21 novembre 2008

La Corte dei Conti: il "Salva Catania" è inutile

La Corte dei Conti mette le mani avanti e dice che il decreto Salva Catania, quello dei 140 milioni "pescati" dai fondi Fas, non potrebbe essere utilizzato per ripianare i disavanzi 2003 e 2004. Perché? Perché deroga sì alla destinazione d'impiego delle risorse, da risorse per infrastrutture a risorse per ripianare i disavanzi, ma non deroga ai termini entro cui l'operazione di ripianamento deve essere fatta. In sostanza non deroga i termini stabiliti dal testo unicod egli enti locali (Tuel). Quindi facendo uno più uno, tecnicamente sarebbe inevitabile il dissesto. A meno di un'altra norma ad hoc che deroghi anche ai termini di legge

da ildito.it

CATANIA - Il tempo, forse, non c'è più. Questa è l'interpretazione della Corte messa nero su bianco all'interno della deliberazione n. 100/2008 risalente al 22 ottobre scorso, in seguito all'audizione dell'assessore al Bilancio Gaetano Riva e del ragioniere generale Pricoco e notificata oggi al Comune di Catania. Audizione che ha "scoperchiato" molti altarini.

Come diciamo in un altro articolo qui sul "dito", soprattutto in merito al bilancio di previsione 2008. Leggendo a fondo, però, cosa che non è stata fatta dai giornali su cui è pubblicata la notizia delle bacchettate sul bilancio 2008, si trova quest'altra "sorpresa.

"(...)sarebbe oggi possibile - scrive la Corte - la copertura dei soli disavanzi per i quali non sia già maturato il termine predetto dei due esercizi successivi a quello in cui è avvenuto il riconoscimento".

Ecco il testo integrale dei passaggi della delibera relativi al decreto legge:

"Riguardo alle misure correttive da adottare in esito alla deliberazione di questa Corte n. 57/2008, il Collegio osserva che il piano di risanamento elaborato nei primi mesi del 2008 non è stato portato a compimento e che il mancato perfezionamento dell’operazione “Sviluppo e Patrimonio srl” ha condizionato altresì l’auspicato alleggerimento dell’onere del debito derivante dalla rinegoziazione dei mutui intrattenuti con la Cassa Depositi e Prestiti. Non appare inoltre probabile che l’Ente riesca a sbloccare positivamente l’attuale situazione di stallo di qui alla fine dell’anno provocando un ripensamento dell’Istat in merito alla questione illustrata in premessa.

"In questo contesto si colloca il finanziamento di 140 milioni di euro concesso a fine settembre dal Cipe a valere sulle risorse del Fondo per le aree sottoutilizzate e il successivo decreto legge n. 154 del 7 ottobre 2008 il cui art. 5, terzo comma, così recita testualmente: “ Le risorse assegnate a singoli comuni con delibere CIPE del 30 settembre 2008, a valere sulle risorse del fondo per le aree sottoutilizzate di cui all'articolo 61 della legge 27 dicembre 2002, n. 289, possono essere utilizzate anche per le finalità' di cui all'articolo 78, comma 8, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, ovvero per ripianare disavanzi, anche di spesa corrente; entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto il CIPE provvede alla conseguente modifica della predetta delibera, nonché, al fine di assicurare il rispetto degli obiettivi di finanza pubblica, alla necessaria riprogrammazione degli interventi a carico del Fondo.…omissis”

"Il Comune di Catania, secondo quanto riferito dai suoi rappresentanti intervenuti all’adunanza, intenderebbe avvalersi della facoltà concessa dalla norma in esame destinando quindi il finanziamento citato a copertura dei disavanzi di amministrazione maturati, e di fatto non ancora ripianati, per la somma di 100 milioni di euro circa, e all’abbattimento di parte dei disavanzi della municipalizzata AMT per i rimanenti 40 milioni di euro.

