29 novembre 2008

Disegno di legge Cassinelli: quando dalla stretta si passa alla farsa

E’ probabile che all’estero stiano ancora ridendo alla notizia dell’iniziativa legislativa del 19 novembre assunta dal deputato Pdl Roberto Cassinelli, membro della Commissione Giustizia alla Camera, per regolamentare la Rete. Un progetto di legge che il deputato ha avuto il coraggio di definire “legge salvablog in piena antitesi con il ddl ammazzablog presentato da Ricardo Franco Levi”

da www.difesadellinformazione.com
Bologna, 24 novembre 2008
(avv. Antonello Tomanelli)

Secondo Cassinelli, il precedente ddl di Levi, ora ritirato, si poneva quale “misura assolutamente illiberale e inaudita che metteva il bavaglio alla libera circolazione delle idee”.

In effetti, è vero che il disegno di legge Levi imponeva, in linea di principio, a chiunque detenesse un sito o un blog l’obbligo di iscrizione al Registro degli Operatori di Comunicazione (Roc, tenuto presso l’Agcom). E’ vero che estendeva alle pubblicazioni su internet le norme sui reati di stampa (primo fra tutti, quello di “stampa clandestina” previsto dall’art. 16 della legge sulla stampa del ’48 per chi non effettuasse l’iscrizione al Roc). E’ anche vero, però, che il disegno di legge Levi dispensava dall’obbligo di iscrizione quei soggetti che operano in rete “in forme o con prodotti, quali i siti personali o ad uso collettivo, che non costituiscono il frutto di un’organizzazione imprenditoriale del lavoro”.

Su quest’ultima disposizione si è detto tutto e il contrario di tutto. Le interpretazioni più allarmistiche, equivocando sull’aggettivo “imprenditoriale”, estendevano l’obbligo di iscrizione al Roc a chi si limitava ad inserire un banner pubblicitario o addirittura un annuncio Google Adsense. In realtà, la norma individuava il presupposto dell’iscrizione al Roc non in una generica “attività di impresa”, ma nella “organizzazione imprenditoriale del lavoro” caratterizzante l’impresa stessa.

Certo, tecnicamente nel concetto di “attività di impresa” può rientrare l’inserimento di un banner pubblicitario che garantisce un introito di poche decine di Euro mensili. Ma è quanto accade all’interno dell’impresa che qui conta. Una “organizzazione imprenditoriale del lavoro” richiede l’esercizio di poteri di direzione, di controllo, di coordinamento, di specificazione dell’attività espletata da altri soggetti che operano nell’impresa. Insomma, una struttura organizzata. Cosa impossibile da rinvenire in un sito gestito, ad esempio, da una sola persona, che inserisce alcuni banner. Anche il barbiere, l'idraulico e il piastrellista svolgono “attività di impresa”, ma se lavorano da soli non daranno mai vita ad una “organizzazione imprenditoriale del lavoro”.

Ora l’onorevole Cassinelli, dopo aver bollato come “misura assolutamente illiberale e inaudita” l’iniziativa di Levi, si presenta come strenuo difensore dell’art. 21 Cost., affermando (così si legge nella sua Relazione alla Camera) che “la rete internet sta diventando il mezzo più sfruttato per esprimere e diffondere il proprio pensiero, ed è per questo che va sostenuta e resa sempre più fruibile a tutti i cittadini”. Vediamo come Cassinelli intende "sostenere" la Rete.

Il ddl Cassinelli sottopone all’obbligo di registrazione di cui all’art. 5 della legge sulla stampa (si badi bene: è la registrazione presso il tribunale, non l’iscrizione al Roc) ogni sito internet che abbia come scopo “la pubblicazione o la diffusione di notizie di attualità, cronaca, economia, costume o politica” (premessa generale), quando nella gestione di tali siti si verifichi “almeno una” delle condizioni elencate nell’art. 2, comma 1°. Le condizioni sono talmente tante che è difficile ipotizzare siti esenti dall’obbligo di registrazione. Tra l’altro, balza all’occhio la condizione di cui alla lettera g), il cui avveramento farebbe scattare l’obbligo di registrazione, ossia quando “il gestore e gli autori delle pagine vendono direttamente, o comunque percepiscono compensi correlati alla vendita di inserzioni pubblicitarie all’interno delle pagine medesime”. Questo sì che riguarda l’inserzione di banner e di annunci Google AdSense! Diversamente dal parametro del frutto della “organizzazione imprenditoriale del lavoro” che voleva introdurre Levi.

