29 luglio 2009

A Palermo condannati i medici di Cosa nostra

Criminalità – Processo Gotha, dieci anni per Giovanni Mercadante, ex parlamentare regionale di Forza Italia che, secondo gli inquirenti, sarebbe legato a Provenzano

di Pietro Orsatti
da http://www.orsatti.info/

Palermo si è svegliata ieri con l’ennesimo shock in queste settimane di rivelazioni, inchieste e misteri. Questa volta non si tratta di un caso emerso dalle rivelazioni di Massimo Ciancimino su stragi e business, ma della sentenza del processo Gotha. Dopo oltre 17 ore di camera di consiglio, i giudici della II sezione del tribunale di Palermo, presieduta da Bruno Fasciana, hanno condannato a 10 anni e otto mesi di carcere, per associazione mafiosa, l’ex deputato di Forza Italia Giovanni Mercadante. Braccio politico, secondo la tesi accusatoria, di Bernardo Provenzano.

Il pentito Nino Giuffrè fu il primo a segnalare la pericolosità dell’uomo politico siciliano già nel 2002: «Giovanni Mercadante è un creatura di Provenzano, dottore», questa la dichiarazione raccolta dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Palermo del ruolo che il sessantenne medico radiologo avrebbe ricoperto all’interno di Cosa nostra. Ad accusarlo anche altri boss pentiti del calibro di Giovanni Brusca e Angelo Siino. Insieme a un altro medico, già condannato per mafia in due precedenti processi (Nino Cinà), Mercadante è considerato il medico di fiducia delle cosche e punto di riferimento di Cosa nostra nel mondo della politica. Indagato già in passato, la sua posizione venne archiviata per due volte. Solo nel 2006 a seguito dell’inchiesta Gotha è arrivato l’arresto. A carico dell’ex deputato, oltre alle dichirazioni rilasciate dai pentiti, si sono affiancate le intercettazioni ambientali realizzate nel box del capomafia Nino Rotolo, sito individuato dai clan per i loro summit. Nei colloqui il nome di Mercadante è emerso numerose volte in relazione sempre ad affari illeciti. E non solo. Secondo gli investigatori Mercadante avrebbe fornito «il proprio ausilio e la disponibilità della struttura sanitaria della quale era socio (l’Angiotac) per prestazioni sanitarie in favore degli associati mafiosi, anche latitanti, e la redazione di documentazione sanitaria di favore, ricevendo, in cambio, l’appoggio elettorale di Cosa nostra in occasione delle regionali in cui era candidato».

L’altro personaggio è sicuramente Cinà. Condannato già due volte per associazione mafiosa, «ma le condanne e la detenzione non hanno interrotto la sua partecipazione alle attività mafiose», dichiarano i magistrati. Sarebbe uno dei protagonisti della trattativa tra Stato e mafia, capo mandamento di Resuttana, «mediatore e pacificatore» nel periodo delle stragi del ’92 e poi, nel 2005, tentando di evotare di evitare lo scontro fra le cosche a seguito del rientro dei cosiddetti «scappati», mafiosi esuli negli Usa dai primi anni ‘80 per sfuggire alla mattanza dei corleonesi e richiamati a Palermo da Salvatore Lo Piccolo per cercare di mettere in atto la “scalata” ai vertici di Cosa nostra nella provincia. Ieri sono stati condannati anche il boss di Torretta, Lorenzino Di Maggio, ritenuto vicino ai capimafia palermitani Sandro e Salvatore Lo Piccolo; Bernardo Provenzano, accusato in questa occasione solo di tentata estorsione.

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