"La Corte non può condividere tale impostazione. Va infatti considerato che la disposizione in questione ha certamente natura di norma eccezionale in quanto consente di utilizzare delle entrate aventi specifica destinazione per legge, quali sono appunto quelle derivanti dal FAS volte alla realizzazione di interventi infrastrutturali, per il ripianamento di disavanzi, anche di parte corrente. Si tratta quindi di una esplicita deroga alla previsione di cui al terzo comma dell’art. 193 del TUEL, nella parte in cui viene vietato agli Enti di utilizzare, a copertura del deficit, entrate aventi specifica destinazione per legge. Ad avviso di questa Corte, la portata eccezionale della norma in esame si circoscrive in questo ristretto ambito e non può essere estesa nel senso di consentire una deroga anche alle prescrizioni che stabiliscono un termine massimo per il ripiano dei disavanzi di amministrazione e dei debiti di cui all’art. 194 del TUEL (si vedano i commi 2,3 e 4 dell’art.193 citato).
Tale interpretazione del terzo comma dell’art.5 del decreto legge n. 154 del 7 ottobre 2008 si fonda sulla previsione contenuta nell’art.1, quarto comma, dello stesso TUEL, secondo la quale le deroghe ai principi contenuti nel testo unico, introdotte per legge, dovranno contenere una espressa modificazione delle sue disposizioni non essendo ammessa una deroga implicita alle norme del TUEL.

"Questa Corte osserva altresì che l’efficacia della disposizione contenuta nel terzo comma dell’art. 193 del TUEL, relativamente al termine massimo entro il quale l’Ente è tenuto ad adottare i provvedimenti di copertura del deficit, è stata rafforzata dal legislatore mediante l’introduzione di una sanzione, essendo equiparata la mancata adozione dei provvedimenti di riequilibrio alla mancata approvazione del bilancio preventivo con la conseguente applicazione della procedura di cui al secondo comma dell’art. 141 del TUEL (si veda il quarto comma dell’art.193 del TUEL).

"Alla luce delle suesposte considerazioni, sarebbe oggi possibile la copertura dei soli disavanzi per i quali non sia già maturato il termine predetto dei due esercizi successivi a quello in cui è avvenuto il riconoscimento".

Palermo, ignoti scrivono: "Liberate Totò Riina"

Liberate Riina, è questo l'inquietante messaggio lasciato nella notte in via Antonio di Rudini a Palermo da uno o più sconosciuti tra le vetrate di un noto bar della zona

da fascioemartello.it

Il Video: Liberate Totò Riina

20 novembre 2008

Un'ordinaria giornata nazista

Forza Nuova in Sicilia invia alle redazioni di diversi media locali delle bambole insanguinate e interiora di animali. Protesta per la 194. Mentre sul web si diffonde la musica dei 99 Fosse, gruppo che rimodula testi e parole delle canzoni in chiave antisemita. Ne discute anche la Camera non senza polemiche

di Frida Roy
da http://www.aprileonline.info/

Sicilia - Pacchi postali con interiora di animali e bambole insanguinate e fatte a pezzi sono stati recapitati alle agenzie di stampa e ai quotidiani siciliani "per protestare contro la legge sull'aborto". Mittente: la sezione siciliana di Forza Nuova. "E' un genocidio legalizzato", è scritto nel volantino che accompagna il pacco. "Basta con la 194".

Giuseppe Provenzale, coordinatore regionale della sigla di estrema destra, forte del pieno sostegno di Roberto Fiore, segretario nazionale di Fn, ammette che è opera sua l'invio di sei pacchi alle redazioni dei quotidiani: "E' un'iniziativa shock, ma è l'unico modo per denunciare, nella sua crudezza, quello che avviene nelle realtà con un aborto". Provenzale, insieme a Massimiliano Ursino, altro militante forzanuovista, verranno denunciati all'autorità giudiziaria per procurato allarme contro l'autorità e sono stati ascoltati per tutto il pomeriggio dai carabinieri di Palermo. Prima notizia del giorno.

Seconda "buona" nuova. Sul web fa proseliti un gruppo musicale che, nel nome ed esclusivamente in quello, si richiama a quello dei 99 Posse, storico gruppo napoletano che si è sciolto nel 2005 e conosciuto per il suo ancoraggio nei centri sociali. Gli emuli che ottengono tanto successo via internet si chiamano 99 Fosse e nei loro brani auspicano la morte degli ebrei e deridono la Shoah e i campi di sterminio. Le loro canzoni sono apparse su Youtube, ma possono anche contare su un sito dedicato nella community di Netlog, con tanto di fan riconoscibili dai nick e dalle foto di ispirazione fascista: da Forza Nuova Macerata a PrincipeNeroFN.

A caricare le canzoni antisemite dei 99 Fosse su Youtube è stato un utente italiano che si firma come "Karl Gebhardt": era il nome del medico personale di Heinrich Himmler, ministro dell'Interno del Reich, noto per aver condotto esperimenti nel campo di concentramento femminile di Ravensbrück, utilizzando come cavie le prigioniere polacche e russe.