E l’art. 2, comma 2°, rende ancor più chiari gli scopi che il ddl si prefigge. Esclude dall’obbligo di registrazione quei siti che hanno “quale scopo unico […] la pubblicazione o la diffusione di idee ed opinione proprie e personali”. Se si raffronta questa disposizione con quella già vista del comma 1°, ne deriva che non sarà sottoposto all’obbligo di registrazione chi tiene un blog in cui racconta che lunedi si è scottato un dito scolando la pasta, martedi ha conosciuto l’amore della sua vita, mercoledì ha dovuto portare il gatto dal veterinario. E questi non dovranno nemmeno preoccuparsi di inserire venti banner a pagamento, perché la lettera della norma è inequivocabile: “Sono in ogni caso esclusi dagli obblighi previsti dall’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948 n. 47 […]”, ossia la registrazione presso il tribunale.

Tra l’altro, la registrazione presso il tribunale, previsto dall’art. 5 della legge sulla stampa, è un procedimento certamente più complesso di quello che porta all’iscrizione al Roc (oltre che dispendioso). E il presidente del tribunale potrebbe anche rifiutarla se chi presenta la domanda non è giornalista o non ha provveduto a nominarne uno in qualità di responsabile del sito. Infatti, requisito imprescindibile per quella registrazione, così come disciplinata dall’art. 5 della legge sulla stampa, è la nomina di un direttore responsabile, che deve essere iscritto all’albo dei giornalisti. Su questo aspetto il ddl Cassanelli tace, ma rinvia in continuazione all’obbligo di quella registrazione. E non ci sarebbe da meravigliarsi se qualche presidente di tribunale rifiutasse l’iscrizione in mancanza di un giornalista come direttore responsabile, poiché in caso contrario violerebbe l’art. 5 della legge sulla stampa.

Non c’è dubbio, quindi, che il disegno di legge Cassinelli si pone in aperto contrasto con l’art. 21 Cost., norma che tutela la libertà di manifestazione del pensiero “con la parola, lo scritto ed ogni altro mezzo di diffusione”. Ciò in quanto si propone di abbattere il circuito dell’informazione in Rete. Peraltro, molto di più di quanto non si proponesse il ddl Levi. Se quest’ultimo poteva essere interpretato come una seria stretta alla libertà sul web, il ddl Cassinelli diventa una farsa, perché nell’invocare il rispetto dell’art. 21 lo riferisce soltanto ai siti che non si occupano di problemi di attualità. E’ come se si limitasse fortemente l’informazione in tv a vantaggio dei reality show.

Del resto, la regolamentazione legislativa dei siti web, con particolare riferimento agli obblighi di registrazione, si presta di per sé a varie critiche. L’obbligo di registrazione nasce nella legge sulla stampa del 1948 sul presupposto che ogni pubblicazione cartacea deve essere riferibile a qualcuno. Anche con riferimento alla stampa non periodica, per la quale l’art. 2 impone negli stampati l’indicazione dei nomi dello stampatore, dell’editore, del luogo e della data di pubblicazione. Ciò nella consapevolezza di dover procedere ad una identificazione preventiva di soggetti che attraverso il cartaceo potrebbero commettere reati, e che in mancanza di quella identificazione con ogni probabilità rimarrebbero ignoti.

Ma tale necessità non si presenta nella Rete. Qui ogni accesso è registrato, e chi scrive è agevolmente identificabile. In altre parole, in Rete non vi è ragione di pretendere quella identificazione preventiva che la legge sulla stampa impone per il cartaceo, per la semplice ragione che sussiste già, sia pure in forma diversa da quella attuata dalla legge sulla stampa.

