31 marzo 2009

"No dal Molin" al Congresso Usa contestano i vertici militari

Le bandiere No Dal Molin sventolano all’interno del Congresso statunitense: la delegazione vicentina, in viaggio a Washington, ha contestato il generale Craddock – comandante delle truppe Usa in Europa e diretto superiore di W. Garrett, comandante della Ederle – e i vertici del Pentagono durante l’audizione presso la Commissione Difesa della Camera

da globalproject.info

Le quattro donne sono riuscite a entrare nella sala in cui si svolgeva l’audizione, nonostante quasi tutti i posti fossero riservati ad alti ufficiali del Pentagono. «Quando Craddock ha iniziato a parlare – hanno raccontato in videoconferenza all’assemblea del Presidio – ci siamo alzate in piedi sventolando le bandiere No Dal Molin e urlando "no new base in Vicenza, Italy"».

Dopo alcuni istanti di silenzio, come si vede nel video, il presidente ha sospeso l’audizione intimando per due volte alle quattro vicentine di uscire; quindi ha chiesto l’intervento della polizia. A quel punto, per evitare il fermo che avrebbe compromesso i successivi incontri istituzionali, le quattro donne hanno lasciato la sala.

Il Pentagono aveva annullato, dopo averli confermati, gli appuntamenti con la delegazione vicentina; nonostante ciò, la voce di Vicenza è comunque arrivata ai vertici militari statunitensi.

Guarda le immagini: video 1

30 marzo 2009

Il tesserino di Pino Maniaci

E’ troppo semplice gridare all’oltraggio per la denuncia ricevuta da Pino Maniaci: abusivo della professione di giornalista. Non ha il tesserino, non lo ha mai voluto. Conduce il telegiornale della sua televisione Tele Jato e bastona la mafia mattina, mezzogiorno e sera, come pochi

di Sergio Nazzaro
da agoravox

Non è quello dei calciatori, ma quello dei giornalisti. Almeno così dicono, perché poi, alla fine, tutti ma proprio tutti, lo tirano fuori al momento giusto. Tanti politici sono anche giornalisti, per il tesserino. Però se chiami all’assostampa accade anche quanto segue:
“Vorrei sapere come mi devo regolare per fare il direttore responsabile”
“Hai il tesserino?”
“Si, da pubblicista”
“Allora va bene lo puoi fare”
“Si, ma quanto mi devo far dare, cioè c’è una sorta di tabella?”
“Ma che dici mai, se vuoi lo puoi fare anche gratis”
“E perché?”
“Perché vi mettete d’accordo editore e direttore. Anche gratis lo puoi fare”
“E se mi denunciano, voi mi difendete?”
“Dipende da quello che scrivi”
“Si, però non scrivo mica cose offensive”
“”E allora vediamo cosa si può fare, ma non tanto solitamente”
“Scusate ma voi siete l’associazione di categoria, che vi pago a fare”
“Ma la quota non è così cara”
Click.

E’ stato minacciato più volte, vive sotto scorta, ed ora qualcuno, chissà perché lo denuncia per professione abusiva. Attenzione. Avere il tesserino da pubblicista non garantisce assolutamente che riceviate i dovuti compensi. No. Il fatto che abbiate un tesserino da pubblicista o da professionista non significa che potete lavorare. Perché dovrebbero pagarvi secondo le tabelle ufficiali, che poi non si sa mai quali sono.

Avere il tesserino non significa essere giornalisti. Come avere due palle sotto, non significa essere uomini. E’ troppo semplice dire quanti non giornalisti, valletti di televisione, tette parlanti si definiscono giornalisti. Maniaci è un uomo, è un giornalista, è un lottatore perché crea vera informazione, ha notizie sempre comprovate e soprattutto alimenta di speranza un territorio soffocato dalla mafia. La vera domanda è: a chi da fastidio Manici e la sua televisione senza peli sulla lingua? (I peli li ha tutti sotto il naso che gli disegnano baffoni da pirata).

Allora ecco la proposta: bruciamo i tesserini. Anzi no. Li mettiamo nelle buste di patatine, e il fortunato che lo trova è giornalista. Tanto il tesserino è come il preservativo: ti protegge dallo scrivere notizie serie e pericolose per il potere. Possiamo allegare i nostri tesserini alla carta igienica, e metterlo al penultimo strappo: attento, ora arriva la merda.

Chi è giornalista? L’uomo con il tesserino o quello senza? Se i giornalisti, cioè persone che hanno un tesserino, fossero pagati sempre e comunque per il loro lavoro, fossero protetti per davvero, avessero dignità, allora si ritiriamo il tesserino a Maniaci, che fa l’abusivo e ci toglie il pane dalla bocca (i peli no, quelli li ha rubati tutti lui!). Invece è una categoria infame questa nostra categoria. La televisione è di Pino Maniaci, se la conduce da solo. Già, ma come per Europa 7, avere ragione, avere le frequenze, mmm non va. Sei un uomo libero Pino, troppo. Dici quello che i TG nazionali dovrebbero dire e allora nel giro di una settimana avremmo con le spalle al muro i cattivi. Invece no. Silenzio, prego. Va in scena la commedia della farsa.

Mi permetto solo con sommo rispetto e capo chino rivolgermi all’autorità giudiziaria che procederà contro Pino Maniaci: non siete entità astratte, ma persone umane e professionisti. Non mi permetto assolutamente di interferire con il vostro lavoro. Il vostro lavoro è sacrosanto e troppi ci spuntano sopra, sempre per una personale convenienza. Avete ragione, delle regole sono state infrante. E le regole vanno rispettate. C’è anche la regola del buonsenso. Voi ci difendete dai cattivi e dai prepotenti. Pino Maniaci non è un santo, ma un lazzarone di giornalista che ci difende, come può, dall’arroganza del male. Condannarlo perché dice la verità, perché dà fastidio, beh sarebbe come condannare la giustizia stessa che si nutre di uomini di buona volontà, molto buon senso e durezza nel colpire i mafiosi, quelli veri.