Ad esaltarli ci pensano quanti si riuniscono nella sezione italiana del forum neonazista "Storm Front": sito registrato in America, che espone in homepage la scritta, in inglese, "orgoglio bianco mondiale". Il suo fondatore, Don Black, è un ex leader del Ku Klux Klan. L'album dei 99 Fosse, mai pubblicato e circolato clandestinamente nei circuiti della destra estrema e degli skinhead a partire dalla fine degli anni Novanta, si intitola "Zyclon B", proprio come il veleno usato dai nazisti per sterminare gli ebrei nelle camere a gas.

Due notizie che danno la cifra dell'oggi, cioè della violenza e dell'odio dilaganti e che, in maggioranza, si animano di menti e corpi giovanili. In Italia e fuori dal Bel Paese. Violenza ed odio che colpiscono i diritti, la libertà di stampa, le donne, gli ebrei e la democrazia stessa. La cifra dell'oggi è l'eversione di stampo nazista, razzista, xenofobo, che invoca il controllo della razza, che da patenti di italianità, nega cittadinanza e cerca complicità oltreoceano.

Gli episodi che lo hanno comprovato e continuano a farlo sono tanti, troppi ed hanno radici profonde, rinvigorite con l'acqua della distrazione, lontana e vicina, politica e sociale. La matrice è sempre la stessa: Forza Nuova e gli ambienti che più le sono vicini.

È pericoloso considerarli marginali. Durante la campagna elettorale americana furono proprio i teocon evangelici a inviare via posta centinaia di migliaia di piccoli feti di plastica all'indirizzo di associazioni e singoli cittadini. L'azione venne spiegata come la necessità di far comprendere il rischio di eleggere un democratico, per di più nero, alla Casa Bianca. Negli anni '70, i loro antesignani, erano soliti sparare alle gambe, fuori dalle cliniche, i medici che praticano l'interruzione di gravidanza. Forza Nuova non spara, ma intimorisce i media che possono diffondere in qualche modo una coscienza critica, capace di riconoscere alle donne il diritto di scelta sulla maternità. Evidentemente troppo per loro.
A conti fatti, Giuseppe Provenzale non ha inventato niente: ha spedito i suoi sei messaggi di morte nelle redazioni di agenzie di stampa e quotidiani, perché la pluralità e la libertà di stampa testimoniano, più della politica, la tenuta democratica di un paese.

Oggi, la politica si indigna. S'indigna anche Fini che commenta quanto accaduto a Palermo nei termini di "un'inquietante e intollerabile forma di violenza derivante da un fanatismo che desta allarme nelle istituzioni". Stessa stigmatizzazione del leader Pd Veltroni, che parla di azione "vile e inquietante" e di "una macabra e minacciosa campagna". Mentre sul remake musicale nazista, la Camera ne discute condannadolo con il pieno appoggio di una comunità ebraica comprensibilmente preoccupata. Veltroni parla di "orrore", di "spettacolo terribile e avvilente" e ne chiede l'oscuramento quanto prima dalla rete. Eppure non fila tutto liscio nel confronto parlamentare, nel corso del quale non sono mancate le divergenze. Giorgio Clelio Stracquadanio del Pdl ha tenuto a ricordare che le dichiarazioni antisemite e antiisraeliane sono sostenute anche da "forze politiche internazionali di sinistra" ed ha fatto l'esempio dell'Ucoii, Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia, definita una "organizzazione paraterrorista", provocando la risposa di Fabio Evangelisti dell'Idv che ha invitato all' "equilibrio", ricordando che l'Ucoii è "riconosciuta dal ministero
dell'Interno". A questo punto dai banchi della maggioranza interviene piccata Souad Sbai, ex membro della consulta per l'islam italiano del Viminale: "Quale ministero ha riconosiucto l'Ucoii?", ha ribattutto sottolineando che la Consulta "è riconsciuta da parecchi paesi non solo europei come un'organizzazione di estremisti e filoterroristi".

Gli anticorpi democratici presenti nella rete e che per primi hanno denunciato i contenuti nazisti chiedendone la cancellazione, anche questa volta hanno dimostrato di reggere allo scontro che si fa sempre più duro. Ma anche gli anticorpi hanno bisogno di essere sostenuti e alimentati per crescere. Una classe politica che non interviene a sostegno dei ceti più deboli, sconquassati dalla crisi economica, che non interviene a sostegno del precariato, condizione economica ma anche sociale e culturale, una classe politica che non investe in formazione ed istruzione è tre volte colpevole.

Levi ritira la sua proposta ma spunta una nuova legge, altra versione de "L'ammazzablog"?


