolo per 25 degli imputati emesse il 25 ottobre 2006 dalla Corte di appello di Palermo. Solo due imputati, Salvatore Liga e Salvatore Profeta, hanno una condanna diversa dal carcere a vita e pari a dieci anni di reclusione.

Bene, il verdetto dei giudici è arrivato ieri ed è stato un verdetto che ha veramente messo la parola fine ad un'epoca di quella criminalità organizzata chiamata Cosa nostra: "La seconda sezione penale della Cassazione ha confermato tutte le condanne per i capi di Cosa nostra imputati di decine di omicidi compiuti a Palermo dal 1981 al 1991. Confermata anche la condanna all'ergastolo per il killer dell'imprenditore Libero Grassi ucciso il 29 agosto 1991 perché si era ribellato al racket delle estorsioni mafiose. La II sezione penale della Cassazione, presieduta da Giuseppe Cosentino, ha rigettato tutti i ricorsi dei 27 imputati, accogliendo le richieste del Pg Mario Fraticelli, che aveva chiesto le conferme delle condanne della Corte d'appello di assise di Palermo all'ergastolo per gli omicidi compiuti dai boss della mafia nella guerra tra cosche durata dal 1981 al 1991.

Una guerra tra cosche culminata nell'uccisione dell' imprenditore antiracket Libero Grassi, che per primo si era rifiutato di pagare il pizzo, dando il via a una protesta contro il malaffare e la criminalità. Confermati anche i risarcimenti alle parti civili e la condanna al pagamento delle spese processuali per i 27 imputati".

"Che non escano più dal carcere" - "Volevo avvertire il nostro ignoto estortore che non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al 'geometra Anzalone'". Per far sapere ai taglieggiatori che non avrebbe mai ceduto al loro ricatto scelse le pagine del maggiore quotidiano palermitano.

E in una lettera scritta sette mesi prima di essere assassinato, Libero Grassi, imprenditore ucciso dalla mafia il 29 agosto del 1991, fece sapere così alla mafia e al 'geometra Anzalone', nome con cui l'esattore si era presentato al telefono, che non si sarebbe piegato. "Mi hanno chiamato Libero in memoria di un uomo che per la libertà è morto", amava dire, raccontando che i genitori, dandogli quel nome, avevano voluto onorare il sacrificio e il coraggio di Giacomo Matteotti. E proprio per restare libero Grassi scelse di non pagare e rivolgersi alla polizia: solo, abbandonato dalle associazioni di categoria, in una città in cui le vittime non denunciavano.

Al no al racket delle estorsioni seguirono mesi di intimidazioni, pressioni, danneggiamenti: gli ammazzarono il cane, rapinarono i dipendenti della sua fabbrica di biancheria intima, la Sigma. Oltre ad affidarsi agli investigatori, però, Grassi scelse la via della denuncia pubblica: sui giornali, in tv, certo che l'esposizione mediatica l'avrebbe tutelato. Ma non fu così. E la mattina del 29 agosto, in una Palermo torrida, due killer, Salvatore Madonia, rampollo di una potentissima famiglia mafiosa palermitana, e Marco Favaloro, poi pentito, lo attesero sotto casa, in via Alfieri, e lo uccisero. Non ebbe il coraggio di guardarlo negli occhi, Madonia, e gli sparò alle spalle.

Grassi aveva 61 anni. A ricordare il sacrificio dell'imprenditore, divenuto emblema della ribellione al pizzo, resta un manifesto scritto a mano affisso su un muro nel luogo dell'eccidio. C'é scritto: "Qui è stato assassinato Libero Grassi, imprenditore, uomo coraggioso, ucciso dalla mafia, dall'omertà, dall'Associazione degli industriali, dall'indifferenza dei partiti e dall'indifferenza dello Stato". I familiari, che non hanno mai voluto una lapide ufficiale.


"Mi auguro che i killer condannati all'ergastolo non escano più dal carcere". Così Pina Maisano Grassi, vedova dell'imprenditore, ha commentato la sentenza definitiva emessa dai giudici della Cassazione. "Abbiamo avuto - ha aggiunto - sempre fiducia nella giustizia, e i fatti erano talmente lampanti che i giudici non potevano non confermare le sentenze di condanna. Voglio ringraziare gli avvocati che mi sono stati sempre vicini. Dobbiamo sempre avere fiducia nella giustizia".

Caritas, si presenta la Costituzione in lingua araba

La Costituzione italiana tradotta in lingua araba per facilitare l'integrazione dei cittadini extracomunitari che risiedono ad Agrigento. L'iniziativa è della Caritas Diocesana, in collaborazione con l'Associazione "San Giuseppe Maria Tomasi”.

da www.agrigentonotizie.it

Il testo, che contiene gli articoli della Costituzione trascritti in arabo e in italiano, verrà presentato alla stampa il prossimo 6 maggio, alle 11, nella sede della Caritas.

"Gli immigrati sono i benvenuti nel nostro paese – dice il direttore della Caritas don Vito Scilabra - ma hanno il dovere di rispettare le leggi italiane. Così, sotto la spinta dell'arcivescovo monsignor Carmelo Ferraro, abbiamo elaborato la traduzione della nostra Costituzione per agevolare la conoscenza delle normative, che regolano la vita civile in Italia, ai numerosi migranti presenti nel territorio agrigentino. Abbiamo deciso inoltre – conclude don Scilabra- di stampare un volume pratico e di rapida consultazione”.