Non potevate non sapere


Il caso Catania non nasce oggi. Da decenni l’informazione della base catanese scrive mentre grandi editori nazionali e la stampa hanno scelto di ignorare la notizia

di Norma Ferrara
da liberainformazione.org

A Catania e sparso un po’ per lo stivale c’è un piccolo nucleo isolato di giornalisti che da decenni scrive, denuncia e riscrive, quello che in città sta accadendo. Conosciamo i nomi di questi giornalisti che non hanno mai smesso di parlare del “sistema catanese” li abbiamo letti per anni, ne abbiamo condiviso il rammarico per il black out mediatico nazionale. Sappiamo anche i nomi e cognomi dei tanti familiari di vittime di mafie che in questi anni hanno dovuto assistere allo scempio della memoria in una città che ha già rubato loro l’anima.

Attraverso Blog, siti d’informazione “sensibili” e numerose inchieste, i colleghi di Catania, hanno palesato lo strapotere dell’editore Mario Ciancio Sanfilippo, il suo consenso trasversale in politica e nel mercato imprenditoriale, il sovrapporsi di questi legami che hanno generato comitati d’affari capaci di indirizzare le politiche pubbliche a vantaggio di pochi fini privati. Ma mentre loro denunciavano il resto del Paese - dal servizio pubblico radiotelevisivo (nella sua sede regionale) alla grande stampa nazionale - non aveva orecchie per sentire, taccuini per scrivere o telecamere da inviare.

Sempre gli stessi giornalisti, da decenni, denunciano anche le responsabilità del quotidiano progressista di sinistra, La Repubblica, che secondo una strana logica di marketing editoriale, non distribuisce a Catania, cioè proprio li dove le stampa, le pagine siciliane del suo giornale.

Catania vive nel silenzio per molti anni. Poi lentamente qualcosa accade. Alcuni mesi fa il Comune di Catania, ex amministrazione Scapagnini - oggi Stancanelli - ha ricevuto dall’attuale Governo un saldo, chiamiamolo cosi, di circa 850milioni di euro per aver avuto il merito di saccheggiare le casse comunali, in anni in cui vicesindaco della città era proprio l’attuale presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo. I primi media nazionali hanno fiutato la notizia ma consegnarla ai catanesi e al resto degli italiani sarebbe stato ancora troppo.

Poco dopo è stata la volta della “della mafia nella festa di Sant’Agata”, da Catania alcune associazioni denunciano la storica infiltrazione e una agenzia di stampa raggiunge tutte le testate nazionali. La notizia circola ma passa agli occhi dei più come il solito tentativo di poche associazioni “militanti” di infangare questa bella città che invece cresce a dispetto delle maldicenze, crea parcheggi sotterranei, regola il traffico quasi meglio del capoluogo palermitano, investe nella nascita di centri commerciali. Però da queste parti la festa di Sant’Agata è sacra, e la mafia anche e tutto rimane com’è.

Qualche giorno fa a mettere in fila questi ed altri fatti catanesi è arrivata la troupe di Milena Gabanelli – Report - che ha raccontato al Paese in lucido e incalzante lavoro di Sigfrido Ranucci - coadiuvato dai sopradescritti giornalisti che non hanno smesso mai di scrivere, riscrivere, ripubblicare - la verità sulla città ormai in ginocchio.

In questi anni a Catania ci sono state penne di “giornalisti- giornalisti” ma anche quelle di “giornalisti – impiegati” e mentre i primi denunciavano i secondi producevano omissis su omissis.

Report alza il lenzuolo del silenzio su alcune chiare distorsioni del sistema democratico. Dopo la puntata I Vicerè l quotidiano La Sicilia, chiamato in causa più volte nell’inchiesta, invita i suoi lettori a diffidare dalle falsità raccontate dai giornalisti di Report che Ciancio Sanfilippo dichiara di querelare. La disinformazione su Catania oggi quindi - secondo La Sicilia, - è finita in mano al Servizio pubblico radiotelevisivo perché per la prima volta ha scelto di parlare, facendo nomi e cognomi, palesando cifre, documenti e anche alcune delicate questioni che collegano il sistema alla famiglia Santapaola.

Il caso Catania sta assumendo dimensioni nazionali ma anche questa non è una notizia perché non potevate non sapere voi che avete scelto di non raccontarla.

In tutti questi anni l’informazione pubblica (e la politica nazionale) ha fatto una scelta chiara ha deciso da che parte stare. La sede regionale della Rai, i quotidiani nazionali e i “giornalisti – impiegati” sapevano e hanno sempre scelto da che parte stare esattamente come Mario Ciancio Sanfilippo ha fatto in questi lunghi anni con i suoi lettori.

Adesso - infranto il muro del silenzio nazionale - resta da capire - da che parte questi media, gli ordini professionali e di categoria, soprattutto in Sicilia, sceglieranno di stare.

26 marzo 2009

La Bugia di Silvio Berlusconi sulla casa

da melandrir

19 marzo 2009

Radio mafiopoli puntata n. 24

Gli arresti: a Trabia, Sciara e Termini Imerese bussano di notte i carabinieri di Monreale. E di notte, con il neurone tipico mafiuso che svegliato di soprassalto sbadiglia cannolicchio, in quindici vanno ad aprire con le ciabatte da boss e lo sbadiglio seduto sulla spalla. Un antico proverbio mafiopolitano dice “se di notte bussa il carabiniere sono calci nel sedere” e, infatti, sono guai per i clan di Trabia, Sciara e Termini Imerese

da radiomafiopoli.org





16 marzo 2009

Le ronde “nere” dell’ex maresciallo

Così, nell’epoca della sicurezza “fai da te”, l’ex investigatore diventa comandante generale di un gruppo la cui missione è la “promozione e divulgazione della storia, delle lingue e delle tradizioni Italiane con particolare riferimento all’Impero Romano”

da osservatoriorepressione.org

Se si scorrono storia e curriculum di Augusto Calzetta, maresciallo e poi capitano, maggiore, tenente colonnello dell’Arma dei Carabinieri, si va dalle indagini sul Mostro di Bargagli alla soluzione dell’omicidio di Roberto Trebino (Uscio, 1985), a quelle sugli attentati ai tralicci compiuti dagli anarchici negli anni Novanta, allo strano arresto di Ovidio Bompressi nel 2002, mentre l’ex terrorista del caso Calabresi stava già andando a costituirsi.