Vi è un ulteriore aspetto del ddl Casinelli che va segnalato. Tra i soggetti che gestiscono siti esenti dall’obbligo di registrazione, pone all’art. 2, comma 2°, quelli che hanno come unico scopo: “[…] f) la creazione di momenti di discussione e dibattito su temi specifici; g) l’aggregazione di utenti terzi in una comunità virtuale”. Il pensiero corre immediatamente ai forum. E’ significativo che la proposta di legge ostacoli le lucide e articolate manifestazioni di pensiero in ordine ad un fatto di attualità, mentre incentivi la formazione di quelle piazze virtuali in cui spesso centinaia di voci, non seguendo un filo logico, indeboliscono ogni tentativo di analisi critica, che finisce per essere offuscata dalle divagazioni, se non dagli insulti.

28 novembre 2008

Dio non si taglia

La scure della Gelmini risparmia gli insegnanti di religione. Che sono 25 mila. E costano 800 milioni l'anno

di Roberta Carlini
da espresso.repubblica.it
(26 novembre 2008)

Zona protetta, qui non si taglia. E neanche si riordina. I 25.694 insegnanti di religione nella scuola pubblica italiana sono al riparo dallo tsunami di tagli e proteste che l'ha investita. Anzi, sono destinati ad assumere un peso crescente, essendo le loro ore intoccabili nella generale riduzione dell'orario delle lezioni in classe. Lo dice anche la Gelmini: macché maestro unico, c'è anche l'insegnante di religione. Che alle elementari e alle materne fa due ore a settimana per classe. Solo che adesso sono due su 30 (o 40, se c'è il tempo pieno), dall'anno prossimo saranno 2 su 24: l'8,3 per cento dell'orario curricolare.

Quadro orario a parte, a fare i conti in tasca alla spesa della scuola pubblica per gli insegnanti di religione si trova qualche sorpresa. A partire dal numero complessivo: in aumento costante, per le massicce immissioni in ruolo fatte negli ultimi anni. Tra il 2004 e il 2007 sono stati assunti oltre 15mila tra maestri e professori di religione. Adesso superano i 25mila, e cifra più cifra meno costano 800 milioni all'anno. Ottocento milioni pagati da tutti, incomprimibili e insindacabili. E non solo perché oggetto di un accordo sottoscritto con uno Stato estero: non è che nei patti col Vaticano siano stati scritti anche i dettagli organizzativi e burocratici, e spesso sono questi a fare la differenza. Un esempio: mentre da tutte le parti ci si affanna per razionalizzare, accorpare, risparmiare, l'insegnante di religione è attribuito rigidamente per classe.

Questo vuol dire che c'è sempre, anche se solo uno studente di quella classe opta per l'insegnamento della religione. Ma anche senza arrivare al caso estremo, facciamo un'ipotesi vicina alla realtà di molti quartieri delle grandi città: se ci sono due classi con dieci studenti ciascuna che scelgono la religione, queste non si possono accorpare per quell'ora. Un meccanismo che moltiplica le ore e le cattedre. Diventa interessante, a questo punto, sapere quanti studenti scelgono l'ora di religione, per capire perché il numero degli insegnanti è cresciuto e se potrebbero essere utilizzati meglio: senonché la Pubblica istruzione questa informazione non la fornisce. È un dato che gli uffici statistici del ministero hanno, ma non è a disposizione del pubblico.

Allora bisogna andare alla fonte direttamente interessata, la Cei, per sapere qualcosa. E la Cei ci dice che nella media italiana il 91,2 per cento degli studenti si avvale dell'ora di religione: si va dal 94,6 delle elementari all'84,6 delle superiori. Sembrano tantissimi. E però sono in calo dal 2000 (allora erano sul 94 per cento). Il che segnala un primo paradosso: mentre diminuiva il numero degli studenti 'avvalentisi', aumentava quello dei maestri e prof di religione. I quali sono per la maggioranza donne, quasi sempre non ecclesiastici, mediamente un po' più giovani degli altri insegnanti. Quello che la Cei non dice (e il ministero si guarda bene dal far sapere) è come sono distribuiti: si sa che nelle scuole delle grandi città e nei quartieri con maggiore presenza di stranieri le percentuali scendono molto, ma nel dettaglio non si può andare. Anche perché, qualunque numero venga fuori, vale la rassicurazione del ministro Gelmini: "Gli insegnanti di religione non si toccano".

