30 gennaio 2009

Italia-Altrove: sola andata

Essere giovani oggi in Italia non è affatto un’esperienza entusiasmante, nè formante nè costruttiva. Analisi ragionata di chi nel suo paese per venticinque anni aveva seminato molti sogni. Ed ora vuole portarli a sbocciare altrove

di Serena Maiorana
da girodivite.it

Sono una ragazza di venticinque anni, voglio fare la giornalista e da dieci anni scrivo e provo a scrivere su giornali e giornalini. Negli ultimi tempi però ho scritto un po’ meno, e sapete perché? Perché tutto quello che vedo intorno mi fa schifo. È tutto un voltafaccia, un colabrodo, un inciucio, un tutto torbido.

E in questo vomitare a destra e sinistra, increduli e ancora giovanissimi, può capitare di non trovare più tanto tempo per scrivere. Prima perché ti incazzi, poi perché ti deprimi, alla fine perché ti annoi. E la tua unica preoccupazione diventa solo quella di cambiare aria, di trasferirti chissà dove. Perché capisci che gli anni passano e l’ultima cosa che vorresti nella tua vita è vivere in un posto che ammazza il tuo entusiasmo: l’unica cosa saggia che puoi fare se sei giovane e italiana è portare al riparo i tuoi figli prima che nascano. L’Italia è un posto malato.

È questa la più grande colpa della generazione che ci ha messi al mondo e che ci governa, che ci ha educati, che ci ha cresciuti, che ha decostruito questo mondo così come lo vediamo: ci ha tolto la possibilità di mettere al mondo speranza. Ha invertito il vero e il falso per il suo tornaconto, ha perpetrato l’ingiustizia, ha cambiato le coordinate, ha smantellato ogni certezza, ogni morale, ogni possibilità di pulizia e costruzione.

Io adesso sono in Spagna, e anche se sono solo in Erasmus (progetto dell’Unione Europea per lo studio all’estero) mi sento un’emigrante, sensazione triste ma compensata dall’aria più salubre che si respira qui. La Spagna è piena di giovani italiani alla ricerca di lavoro e di serenità e serietà per costruire futuro e credo che stia avvenendo lo stesso in altri paesi d’Europa più moderni, democratici e lungimiranti del nostro. E nonostante l’Onda studentesca e molti chiacchiericci mediatici credo profondamente che la condizione e le prospettive delle giovani generazioni italiane siano argomenti inspiegabilmente sottovalutati nel mio paese. La situazione attuale è di assoluta emergenza ed è pronta a precipitare se non si interviene immediatamente e in maniera decisa. La mobilità sociale in Italia non esiste, la meritocrazia ancora meno.

Tra i miei coetanei questa è una realtà risaputa eppure difficilmente l’argomento è all’ordine del giorno nella società italiana per un motivo molto semplice: quali sono i luoghi dati ai giovani per discuterne? Il parlamento? I giornali? Impossibile: sono luoghi vuoti di giovani. L’unica roccaforte del pensiero e dell’agire giovanile è rimasta l’università. La protesta universitaria di questo caldo autunno italiano però è rimasta nell’immaginario collettivo solo una valvola di sfogo di un malcontento a lungo covato, le istanze della protesta non sono state raccolte e nemmeno analizzate dagli organi istituzionali competenti, che anzi sono andati avanti con lo smantellamento ragionato e colpevole di quell’ultima roccaforte.

Sono cresciuta leggendo i giornali e pensando di volerli scrivere. Oggi quando li leggo però non trovo traccia della realtà così come ogni italiano la vive ogni giorno. La domanda che mi pongo oggi non è più che lavoro voglio fare da grande, ma qual è la società in cui voglio fare crescere i miei figli, oltre che quella in cui voglio invecchiare. E ho capito che la soluzione non è la ricerca del paese perfetto, bensì la possibilità di partecipazione: la possibilità di costruzione e di scelta sociale oltre che individuale sono la chiave della svolta. Una società blindata è una società già morta. Questo è tutto quello che oggi ho ancora voglia di scrivere.

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