Ora, arrivata l’età della pensione (anzi, della “riserva”), Calzetta ha un nuovo incarico. Nell’era delle ronde, dei cittadini organizzati che vogliono vigilare sulla sicurezza, è diventato generale. Anzi, “comandante generale della Guardia Nazionale Italiana”. Della quale, assicura un comunicato, ha assunto “il Comando operativo su tutto il territorio nazionale”La divisa della G.N.I.? “Camicia color kaki con effigie dell’aquila imperiale romana, giubbotto tre quarti in pelle nera, cinturone, cravatta e stivali neri”. E già che la Guardia Nazionale Italiana non vuol proprio farsi mancare nulla, il portavoce Maurizio Monti assicura che «abbiamo già anche un piccolo aereo, a Novara». E persino l’immancabile presenza su Facebook, con già 225 simpatizzanti tra cui spiccano sezioni di Forza Nuova, de La Destra, de La Gioventù Italiana, di Italia Nera, contornati da qualche busto mussoliniano e un numero cospicuo di fanciulle di gradevolissimo aspetto.

Calzetta abita da tempo a Massa, dove prima ha aperto un’agenzia di investigazioni, poi è stato coinvolto (ed è finito anche in galera) per una brutta vicenda di vestiti e gioielli sottratti alle salme da cremare. Lui si difende: «Io non c’entravo nulla, spero che questa storia sia ormai finita, io ho solo fatto un piacere innocente a degli amici che evidentemente tanto amici non erano». A Massa il Secolo XIX l’ha raggiunto. Sul suo nuovo “incarico” non la vuole buttare in politica: «In realtà è l’idea di un gruppo di amici,sono venuti a trovarmi, mi hanno fatto questa proposta, io ho accettato». Il peso di un’organizzazione che annuncia di essere presente “su tutto il territorio nazionale”? «In realtà stiamo muovendo i primi passi, nei prossimi giorni partiremo con una conferenza stampa». Dove sarà anche presentata la divisa indossata dai volontari, che è già annunciata su Facebook. E che tra Aquile Imperiali, “ruota solare incandescente” e motto “Domine dirige nos” non sembra nemmeno voler mascherare l’ispirazione ideologica. Se in più ci si aggiunge che una delle ”missioni” è la “promozione e divulgazione della storia, delle lingue e delle tradizioni Italiane con particolare riferimento all’Impero Romano”, il quadro è completo.Di certo, l’armamentario dei “volontari” non sembra rispondere a quella iconografia tranquillizzante che ci si aspetterebbe da un pacioso gruppo di sorveglianti. Una formazione paramilitare? Macché, sostengono gli ideatori: solo una onlus.

In piena adesione allo spirito della legge sulle ronde, che viene peraltro richiamata in testa allo statuto, “Concorso delle associazioni volontarie al presidio del territorio”. Disegno di legge, già approvato da un ramo del Parlamento, che sembra già dare la stura alle inquietudini: il metter cappello da parte di gruppi connotati politicamente e ideologicamente sulle ronde.«Vogliamo fare - insiste Maurizio Monti - tutto per bene, contattare gli enti locali, stringere accordi, comportarci secondo tutti i crismi». E “i mezzi stradali, navali e aerei, dotati dei sistemi di emergenza visivi e sonori” di cui si parla su internet? «In realtà serve tutto a garantire la sicurezza dei cittadini. L’aereo, ad esempio, potrà essere utile per l’avvistamento di incendi boschivi in zone difficili da raggiungere a piedi o in macchina».

E Calzetta? Insiste: «Ho solo accettato la proposta di amici». Nel 2005 il suo nome finì anche nell’indagine sulla “polizia parallela” di Gaetano Saya, organizzazione neofascista dalle velleità paramilitari poi smantellata dalla procura di Genova. Ma Calzetta ne uscì pulito: «Volevano cooptarmi, darmi il comando di una delle divisioni del loro Dipartimento studi strategici antiterrorismo. Ma io quella volta rifiutai».

14 marzo 2009

Salvatore Borsellino, strage di Via D'amelio e il mistero del castel Utveggio

Intervista realizzata il 7 marzo in Via DAmelio a Palermo a Salvatore Borsellino. Il mistero di Castel Utveggio e sui mandanti della strage del 1992

da orsatti63
Scheda: Strage di Via D'Amelio

13 marzo 2009

Lettera al prefetto di Palermo in solidarietà con Pietro Milazzo

Centinaia sono gli attestati di stima e di solidarietà, provenienti da tutte le categorie sociali e le parti politiche, a Pietro Milazzo, vittima dell’assurdo provvedimento dell’avviso orale emanato dal questore di Palermo

di k-p
da http://www.kom-pa.net

Al prefetto di Palermo

Da quarant’anni Pietro Milazzo, con costanza e determinazione, con la vocazione del sindacalista coerente e fedele alle sue idee di giustizia sociale e lotta alla mafia opera a Palermo, stimato, per la sua correttezza, persino dai suoi oppositori politici.

In prima linea tra i compagni di Peppino Impastato a fianco degli ultimi e degli esclusi sociali siano essi immigrati o senza casa, egli ha sempre agito nell’ambito dell’antimafia sociale nel tentativo di riscattare i più deboli dalla schiavitù della miseria e dalla sudditanza alla mafia, l’una e l’altra strettamente collegate da una perversa logica di potere sociale e politico.

Gli si contesta, “nell’avviso orale,” di essere tra gli organizzatori della imponente manifestazione palermitana per chiedere le dimissioni di Totò Cuffaro, condannato da un tribunale della repubblica, gli si contesta di essere tra gli organizzatori di molteplici manifestazioni, pacifiche e sempre non violente, a favore di coloro che lottano per rivendicare il diritto sacrosanto ad avere un tetto sopra la testa, senza rivolgersi, in modo clientelare, al politico di turno o al capo-popolo corrotto, gli si contesta di essere tra gli organizzatori di una pacifica e non violenta manifestazione contro la ingiusta guerra in Iraq, gli si contesta di essere tra gli organizzatori di manifestazioni contro lo sperpero dell’Amministrazione comunale che ha ridotto la città di Palermo in ginocchio.

Pietro Milazzo sindacalista nelle sue funzioni e nell’animo è sempre stato a fianco di coloro che rivendicano un diritto negato, anche al di là delle sue specifiche mansioni.

Egli, fedele al suo profondo spirito sindacale non ha mai smentito la sua innata vocazione “sociale e politica”.

Nel riconoscere a Pietro Milazzo l’incessante opera di stimolo alla società palermitana e siciliana, chiediamo al prefetto di Palermo che accolga la richiesta di revoca dell’”avviso orale”, presentata dallo stesso.

