8 marzo 2009

Radio Radicale: non spegnete quella voce

Nei giorni scorsi, con frivola e immotivata improvvisazione, il sottosegretario Romani ha dato notizia, in una seduta della Camera dei deputati, della intenzione del governo Berlusconi di chiudere Radio Radicale

di Furio Colombo
da unita.it

I radicali hanno aperto ieri a Chianciano il loro congresso. È un annuncio improvviso e alcuni che avrebbero voluto (è il mio caso) non potranno essere presenti. Vedo alcune ragioni per seguire oggi da vicino le iniziative dei radicali.


Alcune sono di assenso e alcune di dissenso ma una prevale su tutte.
In un mondo politico che appare esausto, e si richiude, in ripetizione alternativa di poche cose sfuocate per chi sta al governo, e di un senso di smarrimento per chi fa (o dovrebbe fare) opposizione, i radicali hanno una vitalità politica che li motiva ad essere presenti, contemporaneamente, in tanti campi e impegni e problemi, dal Tibet ai rom italiani, dai rumeni pestati in carcere ai detenuti in estenuante attesa di processo, dalle campagne già fatte (il tentativo quasi riuscito di rimuovere Saddam Hussein senza distruggere l’Iraq) al successo mondiale della moratoria sulla pena di morte.

A Chianciano avrei detto il mio disaccordo sul modo in cui i radicali propongono di contribuire a risolvere i problemi della giustizia. Manca - avrei insistito - l’ambientazione di un progetto così importante nell’epoca berlusconiana che ha deliberatamente distorto (o distorto in modo più grave) tutto ciò che si riferisce al mondo e agli operatori della giustizia.

Avrei ripetuto che - in un mondo di padronato che chiede e non dà - trovo punitivo l’atteggiamento nei confronti dei sindacati, benché ogni problema posto sia serio, importante e vada discusso a fondo. Farlo con i radicali vale la pena. Ricordiamoci che sono l’unico gruppo politico italiano ad avere dei caduti, come Antonio Russo, sul campo dei diritti umani e della libera testimonianza giornalistica di fatti destinati a restare altrimenti ignoti. Questo impegno, mantiene un senso e un punto di riferimento per l’intera politica italiana in un’epoca confusa e conflittuale, condannata alla ripetizione continua di eventi spesso inutili o quasi uguali.
Ma c’è un’altra ragione oggi, di essere vicini ai radicali, di partecipare al loro lavoro e soprattutto al loro impegno civile.

Nei giorni scorsi, con frivola e immotivata improvvisazione, il sottosegretario Romani ha dato notizia, in una seduta della Camera dei deputati, della intenzione del governo Berlusconi di chiudere Radio Radicale, la voce del Parlamento italiano, di cui trasmette in diretta tutti gli eventi e sedute, oltre alla cronaca completa di quasi ogni altro evento politico, senza riguardo alle diverse valutazioni di quegli eventi, senza rapporti con le convenienze, i desideri e gli ordini degli uni e degli altri. Se c’è una preferenza, a Radio Radicale, è per i senza potere. Chiudere una radio che riceve contributi pubblici in cambio dell’unico vero servizio pubblico che esista in Italia è un gesto grave, carico di minaccia e pericolo.

E anche un gesto odioso, se compiuto da un governo guidato dal capo e proprietario di un impero mediatico. Volete sapere se la Rai sarà in grado di subentrare? Invece di correre via dalla televisione quando i telegiornali di regime introducono gli umilianti minuti della «nota politica», fate lo sforzo di guardare e ascoltare almeno una volta.

È chiaro che dovremo prepararci a difendere in ogni modo la sopravvivenza dell’ultima finestra che impedisce all’Italia di soffocare nell’anidride carbonica della non notizia. Perciò gli auguri al Partito Radicale per il suo congresso, che meritava partecipazione e presenza, sono auguri all’Italia.

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