10 ottobre 2008

CATANIA: CRIMINI DI MAFIA (1a parte)

La replica integrale della terza puntata di "citta criminali" ottima docu-fiction andata in onda in TV su La7. Questa puntata è dedicata a Catania e un passato non lontano

Da La7
La II parte: CATANIA - CRIMINI DI MAFIA
La III parte: CATANIA - CRIMINI DI MAFIA


















Questa settimana 'Città Criminali' è dedicata a Catania. Il format prende il via dalla parole di una vittima della mafia, il giornalista e scrittore Giuseppe Fava, ucciso in un agguato il 5 gennaio 1984, per raccontare la storia di una città che, dagli anni Settanta, è diventata territorio di scontro tra clan malavitosi rivali.

Attraverso ricostruzioni in fiction e materiale di repertorio, si documenterà l’ascesa ai vertici di Cosa Nostra del boss Nitto Santapaola, detto “o cacciatore”, che dopo essersi affermato nel mondo della malavita catanese negli anni Sessanta tramite il contrabbando di sigarette, assumerà il controllo della città eliminando con ferocia tutti i suoi avversari. Dall’uccisione del capo clan Giuseppe Calderone nel 1978, all’esecuzione di Alfio Ferlito nel 1982, dall’attentato al prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, fino all’assassinio di Giuseppe Fava, fondatore della rivista “I Siciliani”, passando per le faide contro la famiglia Laudani, Ferone e Puglisi: è tutto un susseguirsi di morti ammazzati per mano di Santapaola e dei suoi affiliati.

Ma oltre la storia maledetta di guerre tra clan, finti pentimenti e vendette trasversali, “Città criminali” racconterà anche il coraggio di Giuseppe Fava, un intellettuale che ha pagato con la vita il suo impegno per la verità, denunciando a viso aperto, come si vedrà nella sequenza dell’intervista da lui rilasciata nel 1983 a Enzo Biagi nella trasmissione “Film dossier”, le connivenze tra il clan di Santapaola e gli imprenditori Mario Rendo, Carmelo Costanzo, Francesco Finocchiaro e Gaetano Graci, da lui definiti i “quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”.

A testimonianza della sua vicenda, le interviste alla figlia Elena Fava, ai magistrati Vincenzo D'Agata, Giuseppe Gennaro, Amedeo Bertone, Francesco Puleio, Agata Santonocito, Giovannella Scaminaci e a Giovanni Signer della Polizia di Stato.

E poi, le sequenze delle videointercettazioni della Polizia di Stato e dell'Arma dei carabinieri, che hanno portato all’arresto di Santapaola il 18 maggio del 1993 e un’analisi dell’attuale situazione della malavita a Catania.

MESSAGE IN THE BOTTLE

"Al 41 bis perché mi chiamo Santapaola"

di Salvo Palazzolo
da itacanews.it

«Egregio Direttore, mi trovo in un carcere di massima sicurezza al 41 bis e da 11 anni giro varie prigioni in attesa di processi perché porto un cognome pesante, discusso, odioso e chiacchierato. I mass media mi indicano come un mafioso, l´erede di mio padre». Comincia così la lettera di Vincenzo Santapaola apparsa ieri mattina sul quotidiano "la Sicilia". In una pagina di cronaca, con un titolo: "Lettera dal carcere. Santapaola jr: contro di me pregiudizi perché porto un nome pesante". E una premessa del giornale: «Vincenzo Santapaola, 38 anni, il maggiore dei figli di Benedetto Santapaola, ci invia da un carcere del Nord dove si trova al 41 bis, questa lettera».

E giù una lunga autodifesa, con un finale da interpretare: «Personaggi a me ignoti continuano a presentare il mio cognome come etichetta, la cui natura non mi appartiene». A chi si riferisce il boss? Così conclude: «Oggi con forza e decisione intendo affermare pubblicamente che tali persone, i loro scopi, le loro azioni, sono a me ignoti ed estranei». Nella Sicilia dove le cosche mafiose stanno cercando nuovi equilibri anche a colpi di pistola, l´ammonizione di Santapaola diventa subito un caso. Anche per quell´inquietante plurale della lettera: «Non ho, non abbiamo nulla da spartire con chiunque pretenda di usare il nostro nome subdolamente - scrive Santapaola - chiedo di essere giudicato solo per le mie azioni».

