31 dicembre 2008
Radio Mafiopoli Puntata n.14: "Discorso di fine anno"
da radiomafiopoli.org
30 dicembre 2008
Lettera dei militari greci
Lettera di militari greci che si rifiutano di reprimere la lotta di Studenti e Lavoratori (foto di Valentina Perniciaro - strade di Atene - da baruda.wordpress.com)da Staff Mercante
Abbiamo
27 dicembre 2008
26 dicembre 2008
IL GORGO
Morto in cella a Catania. Giallo su un ragazzo di 25 anni di Felice Cavallaro
da corriere
Il sostituto procuratore Alessia Natale ha disposto l`autopsia cogliendo tutti i dubbi di Eleonora Baratta, la penalista da un anno impegnata accanto al ragazzo condannato a 12 anni per rapina, recluso a Firenze ma da tre settimane al «Bicocca» di Catania dove aveva chiesto un trasferimento temporaneo per il funerale del nonno. I primi dubbi riguardano la comunicazione dell`evento. Fatta alle 9.23 di martedì scorso al cellulare della Baratta: «Mi dicono che la sera prima Gianluca s`è ammazzato e mi invitano a chiamare i genitori. E` normale che passino tante ore per comunicare il decesso di un detenuto?».
Il quesito sta già agli atti del pm al quale i genitori descrivono un profilo diverso da quello che appare dai fascicoli. E lo spiega l`avvocato sgombrando il campo dagli equivoci, dalle notizie che ieri associavano la storia di Gianluca a quella di un omosessuale aggredito in estate da otto detenuti a Catania: «E` un`altra vicenda. Nulla a che fare. Di Mauro, gioioso com`era, né omosessuale né mafioso, un cuore d`oro, è finito in questo gorgo per amore, innamorato di una tossicodipendente che non riuscì a salvare». Un racconto commosso quello della Baratta. Pronta alla battaglia perché ricorda l`ultimo incontro: «Pochi giorni fa era felice perché era stato fissato proprio per questa settimana il cosiddetto "incidente di esecuzione" per la riduzione di pena e forse sarebbe uscito...».
Di qui i dubbi del padre, Giuseppe Di Mauro, meccanico in un`officina dove il giovane ha lavorato prima di finire all`Ucciardone, teatro di una violenza tentata da un energumeno ancora sotto processo. Un episodio seguito dal trasferimento in altri penitenziari, fino a Firenze e Catania. Un`odissea culminata in un epilogo tutto da chiarire. Cominciando dagli interrogatori dei compagni di cella. Per capire se prenderà corpo lo spettro di una vendetta o di una punizione.
24 dicembre 2008
Radio Mafiopoli puntata n.13: “Natale con i buoi”. Diretta ore 14:00
da radiomafiopoli.orgAscolta qui: invisibile.podOmatic.com/entry/
Caro Babbo Natale,mi chiamo Luigino, quest’anno la letterina di Natale il mio babbo mi ha detto di scrivertela a te e non più ad Andreotti come gli anni scorsi perché ormai, dice il babbo, quello è fuori di testa e rischiamo che ci arrivi ancora sotto l’albero il sottobicchiere con la faccia di Gelli che il mio fratellino c’è rimasto così male che ha frignato fino ai primi d’aprile. Io gli ho detto al babbo – allora scriviamola al presidente del consiglio! – ma lui dice – lascia perdere… che con il cognome che ci chiamiamo capisce subito che siamo terroni e comunisti e ci regala un corso intensivo di conversione alla fede di Emilio Fede...
23 dicembre 2008
Oltre il Vaticano
Abbiamo chiesto con forza a Sara di scrivere un articolo affinché anche noi, attraverso il nostro sito, potessimo esprimere in maniera compiuta la nostra indignazione per l'atteggiamento umanamente indefinibile del Vaticano circa l'eliminazione del reato di omosessualità proposto dalla Francia. Chi di noi crede e pensa che Dio è Amore e non odio e discriminazione non può accettare che in nome di paure incomprensibili si possa permettere che ad oggi gli omosessuali vengano lapidati, picchiati e repressi. Le paure espresse dal Vaticano sono assolutamente inconciliabili con l'idea di Amore e di Dio che abbiamo noi04/12/2008
di Sara Crescimone - Open Mind Catania
da www.ritaatria.it
Questo fa si che donne e uomini trovino conforto nella fede di qualsiasi religione. Legittimo. Così come è legittimo il percorso di chi trova altre strade che non siano le religioni per dare senso alla propria vita. Per questo crediamo che un mondo libero ed accogliente non possa e non debba essere regolato da un sentire comune che fondi le pratiche di relazione tra donne e uomini, tra i popoli e le moltitudini, su convinzioni religiose e dogmi. La vita concreta dei nostri corpi appartiene a noi, così come il DIRITTO ad essere felici e padron* delle scelte che riguardano la sessualità, la maternità, la procreazione assistita, il testamento biologico e se non possiamo scegliere di nascere, la scelta di quale morte ci appartenga. Proprio perché amiamo così tanto la vita e la libertà, nostre e delle/gli altr* ,vogliamo bypassare le parole repellenti e immonde del Vaticano ed andare oltre.
Oltre la loro repressione affettiva e sessuale, oltre le loro pratiche pedofile nel puzzo e nell'ombra malsana delle loro sacrestie, oltre il loro dio che non vogliamo e a cui ci sentiamo di non assomigliare. Perché se dio è amore certamente non ha bisogno di loro. Per questo saremo davanti le chiese in tutto il nostro paese a volantinare con le persone, per costruire ponti ed abbattere i muri del pregiudizio. Oltre il Vaticano. Perché l'amore è certamente terribile come un esercito in marcia, e crudele come la morte è la tenerezza. Vi abbraccio fortemente.
OPEN MIND
glbt
Catania
G8 2001. Fare un golpe e farla franca
di Paola Zanca
da http://www.reti-invisibili.net/
Perché le questioni in ballo non sono solo quelle su cui la magistratura ha cercato - con i risultati che conosciamo - di indagare. Ci sono questioni che probabilmente non hanno rilevanza giudiziaria, ma che hanno risvolti politici per nulla inferiori alla questione morale di cui si dibatte in questi giorni.
«G8 2001. Fare un golpe e farla franca», spiega uno degli autori, Beppe Cremagnani, «è il primo tentativo di ricostruire la catena di comando che va dalla piazza e arriva fino ai vertici più alti della politica». Nomi e cognomi: Gianfranco Fini, nel luglio 2001 vicepresidente del Consiglio. Considerando che il presidente Berlusconi in quei giorni era chiuso nell'enclave della zona rossa, Fini era in quel momento capo effettivo del governo. Ed esercitò per dieci ore le sue funzioni dalla caserma dei carabinieri di Genova. Insieme a lui, un altro uomo di An, Filippo Ascierto, che in quella caserma ci rimase addirittura due giorni. Il generale Nicolò Bozzo, allora capo della polizia municipale di Genova, ma in passato a capo dell'antiterrorismo al Nord, non ricorda di aver mai visto un episodio simile in tutta la sua carriera.