Palermo. 10 marzo 2009

Video: L'affaire Milazzo

11 marzo 2009

Radio Mafiopoli puntata n. 23: "Salvatore Borsellino e che stato è stato"

Salvatore Borsellino è uno di quei fiori rari di memoria attiva, di quelli per cui una perdita è soprattutto il dovere di un inizio. Lo incontro che è mattina già matura, nel suo ufficio, dove sorridono in foto suo fratello Paolo insieme a Giovanni Falcone. Inizia l'intervista

Da radiomafiopoli.org





Ascolta la 23a puntata: Salvatore Borsellino e che stato è stato

Silvia Baraldini: "importante, oggi, è la lotta contro la violenza alle donne"

Quando lotta vuol dire carcere. Intervista a Silvia Barladini. Molti di voi la conosceranno per una canzone di Guccini, “Canzone per Silvia”. “ L' America è una statua che ti accoglie e simboleggia, bianca e pura, la libertà, e dall' alto fiera abbraccia tutta quanta la nazione, per Silvia questa statua simboleggia solamente la prigione perchè di questa piccola italiana ora l' America ha paura”

di Giorgio Ruta
da ilclandestinonline

La Silvia del cantautore è Silvia Baraldini, il simbolo di un impegno estremo, di un egoismo schiacciato. Una storia, quella della Baraldini, cruda e rara che lei stessa ci racconta.

Lei ha passato molti anni in carcere, ma non tutti sanno la sua storia. La può raccontare?

Sono emigrata negli Stati Uniti perché sono emigrati i miei genitori e molto giovane sono rimasta coinvolta sia nel movimento contro la guerra che per quello dei diritti degli afroamericani. Attraverso quel coinvolgimento una ventina di anni dopo mi sono occupata della situazione dei detenuti politici afroamericani all’interno degli Stati Uniti. In quel contesto è stata decisa la liberazione di una donna, Assata Shakur, che era un importante leader del loro movimento e avevano bisogno anche dell’aiuto di persone bianche. Mi hanno chiesto l’aiuto e io sono tra quelle persone che hanno detto di si. Per questo sono stata arrestata e sono stata accusata non solo della liberazione, ma anche di associazione con varie organizzazioni rivoluzionarie del movimento afroamericano e sono stata condannata a 40 anni.

In Italia c’è stata una forte mobilitazione o no?

Moltissima. C’è stato il coinvolgimento delle persone in Italia, e non solo politiche, che si sono appassionate alla mia storia per vari motivi: perché ero una donna, perché ero in un paese straniero, perché le condizioni in prigione erano veramente dure. Perciò molte persone hanno partecipato per ragioni differenti e secondo me questo ha fatto la differenza.

Partecipazione che è dimostrata anche da una canzone di Francesco Guccini, cosa ha provato?

La canzone di Guccini l’ho ascoltato solo una volta ritornata in Italia, però molte persone mi scrivevano e mi dicevano della canzone e mi scrivevano pezzi di essa. Conoscevo le parole ma non la musica. Quando ho ascoltato finalmente la canzone mi ha impressionato perché era una bella canzone. Oltre all’importanza che poteva avere per me mi è piaciuta proprio la canzone e questo mi ha colpito.

Come esprime oggi l’impegno politico?

Lo esprimo a piccoli passi. Lavoro con l’ARCI, che si occupa non solo di cultura ma anche dei migranti, di pace e guerra, di legalità, di lotta contro la mafia. Penso oggi sia importante soprattutto la lotta contro la violenza alle donne.

Milano, istituita la commissione comunale antimafia

Libera: “Un segnale importante, non perdiamo l’occasione per fare luce sugli affari delle mafie”

Milano, 6 marzo 2009
da cittanuovecorleone

“Milano e la Lombardia sono il caso emblematico della ramificazione molecolare della ‘ndrangheta in tutto il Nord”: così si legge nella relazione sulla ‘ndrangheta, presentata nel febbraio 2008 dalla Commissione Parlamentare antimafia. Nonostante fosse stata approvata all’unanimità la relazione suscitò forti polemiche a Milano, sia a livello istituzionale che di opinione pubblica. In quel clima, le forze di minoranza avanzarono la proposta di istituire una Commissione d’inchiesta sul fenomeno mafioso a livello comunale, ma proprio un anno fa una prima iniziativa venne respinta.

Partì allora una campagna di sensibilizzazione civile prima e di raccolta di firme dei cittadini poi, promossa da Libera per invitare il Consiglio Comunale a rivedere la decisione presa. A distanza di un anno, l’importante risultato è stato finalmente raggiunto, perché il Consiglio Comunale di Milano ha votato, nella seduta di ieri sera, l’istituzione di una “Commissione d’inchiesta sugli interessi mafiosi attivi nel territorio milanese”. “Siamo contenti – ha dichiarato l’avvocato Ilaria Ramoni, referente di Libera Milano – per la decisione presa ieri sera del Consiglio Comunale. Era da tempo che chiedevamo l’istituzione di una Commissione comunale che servisse ad approfondire la questione delle infiltrazioni mafiose in città, anche in vista del prossimo Expo 2015. Anche la raccolta delle firme dei cittadini, promossa da Libera Milano, è sicuramente servita allo scopo”.

La Commissione è chiamata ad approfondire ambiti ampi e articolati: dalle eventuali infiltrazioni mafiose negli immobili di proprietà del Comune o nelle aziende partecipate, al racket della tratta degli esseri umani e della prostituzione, dal traffico delle sostanze stupefacenti ai fenomeni dell’usura e dell’estorsione, dalle morti bianche all’immigrazione clandestina, dagli affari delle mafie nostrane a quelli delle mafie straniere. Ulteriore compito dei commissari sarà la valutazione critica dell’impatto negativo delle mafie nel tessuto produttivo, economico e sociale del capoluogo lombardo, alla vigilia delle grandi opere connesse alla realizzazione dell’Expo 2015.
“È un segnale importante – ha sottolineato ancora Ramoni – perché anche qui, a Milano, si deve prendere coscienza del fatto che le mafie non sono un problema del sud del nostro paese, ma una realtà globale. Non possiamo perdere questa occasione per fare luce su tanti questioni che coinvolgono Milano così da vicino”.

