E’ una settimana strana giù a Mafiopoli. Solita settimana di corrispondenze di segnali, missive e tentati attentati come nella migliore tradizione della corrispondenza mafiopolitana: la lettera indirizzata a Vincenzo Conticello e “i suoi sbirri” come dicono loro, il tentato sventato attentato a Rosario Crocetta di cui parliamo nel blog (http://www.giuliocavalli.net/diario/2009/04/27/lo-schiaffio-a-cinque-mani-e-una-carezzasulla-guancia-di-rosario-crocetta/) e altri tagli e ritagli che rispettano la loro unta tradizione di comunicare per gesti come i loro avi mafiosi di Neanderthal
da radiomafiopoli.org
29 aprile 2009
Marsala, information day
Svoltosi domenica 26 aprile a Marsala
da valexinaculcasi
Le altre parti sono visionabili nel canale: valexinaculcasi
da valexinaculcasi
Le altre parti sono visionabili nel canale: valexinaculcasi
28 aprile 2009
Processo a Pino Maniaci: L’ODG siciliano si costituisce parte civile
Era l’anno scorso quando comparve nel sito di “Telejato” , la tv che pino dirige, la scritta «Siamo tutti Pino Maniaci». Fu inserita la dicitura dopo che fu aggredito in pieno giorno da due soggetti uno dei quali era proprio il figlio (ancora minorenne) del boss Vito Vitaledi Cesare Piccitto
Ogni volta ci viene in mente la stessa frase, anche quando alla fine di marzo si apprese la notizia del suo rinvio a giudizio per esercizio abusivo della professione di giornalista.
Secondo la procura di Palermo «con più condotte poste in essere in tempi diversi ed in esecuzione del medesimo disegno criminoso» Maniaci avrebbe svolto l’attività di giornalista in assenza della speciale abilitazione dello Stato e ha fissato il processo davanti al giudice monocratico di Partinico l’8 maggio prossimo. E pensare che l’«indagato» è stato minacciato di morte dalla mafia e querelato, quasi 200 volte, per le sue inchieste scomode sulle cosche e sull’inquinamento della distilleria Bertolino, una delle più grandi d’Europa.
Maniaci imperterrito continua a condurre il tg di TeleJato, un’emittente locale che copre un territorio di 20 comuni in provincia di Palermo con un bacino di circa 150 mila telespettatori. Da anni porta avanti coraggiose crociate contro le cosche mafiose della zona facendo nel suo telegiornale nomi e cognomi di boss. L’opinione pubblica, sempre di più, gli esprime solidarietà e i vertici dell’Ordine regionale e nazionale che insieme all’Unci (Unione nazionale cronisti italiani) e al Fnsi, gli riconoscono una tessera “ad honorem”. «Questo vorrà pur dire qualcosa» dice Maniaci, il quale spiega come non sia la prima volta che viene colpito da un provvedimento simile: «E’ la seconda volta che mi trovo sotto processo per esercizio abusivo della professione - aggiunge - A luglio sono stato assolto dalla stessa accusa, chiarirò tutto anche questa volta».
Nonostante questi fatti oggi apprendiamo che la sezione siciliana dell’Ordine dei giornalisti ha deciso di costituirsi Parte Civile contro il direttore di Telejato, Pino Maniaci, nel procedimento contro di lui per esercizio abusivo della professione di giornalista.
E dunque? L’affare si complica. Sono passate poche ore dalla notizia e cercheremo di capirne di più. Vogliamo pensare che Pino sia stato vittima di un “tecnicismo burocratico”, vogliamo ben sperare che sia solo e solamente così; una persona che rende onore alla professione giornalistica non può ritrovarsi, alla vigilia del processo che lo vede imputato, con contro chi qualche mese prima, gli ha riconosciuto la tessera “ad honorem”.
Esprimiamo solidarietà a Pino e al suo giornalismo di frontiera, di notizie, secco, sfrontato, spesso ironico… Giornalismo di nomi e cognomi senza piegare la schiena. Lo stesso giornalismo di Impastato e Alfano, a cui l’Ordine riconobbe il tesserino solo dopo la morte. Quel giornalismo che era anche di Giuseppe Fava, lì però il tesserino c’era, allo zelante ordine però sfuggi di esprimere solidarietà alla famiglia e di andare a quel funerale.
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Processo a Pino Maniaci: L'ODG siciliano e' parte civile
La sezione siciliana dell'Ordine dei giornalisti ha deciso di costituirsi Parte Civile contro il direttore di Telejato, Pino Maniaci, nel procedimento
da antimafiaduemila
da antimafiaduemila
Contro di lui per esercizio abusivo della professione di giornalista. Il processo è stato fissato davanti al giudice monocratico di Partinico il prossimo otto maggio. Secondo l’accusa, Maniaci, "con più condotte, poste in essere in tempi diversi ed in esecuzione del medesimo disegno criminoso", avrebbe esercitato abusivamente l’attività di giornalista in assenza della speciale abilitazione dello Stato.
Di fronte alla gravità della presa di posizione dell'ODG siciliano che, invece di schierarsi dalla parte di Pino Maniaci, minacciato di morte e scortato, gli si mette contro, rinnoviamo il nostro sostegno e la totale solidarietà a un uomo che, senza tesserino professionale, rende onore alla professione giornalistica al di fuori della "casta" di certi giornalisti tesserati, magari proprio quelli che sgomitano per sedersi in prima fila ai funerali.
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27 aprile 2009
Mafia: "LE MANI SUL NORD"
Servizio di Exit, LA7 con intervista a Giulio Cavalli
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23 aprile 2009
"Questo non è un 25 Aprile come gli altri..."
L'autore del testo pubblicato sotto, scritto per questo 25 Aprile, è Massimo Rendina (1), grande vecchio e grande uomo della Resistenza. Conosco Massimo Rendina dal 1971, quando liceale venni fermato dalla polizia durante l'occupazione della mia scuola insiema suo figlio Sebastiano. Un incotro folgorante. Gli anni ci hanno portato per strade diverse, ma sulla fine degli anni '90 proprio con Sebastiano Rendina è capitato che ci trovassimo insieme in una lunga stagione di lavoro in Africa come documentaristi (Madagascar, Rwanda, ex Zaire...)Un abbraccio carissimo a Massimo. E naturalmete a Sebastiano...(rdn)
di Roberto Di Nunzio
"C’è un governo che vuole cambiare la Costituzione, una democrazia che si sta già deteriorando al suo interno e un rischio di autoritarismo". La parola 'Libertà': "Dico ai giovani, impadronitevi del vocabolario, stanno falsificando anche quello. Vedi la parola "Llibertà": la ritrovi persino in bocca alla mafia. Ma poi hai un premier che nomina i suoi parlamentari solo con il voto segreto". Il fascismo culturale: "Ci sono state aggressioni, episodi gravi. Ma il peggio è la mentalità fascista che serpeggia in talune zone politiche: celebrare il 25 Aprile è una presa di posizione culturale". Certi valori: "Vogliamo che le istituzioni vi partecipino, anche quelle che non sono con noi, noi le rispettiamo, abbiamo dato la democrazia a questo paese, certi valori devono essere di tutti. Quella di La Russa è una visione folclorica". I saluti romani: "Abbiamo invitato il sindaco Alemanno a Porta San Paolo. Per ora non ha risposto. Quando lo hanno eletto, non sarà colpa sua, ma i fascisti si sono radunati in Campidoglio per i saluti romani. Vedremo cosa dirà. Sarebbe bello che firmasse contro la legge che equipara partigiani e repubblichini."
(1)
Massimo Rendina è il Presidente dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia della Provincia di Roma.Giornalista, docente universitario di Scienza e tecnica della comunicazione. Ha diretto il primo telegiornale della Rai, azienda dove è stato direttore centrale per le tecnologie avanzate, curando la sperimentazione della tv a colori e gli studi per la trasmissione via satellite, l'alta definizione e i "servizi aggiuntivi" teletext e telesoftware. E’ stato comandante partigiano durante la lotta di Liberazione. Ha scritto il Dizionario della Resistenza italiana pubblicato da Editori Riuniti nel 1995.E’ lui che ha voluto fortemente la creazione del Centro telematico di storia contemporanea ed il primo portale Internet della guerra di Liberazione in Italia in collaborazione con il Comune di Roma. Un portale -http://www.romacivica.net/anpiroma/index.htm - (attualmente in ristrutturazione) che vuole essere la porta di accesso a tutto ciò che esiste nel Web riguardo alla Resistenza e ai temi ad essa collegati.
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21 aprile 2009
Intervista shock a Beppe Grillo mai andata in onda Annozero
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19 aprile 2009
Censurata e cacciata per un link sul ministro Alfano
Ma Agrigento è sempre la città che amo. La mia carne. Dato che non ci vado mai, non vorrei recidere il cordone ombelicale. Per questo ho accettato di collaborare con Agrigentoweb, per sentirmi più vicina alla mia città e per tornare a scrivere articoli a sfondo culturale, la mia grande passione
di Olga Lumia
da articolo21
Ho 39 anni e vivo stabilmente a Roma dal 2004. Dopo la laurea in Filosofia, nel 1993, e l’abilitazione all’insegnamento, ho sempre fatto la giornalista. Carta stampata e televisione. Ma anche uffici stampa e agenzie stampa.
Da quando sono arrivata nella Capitale, ho iniziato a lavorare, come libera professionista, a diversi programmi televisivi, sia Rai che Mediaset. Scrivo i testi e giro servizi in esterna che, poi, monto.