Può toccarli solo la stessa Curia che ha dato loro l'idoneità all'insegnamento, revocandogliela, anche per motivi morali o personali, come una convivenza fuori dal matrimonio o cose simili. In quel caso, si è stabilito qualche anno fa, l'insegnante di religione immesso in ruolo non perde il posto, ma può far valere i suoi titoli per insegnare altre materie: scavalcando altri precari con meno santi in paradiso.


Bari, minacce di morte a Michele Cagnazzo

Minacce di morte allo scrittore-criminalista Michele Cagnazzo. L’atto intimidatorio giunto presso lo studio-abitazione dello scrittore e criminalista Michele Cagnazzo, impegnato già da diversi anni sul fronte antimafia (in data 24/11/2008, contenente una lettera di minacce e due proiettili di grosso calibro), come da immediata dichiarazione rilasciata dallo stesso Cagnazzo

da Michele Cagnazzo blog

“si ritiene non riconducibile soltanto ed unicamente al suo libro-inchiesta “Mafia una guerra senza confini”, che comunque rimane una denuncia chiara, netta del malaffare, della corruzione e della questione mafiosa in Italia ed in Puglia, ma potrebbe essere altresì riconducibile anche all’incessante attività antimafia che Cagnazzo sta portando avanti ed espletando in questi ultimi anni attraverso innumerevoli dibattiti, conferenze e presentazioni, durante i quali non risparmia nomi, cognomi, fatti e circostanze”. Tra le ulteriori attività del Cagnazzo segnaliamo anche il progetto di Educazione alla Legalità di cui è coordinatore denominato “L’Antimafia entra nelle Scuole” – Conoscere le mafie ricostruire la legalità, che sta portando avanti con assoluta determinazione in diversi Istituti Scolastici.

Tutta questa incessante attività antimafia si lega ultimamente anche alle ultime inchieste e studi di settore sulle nuove frontiere ed aree di intervento della mafia barese, ovvero quella economica. Ultimamente ha dichiarato pubblicamente che nella riedizione ampliata del suo ultimo libro “Mafia una guerra senza confini”, che uscirà a breve, ci sarà un capitolo interamente dedicato “Ai segreti della mafia Barese: dall’usura al riciclaggio”.

Tale attività incessante ha evidentemente punto nel vivo quelle logiche di malaffare contro cui incensantemente lotta Michele Cagnazzo. Le segrete corporazioni mafiose non sono state a guardare, ma da tempo hanno cercato di ostacolare quest’attività in modo più o meno sottile sino a quando in data 17/11/2008 ha ricevuto un SMS anonimo contenete la seguente minaccia “ Lascia perdere la mafia bastardo se no farai brutta fine”.

Tutto questo, dichiara Cagnazzo, potrebbe aver dato fastidio a qualcuno, “lo schifoso potere mafioso quando lo sfidi emerge in tutta la sua arroganza e prepotenza”, io continuerò a fare quello che ho sempre fatto, perché la lotta alla mafia è una personale scelta etica e morale, e non riesco a concepire la mia vita in maniera diversa. Quindi non mi pongo il problema della paura e non mi fermerò. Il coraggio di fronte a queste ignobili minacce ha già preso il sopravvento.

26 novembre 2008

Sentenza storica, di merito, che blocca le trivellazioni petrolifere nella Val di Noto

Il Comitato per le energie rinnovabili e contro le trivellazioni gas/petrolifere in Sicilia esprime grande soddisfazione per la sentenza del TAR di Catania che dà piena ragione al Comune di Vittoria per quanto riguarda la questione delle perforazioni per idrocarburi di Sciannacaporale dove insistono le sorgenti d' acqua che servono appunto la città di Vittoria

da www.notriv.it

Si tratta di una SENTENZA DI MERITO che di fatto annulla le autorizzazioni che la Regione Sicilia, a suo tempo, concesse alla società. La concessione riguarda 747 km. quadrati nei territori di molti comuni tra cui Avola, Noto, Rosolini, Modica, Vittoria, Ragusa, ecc.

