27 settembre 2008

Anniversario omicidio Mauro Rostagno

(Clicca l'immagine)

Delitto Rostagno: non fu solo mafia. Mauro Rostagno fu ucciso il 26 settembre 1988 a Valderice (Tp)

di Maria Loi
da antimafia2000

A vent'anni di distanza dalla morte del cronista non si è ancora arrivati alla verità. Allo stato attuale delle indagini i sospetti si concentrano sul boss trapanese Vincenzo Virga e sul suo gruppo di fuoco. A confermarlo una perizia eseguita sui proiettili recuperati dal cadavere del giornalista. Infatti l'arma usata per il delitto sarebbe la stessa con la quale sarebbero stati compiuti altri due omicidi di mafia nel trapanese.

Il sostituto procuratore Antonio Ingroia in merito alla perizia ha commentato che quando l'esito diventerà pubblico "non mancheranno le sorprese investigative". L'inchiesta sulla morte di Rostagno all'inizio venne portata avanti dalla Procura di Trapani, che seguì la "pista interna" della comunità con l'arresto della moglie di Rostagno, di Monica Serra, Francesco Cardella e di altre persone ospiti della comunità con l'accusa di essere gli esecutori materiali. Anche se poi il Tribunale della Libertà li ha scarcerati tutti e l'inchiesta fu definitivamente archiviata. Quando poi il fascicolo venne trasferito al pool antimafia di Palermo prese piede la pista mafiosa. Furono decisive le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Vincenzo Sincori, il primo a parlare del coinvolgimento dei vertici locali di Cosa Nostra.

L'ex boss trapanese raccontò che quando era latitante partecipò ad un incontro a Castelvetrano tra i boss Francesco Messina Denaro e Francesco Messina, entrambi deceduti, che avrebbero deciso che sarebbe dovuto toccare alla cosca trapanese uccidere Rostagno. Alle sue dichiarazioni si associarono quelle di Antonino Patti e di Enzo Brusca. I quali hanno riferito che Rostagno stava dando fastidio a Cosa Nostra con le sue inchieste contro gli uomini di Riina in provincia di Trapani.

Il pm Ingroia ha confermato che secondo la Procura di Palermo Rostagno fu ucciso dalla mafia anche se questa "non esclude la possibile convergenza con gli interessi di altri ambienti vicini alla mafia". Una delle altre strade battute è quella riconducibile ad un possibile collegamento tra il delitto di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin e quello di Rostagno. Sarebbe documentato che Rostagno aveva filmato un trasporto di armi sui velivoli italiani che avevano come destinazione la Somalia. Il magistrato ha ammesso di aver indagato a lungo in merito. Inoltre ci sono "alcuni testimoni che hanno confermato l'episodio, inclusa una visita di Rostagno a Giovanni Falcone per raccontargli tutto quello che sapeva"

26 settembre 2008

Giornali, giornalisti e giornalai

Da qualche giorno il sito di Repubblica si occupa di Catania e piu' in generale della Sicilia

da http://1015saturdaynight.blogspot.com/

Ci si aspetterebbe che anche le altre testate nazionali e locali riprendano le stesse notizie (non dico di approndire, ma almeno riportarle), cosi come fanno per le boiate megagalattiche.
E invece niente.

Certe notizie non esistono per il quotidiano locale. Per carita': guai a mettersi contro i potenti che fanno il bello ed il cattivo tempo in citta'.

Cosi come si insabbio' lo scandalo del presunto libro mastro dei favori di Raffaele Lombardo, si cerca adesso di nascondere al cittadino comune quel che avviene al disastrato comune di Catania.
Ma che scherziamo? Meglio far sapere all'uomo della strada che Sissoko e' stanco, che la nuova fidanzata di Ronaldo e' una escort di lusso o che per Nicole Kidman l'Australia e' la fonte della fertilita'...

A proposito: ho notato solo io che mentre in tutto il resto dell'isola si promuovono campagne contro il racket del pizzo ed ogni giorno si registrano denunce da parte di imprenditori e di semplici cittadini (persino a Gela, grazie al sindaco Crocetta ed alla sua coraggiosissima politica di contrasto alla mafia), solo a Catania non si sente parlare di una sola azione in tal senso?
Forse a Catania la mafia non esiste piu'?

Strano, perche' a me invece sembra vero il contrario.

25 settembre 2008

La Mafia voleva il Palermo calcio

Terremoto attorno al Palermo Calcio. Ma non si tratta di scandali legati a combine o intercettazioni per arbitraggi favorevoli

di Pietro Orsatti
da www.strillone.info

Zamparini si è improvvisamente reso conto di dove è andato ad operare: ovvero la Palermo dei Lo Piccolo che, nonostante l’arresto dei due capi famiglia (Salvatore e Sandro), continuavano a fare affari milionari utilizzando, sembra emergere dalle indagini, condotte dai sostituti procuratori Gaetano Paci, Domenico Gozzo, Francesco Del Bene e dall'aggiunto Alfredo Morvillo, che i canali attraverso i quali i boss arrestati lo scorso 5 novembre riciclavano il denaro di provenienza illecita per reinvestirlo nell'economia legale fossero quello del classico settore immobiliare e delle costruzioni, fra cui una lottizzazione a Chioggia, in provincia di Venezia, per un investimento di 8 milioni di euro. Ma al centro dell’attenzione del clan e degli affari anche l’azienda del patron Zamparini.