Il direttore della testata Lelio Castaldo, incontrato su Facebook dopo diversi anni che non ci vedevamo, mi ha proposto di collaborare con Agrigentoweb, facendomi tanti complimenti: “ho sempre apprezzato il tuo modo di scrivere”, “tu sei una persona molto colta e daresti lustro al giornale”.
Ho subito accettato la sua proposta, ricordando però a Castaldo le mie idee libere, molto lontane dalle sue. Lui mi ha risposto che non aveva nessuna importanza avere idee politiche diverse; quello che gli interessava, era avere la mia firma sul quotidiano.
Così ho inviato il mio primo pezzo. Una cosa romanzata, sugli odori della mia città. Un confronto tra Roma e Agrigento. Da quel momento, Castaldo non mi ha dato tregua; mi chiamava continuamente, per sapere se avevo letto i commenti che i lettori lasciavano sul sito, dopo avere letto il mio pezzo. “Lo vedi, lo vedi- mi diceva- siamo più forti, grazie a te!”. E, devo dire, che si sono registrati innumerevoli contatti e io ero molto contenta.
Stavo preparando il mio speciale sulla Festa della Donna, quando Castaldo mi ha chiamato tutto emozionato, per dirmi che aveva una sorpresa per me e mi invitava a collegarmi col sito di Agrigentoweb. La sorpresa in effetti, c’era: mi aveva nominato vicedirettore. Sono rimasta basita. E ho ringraziato. Castaldo mi ha risposto che ero l’unica persona, tra quelli che lo circondavano, che avrebbe potuto essere all’altezza di questo compito: “Tu sei laureata col massimo dei voti, fai la giornalista da 20 anni, sei una letterata, una che lavora con la Rai e con Mediaset. La tua presenza onora questa piccola testata agrigentina!”. Risposi a Castaldo che ero io ad essere onorata dell’incarico, perché amo la mia città.
Una sera, nella chat di Facebook, Castaldo mi ha proposto di dare una forma “concreta” alla mia collaborazione. Ho gradito molto la cosa, anche perché la mia posizione di vicedirettore, presupponeva delle responsabilità, oltre al fatto che scrivevo dei pezzi molto lunghi ed elaborati, che mi portavano via parecchio tempo. Senza contare poi che, la mia posizione di free lance, a Roma, mi costringe anche a periodi di disoccupazione, più o meno lunghi. Rimasi d’accordo con Castaldo, che avremmo parlato del nostro accordo concreto, proprio ad Agrigento, durante le vacanze di Pasqua. Intanto, veniva pubblicato il mio terzo pezzo, sull’abusivismo ad Agrigento e le occasioni perdute della città.
Un paio di giorni dopo, ho condiviso, nella mia bacheca di Facebook, un link contenente un vecchio articolo de la Repubblica, che parlava del bacio che Angelino Alfano aveva dato ad un capomafia, durante un matrimonio. Una vecchia vicenda, saputa e risaputa. Pubblicata da vari giornali, era approdata su Facebook e veniva condivisa da varie persone, con spirito diverso. Comunque, da tutti, con molta leggerezza e libertà. Condividere quel link, non significava, infatti, fare un’inchiesta sulla mafia, o rivelazioni scottanti su Alfano. Non significava nulla, se non scambiare opinioni con amici virtuali, su un articolo di cronaca arcinoto.
Dopo due secondi dalla condivisione del link, alcuni agrigentini-fedeli di Alfano, mi hanno aggredito in una discussione nella mia bacheca, scrivendo “Olga, fai schifo! Come ti permetti?” e altre amenità del genere. Questi signori, mi hanno cancellato dai loro amici, segnalato ai gestori di Facebook, facendomi oscurare la bacheca, dal giorno della mia iscrizione, fino al minuto contenente il link incriminato!
Questo accadeva intorno a mezzanotte. L’indomani mattina, sono stata svegliata da una telefonata di Castaldo, che mi dava il buon giorno dicendo: ”Ma che fai, la grillina? Che hai combinato? Forse, non sai che io i grillini li odio tutti!”. Non capivo. Mi dovevo ancora svegliare e pensavo che Castaldo parlasse di Franco Grillini. “Queste cose non si fanno -continuava Castaldo - non dovevi proprio! Fai come Beppe Grillo? Che schifo!”. Beppe Grillo? Mi ero svegliata; il mio direttore, mi stava tirando le orecchie per quello che avevo condiviso, la sera prima, nella mia bacheca.
Ho cercato di spiegargli che la bacheca di Facebook è come la mia casa. Io faccio una festa, invito i miei amici e, chiacchiera chiacchiera, esce fuori un fatto di cronaca (magari vecchio come il cucco) e se ne parla. In libertà. Leggerezza. Serenità. Se, poi, avevo in casa Facebook degli amici che non erano tali e che hanno fatto le spie gridando allo scandalo, io non potevo farci nulla! Non era un mio problema. Del resto, ho spiegato a Castaldo che la mia bacheca non c’entrava nulla con Agrigentoweb, né con la mia posizione di vicedirettore. Lui non capiva. Insisteva nel dire che ero una comunista e una grillina. Dopo diverse telefonate estenuanti, pensavo avesse capito il mio punto di vista. Però gli ho comunque scritto una lettera di scuse, per averlo messo in imbarazzo, mio malgrado. Nella lettera, continuavo a sostenere la tesi della mia libertà di opinione e facevo ancora il paragone casa mia-Facebook, pur dicendomi dispiaciuta per l’accaduto. Pensavo che Castaldo avesse apprezzato il mio gesto e, soprattutto, capito il mio punto di vista. Non era vero. L’indomani, mi ha attaccato con un pezzo in prima. Un patchwork delirante dove metteva insieme me “cavallino rampante che fa cri cri” e che aveva attaccato Alfano, il presidente della Provincia regionale di Agrigento, Berlusconi, Facebook e una sfilza di altre cose. Una follia. Tra l’altro Castaldo commetteva un doppio errore: mi bacchettava davanti ai miei accusatori, avendo fatto finta, al telefono che la vicenda fosse chiusa (errore morale). Inoltre bacchettava la sua vice in pubblico (errore deontologico). Certo, non faceva il mio nome, ma i riferimenti erano chiari e tutta Agrigento aveva capito. Soprattutto gli uomini di Alfano che mi avevano attaccato in bacheca e accusato.
Ho chiamato castaldo per chiedere spiegazioni. Ha farfugliato ancora “grillina” e mi ha passato tal Algelo Gelo, l’editore della testata, che ha farfugliato pure lui qualcosa del tipo: “ma che hai fatto?”. Ho capito che era inutile tentare di ragionare e ho scritto ai due la mia lettera di dimissioni.
L’indomani, hanno dato la notizia scrivendo che Olga Lumia, lasciava la vice direzione “per motivi personali”. Non era vero, come sappiamo. Ho scritto nella bacheca del Giornalisti Agrigentini su Facebook e sono stata subito appoggiata da vari colleghi, tra cui Michele Scimè, Fabio Russello e Calogero Giuffrida. Ero stata davvero maltrattata: prima lusingata, poi nominata vice, con promessa di regolarizzazione e, poi, aggredita e costretta alle dimissioni. Tutto per avere condiviso un link su un politico agrigentino. Follie pirandelliane? Forse situazione kafkiana; condannata per un crimine mai commesso!
Dopo varie polemiche che tutti conosciamo, è intervenuta anche l’Assostampa, in mia difesa. Mentre Castaldo e Gelo, continuavano a scrivere editoriali, in cui dicevano che, dato che vedo la bacheca come la mia casa, non avrei dovuto commettere ”atti osceni nel balcone di casa mia”, pretendendo di non essere vista. L’atto osceno, sarebbe pubblicare un link su Alfano!
Ringraziamo Olga Lumia per il suo intervento sul sito di Articolo21. Una riflessione chiarificatrice che ci conferma l'assurdità della vicenda che l'ha costretta alle dimissioni. Ci sono casi di censura macroscopici come quelli ai danni di giornalisti di satira sospesi per vignette giudicate irriverenti; e poi ci sono casi, come questo, meno altisonanti ma altrettanto gravi. Entrambi lesivi del diritto alla libertà di informazione. Ci auguriamo che le organizzazioni dei giornalisti accendano i riflettori su questa storia. (s.c.)
di Olga Lumia
da articolo21
Ho 39 anni e vivo stabilmente a Roma dal 2004. Dopo la laurea in Filosofia, nel 1993, e l’abilitazione all’insegnamento, ho sempre fatto la giornalista. Carta stampata e televisione. Ma anche uffici stampa e agenzie stampa.
Da quando sono arrivata nella Capitale, ho iniziato a lavorare, come libera professionista, a diversi programmi televisivi, sia Rai che Mediaset. Scrivo i testi e giro servizi in esterna che, poi, monto.
Il direttore della testata Lelio Castaldo, incontrato su Facebook dopo diversi anni che non ci vedevamo, mi ha proposto di collaborare con Agrigentoweb, facendomi tanti complimenti: “ho sempre apprezzato il tuo modo di scrivere”, “tu sei una persona molto colta e daresti lustro al giornale”.
Ho subito accettato la sua proposta, ricordando però a Castaldo le mie idee libere, molto lontane dalle sue. Lui mi ha risposto che non aveva nessuna importanza avere idee politiche diverse; quello che gli interessava, era avere la mia firma sul quotidiano.