L'introduzione del volume contiene un messaggio dell'arcivescovo Ferraro, una riflessione del direttore della Caritas Italiana e nuovo arcivescovo di Agrigento, Francesco Montenegro e un intervento del direttore e del vice direttore della Caritas Diocesana, don Vito Scilabra e Franca Rita Battaglia.

Le oltre duemila copie della Costituzione italiana, stampate nella doppia lingua, verranno distribuite anche alle scuole, agli uffici e agli enti che ne faranno richiesta.

SICILIA/ LIBRO MASTRO FAVORI,LOMBARDO QUERELA CORRIERE DELLA SERA

"Tentativo screditare immagine calpestando il diritto cronaca"

da virgilio.alice.it

Messina, 30 apr. (Apcom) - Raffaele Lombardo, presidente della Regione Siciliana e leader del Movimento per l'autonomia, ha dato mandato all'avvocato Antonio Fiumefreddo di presentare querela per il reato di diffamazione a mezzo stampa contro il Corriere della Sera per l'articolo pubblicato oggi dal titolo "Lombardo, spunta in rete il libro mastro dei favori", nel quale si parla dell'esistenza di un file su internet contenente raccomandazioni inviate a Lombardo per posta elettronica.

Per il legale, questo è "l'ultimo tentativo, in ordine di tempo, di screditare l'immagine e la dignità dell'on. Raffaele Lombardo". "E' evidente - aggiunge il penalista in una nota - come ci si trovi in presenza di una campagna diffamatoria orchestrata con interventi a più puntate e calpestando il diritto di cronaca".

"La risposta del presidente Lombardo - osserva il legale - è ancora una volta chiara: richiedere all'autorità giudiziaria, come si è già chiesto in precedenza, che indaghi sulle 'centinaia' di assunzioni, che verifichi se vi è stato un mercato dei voti, che provveda a sequestrare il file di cui si legge per riscontrare se vi siano condotte di reato ascrivibili a chi. Verra' fuori l'uso della menzogna come metodo scelto da taluni 'militanti' per la lotta politica".

"Ad accertata la verità - conclude il penalista - sarà la magistratura, ad individuare i colpevoli della tenace e reiterata attività diffamatoria ed a stabilire un congruo ed adeguato risarcimento del danno provocato".

28 aprile 2008

Vicenza, vince il movimento. E chi lo ha ascoltato

A metà marzo, avevano presentato la loro lista “Vicenza Libera”. I No dal Molin erano scesi in campo per costruire una città libera «dai disastri naturali, dalla cementificazione, dalle servitù militari, da coloro che vogliono svenderla», insomma una «Vicenza libera di poter costruire da sè il proprio futuro».

da unita.it

A guidare la lista come candidata sindaco c’era Cinzia Bottene, una dei leader del movimento che da oltre un anno si batte contro l’ampliamento dell’aeroporto militare Dal Molin.

Al primo turno avevano raccolto un risultato più che dignitoso, un 5 per cento che aveva marcato a chiare lettere il fatto che a Vicenza la protesta del comitato No Dal Molin ha messo radici. E infatti, in controtendenza con il voto di pancia, il voto di appartenenza e le strumentalizzazioni delle altre campagne elettorali, a Vicenza ha vinto chi ha parlato di contenuti veri.

Achille Variati, vicentino, 55 anni, una laurea in matematica e un lavoro in banca, è in politica dagli anni Ottanta, già sindaco della città dal 1990 al ’95, è diventato consigliere regionale, prima nelle fila del partito Popolare poi in quelle della Margherita, ora del Pd. Vince al ballottaggio con il 50,5%, beneficiando dell’appoggio dei No Dal Molin che hanno riversato su di lui le speranze di vedere lo stop allo sciagurato progetto della base. Ma certo, non si sono ammorbiditi. E cinque minuti dopo la proclamazione di Variati sulla poltrona di primo cittadino, gli mandano un messaggio. Tanti auguri, in sostanza, ma ora si rispettino i patti.

«Se sarò sindaco – precisava Variati a pochi giorni dal ballottaggio – promuoverò in consiglio comunale una delibera di segno opposto a quella che ha dato il via libera al progetto e organizzerò una consultazione popolare per dare alla città la possibilità, fin qui negata, di dire sì o no a questo progetto di costruzione della nuova base militare americana al Dal Molin. E per far sì che questa operazione abbia un senso, chiederò con fermezza allo Stato e alle autorità americane una sospensione nell’esecuzione dei lavori, così da rispettare i tempi – il più possibile brevi – dell’espressione della volontà vicentina». Insomma, un referendum, e il rispetto della volontà popolare.

Ora i No Dal Molin non perdono tempo a ricordargli quelle parole: «La vicenda Dal Molin – scrivono sul www.nodalmolin.it – è stata determinante nel risultato delle elezioni amministrative vicentine. Ha vinto chi, in campagna elettorale, si è dichiarato contrario al progetto statunitense. Ora ci aspettiamo il rispetto del patto che Achille Variati ha fatto con la città: il nuovo consiglio comunale dovrà immediatamente annullare l’ordine del giorno che esprimeva parere favorevole all’installazione militare».

Dopo due mandati saldamente nelle mani di Lega e Forza Italia, dopo le decisioni «che la giunta passata ha accettato supinamente», Vicenza finalmente cambia rotta. Il Tar del Veneto, nel frattempo, ha stabilito che il ministero della Difesa dovrà mettere a disposizione degli avvocati delle associazioni che si battono contro l’ampliamento della base tutto il carteggio tra il governo italiano e il Pentagono. Documenti che finora nessuno aveva mai potuto vedere.