Nella sentenza l' ARPA e la Panther debbono pagare tutte le spese di lite della Consulenza Tecnica d' Ufficio (C.T.U.) e viene riconosciuto il rischio per le risorse idriche. Viene decretato anche che la V.I.A. ( Valutazione d' Impatto Ambientale ) deve essere propedeutica a qualsiasi iniziativa e si deve acquisire il parere vincolante del Comune dove insiste l'intervento (nel caso in specie Vittoria), dell' ASL e del Genio Civile, pertanto deve essere rifatto da parte della società tutto l' iter precedente.

Riteniamo questa SENTENZA, STORICA (è un precedente importante): per la prima volta si riconosce che il FUTURO ed il modello di sviluppo debbono essere decisi dalle comunità e non imposti dall' alto e pertanto sono salvaguardate le risorse pubbliche del territorio rispetto ad interessi privati.

In sostanza:

- i beni comuni come l' acqua, il paesaggio, l' ambiente debbono essere tutelati;

- non si può insistere ancora nelle risorse energetiche derivate da combustibili fossili, ma bisogna puntare alle energie rinnovabili, sicure, pulite ed al risparmio energetico;

- vi è bisogno di un' economia durevole, sostenibile, in armonia con la natura.

Comitato per le energie rinnovabili
e contro le trivellazioni gas/petrolifere in Sicilia
( sinteticamente COMITATO NO TRIV)


Approfondimenti: www.notriv.it ; Sentenza del tar
Le ragioni del movimento NOTRIV: 17/3/2003 val di noto manifestazione NO TRIV

Minacce mafiose a Giulio Cavalli

Nuova minaccia a Giulio Cavalli. Solidarietà all’attore dal mondo politico, dello spettacolo e della società civile Giulio Cavalli, autore, attore e regista teatrale, ha ricevuto l’ennesima, insostenibile, minaccia mafiosa lunedì sera

da giuliocavalli.net
Foto di M. Pazzi da www.maurapazzi.com

Durante le prove del suo spettacolo nel teatro di Tavazzano (Provincia di Lodi), infatti, alcuni sconosciuti hanno imbrattato, il furgone della Compagnia di Cavalli con le scritte “Smettila” con una croce accanto, “Non dimentichiamo” e “Riina Libero” - scritta, quest’ultima, che riprende quelle apparse a Palermo pochi giorni fa.

Non è la prima volta che accade. In aprile Cavalli ha ricevuto una email con minacce di morte e successivamente è stata disegnata una bara sul teatro Nebiolo di Tavazzano, di cui è direttore artistico. Le intimidazioni arrivarono dopo il suo spettacolo “Do ut Des” che ridicolizzava la mafia. A causa di queste e altre minacce da 7 mesi l’attore è sotto programma di protezione anche nelle trasferte per i suoi spettacoli.

Giulio Cavalli è da anni impegnato a teatro contro la mafia, e da tre mesi cura una rubrica, RadioMafiopoli, in onda su AgoraVox Italia e FascioeMartello, che si rifà a Onda pazza, la trasmissione di Peppino Impastato, dove l’attore disonorava la mafia. Nella penultima puntata di RadioMafiopoli (12 novembre) l’attore si scagliava contro il boss Totò Riina e probabilmente a qualcuno, questo, non è piaciuto.

Nel frattempo arrivano i primi attestati di solidarietà da parte del mondo civile, dello spettacolo e del giornalismo:

Giovanni Impastato (fratello di Peppino Impastato): “Questi atti sono deplorevoli per una persona impegnata dal punto di vista culturale e artistico che cerca di contribuire a tenere alti i valori della legalità, con la stessa ironia che Peppino, che poi purtroppo è stato zittito, ha portato avanti in quegli anni con la sua trasmissione Onda pazza. L’ironia è un’arma micidiale. Come Giovanni Impastato sono solidale con Giulio Cavalli e cercheremo di stargli vicino in tutti i modi possibili”

Paolo Rossi (attore con cui ha esordito Cavalli): “È un momento molto brutto, ma questo significa che il teatro ha ancora valore e allora su quello bisogna puntare. Tutta la mia solidarietà, tutta.”

Leoluca Orlando (deputato IDV): “Esprimo tutta la mia solidarietà a Giulio Cavalli in questo momento così complicato per le inaccettabili intimidazioni a chi vuole coniugare libertà ed arte a chi vuole denunciare la violenza mafiosa e i suoi inaccettabili legami istituzionali.”