Così ho inviato il mio primo pezzo. Una cosa romanzata, sugli odori della mia città. Un confronto tra Roma e Agrigento. Da quel momento, Castaldo non mi ha dato tregua; mi chiamava continuamente, per sapere se avevo letto i commenti che i lettori lasciavano sul sito, dopo avere letto il mio pezzo. “Lo vedi, lo vedi- mi diceva- siamo più forti, grazie a te!”. E, devo dire, che si sono registrati innumerevoli contatti e io ero molto contenta.
Stavo preparando il mio speciale sulla Festa della Donna, quando Castaldo mi ha chiamato tutto emozionato, per dirmi che aveva una sorpresa per me e mi invitava a collegarmi col sito di Agrigentoweb. La sorpresa in effetti, c’era: mi aveva nominato vicedirettore. Sono rimasta basita. E ho ringraziato. Castaldo mi ha risposto che ero l’unica persona, tra quelli che lo circondavano, che avrebbe potuto essere all’altezza di questo compito: “Tu sei laureata col massimo dei voti, fai la giornalista da 20 anni, sei una letterata, una che lavora con la Rai e con Mediaset. La tua presenza onora questa piccola testata agrigentina!”. Risposi a Castaldo che ero io ad essere onorata dell’incarico, perché amo la mia città.
Una sera, nella chat di Facebook, Castaldo mi ha proposto di dare una forma “concreta” alla mia collaborazione. Ho gradito molto la cosa, anche perché la mia posizione di vicedirettore, presupponeva delle responsabilità, oltre al fatto che scrivevo dei pezzi molto lunghi ed elaborati, che mi portavano via parecchio tempo. Senza contare poi che, la mia posizione di free lance, a Roma, mi costringe anche a periodi di disoccupazione, più o meno lunghi. Rimasi d’accordo con Castaldo, che avremmo parlato del nostro accordo concreto, proprio ad Agrigento, durante le vacanze di Pasqua. Intanto, veniva pubblicato il mio terzo pezzo, sull’abusivismo ad Agrigento e le occasioni perdute della città.
Un paio di giorni dopo, ho condiviso, nella mia bacheca di Facebook, un link contenente un vecchio articolo de la Repubblica, che parlava del bacio che Angelino Alfano aveva dato ad un capomafia, durante un matrimonio. Una vecchia vicenda, saputa e risaputa. Pubblicata da vari giornali, era approdata su Facebook e veniva condivisa da varie persone, con spirito diverso. Comunque, da tutti, con molta leggerezza e libertà. Condividere quel link, non significava, infatti, fare un’inchiesta sulla mafia, o rivelazioni scottanti su Alfano. Non significava nulla, se non scambiare opinioni con amici virtuali, su un articolo di cronaca arcinoto.
Dopo due secondi dalla condivisione del link, alcuni agrigentini-fedeli di Alfano, mi hanno aggredito in una discussione nella mia bacheca, scrivendo “Olga, fai schifo! Come ti permetti?” e altre amenità del genere. Questi signori, mi hanno cancellato dai loro amici, segnalato ai gestori di Facebook, facendomi oscurare la bacheca, dal giorno della mia iscrizione, fino al minuto contenente il link incriminato!
Questo accadeva intorno a mezzanotte. L’indomani mattina, sono stata svegliata da una telefonata di Castaldo, che mi dava il buon giorno dicendo: ”Ma che fai, la grillina? Che hai combinato? Forse, non sai che io i grillini li odio tutti!”. Non capivo. Mi dovevo ancora svegliare e pensavo che Castaldo parlasse di Franco Grillini. “Queste cose non si fanno -continuava Castaldo - non dovevi proprio! Fai come Beppe Grillo? Che schifo!”. Beppe Grillo? Mi ero svegliata; il mio direttore, mi stava tirando le orecchie per quello che avevo condiviso, la sera prima, nella mia bacheca.
Ho cercato di spiegargli che la bacheca di Facebook è come la mia casa. Io faccio una festa, invito i miei amici e, chiacchiera chiacchiera, esce fuori un fatto di cronaca (magari vecchio come il cucco) e se ne parla. In libertà. Leggerezza. Serenità. Se, poi, avevo in casa Facebook degli amici che non erano tali e che hanno fatto le spie gridando allo scandalo, io non potevo farci nulla! Non era un mio problema. Del resto, ho spiegato a Castaldo che la mia bacheca non c’entrava nulla con Agrigentoweb, né con la mia posizione di vicedirettore. Lui non capiva. Insisteva nel dire che ero una comunista e una grillina. Dopo diverse telefonate estenuanti, pensavo avesse capito il mio punto di vista. Però gli ho comunque scritto una lettera di scuse, per averlo messo in imbarazzo, mio malgrado. Nella lettera, continuavo a sostenere la tesi della mia libertà di opinione e facevo ancora il paragone casa mia-Facebook, pur dicendomi dispiaciuta per l’accaduto. Pensavo che Castaldo avesse apprezzato il mio gesto e, soprattutto, capito il mio punto di vista. Non era vero. L’indomani, mi ha attaccato con un pezzo in prima. Un patchwork delirante dove metteva insieme me “cavallino rampante che fa cri cri” e che aveva attaccato Alfano, il presidente della Provincia regionale di Agrigento, Berlusconi, Facebook e una sfilza di altre cose. Una follia. Tra l’altro Castaldo commetteva un doppio errore: mi bacchettava davanti ai miei accusatori, avendo fatto finta, al telefono che la vicenda fosse chiusa (errore morale). Inoltre bacchettava la sua vice in pubblico (errore deontologico). Certo, non faceva il mio nome, ma i riferimenti erano chiari e tutta Agrigento aveva capito. Soprattutto gli uomini di Alfano che mi avevano attaccato in bacheca e accusato.
Ho chiamato castaldo per chiedere spiegazioni. Ha farfugliato ancora “grillina” e mi ha passato tal Algelo Gelo, l’editore della testata, che ha farfugliato pure lui qualcosa del tipo: “ma che hai fatto?”. Ho capito che era inutile tentare di ragionare e ho scritto ai due la mia lettera di dimissioni.
L’indomani, hanno dato la notizia scrivendo che Olga Lumia, lasciava la vice direzione “per motivi personali”. Non era vero, come sappiamo. Ho scritto nella bacheca del Giornalisti Agrigentini su Facebook e sono stata subito appoggiata da vari colleghi, tra cui Michele Scimè, Fabio Russello e Calogero Giuffrida. Ero stata davvero maltrattata: prima lusingata, poi nominata vice, con promessa di regolarizzazione e, poi, aggredita e costretta alle dimissioni. Tutto per avere condiviso un link su un politico agrigentino. Follie pirandelliane? Forse situazione kafkiana; condannata per un crimine mai commesso!
Dopo varie polemiche che tutti conosciamo, è intervenuta anche l’Assostampa, in mia difesa. Mentre Castaldo e Gelo, continuavano a scrivere editoriali, in cui dicevano che, dato che vedo la bacheca come la mia casa, non avrei dovuto commettere ”atti osceni nel balcone di casa mia”, pretendendo di non essere vista. L’atto osceno, sarebbe pubblicare un link su Alfano!
Ringraziamo Olga Lumia per il suo intervento sul sito di Articolo21. Una riflessione chiarificatrice che ci conferma l'assurdità della vicenda che l'ha costretta alle dimissioni. Ci sono casi di censura macroscopici come quelli ai danni di giornalisti di satira sospesi per vignette giudicate irriverenti; e poi ci sono casi, come questo, meno altisonanti ma altrettanto gravi. Entrambi lesivi del diritto alla libertà di informazione. Ci auguriamo che le organizzazioni dei giornalisti accendano i riflettori su questa storia. (s.c.)
17 aprile 2009
Report vìola il “sonno” dei Gattopardi
“Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare…”di Pino Finocchiaro
da pinofinocchiaro.blogspot.com
Sigfrido Ranucci se ne faccia una ragione, la sua puntata di Report dedicata al sonno della classe dirigente e a delle Istituzioni sulla bancarotta di Catania oppressa da oltre un miliardo di euro di debito pubblico e condannata all’inoperosità dalla politica di interdizione della borghesia mafiosa, ha vìolato il sonno della ragione e i Catanesi “dabbene” lo odieranno per sempre.
Il collega Marco Benanti, l’altro giorno, ha scritto sulla mia bacheca pubblica del noto social network chiedendomi conto del mio silenzio sui Vicerè e sulle sue denunce. Dopo aver visto la seconda puntata dei Vicerè ho pensato che fosse tempo di dire qualcosa da catanese, da giornalista, da socio fondatore di Articolo 21.
Il principe di Salina, continua parlando con l’emissario del governo piemontese “… ed essi (i Siciliani) odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portare loro i più bei regali; e, sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagaglio”.
Ecco, il fatto è che Sigfrido ha svegliato dal “siddio” i Gattopardi catanesi ma ha messo a nudo iene e sciacalli, a dirla con Tomasi di Lampedusa, e i Lavapiatti (famigli e commensali) di casa Uzeda, a dirla con De Roberto.
Lasciamo da parte iene e sciacalli che potremmo assimilare all’ala militare-operativa di Cosa Nostra e parliamo un po’ degli aristocratici e colti lavapiatti dell’unico vicerè sopravvissuto all’apocalisse dei Cavalieri: Mario Ciancio de’ Sanfilippo.
Quel che penso del padre-padrone, editore, mero proprietario di terreni edificabili, agricoltore e collezionista d’arte, Mario Ciancio Sanfilippo, l’ho scritto per anni nei miei articoli, in buona parte rintracciabili nell’archivio web di Articolo 21, del settimanale siciliano “Centonove” e in due servizi da oltre venti minuti prodotti dalla mia testata, Rai News 24, dai titoli emblematici: “Liberare Catania” e “L’ultima violenza”.