Fatti mai visti, come le botte da orbi che volarono in quei giorni. Indiscriminatamente. L'episodio più eclatante è quello del pestaggio alla Diaz: fuori da quella scuola c'erano i vertici della polizia, gente che ha fatto centinaia di perquisizioni. Ma, ricorda Cremagnani, «non s'è mai visto un mafioso uscire da un blitz con un occhio nero».
Per capire che tutto questo rispondeva a una «logica militare golpista», basta guardare a come ci si è organizzati: 18 mila poliziotti schierati, tre carceri svuotate per fare posto a cinquemila possibili arresti, duecento body bags (sacchi per cadaveri) comprate, un ospedale attrezzato a camera mortuaria, un decreto che sospendeva ogni possibilità di colloquio tra i fermati e i loro legali.
La mattanza di Genova, dice Enrico Deaglio, «è stata preparata e poi è stata attuata». Il punto è che nessuno ha avuto voglia di capire perchè: «I partiti politici - dice ancora Deaglio - hanno liquidato la vicenda in poche battute. Non si è nemmeno riusciti a fare la commissione parlamentare d'inchiesta. E Antonio Di Pietro, quello che ora la chiede a gran voce, nel passato governo ne fu un tenace affossatore. Sembra che gli unici che ancora la chiedono siano quelli di Famiglia Cristiana».
«G8 2001. Fare un golpe e farla franca» riapre una ferita che fa ancora paura. Con la crisi economica, avvertono gli autori, si avvicinano inevitabilmente momenti di tensione sociale. Il governo, e chi è rimasto impunito, potrebbe avere bell'è pronto un modello collaudato a cui ispirarsi. E magari farla franca un'altra volta.
Processo Aldrovandi, si torna indietro
Verranno risentiti i consulenti di parte per il contraddittorio sulla nuova fotoda http://www.estense.com/
È quanto emerge dall’udienza numero 23, una seduta prettamente tecnica. L’unica persona comparsa davanti al giudice Francesco Caruso è stato Stefano Malaguti, il medico legale che ha eseguito l’autopsia sul corpo di Federico, che ha confermato di aver depositato lo scorso 1 dicembre presso la cancelleria del tribunale l’intero corredo fotografico relativo agli esami autoptici, compresa la foto che ritrae il cuore del ragazzo “sbucata” dal nulla all’ultima udienza. Continua a leggere
Approfondimenti: caso Federico Aldrovandi; federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/
20 dicembre 2008
Avola, 2 Dicembre 1968 in un film-documentario
Il documentario, prodotto da Videoscope con il contributo della Film Commission - Provincia Regionale di Siracusa e del Comune di Avola, prende le mosse da uno sciopero, che fu quasi una rivolta bracciantile, conclusosi tragicamente con l’uccisione di due scioperanti, A. Sigona e G. Scibilia, da parte della poliziada http://www.fattidiavola.it/
Se a livello nazionale quei fatti, seguiti da altri fermenti e dall’”autunno caldo” del 1969, diedero un notevole impulso a una maggiore tutela dei lavoratori, sul piano locale l’eccidio fu come uno spartiacque tra prima e dopo l’eccidio e il bracciantato ebbe rapidamente una deriva assai diversa da quella che l’unità, il credo politico e i fermenti di una lunga stagione di lotte, conclusasi tragicamente, avrebbero lasciato prevedere.
Dopo essersi trasformato e sfaldato, il bracciantato di Avola e della Sicilia sud orientale è oggi quasi inesistente: nelle campagne sono arrivata una nuova forza lavoro, migrata dal sud del mondo, dai Balcani e dall’Europa orientale. Lavoratori che vivono situazioni ancora più drammatiche di quelle che, quarant’ anni or sono, spinsero i braccianti Avolesi alla rivolta.
Chi e che cosa si ricorda oggi delle lotte, costate vite umane, nella propaggine più meridionale dell’Europa? Quali forze e interessi ne segnarono presto l’oblio? Cosa rimane delle spinte energiche e orgogliose di quegli anni per ottenere un minimo di equità salariale e una nuova dignità? E se c’è un lascito che ci arriva da quei giorni che appaiono, anche dalle immagini di repertorio, molto lontani, di cosa si è tratta?
Riguarda solo quella stagione politica e sociale, il peculiare ’68 del sud estremo della Sicilia o anche il mondo del lavoro di oggi, un universo variegato e “nascosto”, sempre più difficile da conoscere, tutelare e difendere? Avola può parlare ancora di lavoro, in un presente quanto mai difficile e incerto?
Ringraziamo gli ex braccianti di Avola, i quali si sono prestati a raccontare il loro vissuto personale, diventando i protagonisti di questo nostro lavoro, le donne del rione priolo per la gentile collaborazione.
Ringraziamo infine, per aver partecipato con entusiasmo: il senatore Sergio Zavoli, il giornalista dell´Espresso Fabrizio Gatti, il professor Saro Mangiameli (Universita´ di Catania), l´on. Mario Capanna, lo scrittore e giornalista Toto Roccuzzo, il segretario provinciale della FLAI-CGIL SR Salvatore Alfo´.
Giovanni Di Maria
Gioacchino Tiralongo
19 dicembre 2008
Gomorra padana
La mafia al nord, come opera, dove investe, come si muovedi Fernando Scarlata (Coordinatore del Comiato Antimafia di Brescia “Peppino Impastato”)
da www.sabatoseraonline.it/
Parlare della presenza della mafia al nord non è facile, si rischia di non essere compresi perché è un argomento che difficilmente trova spazio sui mezzi di comunicazione, pertanto la percezione dell’opinione pubblica è che il fenomeno non esiste, al limite si può pensare che ci siano dei casi sporadici di presenza mafiosa, soprattutto straniera.
Ma la realtà è ben diversa: le mafie imperversano, tutte le mafie, dalla ‘Ndrangheta a Cosa Nostra, dalla Camorra alla Sacra Corona Unita. Un radicamento lento, che parte da lontano, già all’inizio degli anno Sessanta Cosa Nostra inizia i propri affari a Milano, non a caso il boss Luciano Liggio viene arrestato proprio nel capoluogo lombardo. In seguito arrivano le altre organizzazioni ma tra di loro non si combattono, si dividono il territorio senza spargimenti di sangue, ritengono che sia meglio lavorare nell’ombra senza allarmare opinione pubblica e inquirenti.
Sicuramente non mancano le mafie straniere, arrivate negli ultimi anni. Per lo più si occupano di prostituzione e traffico di esseri umani destinati al lavoro nero, specie nell’edilizia dove i caporali, sia italiani che stranieri sfruttano i clandestini arricchendosi col loro lavoro, il tutto col benestare degli imprenditori edili del nord che grazie a questo sistema utilizzano manodopera a basso costo e maestranze ricattabili, che non possono chiedere diritti sindacali proprio perché clandestini: il risultato non sarebbe solo la perdita del lavoro ma il rimpatrio. Le organizzazioni straniere non hanno accesso libero al territorio italiano, né lo hanno conquistato: lo hanno ottenuto dalle mafie locali in cambio di armi e droga.