Siti web da registrare, la nuova proposta di legge


da punto-informatico.it


Roma - Difficile credere che si tratti di una coincidenza: a poche ore da quando Ricardo Levi ha annunciato la cancellazione delle sue criticatissime proposte per la registrazione coatta di siti web e blog, ritiro subito applaudito dagli esperti, ecco che si affaccia una nuova proposta di legge, che conferma alcuni obblighi per i siti web ma con alcuni decisivi distinguo rispetto all'orientamento Levi.

A presentarla, questa volta, non è un esponente del Partito Democratico ma Roberto Cassinelli del Partito Popolo delle Libertà e membro della commissione Giustizia della Camera. Cassinelli sia nelle dichiarazioni con cui ha ieri presentato la sua proposta sia nella introduzione alla stessa sottolinea energicamente come si tratti di un testo che vuole correggere la normativa esistente per liberare, scrive, "blog, social network e community dai lacci e lacciuoli stabiliti dalla legge per i prodotti editoriali".

In particolare Cassinelli prende di mira la legge 62 del 2001, quella che i lettori di Punto Informatico conoscono benissimo, una legge che quell'anno ha provocato una mobilitazione in rete all'epoca senza precedenti animata proprio da questo giornale: le ragioni di Cassinelli sono quelle che già all'epoca furono proposte da una petizione firmata da più di 53mila utenti Internet. In quella norma, infatti, la definizione di prodotto editoriale è così generica da comprendere qualsiasi cosa, siti e blog compresi. Da qui parte il parlamentare della maggioranza, spiegando come quella legge di fatto estenda obblighi previsti e considerati necessari per la stampa tradizionale anche a realtà elettroniche che con questa nulla hanno a che spartire. A cominciare, è lecito aggiungere, dalla caccia ai ricchi contributi pubblici per i quali quella norma era nata in primo luogo.
Secondo Cassinelli la sua proposta, dunque, limita qualsiasi obbligo ai prodotti editoriali cartacei oppure solo a quelli che definisce giornali online, "ovvero quei siti internet simili, se non identici, alla stampa tradizionale, con una redazione giornalistica regolarmente stipendiata e con la vendita di spazi pubblicitari al proprio interno". A detta del parlamentare tutto questo "risponde ad una esigenza di liberalizzare la circolazione delle idee ed il mercato delle opinioni, senza introdurre ulteriori appesantimenti e controlli", al punto che definisce la sua proposta una legge salvablog "in piena antitesi con il ddl ammazzablog presentato dall'ex sottosegretario all'editoria del governo Prodi Ricardo Franco Levi". Cassinelli ci va giù molto pesante sull'impianto Levi: "Una misura assolutamente illiberale e inaudita che metteva il bavaglio alla libera circolazione delle idee, per cui apprezziamo che lo stesso onorevole Levi abbia deciso di fare retromarcia ritirando il capitolo della sua proposta dedicato ad Internet".

Nonostante le buone intenzioni, però, c'è già in queste ore chi ha individuato nella nuova proposta alcuni rischi per una serie di siti.

La falla più pesante, in particolare, si troverebbe nella nuova definizione di prodotto editoriale "pubblicato nella rete Internet". Perché un sito venga considerato in questo modo, infatti, deve valere una qualsiasi di sette condizioni. Tra queste non c'è solo la sussistenza di una redazione giornalistica o la riproposizione su web dei contenuti di un giornale cartaceo, ma anche quanto previsto dal "punto b" dell'articolo 2 comma 1, un assai più generico "il gestore o gli autori delle pagine ne traggano profitto". Questa definizione, associata al fatto che la proposta legge si applicherebbe a pressoché qualunque sito si focalizzi su "la pubblicazione o la diffusione di notizie di attualità, cronaca, economia, costume o politica" si può tradurre, dicono gli esperti consultati da Punto Informatico in queste ore, in nuovi obblighi per qualsiasi sito il cui gestore tragga profitto di qualsiasi genere (non solo economico) dalla propria attività.

Peraltro, che l'espressione "traggano profitto" del punto "b" possa non riferirsi per gli autori del sito solo all'aspetto economico ma a qualsiasi genere di profitto anche non economico, ad esempio in termini di visibilità o reputazione professionale, sembra indicarlo anche il successivo punto "f", in cui riferendosi agli autori o gestori dei siti si parla invece esplicitamente di "compensi periodici o salutari per la propria attività di gestione o redazione". Sulla stessa linea anche il successivo "g". Il problema dell'obbligo di registrazione e di dover sottostare alle altre pendenze della legge sulla stampa a cui sono sottoposti i giornali tradizionali, viene sottolineato ora, non sembra dunque affatto risolto. Anzi si confermerebbero gli obblighi della legge sull'editoria per pressoché qualunque sito pubblichi un banner, un annuncio AdSense o, più semplicemente, permetta a chi lo realizza di ottenerne un profitto di qualsiasi genere.