Non ho nulla da aggiungere e l’amico Sigfrido Ranucci - col quale condivido la passione per il mestiere di giornalista-giornalista deprecando come una malattia cronica quella del giornalista-impiegato – ha confermato carte alla mano gran parte delle cose che insieme a Marco Benanti, Riccardo Orioles e i suoi “carusi” scriviamo da tempo immemore in una città che sfugge la memoria come fosse la peste.
Una città che fa liste di proscrizione persino per i giornalisti sportivi. Una città che cancella con metodi sovietici il dissenso e i dissenzienti.
Una città che ammette anche col recente e assordante silenzio dei vertici siculo-nazionali del Pd sulle vicende narrate da Sigfrido di avere maggiori frequentazioni col Vicerè che non con i cittadini della vulcanica Catania.
Mi infastidisce senza stupirmi la richiesta di risarcimento civile minacciata dal Vicerè Mario Ciancio de’ Sanfilippo.
Mi infastidisce senza stupirmi la sfilza di lettere di solidarietà al Vicerè che i famigli di circostanza non hanno fatto mancare.
Fa il paio con la lettera dal 41 bis del figlio di Santapaola pubblicata in grande evidenza sulla pagina di Cronaca del quotidiano di Ciancio, La Sicilia, che non ebbe alcuna esitazione a pubblicare in precedenza altre due lettere del boss dei boss in persona, Nitto Santapaola, autentici messaggi alla borghesia mafiosa catanese.
E non meravigliano visto che fu lo steso Mario Ciancio a ricevere Giuseppe Ercolano - padre di Aldo, il killer del direttore dei Siciliani, Pippo Fava – e a mettere a confronto il cronista che lo aveva citato in un suo articolo. E nessuno dica che l’Ordine dei Giornalisti non intervenne per la vicenda del “padrino in redazione”. Chiese conto sì, ma non a Mario Ciancio de’ Sanfilippo, bensì alla collega Ada Mollica perché aveva dato conto del fatto in un suo servizio su Telecolor.
Sigfrido Ranucci ha tutta la mia solidarietà ma nulla posso fare contro i ruggiti rabbiosi dei felini che ha colpevolmente destato dal sonno. Persino quelli dalla criniera rossa come il barone Pietro Barcellona che si affretta a prendere le difese del Ciancio de’ Sanfilippo, con una nota che i redattori del Vicerè gongolano nel titolare “ Il fondamentalismo d'inchiesta”.
Il compagno Barone di Unict ci spiega con sussiego che “Spesso alcune trasmissioni sono bombe mediatiche, che fanno terra bruciata e finiscono per servire, spero senza saperlo, i "padroni" che vorrebbero combattere.[…]” e che “Un’informazione deformata dall’insinuazione e dal sospetto generalizzato non aiuta a capire come stanno le cose”.
Peccato che nel corso della sua ascesa professorale non ci abbia mai aiutato a capire com’è cresciuta la borghesia mafiosa catanese né il ruolo assunto nella classe dirigente catanese dei lavapiatti, familiari e famigli del Vicerè.
Il compagno Barone, Pietro Barcellona, ci illumina ancora: “Non scrivo certo queste cose per difendere Catania, la Sicilia (il quotidiano o l’isola? O entrambi? N.d.r.), il Sud e le sue classi dirigenti, ma per evitare, come ho già scritto tante volte su questo stesso giornale, che, con il fondamentalismo delle condanne totali, aumentino la perdita d’iniziativa collettiva e l’impotenza dei singoli; per evitare che i cittadini catanesi si sentano già esuli nella propria terra”.
Ora, se c’è qualcuno che ha titolo per sentirsi esule nella propria terra potremmo citare Pino Maniaci, Riccardo Orioles, Ada Mollica, Marco Benanti, Pippo Scatà ovvero gli esclusi, isolati e “mazziati” dall’ingegneria sociale della borghesia mafiosa siciliana, quella dei cannoli e del ponte, e non certo i baroni rossi, bianchi, verdi o neri che si sono affrettati a solidarizzare con Mario Ciancio de’ Sanfilippo, Vicerè di Sicilia e dintorni.
Non mi stupisce notare che il Barone Rosso, com’egli stesso scrive, abbia avuto già tante volte l’opportunità di scrivere sul foglio del Vicerè ma continua ad indignarmi che quello stesso foglio abbia respinto al mittente i necrologi delle famiglie Montana e Fava perché osavano definire mafiosi gli omicidi dei loro cari.
Caro Marco, caro Riccardo, caro Pino, caro Sigfrido vi esprimo la mia solidarietà e quella di Articolo 21, sapete che non vi lasceremo soli nelle vostre battaglie.
Ma, dobbiamo ammetterlo, condividiamo l’atavica colpa di punzecchiare Gattopardi e Vicerè dal loro nobile “siddio”. Dobbiamo farcene una ragione. Qualche stracco ruggito non può farci paura, né fermarci.
Il collega Marco Benanti, l’altro giorno, ha scritto sulla mia bacheca pubblica del noto social network chiedendomi conto del mio silenzio sui Vicerè e sulle sue denunce. Dopo aver visto la seconda puntata dei Vicerè ho pensato che fosse tempo di dire qualcosa da catanese, da giornalista, da socio fondatore di Articolo 21.
Il principe di Salina, continua parlando con l’emissario del governo piemontese “… ed essi (i Siciliani) odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portare loro i più bei regali; e, sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagaglio”.
Ecco, il fatto è che Sigfrido ha svegliato dal “siddio” i Gattopardi catanesi ma ha messo a nudo iene e sciacalli, a dirla con Tomasi di Lampedusa, e i Lavapiatti (famigli e commensali) di casa Uzeda, a dirla con De Roberto.
Lasciamo da parte iene e sciacalli che potremmo assimilare all’ala militare-operativa di Cosa Nostra e parliamo un po’ degli aristocratici e colti lavapiatti dell’unico vicerè sopravvissuto all’apocalisse dei Cavalieri: Mario Ciancio de’ Sanfilippo.
Quel che penso del padre-padrone, editore, mero proprietario di terreni edificabili, agricoltore e collezionista d’arte, Mario Ciancio Sanfilippo, l’ho scritto per anni nei miei articoli, in buona parte rintracciabili nell’archivio web di Articolo 21, del settimanale siciliano “Centonove” e in due servizi da oltre venti minuti prodotti dalla mia testata, Rai News 24, dai titoli emblematici: “Liberare Catania” e “L’ultima violenza”.
Non ho nulla da aggiungere e l’amico Sigfrido Ranucci - col quale condivido la passione per il mestiere di giornalista-giornalista deprecando come una malattia cronica quella del giornalista-impiegato – ha confermato carte alla mano gran parte delle cose che insieme a Marco Benanti, Riccardo Orioles e i suoi “carusi” scriviamo da tempo immemore in una città che sfugge la memoria come fosse la peste.
Una città che fa liste di proscrizione persino per i giornalisti sportivi. Una città che cancella con metodi sovietici il dissenso e i dissenzienti.
Una città che ammette anche col recente e assordante silenzio dei vertici siculo-nazionali del Pd sulle vicende narrate da Sigfrido di avere maggiori frequentazioni col Vicerè che non con i cittadini della vulcanica Catania.
Mi infastidisce senza stupirmi la richiesta di risarcimento civile minacciata dal Vicerè Mario Ciancio de’ Sanfilippo.
Mi infastidisce senza stupirmi la sfilza di lettere di solidarietà al Vicerè che i famigli di circostanza non hanno fatto mancare.
Fa il paio con la lettera dal 41 bis del figlio di Santapaola pubblicata in grande evidenza sulla pagina di Cronaca del quotidiano di Ciancio, La Sicilia, che non ebbe alcuna esitazione a pubblicare in precedenza altre due lettere del boss dei boss in persona, Nitto Santapaola, autentici messaggi alla borghesia mafiosa catanese.
E non meravigliano visto che fu lo steso Mario Ciancio a ricevere Giuseppe Ercolano - padre di Aldo, il killer del direttore dei Siciliani, Pippo Fava – e a mettere a confronto il cronista che lo aveva citato in un suo articolo. E nessuno dica che l’Ordine dei Giornalisti non intervenne per la vicenda del “padrino in redazione”. Chiese conto sì, ma non a Mario Ciancio de’ Sanfilippo, bensì alla collega Ada Mollica perché aveva dato conto del fatto in un suo servizio su Telecolor.
Sigfrido Ranucci ha tutta la mia solidarietà ma nulla posso fare contro i ruggiti rabbiosi dei felini che ha colpevolmente destato dal sonno. Persino quelli dalla criniera rossa come il barone Pietro Barcellona che si affretta a prendere le difese del Ciancio de’ Sanfilippo, con una nota che i redattori del Vicerè gongolano nel titolare “ Il fondamentalismo d'inchiesta”.
Il compagno Barone di Unict ci spiega con sussiego che “Spesso alcune trasmissioni sono bombe mediatiche, che fanno terra bruciata e finiscono per servire, spero senza saperlo, i "padroni" che vorrebbero combattere.[…]” e che “Un’informazione deformata dall’insinuazione e dal sospetto generalizzato non aiuta a capire come stanno le cose”.
Peccato che nel corso della sua ascesa professorale non ci abbia mai aiutato a capire com’è cresciuta la borghesia mafiosa catanese né il ruolo assunto nella classe dirigente catanese dei lavapiatti, familiari e famigli del Vicerè.