Un po’ tutte le regioni del nord sono toccate da questo fenomeno, in Liguria esistono ‘ndrine calabresi che oltre al traffico di droga si occupano di organizzare una rete di sostentamento per i latitanti rifugiatisi in Francia. In Piemonte, negli anni scorsi, è stato addirittura sciolto un consiglio comunale per infiltrazione mafiosa, a Bardonecchia; non sono immuni Veneto e Friuli Venezia Giulia, ma è la Lombardia a far registrare la maggior presenza mafiosa. I dati sui beni mobili e immobili sequestrati e confiscati alla mafia sono un indice emblematico: la Lombardia è al quinto posto a livello nazionale in questa graduatoria, dietro alle quattro regioni del sud ad alta intensità mafiosa, ed è al secondo posto - dietro solo alla Sicilia - per numero di aziende confiscate. Un po’ tutte le province lombarde sono colpite dal fenomeno: da quelle più grandi e popolose come Milano, Bergamo e Brescia, a quelle più piccole come Varese e Cremona.
Nella provincia bresciana predomina la presenza calabrese: i Mazzaferro di Gioiosa Jonica, i Bellocco di Rosarno, i Piromalli di Gioia Tauro, i Mancuso di Limbadi. Operazioni giudiziarie hanno dimostrato che i clan calabresi operano in diverse aree della provincia, in alcune ci sono solo loro, come nella ricca e industriale Val Trompia. Hanno importanti basi anche nel Basso Garda e nella pianura bresciana. La camorra ha un radicamento storico nell’Alto Garda, in un comune di questa zona, Soiano del Lago, Raffaele Tutolo è latitante negli anni Settanta e lì getta le basi per costituire un clan che si occupa di traffico di droga.
Nel luglio del 2007, per la prima volta la Procura di Brescia ordina un sequestro preventivo di beni a mafiosi, sono colpiti calabresi, siciliani e i campani del clan “I Pastori” di Afragola, tutti domiciliati nella zona del Lago di Garda. I beni sequestrati consistono in un impresa edile, autoveicoli, beni immobili, un distributore di benzina. Gli affari di tutti i clan si espandono, non si occupano più solo di droga ma anche di armi, racket e usura, sono colpiti commercianti e industriali e gestori di night che oltre ad essere taglieggiati vengono forniti anche di donne destinate alla prostituzione. Sempre più spesso sono le stesse organizzazioni mafiose che gestiscono direttamente i night che sia nel Garda che in città proliferano come funghi. Ma i settori interessati alle infiltrazioni mafiose non finiscono qui. Il riciclaggio è uno dei settori più importanti e avviene in vari modi: si utilizzano società di comodo dove far transitare soldi, spesso finanziarie,n oppure si investe in centri commerciali. Il traffico di esseri umani è già stato ricordato e no bisogna dimenticare il traffico di rifiuti tossici che partono da qui per raggiungere altre regioni. Anche in questo caso il ruolo degli imprenditori del nord compiacenti è fondamentale: preferiscono rivolgersi alla mafia per abbattere i costi di smaltimento.
Il ruolo della borghesia del nord è, dunque, fondamentale per il radicamento mafioso: liberi professionisti, banchieri e bancari, commercialisti, imprenditori e faccendieri sono indispensabili per i mafiosi, sono queste figure che gli indicano come e dove riciclare il denaro e investire, grazie a loro sanno come muoversi.
Molti fatti che ci danno un quadro inquietante; relegare la presenza mafiosa alle sole regioni del Sud ad alta presenza mafiosa è un errore ma in pochi se ne sono accorti.
Grazie Michele
L 'ultimo ritratto che ho cercato di fare qualche tempo fa:
Megna nel segno della rivoluzione culturale
Nella sua ricerca storico culturale, ha elevato i pregi e provato con la “pratica sociale” a cambiare i difetti e le storture di tutta la comunità di Palagonia. «La rivoluzione qui, e ora!», celebre frase del giornalista Mauro Ristagno, individua l’animosità che Megna ha trasfuso in ogni sua azione, dalla stesura e pubblicazione di un libro fino alla più quotidiana cura di un aiuola. Continua a leggere
17 dicembre 2008
16 dicembre 2008
Catania, "caso farmacia" assemblea pubblica
mercoledì 17 dicembre
– ore 17.30 aula 75
Monastero dei Benedettini (Facoltà di Lingue)
ASSEMBLEA PUBBLICA
Coordina:
Maria Merlini (segretaria circolo universitario PRC)
Intervengono:
Gabriele Centineo (segreteria CGIL-catania), Manuela Coci (coordinamento Precari della Ricerca), arch. Daniele Leonardi (rappresentante dei lavoratori per la sicurezza – CGIL università), Mimmo Scollo (dottorando, collettivo “La Tarantola” -Farmacia)
Partecipa: avv.Santi Terranova (legale dei familiari delle vittime del laboratorio di farmacia)
PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA circolo universitario via conte di Torino 29/I universitarioprcct@libero.it
L'immagine da: http://www.kanjano.org/2007/; per ingradire clicca sopra due volte
Meetup Palermo e la raccolta differenziata
da ciacciogiorgio
15 dicembre 2008
Palermo, rigettato il ricorso di Pietro Milazzo
da Kom-pa/
di Pietro Milazzo
Kom-pa ha seguito fin dall'inizio questa vicenda che riteniamo sintomatica non solo del clima che si è instaurato in questo paese ma anche delle strategie che, giorno dopo giorno, vengono messe a punto per ridurre al silenzio e cancellare ogni forma di dissenso.
Pubblichiamo di seguito il commento che ci ha inviato Pietro qualche ora fa ribadendo la nostra vicinanza solidale all'uomo e all'attivista e al tempo stesso la nostra ferma convinzione che questa storia riguarda tutti noi, come peraltro dichiara ormai senza remore il questore stesso
Alla vigilia dello sciopero generale del 12 dicembre il Questore di Palermo ha pensato bene di farmi notificare il rigetto dell’ istanza con la quale chiedevo la revoca dell’”avviso orale” nei miei confronti che può preludere, come è ormai noto, al deferimento al tribunale per le misure di prevenzione.
La notifica formale di atti legali è stata sinora l’unica modalità di contatto con il Signor Questore, nonostante Gli avessi indirizzato e letto sotto le finestre della Questura una lettera aperta con la quale chiedevo l’apertura di un confronto civile.
Trovo poi particolarmente grave ed inquietante, essendo io un dirigente della CGIL, la scelta dei tempi di notifica del rigetto, l’11 dicembre, il giorno prima di una giornata di lotta generale indetta dalla CGIL su scala nazionale.
Molto gravi, poi, a mio avviso, le motivazioni, perché, prendendo spunto da atti relativi a otto segnalazioni che si riferiscono a manifestazioni e sit- in, svoltisi dal 2005 al 2008, in gran parte legati alla lotta per la casa, ma anche alla protesta contro le irregolarità registrate durante le elezioni comunali di Palermo, contro la permanenza in carica dell’ex presidente Cuffaro, malgrado la sua condanna in primo grado, contro la presenza di navi militari USA nel porto di Palermo,
SI CONSIDERANO queste azioni , anzi esattamente il testo recita, “svariate forme di protesta”, suscettibili di rappresentare situazioni “nelle quali era messa in PERICOLO /sic..) LA SICUREZZA e LA TRANQUILLITA’ PUBBLICA, INCIDENDO peraltro SULLE SFERE DI LIBERTA’ COSTITUZIONALMENTE GARANTITE.( sic,sic)”.