Antonio Ingroia (Sostituto Procuratore di Palermo): “Massima solidarietà e preoccupazione, purtroppo questo segue altri avvenimenti intimidatori come quelli di Partinico nei confronti di Pino Maniaci, e questo dimostra che c’è sempre una maggiore insofferenza delle mafie, non solo contro i giudici, ma anche contro le persone di cultura”

Pino Maniaci (giornalista di TeleJato minacciato dalla mafia): “Giulio Cavalli è un autore e un attore che sta dando tanto alla Sicilia e per questo merita tutto il nostro sostegno. Sono i momenti duri in cui bisogna fare fronte comune per non lasciare che la scure della mafia cada silenziosa. Siamo tutti Giulio Cavalli”

Carlo Lucarelli (scrittore). “È molto inquietante e molto importante quello che è accaduto. Molto inquietante perché in un paese civile non dovrebbe accadere, vista anche la pericolosità dell’organizzazione criminale. È un pezzo che iniziano a minacciare intellettuali e persone che fanno cultura e questo significa che la cultura fa paura, che raccontare le cose inizia a essere importante e ti porta ad essere considerato pericoloso. Non bisogna lasciare solo chi è oggetto di questo tipo di minacce, e allo stesso tempo darci da fare tutti assieme“.

Giuseppe Lumia (Senatore PD ed ex Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia): “La sua battaglia culturale è la nostra e deve essere fatta proprio dallo Stato, dalla parte dello stato che si vuole finalmente liberare dalla mafia. Riina padre e figlio devono essere contrastati in tutti i modi. Col 41 bis Riina padre parla e detta funzioni per la presenza del figlio nel milanese e a Corleone. Per un ragazzo che vuole incamminarsi sulla via di cosa nostra e che vuole scalarne i gradini c’è solo una strada, quella della abiura delle famiglie mafiose e della denuncia. Altre opzioni non ne possiamo concedere.

Sergio Nazzaro (scrittore): “Come volevasi dimostrare: più che i proclami e le grandi dichiarazioni di guerra o analisi sistemiche, trionfa l’ironia. Già, perchè Cavalli prende per il culo la mafia e li riporta a terra, togliendo l’aurea di mitologia che tanti se non troppi celebrano sempre e comunque. Prendere per il culo la criminalità, combattendola con una risata invece che con facce lugubri e pensierose, intellettual’mpegnat’ sempre pronte a spiegare. Radio Mafiopoli oltremodo cerca di dirci qualcosa: con quelle facce che hanno veramente possono tenere sotto scacco una nazione? Con l’aiuto di chi? Chissà se i grandi media daranno spazio presto all’ironia e allo sfottò su scala nazionale contro le mafie, sarebbe un passo di civiltà. Piccolo per il mondo, grande per noi italiani“.

Pino Di Maula (direttore di Left-Avvenimenti): “La redazione di Left Avvenimenti e Notizie Verdi esprime la propria solidarietà nei confronti di Giulio Cavalli e della sua compagnia teatrale per l’ennesimo vigliacco tentativo di azzittire con le intimidazioni le voci libere, indipendenti e coraggiose che denunciano il sistema mafioso attraverso l’arte e la comunicazione esponendosi in prima persona. Come fa, appunto, Giulio“.

Vito Lo Monaco (Presidente “Centro Studi Pio La Torre”): “Il fatto che avvenga a Lodi dimostra come la mafia sia ormai un fenomeno esteso su scala nazionale, conferma quello che diciamo da tempo. La mafia è un problema che riguarda tutta l’Italia non solo la Sicilia. Le politiche del governo quindi devono tener conto di questa cosa e non seguire l’emergenza del momento. Tutto questo in concomitanza con le dichiarazioni del figlio di Riina di trasferirsi al nord sembrano frutto di una strategia ben precisa. Mi associo e do solidarietà a Giulio Cavalli”.