Il compagno Barone, Pietro Barcellona, ci illumina ancora: “Non scrivo certo queste cose per difendere Catania, la Sicilia (il quotidiano o l’isola? O entrambi? N.d.r.), il Sud e le sue classi dirigenti, ma per evitare, come ho già scritto tante volte su questo stesso giornale, che, con il fondamentalismo delle condanne totali, aumentino la perdita d’iniziativa collettiva e l’impotenza dei singoli; per evitare che i cittadini catanesi si sentano già esuli nella propria terra”.
Ora, se c’è qualcuno che ha titolo per sentirsi esule nella propria terra potremmo citare Pino Maniaci, Riccardo Orioles, Ada Mollica, Marco Benanti, Pippo Scatà ovvero gli esclusi, isolati e “mazziati” dall’ingegneria sociale della borghesia mafiosa siciliana, quella dei cannoli e del ponte, e non certo i baroni rossi, bianchi, verdi o neri che si sono affrettati a solidarizzare con Mario Ciancio de’ Sanfilippo, Vicerè di Sicilia e dintorni.
Non mi stupisce notare che il Barone Rosso, com’egli stesso scrive, abbia avuto già tante volte l’opportunità di scrivere sul foglio del Vicerè ma continua ad indignarmi che quello stesso foglio abbia respinto al mittente i necrologi delle famiglie Montana e Fava perché osavano definire mafiosi gli omicidi dei loro cari.
Caro Marco, caro Riccardo, caro Pino, caro Sigfrido vi esprimo la mia solidarietà e quella di Articolo 21, sapete che non vi lasceremo soli nelle vostre battaglie.
Ma, dobbiamo ammetterlo, condividiamo l’atavica colpa di punzecchiare Gattopardi e Vicerè dal loro nobile “siddio”. Dobbiamo farcene una ragione. Qualche stracco ruggito non può farci paura, né fermarci.
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"Il boss si traveste da frate" Blitz a vuoto nel monastero
Blitz dei carabinieri nel monastero greco ortodosso di Piana degli Albanesi, in cerca del boss Domenico Raccuglia. Un centinaio di militari, col supporto di un elicottero, hanno perlustrato anche la cripta, senza successo. Secondo alcuni testimoni, in passato il latitante si è travestito da frate
di Grabriele Isman
da Repubblica.Palermo.it del 11/4/2009
Scheda: Domenico_Raccuglia
I carabinieri che partono in una maxi perlustrazione e che, soltanto per un soffio, mancano l´obiettivo. Sembra la trama di un romanzo giallo, ma invece è esattamente quanto accaduto giovedì, due giorni fa, a Piana degli Albanesi. Intorno alle tre del pomeriggio un centinaio di carabinieri ha perlustrato da cima a fondo il monastero cercando tracce del superlatitante Domenico "Mimmo" Raccuglia, il boss quarantacinquenne nato ad Altofonte e che, secondo diversi investigatori, sarebbe l´uomo forte della mafia in provincia.
Una perlustrazione davvero accurata, in base a quanto si mormora nel paese a 24 chilometri da Palermo. I carabinieri, alcuni arrivati in macchine di servizio e altri in vetture senza contrassegni, coadiuvati da un elicottero che a lungo ha volteggiato sui cieli di Piana, sono entrati nel monastero, dove però hanno trovato soltanto il custode e alcuni operai che stavano eseguendo lavori nella struttura risalente al 1590. Pochissimi i sacerdoti, e, soprattutto, nessuna traccia di Raccuglia. Dopo aver visitato l´interno del monastero i carabinieri hanno anche ispezionato i cunicoli sotterranei che dal luogo caro alla fede circondano Piana, ma non è servito a nulla.
Il giorno dopo gli investigatori si rifiutano di rispondere a qualsiasi domanda sulla perlustrazione.
«C´era un uomo mai visto fino a qualche giorno fa, ma poi, come era arrivato, così è sparito. Pare che fosse davvero Raccuglia», dice un anziano del paese che naturalmente preferisce non essere citato. Il boss sarebbe arrivato da solo, si sarebbe nascosto per qualche tempo dentro al monastero, eclissandosi qualche giorno fa, sempre da solo, così come era arrivato. In passato si sarebbe anche travestito da frate per evitare di essere arrestato e allungare la sua latitanza che dura da 13 anni.
"U veterinario" - come tanti dentro Cosa nostra chiamano Raccuglia - è latitante dal 1996. Condannato a tre ergastoli per associazione di stampo mafioso, rapina, estorsione e omicidio, non è soltanto l´erede di Giovanni Brusca alla guida del mandamento di Altofonte. Due anni fa sembrava molto vicino ad assumere l´eredità di potere di Binnu Provenzano: il progetto, secondo quanto risulta dalle indagini, sarebbe fallito soltanto per la mancanza di potere economico e di killer abili. Lui stesso ha ucciso: il suo primo ergastolo arrivò dopo che, nel 1994, per ordine di Brusca, uccise Girolamo La Barbera, padre di quel Gioacchino che si era pentito. Il secondo ergastolo è per gli omicidi degli anni Novanta, il terzo per aver partecipato al sequestro e all´uccisione di Giuseppe Di Matteo, sciolto nell´acido ad appena 11 anni per vendetta nei confronti del padre, Santo, un altro pentito eccellente.
Anche Giusy Vitale, la sorella di Vito che ha scelto di collaborare con la giustizia, ha parlato di Raccuglia, raccontando ai magistrati il suo tentativo - assieme ad altre figure di primo piano di Cosa Nostra come lo stesso Brusca e Matteo Messina Denaro - di mettere da parte Provenzano. Progetto poi fallito.
Eppure resta l´immagine del super boss vestito da frate. Un rapporto complesso quello tra mafia e religione. Quando Provenzano fu sorpreso a Montagna dei Cavalli, aveva cinque Bibbie con sé: quella piena di annotazioni è ancora allo studio degli esperti per capire se possa nascondere un codice segreto. Difficile dimenticare i continui incipit dei suoi pizzini - «Carissimo, con gioia ho ricevuto tue notizie, mi compiaccio tanto nel sapervi a tutti in ottima salute. Lo stesso, grazie a Dio, posso dire di me» - o la vera e propria conversione religiosa che colpì Pietro Aglieri. Con Raccuglia è arrivato anche il travestimento da frate.
di Grabriele Isman
da Repubblica.Palermo.it del 11/4/2009
Scheda: Domenico_Raccuglia
Un boss che si in passato si era travestito da frate per allungare la propria latitanza. Un monastero importante ma con molti spazi utili per nascondere un uomo in fuga.
I carabinieri che partono in una maxi perlustrazione e che, soltanto per un soffio, mancano l´obiettivo. Sembra la trama di un romanzo giallo, ma invece è esattamente quanto accaduto giovedì, due giorni fa, a Piana degli Albanesi. Intorno alle tre del pomeriggio un centinaio di carabinieri ha perlustrato da cima a fondo il monastero cercando tracce del superlatitante Domenico "Mimmo" Raccuglia, il boss quarantacinquenne nato ad Altofonte e che, secondo diversi investigatori, sarebbe l´uomo forte della mafia in provincia.
Una perlustrazione davvero accurata, in base a quanto si mormora nel paese a 24 chilometri da Palermo. I carabinieri, alcuni arrivati in macchine di servizio e altri in vetture senza contrassegni, coadiuvati da un elicottero che a lungo ha volteggiato sui cieli di Piana, sono entrati nel monastero, dove però hanno trovato soltanto il custode e alcuni operai che stavano eseguendo lavori nella struttura risalente al 1590. Pochissimi i sacerdoti, e, soprattutto, nessuna traccia di Raccuglia. Dopo aver visitato l´interno del monastero i carabinieri hanno anche ispezionato i cunicoli sotterranei che dal luogo caro alla fede circondano Piana, ma non è servito a nulla.
Il giorno dopo gli investigatori si rifiutano di rispondere a qualsiasi domanda sulla perlustrazione.
«C´era un uomo mai visto fino a qualche giorno fa, ma poi, come era arrivato, così è sparito. Pare che fosse davvero Raccuglia», dice un anziano del paese che naturalmente preferisce non essere citato. Il boss sarebbe arrivato da solo, si sarebbe nascosto per qualche tempo dentro al monastero, eclissandosi qualche giorno fa, sempre da solo, così come era arrivato. In passato si sarebbe anche travestito da frate per evitare di essere arrestato e allungare la sua latitanza che dura da 13 anni.
"U veterinario" - come tanti dentro Cosa nostra chiamano Raccuglia - è latitante dal 1996. Condannato a tre ergastoli per associazione di stampo mafioso, rapina, estorsione e omicidio, non è soltanto l´erede di Giovanni Brusca alla guida del mandamento di Altofonte. Due anni fa sembrava molto vicino ad assumere l´eredità di potere di Binnu Provenzano: il progetto, secondo quanto risulta dalle indagini, sarebbe fallito soltanto per la mancanza di potere economico e di killer abili. Lui stesso ha ucciso: il suo primo ergastolo arrivò dopo che, nel 1994, per ordine di Brusca, uccise Girolamo La Barbera, padre di quel Gioacchino che si era pentito. Il secondo ergastolo è per gli omicidi degli anni Novanta, il terzo per aver partecipato al sequestro e all´uccisione di Giuseppe Di Matteo, sciolto nell´acido ad appena 11 anni per vendetta nei confronti del padre, Santo, un altro pentito eccellente.
Anche Giusy Vitale, la sorella di Vito che ha scelto di collaborare con la giustizia, ha parlato di Raccuglia, raccontando ai magistrati il suo tentativo - assieme ad altre figure di primo piano di Cosa Nostra come lo stesso Brusca e Matteo Messina Denaro - di mettere da parte Provenzano. Progetto poi fallito.