In effetti Cassinelli, che Punto Informatico sta tentando di raggiungere per ulteriori approfondimenti proprio in queste ore, nella presentazione della proposta dichiara che "in questo modo, il numero di siti tenuti ad essere registrati presso il Tribunale si restringe sensibilmente rispetto a quello attuale (ossia quello previsto dalla 62/2001, ndr.) che, se si ottemperasse alle vigenti normative, risulterebbe in pratica pari alla totalità dei siti web". In altre parole nella proposta Cassinelli c'è una fondamentale presa di coscienza del vulnus giuridico causato dalla controversa legge sull'editoria del 2001, c'è l'intenzione di liberare blog e siti web da obblighi che non hanno senso ma non sembra ancora esserci una corretta definizione di prodotto editoriale, con la conseguenza che si lascia aperta la porta ad una conferma degli obblighi di registrazione e degli altri obblighi previsti per la stampa anche per tutta una serie di altri siti.

Di rilevanza, per quanto generico, il comma 2 dell'articolo 2 di questa proposta che afferma, ed è questa la più importante novità rispetto tanto alla legge sull'editoria quanto alla proposta Levi:

"Sono in ogni caso esclusi dagli obblighi previsti dall'articolo 5 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, i prodotti editoriali pubblicati sulla rete internet che abbiano quale scopo unico: a) la pubblicazione o la diffusione di idee ed opinioni proprie e personali; b) la pubblicazione o la diffusione, da parte dell'autore o gestore, di informazioni relative alla propria natura ed alla propria attività di società, associazione, circolo, fondazione o partito politico; c) la pubblicizzazione, da parte dell'autore o gestore, della propria attività di istituzione, ente pubblico o persona che ricopra cariche in tale ambito; d) la pubblicazione o la diffusione, da parte dell'autore o gestore, di informazioni autobiografiche, personali o che comunque riguardino la propria attività personale, professionale, politica o pubblica; e) l'aggregazione, in forma automatica, di notizie ed informazioni contenute in altre pagine; f) la creazione di momenti di discussione e dibattito su temi specifici; g) l'aggregazione di utenti terzi in una comunità virtuale".

Quanto emerge, dunque, è un chiaro tentativo di distinguere come due insiemi separati le attività professionali di informazione da tutte le altre. Il problema, osservano però gli esperti in queste ore, è che questo confine nella realtà delle attività di moltissimi siti è sfumato e quasi impercettibile. Un esperto di cinema, è uno degli esempi che viene fatto, che utilizzasse il suo blog per aggiornare i suoi lettori, esprimendo opinioni e dando informazioni sul cinema, e condisse il tutto con dei banner AdSense, rischierebbe di doversi registrare pur essendo tutto meno che una testata giornalistica, e certo non interessato a recuperare finanziamenti pubblici ma solo a parlare di ciò che lo appassiona con altri utenti della rete.

Come detto, ad ogni modo, quella di Cassinelli è una proposta di legge e come tale potrà essere modificata in corsa eliminando le possibili ambiguità. Nelle prossime ore Punto Informatico conta di poter approfondire la questione con il suo promotore e con altri esperti della materia.

19 novembre 2008

Radio Mafiopoli puntata n.09: "Borsellino sul tetto che scotta"

Com’è triste un popolo di eroi. Com’è triste mafiopoli quando devia l’oblio lì dove può cucinare per bene le politiche venture. Vi auguro, lo auguro con il cuore e le parti molli che vi rimanga conficcata. Rimanga conficcata l’ultima voce di Borsellino a quarantotto ore dalla morte di Falcone e due mesi dalla propria. Che vi rimanga incastrata in gola proprio lì a far saltare anche all’ultimo minuto il condono che non vi meritate nemmeno un secondo prima della redenzione