Quindi, in base a queste argomentazioni, il diritto di manifestare diventa un pericolo per la sicurezza e la tranquillità pubblica.
QUESTA AFFERMAZIONE nella SUA ESTREMA GRAVITA’ si COMMENTA DA SOLA.
Inoltre, giacchè io, in concorso con altri, mi sono evidenziato come promotore e favoritore delle suddette pericolosissime iniziative sono riconducibile alle fattispecie che giustificano “l’avviso orale” in quanto “dedito alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo la sicurezza e la tranquillità pubblica”
Infine si ritiene che l’applicabilità del provvedimento dell’ avviso orale “non richieda /neanche) la commissione di specifici reati, essendo sufficiente che “l’autorità di Polizia SOSPETTI semplicemente della presenza di elementi tali da ritenere la configurabilità di una per sonalità propensa a seguire determinati comportamenti antigiuriduci.”.
Siamo in presenza, a mio avviso, di un gravissimo atto liberticida che nel colpire, momentaneamente me, vuole creare un pericolosissimo precedente che metterebbe in mora lo stesso diritto di manifestazione e di dissenso politico e sociale.
Io andrò avanti serenamente per la mia strada, come ho già più volte detto e scritto.
SPERO che saremo in tanti a camminare ASSIEME, per difendere CHIARO e FORTE i NOSTRI DIRITTI e LE NOSTRE LIBERTA’.
Approfondimenti e analisi della vicenda: appello di solidarietà per pietro
Con Pietro Milazzo per i diritti sociali a Palermo
14 dicembre 2008
In libreria: "Segreto di mafia. Il delitto Spampinato e i coni d’ombra di Cosa Nostra"
Dietro l’uccisione del giornalista de “L’Ora” Giovanni Spampinato, l’ombra di Cosa Nostra. Rapporto di Carlo Ruta su uno dei misteri più intricati della Sicilia. Il 20 dicembre 2008 in libreriaIn realtà, come viene argomentato in questo rapporto di Carlo Ruta, i due delitti costituirono un affare complesso, che assunse un preciso rilievo nella vita siciliana, nel clima fosco e accidentato degli anni settanta.
Dopo la chiusura del porto franco di Tangeri, nel 1960, quando Cosa Nostra, mettendo alle corde i clan marsigliesi, aveva assunto la guida del grande contrabbando, l’area sud-orientale era divenuta un cono d’ombra strategico. E proprio nei frangenti dei primi anni settanta rischiò di essere interamente illuminata. La lesione venne comunque suturata, con determinazione. La mafia più potente dell’isola poté quindi continuare a servirsi delle coste del sud-est per lo sbarco e il transito di ingenti quantitativi di tabacchi lavorati, fino ai primi anni ottanta, quando il contrabbando cedette il posto ad altri traffici, ritenuti dalle famiglie della Conca d’Oro più remunerativi.
Con questo lavoro investigativo, a partire appunto dagli insoluti che fino ai nostri giorni hanno caratterizzato la vicenda, Ruta incalza il significato di quei delitti, attraverso il vaglio analitico di numerosi documenti, tratti dagli archivi giudiziari e non solo. Scandaglia altresì gli affari celatissimi che ne ne animarono lo sfondo. Nel ricercare una spiegazione coerente al caso Spampinato, finisce con il rendere quindi un profilo distinto della società siciliana e della mafia.
Giovanna Corradini
Carlo Ruta, Segreto di mafia. Il delitto Spampinato e i coni d’ombra di Cosa Nostra. Edizione Rapporti, Siracusa, pagg. 128, euro 10,00
L’Università dei tumori
di Maria Merlini
da girodivite.it
Lo scorso 8 novembre, in seguito ad un esposto anonimo, la Procura di Catania ha effettuato delle analisi e, dopo aver riscontrato valori di Mercurio e Zinco superiori decine di volte ai limiti fissati per i siti industriali, ha disposto il sequestro dell’edificio.
Ma le indagini sono arrivate a una svolta solo in seguito alla denuncia del padre di Emanuele Patanè, un dottorando di ricerca che nel 2003, dopo aver lavorato per tre anni dentro quel laboratorio, è morto a causa di un tumore al polmone. Il padre di Emanuele ha consegnato ai magistrati un memoriale scritto dal ricercatore pochi mesi prima di morire, in cui descrive dettagliatamente le condizioni del laboratorio e racconta di tutti i colleghi che aveva visto morire o ammalarsi a causa delle esalazioni.
Dopo la denuncia del padre di Emanuele altre persone si sono decise a parlare, portando a quindici l’elenco delle vittime già accertate e scoperchiando un vaso di Pandora fatto di paura, connivenza, arroganza ed omertà. I parenti delle vittime, infatti, affermano di non aver parlato prima per paura di mettersi contro i “poteri forti”. Lo stesso Emanuele voleva consegnare il suo racconto ad un avvocato per denunciare quello che accadeva nel “laboratorio dei veleni”, ma, racconta il padre, "l’avvocato a cui si era rivolto gli aveva detto che ci volevano dei testimoni perché contro i “baroni” dell’Università non l’avrebbe mai spuntata…".
Baroni come il docente da cui si vede negare, pur avendone diritto, una borsa post-dottorato: "il prof. Ronsisvalle, coordinatore del dottorato di ricerca (nonchè “proprietario della facoltà di Farmacia”) non era disposto a concedermi la borsa in quanto sono malato di tumore ed inoltre non avevo nessuna raccomandazione. (…) non assegnando la borsa a me, unico candidato, il prossimo anno sicuramente veniva nuovamente bandita la borsa post-dottorato che poteva così essere utilizzata dai suoi allievi".
Baroni come l’allora rettore Ferdinando Latteri, indagato per disastro colposo, attualmente parlamentare del MPA e dunque parte di quella maggioranza di governo che attraverso la riforma e il taglio delle risorse all’università pubblica afferma di voler colpire sprechi, privilegi e baronati. Baroni come l’attuale rettore Antonio Recca, che si è subito dichiarato “parte offesa” dell’inchiesta, ma che lo scorso aprile aveva del tutto ignorato un documento inviatogli dalla CGIL in cui si denunciavano proprio le condizioni di insicurezza di quel edificio. E che oggi cerca di rassicurare studenti, ricercatori e docenti di Farmacia, dispersi tra decine di edifici per poter continuare le proprie attività, che entro un anno sarà completata una nuova sede. Peccato che la stiano costruendo proprio lì, accanto all’edificio sequestrato, sopra lo stesso terreno argilloso in cui da anni sono imprigionate quelle stesse sostanze tossiche. Il tutto accade in una Università che, secondo i criteri del Ministro Gelmini, rientra tra gli atenei “virtuosi”.