Eppure resta l´immagine del super boss vestito da frate. Un rapporto complesso quello tra mafia e religione. Quando Provenzano fu sorpreso a Montagna dei Cavalli, aveva cinque Bibbie con sé: quella piena di annotazioni è ancora allo studio degli esperti per capire se possa nascondere un codice segreto. Difficile dimenticare i continui incipit dei suoi pizzini - «Carissimo, con gioia ho ricevuto tue notizie, mi compiaccio tanto nel sapervi a tutti in ottima salute. Lo stesso, grazie a Dio, posso dire di me» - o la vera e propria conversione religiosa che colpì Pietro Aglieri. Con Raccuglia è arrivato anche il travestimento da frate.
15 aprile 2009
Fiorani contro Cavalli e non solo...
Giulio Cavalli, attore e regista, attualmente direttore artistico del teatro Nebiolo di Lodi. Ha una ricca e lunga carriera nell’ambito artistico, durante la quale ha lavorato con diversi nomi conosciuti del mondo dello spettacolo tra cui Paolo Rossidi Cesare Piccitto
Approfondimenti: http://www.giuliocavalli.net/sito/
L’attore è balzato a gli onori della cronaca per aver subito minacce mafiose collegate evidentemente alla sua produzione teatrale che tutt’ora allestisce presso Lodi e in turneè per l’Italia. Tra le ultime rappresentazioni, ricordiamo “do ut des, su riti e conviti mafiosi” coprodotto con alcune associazioni antimafia; mentre sul web da tempo scrive e dirige “Radio Mafiopoli” una riedizione di quella che fu Radio Aut di Peppino Impastato.
L’intervista a Giulio Cavalli verte per la prima parte sulla notizia odierna: “La decisione dell’attore e regista Giulio Cavalli di organizzare a Lodi la rappresentazione dello spettacolo teatrale – “Previsioni meteo: diluvio universale – the rise and fall of Gianpy” - di Eugenio de’ Giorgi, scatena le ire di Gianpiero Fiorani, che tramite i suoi legali diffida Giulio Cavalli dal dare corso alla rappresentazione”. Lo spettacolo teatrale è tratto dal libro Capitalismo di rapina di Paolo Biondani, Mario Gerevini e Vittorio Malaguti, (ed. Chiarelettere 2007) e ripercorre le tappe della scalata Antonveneta, la storia quotidiana fatta di corruzioni, manovre losche e intercettazioni imbarazzanti dei furbetti del quartierino.
Nella seconda parte dell’intervista l'esamina della percezione del fenomeno mafioso al nord, e le ultime iniziative culturali in cantiere sempre nel milanese.
Per ascoltare il podcast:
http://invisibile.podomatic.com/player/web/2009-04-15T12_54_44-07_00
L’intervista a Giulio Cavalli verte per la prima parte sulla notizia odierna: “La decisione dell’attore e regista Giulio Cavalli di organizzare a Lodi la rappresentazione dello spettacolo teatrale – “Previsioni meteo: diluvio universale – the rise and fall of Gianpy” - di Eugenio de’ Giorgi, scatena le ire di Gianpiero Fiorani, che tramite i suoi legali diffida Giulio Cavalli dal dare corso alla rappresentazione”. Lo spettacolo teatrale è tratto dal libro Capitalismo di rapina di Paolo Biondani, Mario Gerevini e Vittorio Malaguti, (ed. Chiarelettere 2007) e ripercorre le tappe della scalata Antonveneta, la storia quotidiana fatta di corruzioni, manovre losche e intercettazioni imbarazzanti dei furbetti del quartierino.
Nella seconda parte dell’intervista l'esamina della percezione del fenomeno mafioso al nord, e le ultime iniziative culturali in cantiere sempre nel milanese.
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14 aprile 2009
Revocata la cittadinanza a Mussolini
La decisione è stata presa ieri, a maggioranza, dal consiglio comunale: Benito Mussolini, a cui era stata conferita la cittadinanza onoraria nel 1923, non è più un cittadino fiorentino. Nella votazione compatti il centrosinistra e l'opposizione di sinistra, contrario il centrodestra
di Ivo Gagliardi
da ilreporter.it
di Ivo Gagliardi
da ilreporter.it
Firenze - Benito Mussolini da ieri non è più un cittadino di Firenze. E' quanto ha deciso il consiglio comunale. La cittadinanza onoraria conferita dal consiglio comunale nel 1923 è stata revocata ieri a maggioranza.
Compatti, nella votazione, il centrosinistra e l'opposizione di sinistra, contrario il centrodestra. La cittadinanza onoraria di Mussolini era riemersa durante il dibattito, nelle scorse settimane, su quella proposta e poi concessa a maggioranza a Beppino Englaro, padre di Eluana.
Compatti, nella votazione, il centrosinistra e l'opposizione di sinistra, contrario il centrodestra. La cittadinanza onoraria di Mussolini era riemersa durante il dibattito, nelle scorse settimane, su quella proposta e poi concessa a maggioranza a Beppino Englaro, padre di Eluana.
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11 aprile 2009
Giornalista indotta alle dimissioni. La sua "colpa" aver pubblicato su Facebook un link contro il ministro Alfano
Quanto è potente Facebook? Molto più di quanto gran parte di noi pensa. La paginetta dove condividere foto e pensieri stile "Baci Perugina" può influire, e non marginalmente, anche nella sfera professionale
di Joshua Evangelista
da reporters.blogosfere.it
di Joshua Evangelista
da reporters.blogosfere.it
Ne sa qualcosa la giornalista siciliana Olga Liuma, vicedirettrice di Agrigentoweb , che sulla sua pagina del social network aveva messo il link ad un articolo di repubblica.it sul ministro della Giustizia Angelino Alfano, suo conterraneo.
Sulla sezione di Palermo di repubblica.it la giornalista racconta le conseguenze del gesto: "Sono stata ampiamente rimproverata da quelli di Agrigentoweb per quello che avevo pubblicato. Ho cercato di spiegare che la bacheca di FB è come casa mia: ci posso fare quello che voglio. Ma loro niente, non sentivano ragioni. Alcune persone, dopo aver visto quel link, ne hanno parlato agli editori e direttori di Agrigentoweb. Gridando allo scandalo. Ho persino fatto una lettera di scuse credendo di averli messi a disagio. Pensavo che la cosa fosse finita lì. Non era vero.
Con un pezzo in prima, firmato dal direttore, sono stata accusata di attaccare il premier e i suoi uomini e sono stata volgarmente definita 'cavallino rampante che fa cri cri'. Non mi restava altro che fuggire da un simile ambiente dove non c'è libertà di opinione, pensiero e parola. Dove ti controllano anche per ciò che fai in privato". Le dimissioni di Olga, va da sé, sono state accolte, come recita un comunicato: "La Lumia ha comunicato la sua decisione che è stata accolta e non respinta".
Sulla sezione di Palermo di repubblica.it la giornalista racconta le conseguenze del gesto: "Sono stata ampiamente rimproverata da quelli di Agrigentoweb per quello che avevo pubblicato. Ho cercato di spiegare che la bacheca di FB è come casa mia: ci posso fare quello che voglio. Ma loro niente, non sentivano ragioni. Alcune persone, dopo aver visto quel link, ne hanno parlato agli editori e direttori di Agrigentoweb. Gridando allo scandalo. Ho persino fatto una lettera di scuse credendo di averli messi a disagio. Pensavo che la cosa fosse finita lì. Non era vero.
Con un pezzo in prima, firmato dal direttore, sono stata accusata di attaccare il premier e i suoi uomini e sono stata volgarmente definita 'cavallino rampante che fa cri cri'. Non mi restava altro che fuggire da un simile ambiente dove non c'è libertà di opinione, pensiero e parola. Dove ti controllano anche per ciò che fai in privato". Le dimissioni di Olga, va da sé, sono state accolte, come recita un comunicato: "La Lumia ha comunicato la sua decisione che è stata accolta e non respinta".
Siracusa: La questura vuole vietare il controvertice del G8
Oggi i rappresentanti del coordinamento regionale siciliano “CONTRO G8” hanno incontrato il Questore di Siracusa per verificare la disponibilità di strutture d’accoglienza per i manifestanti in arrivo a livello nazionale e internazionale e per discutere le autorizzazioni necessarie allo svolgimento delle assemblee e delle manifestazioni di contestazione al G8 Ambiente che si terranno a Siracusa dal 22 al 24 Aprile
da osservatoriorepressione.org
Le richieste avanzate dal “CONTRO G8” sono state respinte dal Comitato per la sicurezza e l’Ordine pubblico di Siracusa (Prefetto, Questore, Sindaco). Le contro proposte istituzionali mortificano la volontà di dialogo del coordinamento regionale e si configurano in un atteggiamento ostile che, di fatto, sospende il diritto costituzionale di manifestare.Il “CONTRO G8” si era impegnato a garantire la massima intesa sulla gestione delle tre giornate di iniziative e sul regolare svolgimento del corteo di giorno 23 aprile.
