23 luglio 2008

L'uccisione di Riccardo Rasman

Le sue foto sono strazianti. Una specie di bambino troppo cresciuto, con gli occhi grandi e chiari, ingenui, e un perenne mezzo sorriso sulle labbra, lo stesso che aveva da piccolo. Un “ragazzone” triestino di 34 anni (pesava 120 chili, era alto 1,85), per testimonianza di tutti mite e gentile, un po’ goffo, incapace di fare del male

di Valerio Evangelisti
da www.carmillaonline.com

TRIESTE- Era afflitto da “sindrome schizofrenica paranoide”, che lo aveva colpito dopo il servizio militare nell’aeronautica, e gli scherzi feroci a cui era stato sottoposto dai commilitoni. Da quel momento nutrì un timore folle verso chiunque indossasse una divisa. A posteriori, potremmo dire che aveva ragione.

Era seguito dai servizi psichiatrici, ma viveva solo, tanto si sapeva che non era pericoloso. Il 27 ottobre 2006 è stato massacrato e fatto morire da quattro agenti di polizia, tre uomini e una donna. Per “asfissia da posizione”, come nel caso di Federico Aldrovandi.

Quel giorno, per Riccardo, era di felicità, uno dei rari nella sua vita. Era stata accolta la sua richiesta per un posto di netturbino, doveva presentarsi la mattina dopo. Festeggia a modo suo. Accende una radiolina a tutto volume. Esce nudo sul balcone e lancia, nel cortile posteriore, un paio di petardi. Si mette a ballare. I vicini comprensibilmente si spaventano e chiamano la polizia. Arriva una pattuglia che intima a Riccardo di aprire la porta. Le divise tanto temute. L’uomo, terrorizzato, rifiuta, si riveste, va a rannicchiarsi sul letto. La pattuglia, con l’ausilio di due vigili del fuoco, scardina l’uscio dell’appartamento con un piede di porco.

Riccardo cerca di difendersi, getta a terra la poliziotta. Viene percosso sul cranio e sul viso con un manico di piccone e con il piede di porco. I suoi schizzi di sangue imbrattano le pareti della stanza. Alla fine è imbavagliato, ammanettato, le caviglie legate con del filo di ferro. E’ coperto di ferite. Gli salgono sul dorso. Lui rantola, non riesce a respirare. Muore soffocato. Le pareti attorno paiono quelle di una macelleria.

Chi non ci crede, guardi questo video, parte 1 e parte 2, realizzato da Paolo Bertazza.

Si apre un processo che sembra volgere all’archiviazione, se non fosse per un ripensamento del PM, che di recente ha riaperto il caso. La mobilitazione e la denuncia, malgrado alcune interrogazioni parlamentari e varie controinchieste sul web, sono scarse, e per lo più a livello locale. Eppure è l’ennesimo sintomo di una malattia generalizzata.

Come a Genova nel 2001, come nel caso di Federico Aldrovandi, esponenti delle forze dell’ordine si sentono legittimati, dall’uniforme che indossano e dalla quasi certezza dell’impunità (qualcuno ricorderà le centinaia di vittime innocenti della Legge Reale), a scatenare istinti ferini su chi non si può difendere.

Riccardo Rasman, pieno di paure, vittima tutta la vita, è stato ferito e ucciso per avere fatto troppo rumore in un attimo di gioia. Di lui restano a fissarci gli occhi sgranati e il sorriso un po’ incerto, da bambino buono e timido.

La memoria di fatti poco noti

La falcidia del pluralismo

La falcidia del pluralismo Editoria Da Mediacoop un appello al Senato: con la manovra economica il governo mette a rischio quotidiani nazionali e locali, agenzie di stampa e periodici. "L'assestamento di un colpo così duro alla democrazia non si era mai visto"

di Red.
da http://www.aprileonline.info/

"Con il voto di fiducia di ieri sera la Camera ha approvato la manovra economica varata dal Governo con il decreto 112 del 25 giugno 2008. Il testo passa ora, blindato, all'esame del Senato che dovrebbe approvarlo entro pochi giorni. Tempi oltremodo ristretti, dunque, anche al Senato, che impediscono un esame attento e ponderato di una manovra triennale che anticipa, di fatto, e condiziona la sessione di bilancio del prossimo autunno. Per il mondo dell'editoria, cooperativa, non profit e di partito, il decreto, in corso di definitiva approvazione, rende la situazione drammatica: riduce, infatti, drasticamente le risorse destinate all'editoria e, cosa ancor più grave, sopprime il carattere di diritto soggettivo dei contributi". Lo afferma, in una nota, Mediacoop, Associazione cooperative editoriali e di comunicazione.