Una vicenda, dunque, che è anche una dimostrazione di come le disfunzioni dell’università italiana, lungi dall’essere colpite, non possano che essere consolidate da una riforma che prevede, con la trasformazione in fondazioni di diritto privato, la prevalenza su tutto dei criteri di economicità e risparmio (e a cosa può essere dovuta, se non al risparmio, la mancanza di un corretto smaltimento dei rifiuti tossici!); che prevede, con il blocco del turn over nell’assunzione del personale, la permanenza nel limbo della precarietà di migliaia di giovani ricercatori, già adesso senza alcun diritto ed altamente ricattabili; esattamente come Emanuele, che pur consapevole del pericolo che correva lavorando in quel laboratorio non poteva ribellarsi senza compromettere la propria possibilità di carriera.
Ma tutto questo gli studenti dell’onda catanese l’hanno capito bene, e nelle assemblee studentesche oltre a discutere delle conseguenze della riforma e delle prossime mobilitazioni, si comincia a raccontare di altre situazioni di inaccettabile pericolo, dal dipartimento di ingegneria costruito su fondamenta piene d’acqua, al dipartimento di matematica in cui, probabilmente a causa di cavi e apparecchiature che rilasciano onde elettromagnetiche, l’incidenza di tumori ha raggiunto livelli preoccupanti. E si fa avanti la consapevolezza che, piuttosto che il rettore, la vera “parte offesa” siamo proprio noi, tutti gli studenti, dottorandi, ricercatori precari, lavoratori, docenti non complici, che di questa insicurezza subiamo quotidianamente le conseguenze. Perché quello che , a prima vista, potrebbe apparire come uno scandaloso ma isolato caso di mancanza di rispetto delle norme sulla sicurezza nei luoghi di studio e di lavoro, purtroppo nasconde molto di più. Rappresenta un triste paradigma non solo delle condizioni di insicurezza, ma delle modalità di governo, dei consolidati sistemi di potere e della mancanza di trasparenza nei nostri atenei.
13 dicembre 2008
Carlo Vulpio: “Nei giornali sempre meno libertà”
L'intervista, audio:carlo-vulpio-nei-giornali-sempre-meno-liberta-audio/
Approfondimenti: http://www.carlovulpio.it
10 dicembre 2008
Radio Mafiopoli n.11: "Antimafia certificata iso:9001"

Radiomafiopoli continua e alza il tiro. Ci eravamo presi una settimana per provare a fare un po’ di conti, almeno per guardarci in faccia e pesare l’assurdità di un paese che vorrebbe addirittura negare il diritto allo sberleffo contro persone che non meriterebbero nemmeno di comparire nei titoli di coda di un paese civile. Perché vogliono convincerci, vogliono convincervi che parlarne è male e che peggio ancora riderne è peccato mortale. Ci è bastato poco per assaggiare le nostre motivazioni e soprattutto sentire la vicinanza di così tanti amici (non degli amici degli amici ma gli altri…) e allora Radiomafiopoli cresce e ride e insieme denuncia. Adesso cominciamo a fare i nomi e i cognomi, adesso vi raccontiamo le cose che rimangono negli interstizi di pochi articoli a fondo pagina di pochi giornali. Senza la pretesa di essere esaustivi ma prendendoci la responsabilità (che a Mafiopoli fa rima con rischio) di instillare dubbi. Ridendo a modo nostro. Di questi comici disperati che latitano da poverini.
09 dicembre 2008
Danilo Dolci "Borgo di Dio"
da http://it.youtube.com/user/osvello
07 dicembre 2008
Lettera ad una professoressa di Paolo Borsellino
E' l'ultima lettera di Paolo Borsellino è stata scritta, alle 5 del mattino del 19 Luglio 1992, dodici ore prima che l'esplosione di un'auto carica di tritolo, alle 17 dello stesso giorno, davanti al n.19 di Via D'Amelio, uccidesse lui e i ragazzi della sua scorta. Paolo si alzava quasi sempre a quell'ora. Con quella sua ironia che riusciva a sdrammatizzare anche la morte, la sua morte annunciata, diceva che lo faceva "per fregare il mondo con due ore di anticipo" e quella mattina cominciò a scrivere una lettera alla preside di un liceo di Padova presso il quale avrebbe dovuto recarsi a Gennaio per un incontro al quale non si era poi recato per una serie di disguidi e per i suoi impegni che non gli davano treguada sicilia-antimafia.blogspot.com
"Gentilissima" Professoressa,
uso le virgolette perchè le ha usato lei nello scrivermi, non so se per sottolineare qualcosa e "pentito" mi dichiaro dispiaciutissimo per il disappunto che ho causato agli studenti del suo liceo per la mia mancata presenza all'incontro di Venerdì 24 gennaio.
Intanto vorrei assicurarla che non mi sono affatto trincerato dietro un compiacente centralino telefonico (suppongo quello della Procura di Marsala) non foss'altro perchè a quell'epoca ero stato già applicato per quasi tutta la settimana alla Procura della Repubblica presso il Trib. di Palermo, ove poi da pochi giorni mi sono definitivamente insediato come Procuratore Aggiunto.
Se le sue telefonate sono state dirette a Marsala non mi meraviglio che non mi abbia mai trovato. Comunque il mio numero di telefono presso la Procura di Palermo è 091/***963, utenza alla quale rispondo direttamente.
Se ben ricordo, inoltre, in quei giorni mi sono recato per ben due volte a Roma nella stessa settimana e, nell'intervallo, mi sono trattenuto ad Agrigento per le indagini conseguenti alla faida mafiosa di Palma di Montechiaro.
Ricordo sicuramente che nel gennaio scorso il dr. Vento del Pungolo di Trapani mi parlò della vostra iniziativa per assicurarsi la mia disponibilità, che diedi in linea di massima, pur rappresentandogli le tragiche condizioni di lavoro che mi affligevano. Mi preanunciò che sarei stato contattato da un Preside del quale mi fece anche il nome, che non ricordo, e da allora non ho più sentito nessuno.
Il 24 gennaio poi, essendo ritornato ad Agrigento, colà qualcuno mi disse di aver sentito alla radio che quel giorno ero a Padova e mi domandò quale mezzo avessi usato per rientrare in Sicilia tanto repentinamente. Capii che era stato "comunque" preannunciata la mia presenza al Vostro convegno, ma mi creda non ebbi proprio il tempo di dolermene perchè i miei impegni sono tanti e così incalzanti che raramente ci si può occupare di altro.
Spero che la prossima volta Lei sarà così gentile da contattarmi personalmente e non affidarsi ad intermediari di sorta o a telefoni sbagliati..
Oggi non è certo il giorno più adatto per risponderle perchè frattanto la mia città si è di nuovo barbaramente insanguinata ed io non ho tempo da dedicare neanche ai miei figli, che vedo raramente perchè dormono quando esco da casa ed al mio rientro, quasi sempre in ore notturne, li trovo nuovamente addormentati.
Ma è la prima domenica, dopo almeno tre mesi, che mi sono imposto di non lavorare e non ho difficoltà a rispondere, però in modo telegrafico, alle Sue domande.
1) Sono diventato giudice perchè nutrivo grandissima passione per il diritto civile ed entrai in magistratura con l'idea di diventare un civilista, dedito alle ricerche giuridiche e sollevato dalle necessità di inseguire i compensi dei clienti. La magistratura mi appariva la carriera per me più percorribilie per dar sfogo al mio desiderio di ricerca giuridica, non appagabile con la carriera universitaria per la quale occorrevano tempo e santi in paradiso.