da radiomafiopoli.org



Borsellino: Sì, Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxi-processo e precisamente negli anni fra il 1975 e il 1980, e ricordo di aver istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane. Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come “uomo d’onore” appartenente a Cosa Nostra.
Giornalista: “Uomo d’onore” di che famiglia?
Borsellino: L’uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia della quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accertò che Vittorio Mangano, ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io e risultava altresì da un procedimento cosiddetto procedimento Spatola, che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxi-processo, che Vittorio Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città da dove come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale del traffico di droga, di traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane.
Giornalista: E questo Mangano Vittorio faceva traffico di droga a Milano?
Borsellino:Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo, nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio mafioso delle famiglie palermitane, preannuncia o tratta l’arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio convenzionale che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come magliette o cavalli.
Giornalista: Comunque lei in quanto esperto, può dire che quando Mangano parla di cavalli al telefono, vuol dire droga.
B: Si, tra l’altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga, è una tesi che fu avanzata alla nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta al dibattimento, tanto è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxi processo per traffico di droga.
G: Dell’Utri non c’entra in questa storia?
B: Dell’Utri non è stato imputato del maxi processo per quanto io ne ricordi, so che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano.
G: A Palermo?
B: Sì, credo che ci sia un’indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari.
G: Marcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri?
B: Non ne conosco i particolari, potrei consultare avendo preso qualche appunto, cioè si parla di Dell’Utri Marcello e Alberto, di entrambi.
G: I fratelli
B: Sì.
G: Quelli della Publitalia?
B: Sì.
G: Perché c’è nell’inchiesta della San Valentino, un’intercettazione fra lui e Marcello Dell’Utri in cui si parla di cavalli.
B: Beh, nella conversazione inserita nel maxi-processo, si parla di cavalli da consegnare in albergo, quindi non credo potesse trattarsi effettivamente di cavalli, se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all’ippodromo o comunque al maneggio, non certamente dentro l’albergo.
G: C’è un socio di Marcello Dell’Utri, tale Filippo Rapisarda che dice che questo Dell’Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontade.
B: Palermo è la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano più numerose, si è parlato addirittura in un certo periodo almeno di duemila uomini d’onore con famiglie numerosissime, la famiglia di Stefano Bontade sembra che in un certo periodo ne contasse almeno 200, si trattava comunque di famiglie appartenenti a una unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, i cui membri in gran parte si conoscevano tutti, e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera.
G: Lei di Rapisarda ne ha sentito parlare?
B: So dell’esistenza di Rapisarda, ma non me ne sono mai occupato pesonalmente.
G: Perché quanto pare, Rapisarda, Dell’Utri, erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia.
B: Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Rapisarda e Dell’Utri, non so fornirle particolari indicazioni, trattandosi ripeto sempre di indagini di cui non mi sono occupato personalmente.
G: Non le sembra strano che certi personaggi, grossi industriali come Berlusconi, Dell’Utri, siano collegati a uomini d’onore tipo Vittorio Mangano?
B: All’inizio degli anni Settanta, Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa, un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali, dei quali naturalmente cercò lo sbocco, perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza tra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali.
G: Lei mi dice che è normale che Cosa Nostra si interessi a Berlusconi?
B: è normale che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerchi gli strumenti per poter impiegare questo denaro, sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro.
G: Mangano era un pesce pilota?
B: Sì, guardi le posso dire che era uno di quei personaggi che ecco erano i ponti, le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel nord Italia.
G: Si dice che abbia lavorato per Berlusconi?
B: Non le saprei dire in proposito o anche se le debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo, so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito. Non conosco quali atti siano ormai conosciuti, ostensibili e quali debbano rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi, è una vicenda che la ricordi o non la ricordi, comunque è una vicenda che non mi appartiene, non sono io il magistrato che se ne occupa quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla.
G: C’è un’inchiesta ancora aperta?
B: So che c’è un’inchiesta ancora aperta.
G(in francese): Su Mangano e Berlusconi a Palermo?
B: Sì.

Siti del Network :
www.radiomafiopoli.org www.agoravox.it www.fascioemartello.it www.giuliocavalli.net www.carmelodigesaro.org www.strillone.info www.orsatti.info www.precariattiva.netsons.org www.dazebao.org www.annalenadigiovanni.com www.telejato.it (Il videomontaggio dopo le 18) www.arcoiris.tv www.invisibile.135.it www.adelantelodi.wordpress.com

18 novembre 2008

PD, PDL e il pizzino galeotto

da BlogRobertoCorradi

Un assalto geriatrico ai blogger italiani

I leader politici italiani comprendono a malapena i programmi di videoscrittura, figuriamoci il Web. Ora se la prendono con i blogger del paese

da TimesOnLine
L'articolo originale

Secondo gli standard del G8, l’Italia è uno strano paese. In parole povere, è una nazione di legislatori ottuagenari eletti da pensionati di 70 anni. Tutti gli altri non contano.