08 marzo 2009

Radio Radicale: non spegnete quella voce

Nei giorni scorsi, con frivola e immotivata improvvisazione, il sottosegretario Romani ha dato notizia, in una seduta della Camera dei deputati, della intenzione del governo Berlusconi di chiudere Radio Radicale

di Furio Colombo
da unita.it

I radicali hanno aperto ieri a Chianciano il loro congresso. È un annuncio improvviso e alcuni che avrebbero voluto (è il mio caso) non potranno essere presenti. Vedo alcune ragioni per seguire oggi da vicino le iniziative dei radicali.


Alcune sono di assenso e alcune di dissenso ma una prevale su tutte.
In un mondo politico che appare esausto, e si richiude, in ripetizione alternativa di poche cose sfuocate per chi sta al governo, e di un senso di smarrimento per chi fa (o dovrebbe fare) opposizione, i radicali hanno una vitalità politica che li motiva ad essere presenti, contemporaneamente, in tanti campi e impegni e problemi, dal Tibet ai rom italiani, dai rumeni pestati in carcere ai detenuti in estenuante attesa di processo, dalle campagne già fatte (il tentativo quasi riuscito di rimuovere Saddam Hussein senza distruggere l’Iraq) al successo mondiale della moratoria sulla pena di morte.

A Chianciano avrei detto il mio disaccordo sul modo in cui i radicali propongono di contribuire a risolvere i problemi della giustizia. Manca - avrei insistito - l’ambientazione di un progetto così importante nell’epoca berlusconiana che ha deliberatamente distorto (o distorto in modo più grave) tutto ciò che si riferisce al mondo e agli operatori della giustizia.

Avrei ripetuto che - in un mondo di padronato che chiede e non dà - trovo punitivo l’atteggiamento nei confronti dei sindacati, benché ogni problema posto sia serio, importante e vada discusso a fondo. Farlo con i radicali vale la pena. Ricordiamoci che sono l’unico gruppo politico italiano ad avere dei caduti, come Antonio Russo, sul campo dei diritti umani e della libera testimonianza giornalistica di fatti destinati a restare altrimenti ignoti. Questo impegno, mantiene un senso e un punto di riferimento per l’intera politica italiana in un’epoca confusa e conflittuale, condannata alla ripetizione continua di eventi spesso inutili o quasi uguali.
Ma c’è un’altra ragione oggi, di essere vicini ai radicali, di partecipare al loro lavoro e soprattutto al loro impegno civile.

Nei giorni scorsi, con frivola e immotivata improvvisazione, il sottosegretario Romani ha dato notizia, in una seduta della Camera dei deputati, della intenzione del governo Berlusconi di chiudere Radio Radicale, la voce del Parlamento italiano, di cui trasmette in diretta tutti gli eventi e sedute, oltre alla cronaca completa di quasi ogni altro evento politico, senza riguardo alle diverse valutazioni di quegli eventi, senza rapporti con le convenienze, i desideri e gli ordini degli uni e degli altri. Se c’è una preferenza, a Radio Radicale, è per i senza potere. Chiudere una radio che riceve contributi pubblici in cambio dell’unico vero servizio pubblico che esista in Italia è un gesto grave, carico di minaccia e pericolo.

E anche un gesto odioso, se compiuto da un governo guidato dal capo e proprietario di un impero mediatico. Volete sapere se la Rai sarà in grado di subentrare? Invece di correre via dalla televisione quando i telegiornali di regime introducono gli umilianti minuti della «nota politica», fate lo sforzo di guardare e ascoltare almeno una volta.

È chiaro che dovremo prepararci a difendere in ogni modo la sopravvivenza dell’ultima finestra che impedisce all’Italia di soffocare nell’anidride carbonica della non notizia. Perciò gli auguri al Partito Radicale per il suo congresso, che meritava partecipazione e presenza, sono auguri all’Italia.

07 marzo 2009

Piacenza: Critica le ronde padane su Facebook e viene convocato in questura.

E' quanto accaduto ad un militante del Prc di Piacenza lo scorso week-end, rientrato a casa dopo aver preso parte alla contromanifestazione organizzata dalla Rifondazione comunista contro le ronde padane

da osservatoriorepressione.org

Il comunista, al termine della manifestazione di giovedi' scorso che ha visto momenti di tensione tra gli stessi militanti del Prc e la Digos, e' quindi rientrato a casa, commentando sul popolare social network quanto accaduto quella sera. La frase riportata su Facebook contro le ronde padane suonava come "siete dei razzisti: e' facile fare le ronde con 20 poliziotti di scorta" e non sembra essere piaciuta per niente alla questura di Piacenza che ha immediatamente convocato il giovane militante per "una chiacchierata".

Il capogruppo del Prc in consiglio comunale Carlo Pallavicini si e' subito mobilitato per difendere i suoi iscritti: "Questo e' un atto grave della questura- rileva il comunista- qui si tratta di intimidazioni sulla base di controlli della Polizia su un social network libero, su cui si puo' scrivere tutto, sempre pero' nei limiti della decenza".

Anche il segretario provinciale del Prc Roberto Montanari bolla l'atteggiamento della questura come "inappropriato, soprattutto perche' Facebook e' un network libero ed ognuno puo' esprimere la propria opinione". Diversa l'opinione della questura di Piacenza che, da fonti non ufficiali, fa sapere che la convocazione del militante del Prc rientra nell'ordinaria routine di controlli.

06 marzo 2009

Milano, viaggiando in tram

Durante un viaggio in tram alcuni zingari, con vestiti lisi e male odoranti, si avvicinano alla obliteratrice per timbrare i biglietti

26 febbraio 2009
da Claudio

Tirano fuori dalle tasche un po' di tagliandi e provano a inserirli ad uno ad uno fino a quando non hanno una timbratura valida per ciascuno. Una signora di mezza età, in piedi, si trova sul loro passaggio, borbotta qualcosa. Poi va per aprire il finestrino che si blocca, completamente spalancato.

Signora A: "Va bhe, così entra un po' di aria pura", dice ad alta voce.
Signora B: "Eh sì, non dovrebbero farli salire" risponde un'altra accanto."Non è solo per la puzza, toccano con le mani dove tocchiamo noi...
Signora A: "per questo metto i guanti", risponde ghignando.
Signora B: "Ci vorrebbero delle misure restrittive"
Signora A: "Certo. Alzano pure il rischio di epidemie, così sporchi"
Signora B: "D'altronde sono loro che vogliono vivere così. Hanno un sacco di sussidi, ma li rifiutano"

Smettono di parlare. Alla fermata successiva salgono alcuni uomini di colore. La prima delle donne, con sguardo torvo, si volta spesso a fissare quello più vicino a lei. E' giunta la mia fermata e nel frattempo ricordo che la radio al mattino diceva: "a Milano le polveri sottili hanno già sforato i livelli di guardia per più dei 35 giorni stabiliti dall'unione europea, nei primi due mesi dell'anno". Il pericolo è ormai solo una questione di punti di vista.