Si chiede Claudio Fava, il figlio di Giuseppe, il giornalista assassinato nel 1984 su ordine di Nitto Santapaola, il padre di Vincenzo: «Come ha fatto un capomafia ad aggirare l´isolamento e farsi beffe della giustizia grazie alla disponibilità di un quotidiano? La sua lettera possiede un eclatante carattere intimidatorio: eppure il direttore Mario Ciancio non s´è fatto scrupolo di pubblicarla, senza una riga di commento». Fava conclude ricordando gli otto cronisti ammazzati dalla mafia. «Uno di loro, certamente, per opera della famiglia Santapaola».

La direzione del giornale puntualizza: «La lettera è arrivata tramite i legali di Santapaola». Dice il vice direttore Domenico Tempio: «Affrontiamo il caso senza alcuna dietrologia. Non vedo scandali. Qualsiasi giornale avrebbe pubblicato quella lettera, magari con un grande titolo: "Ecco il racconto del boss dal carcere". Qualche tempo fa, ricorderemo, ampi servizi sono stati fatti da tutti i media sulle nozze della figlia di Riina. Credo che oggi i lettori siano maturi per capire».

Ma il caso fa ancora discutere. Il senatore dei Ds Giuseppe Lumia, ex presidente della commissione antimafia, insiste: «È grave che si riesca a comunicare dal 41 bis anche con lettere aperte dove si lanciano messaggi. Il 41 bis serve proprio per impedire le comunicazioni dei boss con l´esterno». Intanto, i vertici dell´amministrazione penitenziaria fanno sapere di volerci vedere chiaro sul percorso che quella lettera ha fatto.

L´associazione Articolo 21 chiede invece che si apra un dibattito nel mondo dell´informazione: «Com´è possibile che un detenuto al 41 bis invii una lettera ai giornali - dice Giuseppe Giulietti - per quali ragioni si decide di pubblicarla? Una lettera può nascondere tra l´altro messaggi in codice, come già avvenuto in altre zone, come ad esempio Caserta». Santapaola junior resta al carcere duro. E l´intelligence antimafia continua a indagare sulla sua famiglia. Gli ultimi pentiti del clan Lo Piccolo hanno svelato che l´anno scorso stava nascendo un nuovo asse criminale fra Palermo e Catania. Ma poi alcuni boss si opposero. Non è ancora chiaro chi. Forse «gli ignoti e gli estranei» a cui Santapaola junior si rivolge nella sua lettera al giornale.

Vedi anche:
Benedetto Santapoala
Sono Vincenzo Santapaola, un uomo qualunque.
La Sicilia costretta a pubblicare la verità su Santapaola

Mambro in libertà condizionata. Le vittime della strage di Bologna: “È uno scandalo”

Il Tribunale di Sorveglianza di Roma ha concesso a Francesca Mambro la libertà condizionata fino al 2013. La terrorista nera che sta scontando l’ergastolo insieme al marito Valerio Fioravanti per la strage avvenuta alla stazione di Bologna, dal 1998 era agli arresti domiciliari prestando lavoro presso l’associazione “Nessuno tocchi Caino”

da dazebao.org
Vedi anche:
Bologna 2 agosto 1980, la cronaca di quel giorno
La strage

ROMA - La risposta dei familiari delle 85 vittime non si è fatta attendere. Il Presidente dell’associazione che li riunisce, Paolo Bolognesi, ha dichiarato che “è scandaloso che pur non avendo i requisiti si sia applicato questo beneficio ad una terrorista che, condannata a 7 ergastoli, oltre alla strage alla stazione di Bologna ha assassinato altre 12 persone”.

Per l’avvocato della terrorista, Tommaso Mancini, “non c’è nulla di scandaloso nel provvedimento dei giudici di sorveglianza che hanno tenuto conto del periodo scontato in cella dalla Mambro e del buon percorso carcerario avuto”. Bolognesi, però, non è dello stesso avviso, perchè secondo lui “è da tenere presente che la terrorista non ha mai espresso alcun sentimento di distacco dal suo passato e di consapevolezza dell’estrema gravità dei delitti compiuti. Inoltre – continua – si noti che le vittime di questi delitti non hanno mai ottenuto un minimo di risarcimento nonostante le condanne in via definitiva”.