Qualora da parte delle Istituzioni rimanessero immutate le posizioni di chiusura al dialogo, la responsabilità di eventuali sviluppi degli eventi, da noi non previsti, sarà da attribuire esclusivamente al Comitato per la sicurezza e l’Ordine pubblico di Siracusa (Prefetto, Questore, Sindaco).Per protestare contro questi atteggiamenti autoritari e di superficiale autosufficienza, il Coordinamento regionale siciliano “CONTRO G8” indice presidi davanti alla prefettura di ogni provincia per mercoledì 15 aprile.
da osservatoriorepressione.org
Le richieste avanzate dal “CONTRO G8” sono state respinte dal Comitato per la sicurezza e l’Ordine pubblico di Siracusa (Prefetto, Questore, Sindaco). Le contro proposte istituzionali mortificano la volontà di dialogo del coordinamento regionale e si configurano in un atteggiamento ostile che, di fatto, sospende il diritto costituzionale di manifestare.Il “CONTRO G8” si era impegnato a garantire la massima intesa sulla gestione delle tre giornate di iniziative e sul regolare svolgimento del corteo di giorno 23 aprile.
Qualora da parte delle Istituzioni rimanessero immutate le posizioni di chiusura al dialogo, la responsabilità di eventuali sviluppi degli eventi, da noi non previsti, sarà da attribuire esclusivamente al Comitato per la sicurezza e l’Ordine pubblico di Siracusa (Prefetto, Questore, Sindaco).Per protestare contro questi atteggiamenti autoritari e di superficiale autosufficienza, il Coordinamento regionale siciliano “CONTRO G8” indice presidi davanti alla prefettura di ogni provincia per mercoledì 15 aprile.
08 aprile 2009
Radio Mafiopoli puntata n. 26: Pino Masciari testimone giustiziato
Vi racconto una favola. Una di quelle favole “al contrario”, alla Rodari. Quelle favole che non ci crede nessuno, nemmeno chi le racconta, perché sono talmente al rovescio che se le ascolti sul serio ti viene il torcicollo. Prendiamo una città, un città qualsiasi, facciamo Mafiopoli. A Mafiopoli ci sono i buoni e i cattivi. Nelle favole ci sono sempre, e ben chiari, i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Ogni tanto si guardano negli occhi...
da radiomafiopoli.org
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A Foggia autobus differenziati per immigrati e italiani
Cinquantatrè anni dopo, a migliaia di chilometri di distanza dall'America e dal Sud Africa dell'Apartheid, la metafora dell'autobus diversificato affascina ancora qualcuno. A Foggia, l'azienda municipalizzata dei trasporti, avrebbe optato per una decisione incredibile
da unita.it
Rosa Parks faceva la sarta in un grande magazzino. Il primo dicembre del 1955, stravolta per il lavoro, prese posto su un autobus di linea a Montgomery, Alabama. Si posizionò davanti, dove fino ad allora, i neri non potevano sostare. James Blake, il conducente le ordinò di alzarsi, Rosa rifiutò e venne arrestata. Martin Luther King e cinquanta leader della comunità afroamericana si riunirono e diedero vita a una primigenea protesta destinata a gonfiarsi di tono e durare per 381 giorni. I Bus rimasero fermi, la legge sulla segregazione mantenuta, fino a quando nel '56, davanti alla corte suprema degli Stati Uniti d'America, venne sancita l'incostituzionalità di quel comma.
Autobus e percorsi differenziati per migranti ospiti del centro d'accoglienza e residenti di Borgo Mezzanone, popolosa contrada spuntata in piena riforma agraria mussoliniana, a dieci chilometri da Foggia. Per arrivare o lasciare la casa d'accoglienza "Buona Speranza", i migranti viaggerebbero con autobus "esclusivi". La notizia diffusa da un importante sito di informazione, sarebbe inaudita.
Separati dagli altri, senza la possibilità di confondersi. La discussione sulla linea "24", dopo tensioni sociali prolungatesi nel corso dei mesi e incontri in prefettura tra cittadini e forze dell'ordine, avrebbe prodotto un ibrido da brivido. Il direttore dell'Atef, Massimo Dicecca non è reperibile, in comprenso parla Pedretti, addetto all'esercizio. "Da stamattina mi chiamano tutti i giornali d'Italia. Posso assicurarle che nulla di ciò che ho letto e ho sentito, è vero. Potete venirlo a documentare. Sugli autobus- sarebbe folle pensare a qualcosa di diverso- possono salire tutti. L'unica cosa certa è che abbiamo potenziato le linee, creando oltre alla 24, la 24/1. Perchè? Per permettere un percorso più breve a chi abita in borgata Tavernola. Prima, prendendo la Ventiquattro, ci voleva circa un'ora. Chi non ci vuole passare, adesso può saltarla salendo su un altro autobus. Ma la possibilità è aperta a chiunque. Senza distinzioni di alcun genere". Fino a qui l'Atef. Da lunedì, si vedrà se sprofondare nella vergogna o in un'altra categoria dell'essere. C'è tempo, anche per non sprofondare negli incubi.
da unita.it
Rosa Parks faceva la sarta in un grande magazzino. Il primo dicembre del 1955, stravolta per il lavoro, prese posto su un autobus di linea a Montgomery, Alabama. Si posizionò davanti, dove fino ad allora, i neri non potevano sostare. James Blake, il conducente le ordinò di alzarsi, Rosa rifiutò e venne arrestata. Martin Luther King e cinquanta leader della comunità afroamericana si riunirono e diedero vita a una primigenea protesta destinata a gonfiarsi di tono e durare per 381 giorni. I Bus rimasero fermi, la legge sulla segregazione mantenuta, fino a quando nel '56, davanti alla corte suprema degli Stati Uniti d'America, venne sancita l'incostituzionalità di quel comma.
Autobus e percorsi differenziati per migranti ospiti del centro d'accoglienza e residenti di Borgo Mezzanone, popolosa contrada spuntata in piena riforma agraria mussoliniana, a dieci chilometri da Foggia. Per arrivare o lasciare la casa d'accoglienza "Buona Speranza", i migranti viaggerebbero con autobus "esclusivi". La notizia diffusa da un importante sito di informazione, sarebbe inaudita.
Separati dagli altri, senza la possibilità di confondersi. La discussione sulla linea "24", dopo tensioni sociali prolungatesi nel corso dei mesi e incontri in prefettura tra cittadini e forze dell'ordine, avrebbe prodotto un ibrido da brivido. Il direttore dell'Atef, Massimo Dicecca non è reperibile, in comprenso parla Pedretti, addetto all'esercizio. "Da stamattina mi chiamano tutti i giornali d'Italia. Posso assicurarle che nulla di ciò che ho letto e ho sentito, è vero. Potete venirlo a documentare. Sugli autobus- sarebbe folle pensare a qualcosa di diverso- possono salire tutti. L'unica cosa certa è che abbiamo potenziato le linee, creando oltre alla 24, la 24/1. Perchè? Per permettere un percorso più breve a chi abita in borgata Tavernola. Prima, prendendo la Ventiquattro, ci voleva circa un'ora. Chi non ci vuole passare, adesso può saltarla salendo su un altro autobus. Ma la possibilità è aperta a chiunque. Senza distinzioni di alcun genere". Fino a qui l'Atef. Da lunedì, si vedrà se sprofondare nella vergogna o in un'altra categoria dell'essere. C'è tempo, anche per non sprofondare negli incubi.
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5 aprile 2009 - Milano antifascista in Galleria e in 5000 a Piazza della Scala
Milano antifascista si è ritrovata con bandiere e striscioni in Piazza della Scala e contemporaneamente è stato improvvisato un concerto di banda in Galleria Vittorio Emanuele, strapiena. L'iniziativa è nata per la necessità di opporsi al convegno delle destre indetto da Forza Nuova all'Hotel Dei Cavalieri
da lorisbbbb
Servizio di Emilia Trevisani
Il video: http://www.youtube.com/watch?v=Wi-S2isTtrY
da lorisbbbb
Servizio di Emilia Trevisani
Il video: http://www.youtube.com/watch?v=Wi-S2isTtrY
Bruxelles, 3 apr. (Apcom) - Cinquantacinque eurodeputati di cinque diversi gruppi politici sui sei presenti nel Parlamento europeo hanno firmato, su iniziativa di Vittorio Agnoletto, l'appello dell'Associazione nazionali partigiani (Anpi) contro il raduno internazionale dell'estrema destra promosso da Forza nuova a Milano per il 5 aprile. Lo riferisce una nota diramata oggi a Bruxelles dal gruppo della Sinistra unitaria europea (Gue).
"E' un messaggio importante che mostra come in Europa il sentimento antifascista sia patrimonio comune di un ampio schieramento politico e sociale. Mi auguro che le autorita' locali e nazionali italiane raccolgano questo invito che giunge dall'Europa e che si aggiunge a tutti coloro che chiedono che la manifestazione fascista sia vietata", ha dichiarato Agnoletto. "Noi sottoscritti parlamentari europei aderiamo all'appello lanciato dall'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, che denuncia come '...il prossimo 5 aprile è in programma a Milano una manifestazione fascista internazionale promossa da Forza Nuova'", si legge nella dichiarazione firmata dai Cinquantacinque, che prosegue riportando per intero l'appello dell'Anpi e notando che hanno già assicurato la loro presenza a Milano il segretario generale del Front National francese, il vicepresidente del British National Party e il responsabile esteri del greco Proti Grammi. Finora, l'appello è stato firmato da molti europarlamentari dei due gruppi di sinistra, Pse e Gue, dei Verdi e dell'Alleanza liberaldemocratica, ma solo da due esponenti del Ppe, i francesi Patrick Gaubert e Margie Sudre.