05 marzo 2009

Emendamento D'Alia è censura web

con una scusa sacrosanta (bloccare chi inneggia alla mafia, al terrorismo e alla violenza) si prepara a mettere il bavaglio alla rete

di Marco Bazzoni
da http://www.articolo21.info/index.php

Il Senatore Gianpiero D'Alia, con il suo emendamento all'articolo 50 del DDL 773

(pacchetto sicurezza), già approvato dal senato:

http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Emend&leg=16&id=392701&idoggetto=413875

Andrebbe ricordato che il reato di apologia e di istigazione a delinquere, è già previsto e punito dal codice penale, quindi chiunque ne venga accusato, viene processato, e se colpevole, condannato. Ovvio che il fine non quello, ma è di limitare la libertà di espressione e di opinione in rete. In pratica, sempre se questo emendamento non verrà ritirato, e quindi approvato definitivamente dalla Camera dei Deputati, se su un blog, social media, ad esempio Youtube o Facebook, ci sono commenti, articoli che commettono apologia di reato e istigazione a delinquere, esempio invitare ad non osservare una legge considerata sbagliata, e non vengono rimossi entro 24 ore, il provider è obbligato dalla legge a oscurarli, pena una sanzione da 50 mila a 250 mila euro:

Questo emendamento è incostituzionale, perchè va contro l'Articolo 21 della costituzione che dice: "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione....." Se l'emendamento D'Alia non verrà stralciato, anche in Italia la libertà d'informazione su internet, sarà limitata a livelli della Cina. C'è un blog che Vi invito a visitare, ed è quello di Stefano Quintarelli, che in un suo post, analizza nei dettagli l'emendamento D'Alia:

http://blog.quintarelli.it/blog/2009/02/quel-biiip-di-biiip-ha-biiip-una-biiip-.html

In una nota di poco fa sull'agenzia Apcom, il Senatore D'Alia:
http://notizie.virgilio.it/notizie/politica/2009/02_febbraio/13/sicurezza_d_alia_a_di_pietro_mio_emendamento_non_censura_web,17971950.html,

risponde al post di Antonio Di Pietro:
http://www.antoniodipietro.com/2009/02/_il_senato_con_voto.html#comments, che accusava questo emendamento di censura, dicendo che il suo emendamento non censura il web.

Invece ha ragione Di Pietro!!! Inoltre D'Alia, sempre nella sua nota di agenzia, arriva addirittura a dire che i blog di Beppe Grillo e di Antonio Di Pietro sono pieni di sciocchezze, quando non è assolutamente così, dimostrando di non avere il minimo rispetto per le centinaia di migliaia di persone che accedono ogni giorno a questi blog. C'è ne fossero di blog così!!!

Infine, concordo pienamente con quanto dice Sonia Alfano, che in una nota di agenzia stampa, dice "che invece di oscurare internet, si potrebbe ad esempio riaprire le inchieste sulle stragi di Ustica, Via D'Amelio, Capaci, Piazza Fontana, e molte altre, e far avere alle vittime delle molteplici stragi italiane la giustizia che non hanno mai ottenuto".

04 marzo 2009

Scarpinato: senza intercettazioni il Paese sarà messo a tacere

Intercettazioni rivelano vero volto del potere quando opera nell'illegalità. Un passaggio dell'intervento del magistrato Roberto Scarpinato alla Casa di Cultura di Milano

da liberainformazione.org

[...] Le vicende che vengono fuori dalle intercettazioni sono vicende che ci raccontano una trasversalità, purtroppo, nella gestione di affari poco puliti e credo che non sia un caso che le intercettazioni siano diventate - come dire - il punto di attacco fondamentale del sistema politico. Oramai si è costituito un sistema di omertà blindato, testimoni non se ne trovano più, le poche persone che hanno osato raccontare alla magistratura i misfatti dei potenti hanno dovuto subire una via crucis che non ha risparmiato nemmeno i loro affetti più personali, faccio un nome per tutti, Stefania Ariosto.

Collaboratori non ce ne sono quasi più: ci sono collaboratori che raccontano episodi di criminalità da strada. I magistrati che hanno osato fare indagini sui potenti sono sottoposti a procedimento disciplinare sono stati trasferiti d'ufficio con procedure sommarie. Oggi l'unico momento di visibilità del mondo in cui viene esercitato il potere sono rimaste le intercettazioni. Le macchine che ci fanno ascoltare in diretta la vera e autentica voce del potere. E quando c'è un potere che opera nell'illegalità questo è diventato l'unico tallone d'achille che ci consente di vederlo.

Abbiamo un'opposizione inesistente, un giornalismo che non ha più spazi, una magistratura che viene sempre più addomesticata, l'unico momentno di visibilità democratica di come funziona il potere in Italia sono appunto le intercettazioni. Ed ecco perchè la riforma delle intercettazioni "deve passare" (vogliono farla passare, ndr): perchè da quel momento in poi non sapremo più quello che succede in questo Paese. La magistratura sarà privata degli strumenti fondamentali e il "discorso toghe rosse" non ci sarà più. Non ci saranno nè toghe rosse, nè toghe nere, nèe toghe di centro. Ci sarà quella impunità del potere di cui era consapevole il "dottor Azzecca-garbugli" quando gli dicevano "dobbiamo agire secondo legge" e lui rispondeva "ma che stiamo scherzado?".

Ecco questa è una cosa di cui siamo un pò tutti consapevoli e io e i miei colleghi assistiamo sgomenti a quello che sta accadendo perchè ci siamo battuti in questi anni con tutte le nostre risorse per cercare di arginare l'avanzare della criminalità mafiosa e della criminalità al potere e renderci conto che stanno facendo saltare gli ultimi anticorpi, che ci stanno disarmando, che stanno consegnando il Paese alla criminalità è qualcosa che ci lascia sgomenti, interdetti, e ci fa interrrogare sul senso del sacrificio di quelli che prima di noi si sono sacrificati con la vita per cercare di contrastare le mafie.