"E' quasi certa, in tal modo, la chiusura di quotidiani, nazionali e locali, di agenzie di stampa e di periodici. Per molti di essi, infatti, oltre che per i veri giornali di partito, sopraggiungono difficoltà insormontabili. Si tratta - prosegue Mediacoop, di un fatto gravissimo, senza precedenti: l'assestamento di un colpo così duro al pluralismo ed alla democrazia non si era mai visto. Neppure la drammatica congiuntura economica del 1992 determinò una simile e sciagurata decisione, assunta per di più, quasi con una imboscata, a ridosso delle ferie e con una discussione parlamentare strozzata dai voti di fiducia".

"Mentre la scure viene abbattuta per 87 milioni per il 2009 e 100 per il 2010 sui contributi diretti all'editoria cooperativa e non profit, si lasciano intonsi e per certi versi si consolidano - sottolinea poi Mediacoop - i 305 milioni di contributi indiretti per le poste, gran parte dei quali è appannaggio delle grandi testate. Nonostante che 73 deputati, di tutte le forze politiche, e l'intera Commissione Cultura della Camera avessero avvertito il pericolo e provveduto a presentare emendamenti risolutivi, il Governo ha tirato diritto, anzi ha disarticolato ulteriormente il provvedimento con un emendamento dell'ultima ora".

"Attenzione! Si tratta di 27 quotidiani editi da cooperative di giornalisti; di 12 quotidiani organi di partito, di 13 quotidiani e periodici di movimenti politici. Ma quale pluralismo resterebbe nel sistema italiano dell'informazione se gran parte di queste testate dovessero scomparire? - avverte Mediacoop - Dal Manifesto al Corriere Mercantile, dal Cittadino Oggi al Corriere di Forlì, dal Nuovo Corriere Bari Sera a Rinascita, da Carta al Salvagente, dalla Voce di Mantova alla Cronaca, da Area al Corriere Nazionale, Metropoli Day e così via, per tanti, tanti altri ancora. Senza citare le difficoltà gravi che si abbatterebbero sull'Avvenire, Il Riformista, Il Foglio e su tutti i veri giornali di partito.

Mediacoop "si augura che il Senato, nell'interesse del Paese, raccolga il nostro appello, valuti con grande attenzione e saggezza il provvedimento che sarà al suo esame ed impedisca tale grave disastro. Tra l'altro una domanda è rimasta sospesa e senza risposta: come è possibile modificare disposizioni assunte con norma primaria con un regolamento di semplificazione legislativa?".

20 luglio 2008

G8: Fascismo

LONDRA - Per il Guardian la vera storia che nessuno vuole raccontare sul G8 di Genova è "il comportamento fascista della polizia italiana"

del 18 luglio 2008
da mimmolombezzidisegni.splinder.com/

Il quotidiano progressista britannico giunge a questa conclusione in un lungo reportage sui fatti accaduti quel luglio del 2001 per le strade del capoluogo ligure.

"Nessun politico italiano è stato portato in tribunale benché vi sia il forte sospetto che la polizia abbia agito come ha agito perché qualcuno gli ha promesso l'impunità", accusa il giornale. Che oltre a ricostruire gli episodi della Diaz e di Bolzaneto, raccoglie le testimonianze di chi era presente quei giorni a Genova e di chi ha "combattuto" perché i responsabili di quella "macelleria messicana" fossero infine condannati.

"Se non fosse stato per il coraggio del Pm Emilio Zucca, della fermezza del tribunale, e dell'aiuto fornito da Mark Covell la polizia sarebbe forse riuscita a farla franca", scrive ancora il Guardian. E solo ieri Covell - il giornalista inglese picchiato a sangue dai poliziotti italiani prima del raid alla Diaz - commentando la sentenza del processo Bolzaneto aveva detto: "Ho perso gli anni migliori della mia vita quel 21 luglio: i risarcimenti in denaro vanno bene ma non ci si può riprendere dopo una cosa del genere.

Io morirò 10 anni più giovane del dovuto a causa dei traumi subiti e ognuno di noi soffre di crisi direttamente connesse allo stress subito". Il Guardian ha poi fatto notare come "nessuno dei 15 poliziotti condannati sconterà mai la pena inflitta grazie a indulto e prescrizione" e che "nessuno ha mai chiesto a Gianfranco Fini - l'allora vice primo ministro, che secondo alcuni giornali era in quei giorni al quartier generale della polizia - di spiegare quali ordini abbia dato, ammesso che ne abbia dati".