Fui fortunato e divenni magistrato nove mesi dopo la laurea (1964) e fino al 1980 mi occupai soprattutto di cause civili, cui dedicavo il meglio di me stesso. E' vero che nel 1975 per rientrare a Palermo, ove ha sempre vissuto la mia famiglia, ero approdato all'Ufficio Istruzione Processi Penali, ma otteni l'applicazione, anche se saltuaria, ad una sezione civile e continuai a dedicarmi soprattutto alle problematiche dei diritti reali, delle dispute legali, delle divisioni erediatarie etc.
Il 4 maggio 1980 uccisero il Capitano Emanuele Basile ed il Comm. Chinnici volle che mi occupassi io dell'istruzione del relativo procedimento. Nel mio stesso ufficio frattanto era approdato, provenendo anche egli dal civile, il mio amico di infanzia Giovani Falcone e sin dall'ora capii che il mio lavoro doveva essere un altro.
Avevo scelto di rimanere in Sicilia ed a questa scelta dovevo dare un senso. I nostri problemi erano quelli dei quali avevo preso ad occuparmi quasi casualmente, ma se amavo questa terra di essi dovevo esclusivamente occuparmi.
Non ho più lasciato questo lavoro e da quel giorno mi occupo pressocchè esclusivamente di criminalità mafiosa. E sono ottimista perchè vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hano oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarantanni. Quando questi giovani sarano adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta.
2) La DIA è un organismo investigativo formato da elementi dei Carabinieri, della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza e la sua istituzione si propone di realizzare il coordinamento fra queste tre strutture investigative, che fino ad ora, con lodevoli ma scarse eccezioni, hanno agito senza assicurare un reciproco scambio di informazioni ed una auspicabile, razionale divisione dei compiti loro istituzionalmente affidati in modo promiscuo e non codificato.
La DNA invece è una nuova struttura giuridica che tende ad assicurare soprattutto una circolazione delle informazioni fra i vari organi del Pubblico Ministero distribuiti tra le numerose circoscrizioni territoriali.
Sino ad ora questi organi hano agito in assoluta indipendenza ed autonomia l'uno dall'altro (indipendenza ed autonomia che rimangono nonostante la nuova figura del Superprocuratore) ma anche in condizioni di piena separazione, ignorando nella maggior parte dei casi il lavoro e le risultanze investigative e processuali degli altri organi anche confinanti, e senza che vi fosse una struttura sovrapposta delegata ad assicurare il necessario coordinamento e ad intervenire tempestivamente con propri mezzi e proprio personale giudiziario nel caso in cui se ne ravvisi la necessità.
3) La mafia (Cosa Nostra) è una organizzazione criminale, unitaria e verticisticamente strutturata, che si contraddistingue da ogni altra per la sua caratteristica di "territorialità". Essa e suddivisa in "famiglie", collegate tra loro per la comune dipendenza da una direzione comune (Cupola), che tendono ad esercitare sul territorio la stessa sovranità che su esso esercita, deve esercitare, leggittimamente, lo Stato.
Ciò comporta che Cosa Nostra tende ad appropriarsi delle ricchezze che si producono o affluiscono sul territorio principalmente con l'imposizione di tangenti (paragonabili alle esazioni fiscali dello Stato) e con l'accaparramento degli appalti pubblici, fornendo nel contempo una serie di servizi apparenti rassembrabili a quelli di giustizia, ordine pubblico, lavoro etc, che dovrebbero essere forniti esclusivamente dallo Stato.
E' naturalmente una fornitura apparente perchè a somma algebrica zero, nel senso che ogni esigenza di giustizia è soddisfatta dalla mafia mediante una corrispondente ingiustizia. Nel senso che la tutela dalle altre forme di criminalità (storicamente soprattutto dal terrorismo) è fornita attraverso l'imposizione di altra e più grave forma di criminalità. Nel senso che il lavoro è assicurato a taluni (pochi) togliendolo ad altri (molti).
La produzione ed il commercio della droga, che pur hanno fornito Cosa Nostra di mezzi economici prima impensabili, sono accidenti di questo sistema criminale e non necessari alla sua perpetuazione.
Il conflitto inevitabile con lo Stato, con cui Cosa Nostra è in sostanziale concorrenza (hanno lo stesso territorio e si attribuiscono le stesse funzioni) è risolto condizionando lo Stato dall'interno, cioè con le infiltrazioni negli organi pubblici che tendono a condizionare la volontà di questi perchè venga indirizzata verso il soddisfacimento degli interessi mafiosi e non di quelli di tutta la comunità sociale.
Alle altre organizzazioni criminali di tipo mafioso (camorra, "ndrangheta", Sacra Corona Unita etc.) difetta la caratteristica della unitarietà ed esclusività. Sono organizzazioni criminali che agiscono con le stesse caratteristiche di sopraffazione e violenza di Cosa Nostra. ma non hanno l'organizzazione verticistica ed unitaria. Usufruiscono inoltre in forma minore del "consenso" di cui Cosa Nostra si avvale per accreditarsi come istituzione alternativa allo Stato, che tuttavia con gli organi di questo tende a confondersi.
4)
05 dicembre 2008
L'indagine Why Not e le carte che scottano
Le carte che svelano la nuova super loggia massonica?di Nicola Piccenna
da http://www.fainotizia.it/popular
Lo ha fatto per primo il Procuratore Generale (facente funzioni) Dolcino Favi. Disponendo un’avocazione “illegale ed illegittima” (come disse De Magistris e confermano oggi dalla Procura di Salerno altri tre magistrati) costrinse la segretaria (ex, perché ha voluto cambiare lavoro) del Dr. De Magistris ad aprire la cassaforte del magistrato e prelevò tutti gli atti d’indagine in assenza del titolare dell’inchiesta. Furto con destrezza, si potrebbe definire scherzandoci su. Oppure con rozzezza, se diventassimo seri. Il ricorso del Dr. De Magistris venne ritenuto irricevibile (o qualcosa del genere). Poi, il “vero” Procuratore Generale rifiutò di esibire quegli atti (Why Not) alla Procura di Salerno che ne aveva fatto richiesta. Altra anomalia, altro ostacolo all’esame dello scottante fascicolo. Ed eccoci ai giorni nostri.
Salerno dispone il sequestro dell’intera inchiesta “Why Not” e i magistrati di Catanzaro, indagati proprio per la gestione di quel fascicolo, emettono un mandato di “contro-sequestro”. Gli indagati che sottraggono le prove a loro carico usando dei poteri messi nelle loro mani dallo Stato. Si può immaginare qualcosa di più eversivo? Deve trattarsi di carte molto compromettenti, forse ancor più di quanto lo stesso De Magistris avesse capito. Lo dimostrano gli interventi delle massime autorità dello stato e degli illustri giuristi che tentano di minimizzare e fuorviare l’attenzione da questo semplice dato: su Why Not non si deve indagare, non si deve ficcare il naso, è persino vietato leggere quegli atti. Purtroppo per alcuni, forse per molti, il disegno è chiarissimo, già svelato.