E io vi confesso che da qualche tempo ho difficoltà a partecipare, il 23 maggio e il 19 luglio, alle cerimonie per gli anniversari delle stragi di Capaci e via d'Amelio perchè quando vedo in prima fila a rappresentare lo Stato personaggi sotto precesso o condannati per mafia /corruzione io non mi sento di poter stare in quella stessa Chiesa, in quello stesso Palazzo, e mi chiedo come potranno i nostri ragazzi credere in uno Stato che ha queste facce.

Io credo che se la partita che si sta giocando in questi giorni sulle intercettazioni sarà perduta, non avremo soltanto una pessima riforma processuale, avremo uno squilibrio dei poteri in Italia. E' strano che una riforma abbia uno spessore di tipo costituzionale ma questo avviene perchè siamo in una situazione patologica, perchè in una sistuazione fisologica ci sono tutte una serie di anticorpi che consentono di controbilanciare gli abusi del potere: c'è un'opposizione parlamentare, c'è un giornalismo libero e indipendente, c'è una separazione dei poteri.

In un Paese come questo, invece, dove tutti questi anticorpi sono stati disinnescati e dove soltanto le macchine, le microspie svolgono la funzione di opposizione e di visibilità democratica, quando anche le macchine saranno messe a tacere, io credo che questo Paese sarà messo a tacere.

*(Roberto Scarpianto - Un passaggio dell'intervento sul tema intercettazioni - 24 febbraio 2009 - Iniziativa Casa di Cultura di Milano).

Il video: http://www.youtube.com/watch?v=nDe8URzQyPk

E’ arrivato il momento di dire basta

La scelta del Ministero della Difesa di approvare il progetto MUOS e di volerlo realizzare a Niscemi ha preoccupato moltissimo la città che rappresento

di Giovanni Di Martino*
da liberainformazione.org

Tale impianto di comunicazione,infatti, sviluppando con forte intensità un campo elettromagnetico, rappresenterà un serio pericolo per la salute della popolazione della città e dei centri vicini.
Il sito prescelto ricade all’interno della Riserva Orientata Sughereta di Niscemi e del SIC, (Sito di Interesse Comunitario) dove si trovano gli alberi di sughero secolari e una macchia mediterranea tra le più antiche al mondo.

Gli effetti nocivi sull’ecosistema sconvolgeranno l’habitat naturale del sito naturalistico, ma soprattutto, metteranno in serio pericolo la salute degli abitanti che si trovano a circa due chilometri dal sito.
Chi ha adottato tale decisione, molto probabilmente, non ha tenuto conto che Niscemi è inserita all’interno dell’area ad alto rischio ambientale per la vicinanza con il petrolchimico di Gela e che quindi ha già pagato un altissimo prezzo con una presenza consistente di patologie malformative e tumorali. E che dal 1991 possiede una base Nato con la presenza di 41 antenne che alimentano già un sistema di onde elettromagnetiche.

E’ arrivato il momento di dire basta a tutto questo. Anzi è arrivato il momento che i siciliani rivendichino il loro diritto di vivere la terra in modo organico e come un’isola di pace. L’ennesima condanna per la città di Niscemi e per tutto il territorio circostante si chiama Muos, ma ieri e ancora oggi si chiama Enichem, domani si chiamerà nucleare. La Sicilia si appresta a diventare la pattumiera del mondo e la vita dei cittadini stessi viene considerata indifferente agli organi nazionali che hanno approvato il progetto del Muos (prima nel 2001 e ratifica del 2006 Ministero della Difesa) e a quelli regionali (Assessorato Territorio e Ambiente) che per due anni ha tenuto nascosto l’ennesimo ecomostro che sarebbe arrivato sulla testa dei cittadini.

Il resto sono solo inutili polemiche che sorgono in periodi pre-elettorali e non hanno alcun nesso causale e rispetto per chi amministra questa città e dice in modo forte il proprio no all’installazione del Muos. Ho chiesto all’Arpa di fare i dovuti controlli per verificare se il livello di onde elettromagnetiche ha già superato i limiti consentiti e che, in maniera non ancora ufficiale, probabilmente è già stato superato. Ho scritto Ministero della Difesa per chiedere chiarimenti su questo progetto americano ed emanato una direttiva sindacale per richiedere un ulteriore parere tecnico e bloccare l’iter. Ho chiesto personalmente che venga sospeso l’iter istruttorio per il rilascio dell’autorizzazione per l’inizio dei lavori, fino a quando non saranno date garanzie certezze sulla innocuità dell’impianto; di verificare personalmente, insieme ai sindaci dei territori limitrofi che i lavori non siano iniziati; l’intervento del governo regionale per bloccare il progetto. Il nostro ruolo, secondo il DPR n. 357/97 art.5 co.8 è notevolmente ridotto. Dice la Legge che: “Qualora, nonostante le conclusioni negative della valutazione di incidenza sul sito ed in mancanza di soluzioni alternative possibili, il piano o progetto, debba essere realizzato per motivi imperativi di rilevante interesse pubblico, inclusi motivi di natura sociale ed economica”.

Con questo si ritiene, indispensabile, fare fronte comune e chiedere l’intervento degli organi regionali e fare valere il regime a Statuto Speciale che contraddistingue la Sicilia. Ringrazio personalmente tutti i sindaci e la deputazione regionale e nazionale che sono venuti a Niscemi e con i quali stiamo avviando un coordinamento degli amministratori per fare fronte comune contro il Muos. La città di Niscemi, il sindaco e la sua amministrazione, il consiglio comunale non accettano di essere vittime delle onde elettromagnetiche e schiavi di un mondo che trasforma la nostra terra in un mare di guerra. La manifestazione dello scorso 28 febbraio che ha portato in piazza 15 mila cittadini, tante mamme e giovani, è un esempio di quello che questa città, insieme a tutte le realtà che hanno a cuore la vita dei cittadini e dell’ambiente circostante, possono fare. Unirsi è l’unico mezzo per fare vivere la nostra gente e la nostra terra.

*sindaco di Niscemi

Da Verona a Bologna, se il conflitto è vietato

Il leit motiv è vecchio come il cucco: le manifestazioni intralciano il traffico, creano scompiglio, in qualche modo limitano qualche libertà di chi non aderisce a quella specifica manifestazione

di Cinzia Gubbini
da www.ilmanifesto.it

Si comincia così e si finisce alla direttiva Maroni, quella che prendendo spunto dai cortei con annessa preghiera islamica indette dalle comunità musulmane nel periodo della guerra a Gaza, si prende la briga di dare disposizioni a tutti i questori e i prefetti d'Italia: si definiscano criteri per «limitare l'accesso ad alcune aree particolarmente sensibili», si prevedano «forme di garanzia per eventuali danni».