Fra gli arrestati, infatti, anche persone a lui fino a poco tempo fa strettamente vicine: Giovanni Pecoraro, ex responsabile del settore giovanile del Palermo, e Marcello Trapani, noto avvocato nonché procuratore di diversi giovani calciatori, finiti in manette con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa (con estorsione aggravata) e associazione mafiosa. Secondo i pm siciliani, i due intimidivano il club per conto del clan Lo Piccolo, che aveva interesse a infiltrarsi negli affari della società, nell'ambito, per esempio, del progetto di costruzione del nuovo stadio. Il presidente ha dichiarato a caldo: “Sia io che tutto il mio staff abbiamo sempre operato con la massima trasparenza: sono contento che da questa inchiesta della magistratura emerga con chiarezza che la Palermo calcio è una società “pulita”, amministrata da persone per bene".

Figura centrale negli affari del clan sarebbe stato il legale di fiducia, l'avvocato Marcello Trapani, nominato difensore legale dalla famiglia Lo Piccolo dopo il loro arresto. Ma l'avvocato aveva già incontrato la famiglia mafiosa in altre occasioni, documentate dalle intercettazioni audio e video nell'abitazione e nell'ufficio del legale. In una di queste Trapani consegna a Calogero Lo Piccolo - il più piccolo dei figli di Salvatore, arrestato lo scorso gennaio - un giubbotto antiproiettili, oltre i “pizzini” dei capi in carcere con le indicazioni di cosa fare e di come portare avanti gli affari di famiglia.

Altra figura centrale della vicenda, anche se non indagato, è Rino Foschi, ex ds del Palermo e allontanato qualche mese fa dal focoso e intemperante presidente del Palermo. Per capire cosa stesse succedendo, e la gravità dell’infiltrazione del clan nella società, è necessario capire che ruolo coprisse il ds e in che situazione si fosse trovato grazie ai rapporti con i due arrestati oggi: Le intercettazioni hanno consentito di capire che Trapani sarebbe stato uno degli ispiratori dell'invio, risalente al dicembre 2006, di una testa di capretto mozzata al ds rosanero. E quest'ultimo era già stato più volte oggetto di esposti anonimi concernenti la sua presunta vicinanza alla mafia. "Mi viene la pelle d'oca se ti dico quello che ho fatto per te...Un mese fa mi hanno licenziato - urla al telefono Foschi, parlando con Trapani, nell'estate 2006 - per colpa tua e di Pecoraro... Grazie a delle lettere anonime... Incredibili, sono andati da Grasso a Borrelli, a mia insaputa, mi hanno preso nel mezzo e fatto un culo come un paiolo... per sostenere che io sono in società con te e con Pecoraro". Questa l’intercettazione resa pubblica oggi di una telefonata fra Foschi e Trapani che chiarisce anche le ragioni per cui Zamparini lo abbia allontanato dalla società.

Dopo l’estromissione di Foschi i due arrestati di oggi avrebbero tentato in più modi di rientrare in qualche modo nel circuito del Palermo Calcio. Perché, secondo quello che hanno dichiarato gli inquirenti: "L'associazione mafiosa interviene, come sempre, a mezzo dei suoi colletti bianchi, come Pecoraro e Trapani, per consentire in maniera incruenta ed apparentemente indolore la gestione di interessi criminali. In questo modo a poco a poco cercando di guastare il corpo sano della società calcistica".

Dall’indagine è emerso anche che il boss Lo Piccolo era interessato alle opere di riqualificazione del porto di Chioggia, appalto per un importo di circa 8 milioni di eueo. Per questo motivo i pm della Dda di Palermo hanno disposto, in Veneto, perquisizioni negli uffici della società “Petra”, costitutita nel 2007, e nelle abitazioni di un imprenditore locale, un militare della Guardia di Finanza e un commercialista di Palermo, ritenuti prestanome del boss Lo Piccolo.

24 settembre 2008

Lumia: Riaprire Asinara e Pianosa per i boss

Roma - Il senatore del Pd, Giuseppe Lumia, ha riproposto la riapertura delle carceri dell'Asinara e di Pianosa per ospitare i boss della camorra e della mafia che devono scontare pene con il regime carcerario dell'articolo 41-bis

da http://www.antimafiaduemila.com/

"La mia proposta - ha detto Lumia al termine dell'audizione del procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, davnti alle commissioni riunite di Giustizia e Affari costituzionali del Senato - è condivisa anche dal procuratore". C'è un problema sulla efficacia del 41-bis, ha spiegato Lumia, poiché troppo spesso accade che i boss riescano a "inviare" ordini all'esterno.