Vincenzo Conticello (Proprietario della Focacceria San Francesco di Palermo): “Grande solidarietà a Giulio che si senta accompagnato da chi, come me, porta avanti in prima persona la lotta al racket e alla mafia. Da un altro punto di vista penso che non bisogna mai abbassare la guardia perché questo silenzio da parte di Cosa Nostra non va mai sottovalutato perché bisogna sopprimere sul nascere qualunque tipo di focolaio mafioso. Se diamo il consenso alle richieste del figlio di Riina, evidentemente, stiamo già cominciando a scardinare le regole“.

Rosario Crocetta (Sindaco di Gela) : “In Italia non si ha la possibilità di fare liberamente arte. Evidentemente sono stati toccati dei nervi scoperti, do la mia solidarietà netta a Giulio e dichiaro sin da ora la mia disponibilità a partecipare ad un incontro pubblico a Lodi insieme a lui per spiegare alla gente del luogo la mafia e la necessità di combatterla”.


Per informazioni:
Bottega dei Mestieri Teatrali:335-7686218
AgoraVox Italia:redazione@agoravox.it 0033-...
FascioeMartello:redazione@fascioemartello.it

25 novembre 2008

Editoria: le sorti dei blogger

A quanto pare c'è un certo fermento legislativo attorno al tema editoria ed Internet. Mentre in commissione cultura si tratta sui finanziamenti pubblici, dopo l'annuncio dello stralcio del ddl Levi, ribattezzato ammazzablog, arriva il ddl Cassinelli. Per chi fosse curioso, il testo è reperibile sul sito del deputato. Cassinelli, non senza astuzia, lo annuncia già come il "ddl salva blog". Per capire il perché facciamo un piccolo passo indietro

di Luca Spinelli
da punto-informatico.it

Roma - In Italia è in vigore da vari anni una legge (62/2001) che definisce come "prodotto editoriale" qualsiasi "prodotto realizzato su supporto (...) informatico, destinato alla pubblicazione (...) di informazioni". Ovvero: quasi ogni sito, forum, blog sulla terra.

Sempre stando alla stessa legge, ogni "prodotto editoriale" pubblicato periodicamente deve sottostare alle disposizioni sulla stampa del 1948 (legge 47/1948) secondo le quali, tra l'altro, "nessun periodico può essere pubblicato se non sia stato registrato presso la cancelleria del tribunale".
Secondo la lettera della legge, perciò, ciascuno delle migliaia di blog che nascono ogni giorno dovrebbe registrarsi in tribunale, avere un direttore e un proprietario. Chi non lo fa è fuori legge. Fa stampa clandestina. Tuttavia, come spesso succede nel diritto italiano, nonostante la legge sia in vigore nessuno la applica rigidamente perché altrimenti il sistema imploderebbe. Si va avanti di interpretazione in interpretazione, di giurisprudenza in giurisprudenza, di legge in decreto (dlgs 9 aprile 2003), con l'unica certezza dell'incertezza del diritto. Per onore di cronaca, va detto che nel 2001 molti cercarono di fermare la mano del legislatore: giuristi, utenti, esperti di tecnologia. Ma senza successo.

Da allora le homepage del Bel Paese furono invase da grotteschi stendardi e clausolette nel tentativo di fuggire dalla longa manus della legge: "il presente sito non costituisce testata giornalistica", "non ha carattere periodico", "è aggiornato secondo le disponibilità", "passavo di qui per caso, ma vado via subito", "il mio server è in Turkmenistan"... Di tutto per dimostrare la propria amatorialità. Nonostante ciò, venne poi anche qualche condanna per stampa clandestina, qualche condanna per diffamazione, e qualche ddl Levi. Niente di troppo anticostituzionale, sia chiaro, ma comunque abbastanza per generare un clima di insicurezza e timore che concorre - con molti altri fattori - a collocare l'Italia negli ultimi posti in occidente per libertà di informazione.

Ebbene: sette anni dopo Cassinelli si accorge che c'è qualcosa che non va. E se ne accorge giusto mentre Levi viene fustigato da mezza Italia per il suo ddl sull'editoria. Lo fa con una proposta non indenne da critiche, ma da discutere sia perché costituisce un precedente, sia perché arriva da un membro del partito di Governo. Non propone una revisione generale della legge sull'editoria come Levi, ma piuttosto alcune modifiche a quella vigente (vedi testo completo del ddl).

Primo punto: stabilire due categorie distinte, i "prodotti editoriali cartacei" e i "prodotti editoriali sulla rete internet".