Questo il 26 gennaio. Un mese dopo c'è già il primo indagato. Si chiama Pietro Milazzo (nella foto), è un dirigente regionale della Cgil siciliana e una ventina di giorni fa ha ricevuto un avviso di garanzia. Il reato contestato sull'avviso non c'è scritto. Ma probabilmente è il 650 del codice penale: inosservanza di provvedimento di autorità. È previsto l'arresto fino a tre mesi e un'ammenda pecuniaria. Ma cosa hanno fatto Milazzo e tutti quelli che, come lui, un pomeriggio sono andati a manifestare di fronte alla Prefettura di Palermo? Hanno sostato sul marciapiede antistante la Prefettura, dove da sempre si organizzano i presidi.

Proprio quello che la Questura aveva vietato di fare. «Ma io l'ho fatto lo stesso - racconta Milazzo - perché ritengo anticostituzionale che mi si dica dove devo manifestare, visto che non ci sono problemi di ordine pubblico». Una volta, forse. Ora Milazzo rischia di doversi difendere in tribunale. Tra l'altro la sua storia insegna in che modo la direttiva Maroni possa essere utilizzata.

La manifestazione «incriminata» infatti era in solidarietà con lo stesso Milazzo, che lo scorso settembre ha ricevuto un avviso orale dalla questura di Palermo - in base a una legge del '56 - in cui gli si intimava di modificare la sua condotta considerata pericolosa (è un attivista politico) specificando che, in caso contrario, rischia di incorrere in misure di prevenzione. Ora il «pericoloso» Milazzo, che insiste a manifestare sui marciapiedi, deve difendersi anche da una nuova accusa. Ma se questo accade a Palermo, la topografia delle prossime manifestazioni è in rapida ridefinizione.

A Bologna il prefetto ha deciso che - fino a settembre - non si può più manifestare nel centro storico dalle 14 del sabato fino a tutta la giornata della domenica. Niente più cortei nel week-end a piazza Maggiore, piazza del Nettuno, fino alla cosiddetta «T» (via Ugo Bassi, un tratto di via Indipendenza, via Rizzoli) circuiti storici per le dimostrazioni bolognesi. Giro di consultazioni in Prefettura anche a Verona, dove di volta in volta sindaco, prefetto e questore valuteranno se sia il caso di concedere il calpestio di massa del centro storico. Come esplicitamente previsto dalla direttiva Maroni, si valuterà anche se chiedere o meno una cauzione ai promotori, per tutelare il Comune da eventuali danni. Possibilità che ha fatto drizzare le antenne degli attivisti veronesi, visto che per la manifestazione antifascista del 17 maggio 2008, che aveva lasciato dietro di sé qualche scritta e una vetrina rotta, il sindaco Flavio Tosi aveva minacciato di chiedere 20 mila euro di danni.

Ma in materia di disciplina dell'ordine pubblico Tosi non è secondo a nessuno: proprio in questi giorni una sua ordinanza ha vietato ai supermercati la vendita di uova e farina nel giorno del corteo di Carnevale, per evitare ai dispettosi bambini di tirarsele appresso e imbrattare la perla dell'Unesco, il centro storico della città scaligera. Disposizioni sulla limitazione del centro storico sono attese anche a Vicenza. Il Prefetto ha avviato anche lì un giro di consultazioni. Il comitato No Dal Molin ha inviato una lettera in Prefettura per prendere posizione: «Riteniamo che non si possa svilire il ruolo della polis a mero "salotto"».

28/02/2009

03 marzo 2009

Caso Aldrovandi, si indaga su presunti depistaggi

«Questa nuova indagine parallela al processo per la morte di mio figlio dovrà far luce sulle tante ombre che restano: il processo si sta per concludere, e gli imputati sono quelli, i primi quattro poliziotti, e quelli restano. Altra cosa sono i favoreggiamenti, i depistaggi su cui la Procura sta indagando e per cui vi sono questi nuovi avvisi di garanzia, questa è la vera vergogna per questa città»

da ilsecoloxix.ilsole24ore.com

del 25 febbraio 2009

Patrizia Moretti, mamma di Federico, commenta così il terzo filone di inchiesta che la Procura ha aperto sui presunti ritardi e depistaggi delle indagini che seguirono la morte del ragazzo. Tre inviti a comparire e rendere interrogatorio sono stati, infatti, notificati in questi giorni a tre poliziotti, due dei quali già indagati nell'indagine bis.

La novità di questa tranche di indagine è rappresentata da Luca Casoni, capoturno delle Volanti la mattina della tragedia, chiamato in causa dalla Procura per un colloquio telefonico che ebbe con il capoturno della centrale operativa Marcello Bulgarelli: in quel colloquio, la mattina della tragedia, la registrazione del dialogo tra i due poliziotti venne interrotta dopo che Casoni avrebbe detto «stacca». Questa circostanza emerse ad una udienza del processo in corso per la morte del ragazzo, e il pm Nicola Proto ora vuole chiarire il perché di quell'interruzione.

Entrambi sono indagati per concorso in favoreggiamento, mentre il terzo poliziotto «invitato a comparire» agli interrogatori di venerdì prossimo è Paolo Marino, ex dirigente della Upg, l'ufficio volanti, all'epoca della tragedia. Gli verrebbe contestata una omissione d'atti d'ufficio per un colloquio telefonico con il pm di turno di quella mattina, Mariaemanuela Guerra, in cui - secondo l'ipotesi d'accusa - avrebbe indotto in errore il magistrato: Marino testimoniò al processo che fu il magistrato a non volersi recare sul posto per il sopralluogo dopo la morte del ragazzo, ma l'ex pm, che poi lasciò l'inchiesta per «incompatibilità», si difese con una lettera al Csm in cui smentì il dirigente.

Bulgarelli e Marino stessi erano già indagati da un anno e mezzo per presunti depistaggi e ritardi nelle indagini, assieme ad altro terzo poliziotto indagato, nell'indagine per cui sono ormai scaduti i termini e dunque la Procura dovrà decidere a breve su tutte queste posizioni.

Approfondimenti: caso Federico Aldrovandi