Romano Prodi, Primo Ministro, è un arzillo sessantottenne, che ha scalzato il settauntunenne Silvio Berlusconi alle elezioni dello scorso anno. Il Presidente Giorgio Napolitano, 82 anni, ne ha ancora sei prima della scadenza del suo mandato; il suo predecessore ne aveva 86, quando ha lasciato. Nel caso improbabile che l’Italia dichiari guerra, la decisione verrà da un capo di Stato che era quasi ventenne quando i tedeschi si arresero alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Credo che questa prospettiva poco rassicurante sia un’introduzione necessaria in ogni discussione sulla politica italiana con chi non ne abbia già familiarità. Che il governo italiano sembri incapace di adattarsi al mondo moderno, si spiega facilmente. Qualunque paese agirebbe nello stesso modo se al potere non ci fossero che i nonni.

Recentemente il legislatore italiano, ancora una volta, ha preso di mira la vita moderna, nel tentativo di introdurre una legge incredibile che imporrebbe di fatto a tutti i blogger, e persino agli utenti dei social network [ad esempio Facebook, Myspace, superEva etc., N.d.T. ], di iscriversi in registri pubblici statali. Anche un innocuo blog sulla squadra di calcio preferita o quello di un adolescente lagnoso alle prese con le ingiustizie della vita sarebbero soggetti alla vigilanza del governo, nonché a tassazione - anche se non si tratta di un sito commerciale.

Al di fuori dell’Italia, la normativa ha generato sarcastica commiserazione da parte di attenti osservatori di tutt’altra opinione. BoingBoing [sito web molto conosciuto tra gli Hackers, N.d.T.] ha ammiccato dichiarando che l’Italia propone la creazione di un “Ministro dei Blog”. Out-law.com [sito specializzato negli aspetti legali del web, N.d.T.] parla schiettamennte, etichettando il provvedimento come legge “anti-blogger”.

E’ comprensibile la mancanza di preoccupazione nei loro toni. Ci siamo trovati molto spesso di fronte a situazioni del genere. Ogni volta che funzionari del governo in preda al panico, che si tratti di Harare [capitale dello Zimbabwe, N.d.T.], di Pechino o di Roma (già, questa è la seconda volta che viene proposto qui), decretano una nuova museruola per internet, gli smaliziati cittadini della rete subito trovano un modo per aggirare l’ostacolo.

Perfino l’irrequieto adolescente é probabile che conosca un modo infallibile di mascherare il suo indirizzo IP. Inoltre si potrebbe facilmente sostenere che un Blogger o Typepad blog è ospitato su un server anche ben al di fuori del Bel Paese rendendo una legge ottusa praticamente inapplicabile. Alla fine, questa è l’Italia, un luogo dove idraulici e capitani d’industria sono accomunati dall’essere entrambi irriducibili evasori fiscali.

“Non andare in sbattimento amico. Goditi il sole, vino rosso e tagliatelle”.
Forse è proprio per tutte queste evidenti ragioni che si sta sottoponendo il disegno di legge a diverse modifiche. Se venisse ratificato - e al momento sembra spaventosamente probabile - il Ministero delle Comunicazioni deciderebbe chi deve iscriversi ai registri statali.

Ciò é tuttaltro che rassicurante. L’intento di questo progetto di legge, nella forma in cui il Consiglio dei ministri lo ha approvato senza battere ciglio, sarebbe imbavagliare i blogger che, per chi è al potere, sono diventati negli ultimi tempi un problema partcolarmente spinoso. I blogger sono guidati dalla crociata (che alcuni definirebbero “populista”) di Beppe Grillo, un comico prima trasformatosi in attivista e quindi in blogger. Grillo è uno dei commentatori più letti dagli italiani e, grazie al suo blog nella versione inglese, anche al di fuori del paese. Egli fomenta l’opinione pubblica per conto degli esclusi (vale a dire i giovani italiani), e fa campagna per una maggiore trasparenza dell’attività di governo e del mondo degli affari.

Grillo é convinto che la legge sia diretta contro di lui. Che lo sia o meno non conta molto. L’effetto di questa trasformerebbe tutti i blogger in Italia in potenziali fuorilegge. Ciò sarebbe l’ideale per i loro loschi traffici [dei politici], bisogna ammetterlo, ma sarebbe disastroso per le aspirazioni economiche sulla crescita del web italiano, senza parlare di una qualsiasi azienda del settore tecnologico che volesse vendere in Italia il suo software di elaborazione per blog, o aprirvi un social network. Oltre a fare scomparire potenziali posti di lavoro nel settore tecnologico ed a soffocare la libertà di parola, [la legge in discussione] può anche avere un effetto drammaticamente agghiacciante su tutte le forme di libera espressione, di arte e di cultura.