Anche nel caso in cui se le dovessero mangiare, quelle carte sono ormai conosciute. La madre di tutte le gare pubbliche, quella per l’assegnazione delle licenze UMTS, quella in cui sono circolati miliardi di euro, è stata preda delle consorterie massoniche (in senso lato, come innanzi detto). La madre di tutte le inchieste, “Toghe Lucane”, ha svelato gli intrecci fra i personaggi delle logge ed i poteri dello Stato. La madre di tutte le discariche, la Basilicata, destinataria del deposito unico delle scorie nucleari italiane (ma forse anche russe e certamente statunitensi), ha fatto conoscere che questi poteri attraversano le casacche politiche come le radiazioni attraversano gli ignari cittadini. Ed i nomi sono sempre gli stessi, si rincorrono da inchiesta ad inchiesta, da indignazione ad indignazione, da solidarietà a solidarietà.
Dobbiamo ripeterli? È proprio necessario ripetere il rito delle citazioni, del coraggio di scrivere, delle querele, del giornalista senza macchia? Leggeteli sugli atti giudiziari, cari lettori e stimati cittadini. Fatevi coraggio ed affrontate la desolazione che ci circonda, cominciando a capire, a studiare, a classificare quelli che occupano le poltrone ai vertici dello Stato e delle Istituzioni. Nessuno potrà sostituirsi a Voi. Nessuno potrà fare la Vostra parte. Manca così poco, sono così deboli, confusi e scoperti. Sono così esplicitamente corrotti ed eversivi. Si avverte, qua e là, come un timido venticello che inizia a soffiare. Un fievole, ancora debole ma fresco profumo di libertà; come diceva il Dr. Salvatore Borsellino. Dobbiamo essere grati a lui ed ai tanti che, come lui, questo profumo hanno preconizzato, desiderato e costruito. Quei magistrati coraggiosi, soggetti solo alla Legge, di cui Luigi De Magistris, Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani, Luigi Apicella, e molti altri ancora, sono la testimonianza migliore.
I siti che pubblicano il decreto integrale con cui la Procura di Salerno ha disposto le perquisizioni ed i sequestri presso la Procura di Catanzaro:
www.ilresto.info/11.html; www.carlovulpio.it; www.lucania.ilcannocchiale.it; www.toghelucane.blogspot.com
Approfondimenti:
caso de magistris conversazione piccenna cainarca
Sul caso Vincenzo Santapaola, l'interrogazione del senatore Lumia
LUMIA - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della giustizia. - Premesso che: il 41-bis dell'ordinamento penitenziario è una misura necessaria e indispensabile per cercare di bloccare il flusso di comunicazioni dal carcere verso l'esterno che i boss tentano in ogni modo di organizzareda antimafiaduemila.com
il boss Vincenzo Santapaola è salito già agli onori della cronaca perché ha potuto impunemente trasmettere all'esterno una lettera che ha avuto ampio rilievo nella stampa siciliana, tutta tesa a delegittimare il 41-bis, e a indirizzare minacce spesso velate verso le Istituzioni che intendono mantenere e rafforzare tale istituto. È notizia recente ("Corriere della sera", martedì 2 dicembre 2008, pag. 21) che Vincenzo Santapaola ha ottenuto gli arresti domiciliari per trascorrere un periodo di convalescenza dopo un ricovero ospedaliero nella struttura milanese di Niguarda;
risulta che la Procura Antimafia di Catania non condivide, e a ragione, questo provvedimento del GIP visto che in Italia il sistema carcerario è in grado di assicurare una convalescenza degna e sicura nei confronti, soprattutto, di un detenuto pericoloso sottoposto a 41-bis,
si chiede di sapere:
se sarà verificata la regolarità della decisione del giudice per le indagini preliminari di Catania e se sia vero che in un primo momento, si era addirittura pensato di autorizzare l'intervento chirurgico presso l'Ospedale Vittorio Emanuele di Catania, situato presso il quartiere San Cristoforo, da sempre controllato dal clan Santapaola;
se il Governo non intenda favorire un iter spedito del progetto di riforma per garantire un sistema di 41-bis moderno ed efficiente, collocando i boss sottoposti a tale regime in istituti carcerari attrezzati e sicuri, nonché prevedendo l'apertura di sezioni presso zone insulari e piccole isole dove è più agevole garantire sicurezza e blocco delle comunicazioni dalle carceri verso l'esterno.
Atto di Sindacato Ispettivo
n° 3-00433
Atto n. 3-00433
Pubblicato il 3 dicembre 2008
Seduta n. 108
04 dicembre 2008
Salviamo Catania!
di Enrico Giuffrida
da sinistrademocrat.ct
In questi mesi il sindaco Stancanelli ci ha fatto credere che la situazione si potesse risolvere in tempi brevi, promettendo una serie di interventi che ad oggi si sono dimostrati del tutto insufficienti a colmare l'enorme debito accumulato e la situazione disastrosa in cui si trova la città. Anche l'impegno da parte del governo nazionale di stanziare per Catania la somma di 140 milioni di euro si sta dimostrando una questione a rischio, dato che il dibattito alla Camera non si è ancora concluso e rischia di far slittare l'approvazione oltre i termini utili.
Lo spauracchio che la "dichiarazione di dissesto" da parte dell'Amministrazione comunale costituisca un grave danno per i cittadini e per le imprese è generato, a mio avviso, da un'informazione non corretta, alimentata dall'attuale maggioranza politica. Dal dissesto riparte, in realtà, la fase del risanamento economico. Dato che un Comune non può cessare di esistere come una semplice azienda privata, la dichiarazione di dissesto crea, in effetti, una frattura fra il passato ed il futuro. Un organo apposito, nominato con decreto del Presidente della Repubblica, si occupa del "passato", presentando un piano di risanamento per eliminare le condizioni patologiche che hanno determinato il dissesto.
Tutti i debiti pregressi passano ad una gestione straordinaria, mentre inizia una nuova vita amministrativa libera dal peso del passato e con un bilancio che prevede tutti i principi di una gestione sana ed efficiente. Di fatto, la dichiarazione di dissesto dà il via semplicemente ad una serie di atti gestionali che, in maniera trasparente e definitiva, risanano i conti del Comune. Non è vero, dunque, che con la dichiarazione di dissesto sarebbero chiesti ulteriori sacrifici ai cittadini, in quanto l'Amministrazione comunale ha già provveduto ad elevare le tasse al livello massimo consentito. Insomma, da questo punto di vista, peggio di così non si può. Non è vero che i creditori non sarebbero pagati interamente: verrebbero semplicemente concordati i tempi di dilazione e di estinzione del debito.
Tutti riceverebbero i denari che attendono e con gli interessi. Se il Consiglio comunale dichiara il dissesto, insomma, si chiude la crisi già esistente e inizia la fase del risanamento economico con pagamenti puntuali per tutti, senza perdita di posti di lavoro e con servizi efficienti da subito. Penso quindi che, per salvare questa città allo sbando, non ci sia altra soluzione: ricominciare da capo affidando la gestione amministrativa a esperti capaci ed onesti ed evitare, oltretutto, che il Comune continui ad indebitarsi in maniera irreversibile e che venga depredato quel poco che resta del patrimonio di questa città a danno dei cittadini ed a vantaggio, come sempre, dei "soliti noti".