Traspare in maniera evidente la delusione nelle parole di chi ha perso una persona amata quel tragico 2 agosto del 1980. “È vergognoso che in questo Paese le leggi vengano curiosamente interpretate a favore di questi personaggi e a loro vengano concessi trattamenti di favore; l’omertà di Stato più volte denunciata dalle vittime anche questa volta è stata più forte della legge”.

8 ottobre 2008

PROFESSIONE RIPORTER

UN VIDEO CONTRO IL DDL SULLE INTERCETTAZIONI - OTTO GIORNALISTI VI SPIEGANO PERCHE’

“Professione Riporter” è un video realizzato da un gruppo di giornalisti per protestare, contro, e informare sulle conseguenze del disegno di legge Alfano sulle intercettazioni telefoniche.

Vi sono interventi di Maxia Zandonai della Rai, Mimmo Lombezzi di Mediaset, Marco Travaglio editorialista di Annozero, Pino Nicotri dell’Espresso, Rosi Brandi della Prealpina di Varese, Guido Besana di Mediaset, Laura Verlicchi de Il Giornale, Massimo Alberizzi del Corriere della Sera. Significativa anche l’intervista di un paziente della Clinica Santa Rita di Milano, il cui scandalo non sarebbe mai venuto alla luce senza le intercettazioni.



















Vedi anche:


http://www.fnsi.it/Default.asp?key=8768&SINGA=S

http://www.dietrolequintesavona.it/

http://www.piazzettavergani.org/

Radio Mafiopoli: Comunicato stampa

A Mafiopoli succede che la parola non mafiopilotata è a forma di una lupara dritta dritta sul gargarozzo. Succede che ridere è una concessione in mezzo a tutte queste carte bollate, animali addestrati alla minaccia barbara per niente francescana.

E noi il diritto di tenere nella fondina il sorriso come arma bianca ce lo teniamo stretto e lo esercitiamo, come le panelle all’ora dell’aperitivo. Perché ci viene da non crederci e anche un po’ da ridere a pensare che l’unica via sia alluparsi di lupara o stare zitti o peggio ancora alluparsi zitti come i Lo Pippolo davanti alla tivù o come Binnu dopo il tagliando alla prostata.

Però per esercitare il nostro diritto con intelligenza abbiamo bisogno di un secondo di stop (mica di quegli stop suggeriti a forza di piloni dell’autostrada o con qualche macchina al microonde). Abbiamo bisogno di stop perché ridiamo ma non siamo scemi come le loro ricotte con le biete erbette e perché ci piace fregare senza essere fregati, e perché ci viene da ridere mentre cercate la saracinesca di radiomafiopoli con in mano il tubetto di colla.

Ci facciamo carico della nostra responsabilità di avere così tanti ascoltatori e amici in questa corsa e torniamo tra poco più radiomafiopolitani di prima. Anche più belli, più alti e con gli occhi azzurri.
Perché fa ridere doversi tutelare per uno sberleffo antiracket ma Mafiopoli è una terra strana.
Ci ritroviamo tra poco con una puntatina sugosa sugosa sul percolato dei Capalesi, con una casa su misura per noi e con la stessa tragica voglia di ridere.
Intanto vi mettiamo le pecore e la staccionata e quella musichetta dell’intervallo Rai che fa venire l’orchite solo a pensarla.

Giulio Cavalli





6 ottobre 2008

RADIO MAFIOPOLI Puntatata n. 03: "Questa Cosa (nostra) non è un albergo "

La terza puntata della "emissione radiofonica" più cult e clandestina dell'anno. Il progetto si diffonde, altri siti chiedono di farsi megafono di Radiomafiopoli. Questa puntata, andata in onda in diretta nel corso della conferenza di presentazione di Agoravox.it, finalmente raggiunge il web. Con il montaggio di Telejato

da strillone.info

Caro Spike Lee, ecco perché io partigiano sparavo e fuggivo

UN REGISTA cinematografico, Spike Lee, in cerca di pubblicità per il suo film sulla strage nazista di Stazzema ripesca i luoghi comuni dell'attesismo e del revisionismo antipartigiano e i giornali disponibili al riflusso neofascista li pubblicano con risalto


di GIORGIO BOCCA
da repubblica.it

Che barba! Che pena! Val la pena di rispondere al signor Spike Lee? E' un dovere storico anche se probabilmente inutile. Spike Lee dice: "Dopo gli attentati i partigiani fuggivano sulle montagne lasciando la popolazione civile esposta alle rappresaglie tedesche".