Nel casertano, la situazione "è gravissima". Secondo Lumia, alla base della "forza" dei Casalesi ci sono tre fattori: la forza militare, la capacità di arricchimento dei clan della camorra e la collusione con la politica".

Sulla ipotesi di invio dei militari nel casertano dopo la mattanza avvenuta nei giorni scorsi tra Baia Verde e Castel Volturno (bilancio sette morti), l'esponente del Pd ha detto che non bisogna "escludere nulla". Ma che il "controllo del territorio deve essere dello Stato".

23 settembre 2008

E' iniziata "RADIO MAFIOPOLI"

Una striscia settimanale sulle cronache dalla Repubblica di Mafiopoli. Dieci minuti irridenti, dieci minuti di satira sulla mafia e i suoi protagonisti. PUNTATA 01 Regole fondamentali di latitanza IL VIDEO : http://it.youtube.com/watch?v=YhjVroiOP34

Ogni mercoledì alle 14.00 in onda su AgoraVox Italia e LoStrillone.

Tutti i blogger e i cittadini possono ridiffondere la trasmissione attraverso i proprio siti e blog.

Venerdì 3 Ottobre, nell’ambito della presentazione di AgoraVox Ital
ia, presso il Nuovo Cinema Aquila - Roma, Giulio Cavalli condurrà una puntata alla quale potranno intervenire i presenti - l’invito è scaricabile cliccando qui -.

Una striscia che riprende la tradizione dell’indimenticato Peppino Impastato e l’esperienza della sua Radio Aut. Una voce che si prende gioco della mafia e delle sue connivenze per ricordarci che la mafia non è solo un problema siciliano.




ALITAGLIA

da http://sarkastiko.splinder.com/

21 settembre 2008

L'Italia al tempo del razzismo

Quando, dove e come, c'è razzismo in Italia

di Cesare Piccitto

Quando a Verona il giovane Nicola Tommasoli viene ucciso con un brutale pestaggio da cinque skinheads di estrema destra.

Quando una coppia gay, Federico e Cristian, perché si tengono per mano a Roma vengono insultati, e presi a sassate e sputi.

Quando vicino Verona, tre famiglie italiane di origine rom, parcheggiano e vengono successivamente sequestrate e torturate dai carabinieri per ore.

Quando Stelian Covaciu, rom e missionario cristiano evangelico subisce a Milano un violentissimo pestaggio, con insulti razzisti e minacce da parte di due poliziotti in divisa.

Quando a Milano un giovane italiano, Abdul , viene aggredito e ucciso da due uomini che pronunciano insulti razzisti e lo colpiscono con spranghe.

Quando dei giovani, dopo la commemorazione per Renato Biagetti , vengono aggrediti da due militanti di estrema destra feriti con lame e catene.

È evidente che questa violenza proviene anche da quella xenofobia, latente e culturale, riposta in angoli remoti del più nero passato del popolo italiano. Se ci si aggiunge certa dialettica e direzione politica dettata dal puro sciacallaggio elettorale ne vengono fuori, adesso, le cruenti conseguenze. Se in passato erano solo episodi oggi sono purtroppo quotidiana cronaca nera.

L'elenco è volutamente breve ma si potrebbe continuare per ore. Episodi similari negli ultimi mesi in Italia se ne possono trovare tanti, troppi.

Possiamo continuare a non vedere, a sminuire o a mistificare la reale dimensione del problema, ma i fatti e le drammatiche cronache continueranno a rimbalzarci davanti agli occhi e a rimbombarci nelle orecchie.

Nessuno vuole sentirsi dire la verità, ma bisogna vedere in faccia la realtà e cominciare ad interrogarsi e confrontarsi su di essa.

Nessuno può difenderci dal seme dell'odio verso l'altro, il diverso. Al razzismo, purtroppo, non possiamo prendere le impronte digitali e ricacciarlo indietro da dove è venuto. E' un qualcosa che sta pervadendo la nostra quotidianità da tempo. Il non scandalizzarsi più di tanto nei confronti di fatti del genere è già sintomo di quell'indifferenza, humus ideale su cui prolifera l’intolleranza.

L'iniziale modo per combatterlo può essere riconoscerlo e contrastarlo, riconoscere il razzismo lì dove si manifesta. Contrastarlo culturalmente evitando, poi, che continui a manifestarsi in violenza in ogni ambito e settore della società italiana.

Riconoscere e individuare i sintomi di una malattia è il primo necessario passo per poterla debellare. Lasciamo all'alta politica il problema “sicurezza”; chi fa informazione cominci seriamente a chiamare i fatti con i nomi che meritano, e a stimolare l'opinione pubblica ad un proficuo confronto.

Approfondimenti:
La cronologia parte dal 1° maggio 2008 ed è aggiornata al 15 settembre 2008