1 aprile 2009

Radio Mafiopoli puntata n. 25: Il negazionismo certificato e l'antimafia pregiudicata

Buongiorno a tutti. Da oggi Radio Mafiopoli viene trasmessa in video direttamente dal nostro studio, che non è ovale ma fecondo, a tratti spassosamente ovulatorio. Del resto a quanto pare basta spesso una cartellonistica di spalle, anche nella forma di una Disneyland in tetrapak, per arrogarsi il diritto di fare informazione e questo a Mafiopoli non è consentito

da radiomafiopoli.org


31 marzo 2009

"No dal Molin" al Congresso Usa contestano i vertici militari

Le bandiere No Dal Molin sventolano all’interno del Congresso statunitense: la delegazione vicentina, in viaggio a Washington, ha contestato il generale Craddock – comandante delle truppe Usa in Europa e diretto superiore di W. Garrett, comandante della Ederle – e i vertici del Pentagono durante l’audizione presso la Commissione Difesa della Camera

da globalproject.info

Le quattro donne sono riuscite a entrare nella sala in cui si svolgeva l’audizione, nonostante quasi tutti i posti fossero riservati ad alti ufficiali del Pentagono. «Quando Craddock ha iniziato a parlare – hanno raccontato in videoconferenza all’assemblea del Presidio – ci siamo alzate in piedi sventolando le bandiere No Dal Molin e urlando "no new base in Vicenza, Italy"».

Dopo alcuni istanti di silenzio, come si vede nel video, il presidente ha sospeso l’audizione intimando per due volte alle quattro vicentine di uscire; quindi ha chiesto l’intervento della polizia. A quel punto, per evitare il fermo che avrebbe compromesso i successivi incontri istituzionali, le quattro donne hanno lasciato la sala.

Il Pentagono aveva annullato, dopo averli confermati, gli appuntamenti con la delegazione vicentina; nonostante ciò, la voce di Vicenza è comunque arrivata ai vertici militari statunitensi.

Guarda le immagini: video 1

30 marzo 2009

Il tesserino di Pino Maniaci

E’ troppo semplice gridare all’oltraggio per la denuncia ricevuta da Pino Maniaci: abusivo della professione di giornalista. Non ha il tesserino, non lo ha mai voluto. Conduce il telegiornale della sua televisione Tele Jato e bastona la mafia mattina, mezzogiorno e sera, come pochi

di Sergio Nazzaro
da agoravox

Non è quello dei calciatori, ma quello dei giornalisti. Almeno così dicono, perché poi, alla fine, tutti ma proprio tutti, lo tirano fuori al momento giusto. Tanti politici sono anche giornalisti, per il tesserino. Però se chiami all’assostampa accade anche quanto segue:
“Vorrei sapere come mi devo regolare per fare il direttore responsabile”
“Hai il tesserino?”
“Si, da pubblicista”
“Allora va bene lo puoi fare”
“Si, ma quanto mi devo far dare, cioè c’è una sorta di tabella?”
“Ma che dici mai, se vuoi lo puoi fare anche gratis”
“E perché?”
“Perché vi mettete d’accordo editore e direttore. Anche gratis lo puoi fare”
“E se mi denunciano, voi mi difendete?”
“Dipende da quello che scrivi”
“Si, però non scrivo mica cose offensive”
“”E allora vediamo cosa si può fare, ma non tanto solitamente”
“Scusate ma voi siete l’associazione di categoria, che vi pago a fare”
“Ma la quota non è così cara”
Click.

E’ stato minacciato più volte, vive sotto scorta, ed ora qualcuno, chissà perché lo denuncia per professione abusiva. Attenzione. Avere il tesserino da pubblicista non garantisce assolutamente che riceviate i dovuti compensi. No. Il fatto che abbiate un tesserino da pubblicista o da professionista non significa che potete lavorare. Perché dovrebbero pagarvi secondo le tabelle ufficiali, che poi non si sa mai quali sono.

Avere il tesserino non significa essere giornalisti. Come avere due palle sotto, non significa essere uomini. E’ troppo semplice dire quanti non giornalisti, valletti di televisione, tette parlanti si definiscono giornalisti. Maniaci è un uomo, è un giornalista, è un lottatore perché crea vera informazione, ha notizie sempre comprovate e soprattutto alimenta di speranza un territorio soffocato dalla mafia. La vera domanda è: a chi da fastidio Manici e la sua televisione senza peli sulla lingua? (I peli li ha tutti sotto il naso che gli disegnano baffoni da pirata).

Allora ecco la proposta: bruciamo i tesserini. Anzi no. Li mettiamo nelle buste di patatine, e il fortunato che lo trova è giornalista. Tanto il tesserino è come il preservativo: ti protegge dallo scrivere notizie serie e pericolose per il potere. Possiamo allegare i nostri tesserini alla carta igienica, e metterlo al penultimo strappo: attento, ora arriva la merda.

Chi è giornalista? L’uomo con il tesserino o quello senza? Se i giornalisti, cioè persone che hanno un tesserino, fossero pagati sempre e comunque per il loro lavoro, fossero protetti per davvero, avessero dignità, allora si ritiriamo il tesserino a Maniaci, che fa l’abusivo e ci toglie il pane dalla bocca (i peli no, quelli li ha rubati tutti lui!). Invece è una categoria infame questa nostra categoria. La televisione è di Pino Maniaci, se la conduce da solo. Già, ma come per Europa 7, avere ragione, avere le frequenze, mmm non va. Sei un uomo libero Pino, troppo. Dici quello che i TG nazionali dovrebbero dire e allora nel giro di una settimana avremmo con le spalle al muro i cattivi. Invece no. Silenzio, prego. Va in scena la commedia della farsa.