Spike Lee ha una idea sia pur labile di cosa è la guerra partigiana in ogni tempo e in ogni luogo? E', per l'appunto, ricorrere alla sorpresa, evitare di essere agganciati da un nemico superiore in numero e armi, mordere e fuggire al duplice intento di far del male al nemico e di sopravvivere. Questi sono i fondamentali di ogni resistenza armata, l'alternativa è una sola: rinunciare alla lotta di liberazione, accettare l'attesismo che fa comodo all'occupante.

Abbiamo dovuto scegliere subito, sul campo fra attesismo e lotta armata. Chi c'era allora, sul campo, scelse la lotta armata perché l'attesismo era una falsa alternativa, se si stava fermi e zitti e buoni vinceva il nemico nazista, vinceva il terrore.

Spike Lee dice che fu il maresciallo Kesselring a dettare il codice delle rappresaglie: "Ogni soldato germanico ferito o ucciso verrà vendicato cento volte". Ma non fu Kesselring a stabilire la punizione terroristica, fu il comando della Wehrmacht, fu Hitler. L'attesismo era la resa senza condizione a un nemico che disponeva della vita e della morte di ogni italiano e che procedeva con i suoi "verboten" alla nostra servitù totale: proibito riunirsi, proibito informarsi, proibito avere ospiti, proibito aver piccioni viaggiatori, proibito tutto.

Nel film di Spike Lee sostiene la versione falsa che la strage di Stazzema, le centinaia di donne e bambini trucidati, fu "colpa" di una sentinella partigiana che non aveva avvisato i compagni dell'arrivo delle SS.

Spike Lee si scusa dicendo di aver seguito la sceneggiatura di James Mc Bride che a sua volta così si giustifica: "Chiedo scusa se ho urtato la suscettibilità e la sensibilità dei partigiani. Ma la mia storia è una finzione, una versione romanzata che scrissi dopo una visita a Sant'Anna di Stazzema dove nessuno parlava più dell'eccidio". Spike Lee ha aggiunto: "Faccio questo mestiere da ventitré anni, sono un artista che prende i suoi rischi, non è che per delle recensioni negative mi suicidi". Ma una tragedia come quella di Stazzema non la si inventa o non la si cambia per fare un film.

Tutti i giornali italiani hanno titolato la notizia riportando le parole di Spike Lee. "I partigiani? Spesso fuggivano, abbandonavano le popolazioni alle rappresaglie". Chi è stato partigiano sarà "suscettibile" ma capisce che il vento è cambiato, che il rispetto e la riconoscenza per chi ha messo a rischio la sua vita per la libertà di tutti, hanno lasciato il campo alla diffamazione e alla ostilità.

E' un cambiamento sgradevole ma prevedibile. Un giorno della primavera del '45 ero assieme a Livio Bianco sul monte Tamone in val Grana da cui si vede la pianura e la città di Cuneo. Indovinando il mio pensiero Livio disse: "Andrà già bene se non ci metteranno in galera". I prudenti, i vili, la maggioranza non perdonano alle minoranze di aver avuto coraggio o semplicemente il senso di un dovere civico.

Ci sono anche da noi molti antipartigiani semplicemente per una questione anagrafica, di non aver potuto per ragioni di età partecipare alla Resistenza. Ci sono molti antipartigiani che vedono nei partigiani un reducismo privilegiato e fastidioso. Curioso reducismo. Curioso privilegio. Cinque anni dopo la liberazione i carabinieri della val Maira riferivano sul mio conto a un magistrato: "Si ricorda che circolava armato con atteggiamenti spavaldi". E anche io, come dice Spike Lee, sparavo e poi scappavo.

Vedi anche: Giorgio Bocca: "La mia guerra non è mai finita"