Secondo punto: i prodotti editoriali sulla rete internet debbono sottostare alle leggi sulla stampa solo se hanno per scopo la pubblicazione di notizie e purché ricadano in una delle seguenti tipologie: il gestore o gli autori delle pagine sono riconducibili a testate "quotidiane", "periodiche", "settimanali", ecc. o sono legati ad esse da vincoli professionali; gestore o autori ne traggono profitto; gestore o autori sono giornalisti professionisti; gestore o autori percepiscono compensi periodici o saltuari per la propria attività di gestione o redazione; gestore o autori vendono direttamente, o comunque percepiscono compensi correlati alla vendita di inserzioni pubblicitarie nelle pagine.

Terzo punto: esclusione esplicita di tutti quei siti che hanno come "unico scopo" la pubblicazione di idee ed opinioni personali; la pubblicazione di informazioni societarie, istituzionali, autobiografiche; gli aggregatori automatici; i forum; le comunità virtuali.

Il ddl, quindi, non è un "salva blog" ma cerca almeno di risolvere alcune tensioni dell'attuale legge sull'editoria. Nella proposta restano irrisolti, tuttavia, alcuni punti critici:

1. il testo proposto non semplifica né snellisce la precedente normativa ma, anzi, sotto più aspetti ne aumenta la complessità interpretativa.

2. lascia sostanzialmente invariati i rischi prospettati dal ddl levi: un blog personale che pubblica notizie corredate da qualche annuncio AdSense rischia i reati di stampa. E aggiunge nell'elenco degli a rischio anche qualsiasi giornalista che pubblicasse notizie (e non opinioni) in indipendenza.

3. è poco armonizzato col diritto internazionale e non risolve la necessità di un testo unico aggiornato in base all'evoluzione tecnologica.

Per queste ragioni, e anche perché una riforma seria è lungi a vedersi all'orizzonte, la proposta è da modificare ma almeno da discutere. Pur con le ambiguità lessicali e giuridiche che porta con sé, infatti, sarebbe forse più chiara dell'attuale limbo. Rimarrà testo morto nelle fagocitanti aule della Camera? Diventerà l'ennesima toppa di un vestito legislativo già in brandelli? Forse.

In attesa di una delle tante riforme che, come quella sul diritto d'autore del 1941, l'Italia aspetta da più di sessant'anni.

24 novembre 2008

Intimidazione fascista alla direttora dell'Unità

«De Gregorio, basta odio e falsità», firmato Forza Nuova: questa la scritta in vernice nera apparsa in giornata sotto l'abitazione della direttora dell'Unità Concita De Gregorio in zona piazza Tuscolo

da osservatoriorepressione.org

Una scritta del genere era apparsa anche sotto casa del direttore di Repubblica il 6 novembre. Il leader di Forza Nuova Fiore aveva parlato di «provocazione».«Esprimo la mia solidarietà a De Gregorio per le indegne scritte apparse a piazza Tuscolo contro di lei. Ho dato disposizione al Decoro Urbano di cancellarle immediatamente», afferma il sindaco di Roma, Gianni Alemanno.«Le scritte dei neofascisti di Forza nuova sotto casa del direttore dell'Unità sono una grave minaccia e il segno che l'offensiva verso l'informazione continua». Lo dice il segretario del Pd Walter Veltroni.

«Esprimo la solidarietà mia e di tutto il Partito democratico a Concita De Gregorio e le confermo il pieno impegno del Pd contro il clima intimidatorio che l'estremismo di destra tenta di istaurare ormai da tempo». Da parte sua la redazione esprime solidarietà e vicinanza alla direttora.

«Le gravi minacce che le vengono rivolte colpiscono, oltre a lei, i redattori impegnati nel lavoro di inchiesta sull'estremismo di destra e l'intero giornale - si legge nel comunicato - Il blitz di marca nazi-fascista contro la trasmissione "Chi l'ha visto", le intimidazioni al collega del Tg3 Santo Della Volpe, le minacce a Ezio Mauro e, in ultimo, quelle al direttore de l'Unità: l'attacco ai giornalisti e alla libera informazione prosegue. Non ci faremo intimidire».