Mi permetto solo con sommo rispetto e capo chino rivolgermi all’autorità giudiziaria che procederà contro Pino Maniaci: non siete entità astratte, ma persone umane e professionisti. Non mi permetto assolutamente di interferire con il vostro lavoro. Il vostro lavoro è sacrosanto e troppi ci spuntano sopra, sempre per una personale convenienza. Avete ragione, delle regole sono state infrante. E le regole vanno rispettate. C’è anche la regola del buonsenso. Voi ci difendete dai cattivi e dai prepotenti. Pino Maniaci non è un santo, ma un lazzarone di giornalista che ci difende, come può, dall’arroganza del male. Condannarlo perché dice la verità, perché dà fastidio, beh sarebbe come condannare la giustizia stessa che si nutre di uomini di buona volontà, molto buon senso e durezza nel colpire i mafiosi, quelli veri.

Non potevate non sapere


Il caso Catania non nasce oggi. Da decenni l’informazione della base catanese scrive mentre grandi editori nazionali e la stampa hanno scelto di ignorare la notizia

di Norma Ferrara
da liberainformazione.org

A Catania e sparso un po’ per lo stivale c’è un piccolo nucleo isolato di giornalisti che da decenni scrive, denuncia e riscrive, quello che in città sta accadendo. Conosciamo i nomi di questi giornalisti che non hanno mai smesso di parlare del “sistema catanese” li abbiamo letti per anni, ne abbiamo condiviso il rammarico per il black out mediatico nazionale. Sappiamo anche i nomi e cognomi dei tanti familiari di vittime di mafie che in questi anni hanno dovuto assistere allo scempio della memoria in una città che ha già rubato loro l’anima.

Attraverso Blog, siti d’informazione “sensibili” e numerose inchieste, i colleghi di Catania, hanno palesato lo strapotere dell’editore Mario Ciancio Sanfilippo, il suo consenso trasversale in politica e nel mercato imprenditoriale, il sovrapporsi di questi legami che hanno generato comitati d’affari capaci di indirizzare le politiche pubbliche a vantaggio di pochi fini privati. Ma mentre loro denunciavano il resto del Paese - dal servizio pubblico radiotelevisivo (nella sua sede regionale) alla grande stampa nazionale - non aveva orecchie per sentire, taccuini per scrivere o telecamere da inviare.

Sempre gli stessi giornalisti, da decenni, denunciano anche le responsabilità del quotidiano progressista di sinistra, La Repubblica, che secondo una strana logica di marketing editoriale, non distribuisce a Catania, cioè proprio li dove le stampa, le pagine siciliane del suo giornale.

Catania vive nel silenzio per molti anni. Poi lentamente qualcosa accade. Alcuni mesi fa il Comune di Catania, ex amministrazione Scapagnini - oggi Stancanelli - ha ricevuto dall’attuale Governo un saldo, chiamiamolo cosi, di circa 850milioni di euro per aver avuto il merito di saccheggiare le casse comunali, in anni in cui vicesindaco della città era proprio l’attuale presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo. I primi media nazionali hanno fiutato la notizia ma consegnarla ai catanesi e al resto degli italiani sarebbe stato ancora troppo.

Poco dopo è stata la volta della “della mafia nella festa di Sant’Agata”, da Catania alcune associazioni denunciano la storica infiltrazione e una agenzia di stampa raggiunge tutte le testate nazionali. La notizia circola ma passa agli occhi dei più come il solito tentativo di poche associazioni “militanti” di infangare questa bella città che invece cresce a dispetto delle maldicenze, crea parcheggi sotterranei, regola il traffico quasi meglio del capoluogo palermitano, investe nella nascita di centri commerciali. Però da queste parti la festa di Sant’Agata è sacra, e la mafia anche e tutto rimane com’è.

Qualche giorno fa a mettere in fila questi ed altri fatti catanesi è arrivata la troupe di Milena Gabanelli – Report - che ha raccontato al Paese in lucido e incalzante lavoro di Sigfrido Ranucci - coadiuvato dai sopradescritti giornalisti che non hanno smesso mai di scrivere, riscrivere, ripubblicare - la verità sulla città ormai in ginocchio.

In questi anni a Catania ci sono state penne di “giornalisti- giornalisti” ma anche quelle di “giornalisti – impiegati” e mentre i primi denunciavano i secondi producevano omissis su omissis.

Report alza il lenzuolo del silenzio su alcune chiare distorsioni del sistema democratico. Dopo la puntata I Vicerè l quotidiano La Sicilia, chiamato in causa più volte nell’inchiesta, invita i suoi lettori a diffidare dalle falsità raccontate dai giornalisti di Report che Ciancio Sanfilippo dichiara di querelare. La disinformazione su Catania oggi quindi - secondo La Sicilia, - è finita in mano al Servizio pubblico radiotelevisivo perché per la prima volta ha scelto di parlare, facendo nomi e cognomi, palesando cifre, documenti e anche alcune delicate questioni che collegano il sistema alla famiglia Santapaola.

Il caso Catania sta assumendo dimensioni nazionali ma anche questa non è una notizia perché non potevate non sapere voi che avete scelto di non raccontarla.

In tutti questi anni l’informazione pubblica (e la politica nazionale) ha fatto una scelta chiara ha deciso da che parte stare. La sede regionale della Rai, i quotidiani nazionali e i “giornalisti – impiegati” sapevano e hanno sempre scelto da che parte stare esattamente come Mario Ciancio Sanfilippo ha fatto in questi lunghi anni con i suoi lettori.

Adesso - infranto il muro del silenzio nazionale - resta da capire - da che parte questi media, gli ordini professionali e di categoria, soprattutto in Sicilia, sceglieranno di stare.