Mi riferisco qui in particolare ai miei studenti. Io insegno in un corso di introduzione al giornalismo alla John Cabot University di Roma. I miei studenti si occupano di questioni relative alla città ed all’università in un giornale on-line, in forma di blog, che si chiama The Matthew Online. Se questa legge passasse, non potremmo semplicemente spostare il blog su un server off-shore. Noi saremmo tra i pochi costretti a rispettare questa folle normativa.

Ogni semestre, dovrei richiedere ed ottenere l’iscrizione di circa 20 studenti presso il Ministero delle comunicazioni, un incubo burocratico che richiederebbe di certo più di un semestre per essere completato, e trascinerebbe via per sempre una generazione di potenziali giornalisti, spingendoli probabilmente verso qualcosa di più gratificante come le lobby dei fucili d’assalto. Così, invece di insegnare ad aspiranti giornalisti come si scrivono le notizie facendoli lavorare su qualche avvenimento di attualità, potremmo trascorrere tre mesi facendo esercizi di introduzione alla scrittura presi da un libro di testo.

E così mi appello al Ministro italiano delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, egli stesso un ex giornalista, ed a Ricardo Franco Levi, il parlamentare che ha concepito questa legge profondamente sbagliata. È davvero mettere a tacere l’intera gioventù di questo paese la miglior soluzione per affrontare poche teste matte?

17 novembre 2008

Quanto Obama considera Berlusconi, video dimostrativo

Barack Obama ignora e disprezza Berlusconi e il suo discorso al Congresso degli Stati Uniti, Washington, 1° marzo 2006.Obama non applaude, non si alza in piedi, sbadiglia, si guarda in giro perplesso, evidentemente "entusiasta" del soporifero discorso di Berlusconi e del suo improbabile e maccheronico inglese. Meglio gli andò con Veltroni nel 2005, quando lo ospitò nel suo studio al Senato di Washington...

da termometropolitico

Che furbetto quel Brunetta

La trasferta a Teramo per diventare professore. La casa con sconto dall'ente. Il rudere che si muta in villa. Le assenze in Europa e al Comune. Ecco la vera storia del ministro anti-fannulloni

da espresso.it
di Emiliano Fittipaldi e Marco Lillo

La prima immagine di Renato Brunetta impressa nella memoria di un suo collega è quella di un giovane docente inginocchiato tra i cespugli del giardino dell'università a fare razzia di lumache. Lì per lì i professori non ci fecero caso, ma quella sera, invitati a cena a casa sua, quando Brunetta servì la zuppa, saltarono sulla sedia riconoscendo i molluschi a bagnomaria. Che serata. La vera sorpresa doveva ancora arrivare. Sul più bello lo chef si alzò in piedi e, senza un minimo di ironia, annunciò solennemente: "Entro dieci anni vinco il Nobel. Male che vada, sarò ministro". Eravamo a metà dei ruggenti anni '80, Brunetta era solo un professore associato e un consulente del ministro Gianni De Michelis.

Ci ha messo 13 anni in più, ma alla fine l'ex venditore ambulante di gondolette di plastica è stato di parola. In soli sette mesi di governo è diventato la star più splendente dell'esecutivo Berlusconi. La guerra ai fannulloni conquista da mesi i titoli dei telegiornali. I sondaggi lo incoronano - parole sue - 'Lorella Cuccarini' del governo, il più amato dagli italiani. Brunetta nella caccia alle streghe contro i dipendenti pubblici non conosce pietà. Ha ristretto il regime dei permessi per i parenti dei disabili, sogna i tornelli per controllare i magistrati nullafacenti e ha falciato i contratti a termine.

Dagli altri pretende rigore, meritocrazia e stakanovismo, odia i furbi e gli sprechi di denaro pubblico, ma il suo curriculum non sempre brilla per coerenza. A 'L'espresso' risulta che i dati sulle presenze e le sue attività al Parlamento europeo non ne fanno un deputato modello. Anche la carriera accademica non è certo all'altezza di un Nobel. Ma c'è un settore nel quale l'ex consigliere di Bettino Craxi e Giuliano Amato ha dimostrato di essere davvero un guru dell'economia: la ricerca di immobili a basso costo, dove ha messo a segno affari impossibili per i comuni mortali. Continua a leggere