Coordinatore cittadino
Sinistra democratica
– Catania -
03 dicembre 2008
02 dicembre 2008
Vincenzo Santapaola ai domiciliari in Ospedale: sarà al Niguarda di Milano?
Circa un anno fa Vincenzo Santapaola, figlio di Nitto, storico boss mafioso di Cosa Nostra, era stato arrestato, con qualche accusa pesantucciaVincenzo Santapaola, 38 anni, figlio maggiore del capomafia ergastolano Nitto Santapaola.
Con l’accusa di associazione mafiosa, estorsioni, rapine e traffico di sostanze stupefacenti sono finiti in carcere a Catania altri 70 affiliati a Cosa nostra
Ora, come ricorda il Corriere, malgrado il 41 bis scrive tranquillamente lettere a “La Sicilia”, e pare che verrà ricoverato all’Ospedale di Niguarda, alla periferia nord di Milano. Viene in mente Giuseppe Setola, un altro che di ricoveri, e di eventuali fughe, se ne intende, ricordate? Della lettera inviata da Santapaola a “La Sicilia” si parla in 095, un blog di Catania che ha seguito la vicenda molto accuratamente.
Lettera aperta ai figli di Provenzano
di Giovanni Impastato
da repubblica.palermo.it
Non è affatto questo il percorso più adatto per risolvere le contraddizioni che riguardano la propria vita quando è partorita da un ambiente mafioso, per distanziarsi da quest’ultimo e chiudere definitivamente i conti con esso.
Quanto affermato da Angelo costituisce quasi una continuità con un certo modo tipico di pensare, che ribalta i ruoli, cela la verità e finisce per rendere ancor più complicato combattere una battaglia di giustizia nel nostro paese.
Non è vero. Non è vero che Provenzano è stato ed è tuttora l’a gnello sacrificale utilizzato da uno Stato tiranno per coprire le sue malefatte. Non si possono negare le sue enormi responsabilità, la sua direzione dei lavori nella costruzione di un progetto criminale che ha causato ingenti danni economici, ha bloccato lo sviluppo di tutto il territorio siciliano, e, soprattutto, ha lasciato a terra centinaia di vittime.
Certo non bisogna dimenticare le connivenze, il ruolo svolto da uomini delle istituzioni e da funzionari dei vari settori che hanno contribuito allo sfascio. Né si può negare l’esistenza di legami tra alcuni settori della vita politica, del governo e dei servizi segreti con ambienti della criminalità organizzata. Che sia chiaro, però, che Provenzano non è stato strumentalizzato da questo sistema, ma è stato un suo complice, anzi, uno dei suoi animatori, ed è per questo che è stato ricompensato con le protezioni che gli hanno garantito una tranquilla latitanza durata quasi mezzo secolo.
È facile riferirsi nei propri discorsi ad entità astratte, quasi incorporee, a concetti genericamente intesi come “lo stato” e “la mafia”. In entrambi i casi parliamo di organizzazioni composte da uomini, a volte corrotti nel primo caso, ma spesso onesti, ligi al dovere, disposti al sacrificio…uomini come Falcone e Borsellino; nel secondo caso solo criminali. E la mafia…sappiamo bene oggi che cosa sia la mafia, come sia strutturata, come al centro converga il potere criminale, attorno al quale si sviluppa un sistema di rapporti con il mondo dell’economia e della politica, tramite gli appartenenti alla cosiddetta borghesia mafiosa, come afferma Umberto Santino. Provenzano non appartiene a quest’ultimo settore, non è stato autore di reati finanziari o simili: è stato un assassino, un mandate di un numero imprecisato di omicidi, è stato capo assoluto di Cosa Nostra per decenni e come tale va considerato e giudicato, non solo nelle aule dei tribunali.
Che il fenomeno mafioso sia sopravvissuto alla sua cattura dimostra solo come abbia fatto bene il suo lavoro. Come lo dimostra la diffusione che oggi ha la cultura mafiosa, che non è un atteggiamento mentale connaturato all’essere siciliani, ma è un modo di agire, di intendere i rapporti sociali e la fornitura di servizi, come la necessità dei propri diritti, che è stato diffuso, che si è propagato proprio a partire da Cosa Nostra, da quell’a pparato ingigantito e rafforzato dalle strategie dei più noti boss e, soprattutto, dalla reggenza dello stesso Provenzano. La cultura mafiosa, del resto, pare quasi contaminare le parole dello stesso Angelo, come il comportamento dei suoi familiari. Per liberarsene non bisognerebbe rinnegare il padre, negare a lui il legame d’a ffetto, ma rompere con il suo ruolo e condannare con decisione le sue azioni criminali.
Qualche tempo fa, in occasione della cattura del padre, scrissi ad Angelo e a suo fratello Francesco una lettera aperta, chiedendo loro di percorrere questa strada, di divenire parte della società onesta, di compiere una rottura netta, così come abbiamo fatto io e mia madre Felicia seguendo l’esempio di mio fratello Peppino, che più di tutti ha pagato per il suo coraggio e la sua voglia di sottrarsi ai condizionamenti mafiosi, e, nonostante tutto, ha conquistato la sua libertà e ha regalato a noi la nostra. Noi non abbiamo mai negato che la nostra famiglia aveva origini mafiose, che mio padre era un’appartenete a Cosa Nostra, così come alcuni suoi fratelli, e che mio zio Cesare Manzella è stato capomafia fino al 1963, ma abbiamo rotto con quanto era da loro rappresentato. Non è questione di pagare per le scelte del padre, ma di fare la scelta, quella decisiva.
E se non vorranno farla, Angelo e Francesco, seguendo la loro cultura, si ricordino che non sono loro le vittime dello Stato, i perseguitati, ma siamo noi cittadini onesti ad essere stati e ad essere tuttora vittime di quel sistema politico-mafioso le cui basi hanno gettato proprio Provenzano e gli altri come lui"
Roma: aggressione ad una troupe del TG1
Aggressione il video: youtube.com/watch?v=H
da http://www.youtube.com/user/Isabo81News
«Nel nostro Paese il diritto di cronaca è sacrosanto - aggiunge Schifani - diritto che è e resterà uno dei cardini della nostra democrazia».
«Non è più tollerabile una situazione che vede i giornalisti sempre di più nel mirino.
Dopo le aggressioni e i gesti sconcertanti dei giorni scorsi, oggi è toccato ad una troupe del Tg1. Sono atteggiamenti che vanno condannati senza se e senza ma» ha detto invece Gianfranco Rotondi, ministro per l'Attuazione del programma di governo.
«A nome dell'Italia dei Valori esprimo solidarietà al Tg1 per l'aggressione subita al Trullo da una giornalista e dall'operatore. È un episodio grave, invitiamo per questo l'azienda ad agire, anche per vie legali, per tutelare chi lavora, esponendosi anche a situazioni di rischio» ha affermato il capogruppo Idv alla Camera, Massimo Donadi.