"E' un messaggio importante che mostra come in Europa il sentimento antifascista sia patrimonio comune di un ampio schieramento politico e sociale. Mi auguro che le autorita' locali e nazionali italiane raccolgano questo invito che giunge dall'Europa e che si aggiunge a tutti coloro che chiedono che la manifestazione fascista sia vietata", ha dichiarato Agnoletto. "Noi sottoscritti parlamentari europei aderiamo all'appello lanciato dall'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, che denuncia come '...il prossimo 5 aprile è in programma a Milano una manifestazione fascista internazionale promossa da Forza Nuova'", si legge nella dichiarazione firmata dai Cinquantacinque, che prosegue riportando per intero l'appello dell'Anpi e notando che hanno già assicurato la loro presenza a Milano il segretario generale del Front National francese, il vicepresidente del British National Party e il responsabile esteri del greco Proti Grammi. Finora, l'appello è stato firmato da molti europarlamentari dei due gruppi di sinistra, Pse e Gue, dei Verdi e dell'Alleanza liberaldemocratica, ma solo da due esponenti del Ppe, i francesi Patrick Gaubert e Margie Sudre.
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07 aprile 2009
Acqua, un affare che scotta
Come gruppi economici e consorterie territoriali stanno appropriandosi delle risorse idriche di una regione che possiede tanta acqua mentre, per paradosso, ne patisce endemicamente la mancanza. La presenza discreta della multinazionale spagnola Aqualia. Le strategie della società catanese Acoset. L’anomalia del sudestdi Carlo Ruta
da “Narcomafie”
Il business del secolo. In Sicilia i processi di privatizzazione dell’acqua che vanno dipanandosi negli ultimi anni si raccordano con una tradizione composita. Se si dà uno sguardo alla storia post-unitaria, si constata infatti che l’accaparramento delle fonti, delle favare per usare il termine di derivazione araba, ha scandito con regolarità l’evoluzione legale e illegale dei ceti che hanno esercitato dominio sull’isola. Il controllo delle acque ha consentito di lucrare rendite economiche e posizionali importanti, di capitalizzare, di chiamare a patti le autorità pubbliche, di condizionare quindi gli atti dei municipi, degli enti di bonifica, di altre istituzioni. E il canovaccio di tale affare, di rilievo appunto strategico, ancora oggi rimane tale, benché si faccia uso di strumenti e progettazioni non più a misura di un mondo agrario più o meno statico, ma di una realtà in profonda evoluzione, sullo sfondo delle economie globali. Si tratta di comprendere allora i modi in cui si coniugano oggi i due elementi, innovazione e tradizione, a partire comunque dal dato che anche in Sicilia si vive al riguardo un passaggio epocale, dopo il lungo tragitto delle aziende municipalizzate, che sempre e comunque hanno dovuto fare i conti con i signori delle fonti.
Nel quadro dei processi generali che hanno reso l’acqua una risorsa economica, una merce, che chiama in causa multinazionali potenti come Suez, Vivendi, Impresilo, RWE, la legge Galli del 5 gennaio1994 sugli ambiti territoriali ottimali, ATO, ha segnato una svolta rispetto al passato, puntando a eliminare la frammentazione che fino a quel momento aveva caratterizzato la gestione idrica nel territorio nazionale. Pur sottolineando sin dall’incipit il rilievo dell’acqua quale bene pubblico, ha posto nondimeno le basi per l’irruzione dell’interesse privato nella gestione dei servizi idrici degli ATO, con il ricalcolo di tale risorsa sotto il profilo economico. E tutto questo, se, come si diceva, non poteva non sommuovere, in senso lato, l’interesse della grande finanza, come testimonia negli ultimi anni il coinvolgimento di banche come l’Antonveneta, la Fideruram e altre ancora, ha finito con il sollecitare una pluralità di interessi, con l’esaltare anomalie esistenti e generarne di nuove, specie nel sud della penisola e in Sicilia, dove l’economia più di altrove è inficiata da mali strutturali, dove vigono appunto tradizioni tipiche, che rendono ineludibile l’ipoteca delle consorterie.
La posta in gioco in Italia è ovviamente altissima, potendo comprendere, fra l’altro, gli ingenti finanziamenti a fondo perduto che l’Unione Europea ha destinato a tali ambiti, perché vengano eliminati i gap che interessano il paese. Tanto più lo è comunque in regioni in cui le strutture e gli impianti esistenti scontano deficit strutturali, consolidatisi lungo i decenni. È il caso della Sicilia, dove l’EAS e le municipalizzate hanno gestito regolarmente impianti obsoleti, dove quasi tutti gli invasi recano vistosi segni d’incuria, le infrastrutture restano esigue, le condutture fatiscenti e in una certa misura da rifare. Il progetto di privatizzazione nell’isola ha potuto quindi fregiarsi di un obiettivo seducente, quello della modernizzazione dei servizi idrici che, dopo anni di attesa interlocutoria, è stato agitato come una sorta di rivoluzione dal governo regionale di Salvatore Cuffaro. E dal decisionismo, sufficientemente mirato, del ceto politico di cui l’ex presidente conserva in una certa misura la rappresentatività, corroborato comunque dai trasversalismi che insistono a connotare la vicenda pubblica nella regione, ha preso le mosse, negli ultimi anni, una sorta di caccia all’oro.
L’affare dell’acqua reca in Sicilia dimensioni inedite. Sono in gioco infatti 5,8 miliardi di euro, da amministrare in trenta anni, con interventi a fondo perduto dell’Unione Europea per più di un miliardo di euro. Dopo un primo indugio, dettato presumibilmente da ragioni di cautela, che ha visto comunque diverse gare andare a vuoto, la scena si è quindi movimentata, con l’irruzione di importanti realtà economiche, interne all’isola ed esterne. Una fetta cospicua dell’affare è stata avocata dalla multinazionale francese Vivendi, socia di maggioranza della Sicilacque spa, che, dopo la liquidazione dell’Ente Acquedotti Siciliani, ha ereditato la gestione di 11 acquedotti, 3 invasi artificiali, 175 impianti di pompaggio, 210 serbatoi idrici, circa 1.160 km di condotte e circa 40 km di gallerie. In diverse ATO si è già provveduto, altresì, alle assegnazioni. Nell’area di Caltanissetta si è imposta Caltaqua, guidata dalla spagnola Aqualia. A Palermo e provincia ha vinto il cartello Acque potabili siciliane, di cui è capofila Acque potabili spa, controllata dal gruppo Smat di Torino. Nell’area etnea la guida del Consorzio Ato Acque è stata assunta dalla catanese Acoset. Ad Enna ha vinto Acqua Enna spa, comprendente Enìa, GGR, Sicilia Ambiente e Smeco. A Siracusa vige la gestione mista della Sogeas, che vede presenti, con l’ente municipale, la Crea-Sigesa di Milano e la Saceccav di Desio. Ad Agrigento è risultata aggiudicataria la compagine Agrigento Acque che fa capo ancora ad Acoset. Negli altri ATO le gare rimangono sospese.
È la prima fase ovviamente, quella dei grandi appalti, che è preoccupante non solo per la virulenza con cui i poteri economici incalzano e mettono in discussione le istanze della democrazia, degradando un bene comune qual è l’acqua a merce, ma, di già, per i modi in cui evolvono le cose, in ossequio appunto a una data tradizione. In relazione più o meno diretta con grandi società estere e italiane interessate all’affare Sicilia, vanno muovendosi infatti ambienti economici discussi, a partire dai Pisante, le cui imprese risultano inquisite dalle procure di Milano, Monza, Savona e Catania per una varietà di reati: dal pagamento di tangenti all’associazione mafiosa.
Già coinvolta nell’isola in vicende legate agli inceneritori, tale famiglia si è mossa con intenti strategici. Si è inserita, tramite la controllata Galva spa, nel raggruppamento guidato da Aqualia, per la gestione idrica nel Nisseno. Partecipa con un buon 8,4 per cento alla società aggiudicataria nel Palermitano, Acque potabili siciliane spa. Tramite le società Acqua, Emit, e Siba detiene una discreta quota azionaria di Sicilacque che, come detto, ha rilevato dall’EAS il controllo delle grandi risorse idriche regionali. Ancora per mezzo della Galva partecipa altresì alla compagine vincente nell’Agrigentino, Girgenti Acque, di cui è capofila Acoset, che con Aqualia ha concorso in varie province. Ha invece perso nel Catanese, perché, l’AMGA spa, capofila della compagine entro cui correva, in competizione con Acoset, per l’aggiudicazione dell’ATO 2, è stata esclusa dalla gara.
Nelle mappe dell’acqua assumono altresì rilievo due noti imprenditori siciliani: l’ingegnere Pietro Di Vincenzo di Caltanissetta e l’ennese Franco Gulino, che vanno facendo non di rado gioco comune, pure di concerto con i Pisante. Il primo, cui sono stati confiscati beni per circa 300 milioni di euro, ha assunto la gestione dei dissalatori di Trapani, Gela, Porto Empedocle, Lipari e Ustica, indubbiamente strategica. È stato l’unico offerente nella gara per la gestione idrica di Trapani, poi sospesa. In competizione con le imprese di Caltaque, ha corso altresì per l’appalto ATO di Caltanissetta, dentro la compagine NissAmbiente, che comprendeva pure l’Altecoen di Franco Gulino. Quest’ultimo poi. Proprietario di un gruppo di quaranta società operanti in diverse regioni italiane, con interessi pure in Sud America, è stato rinviato a giudizio a Messina per concorso esterno in associazione mafiosa, per l’affare dei rifiuti di MessinAmbiente, che tramite l’Emit ha coinvolto pure i Pisante. Con l’Altecoen, che la stessa Corte dei Conti siciliana ha definito nell’aprile 2007 un’azienda “infiltrata dalla criminalità mafiosa”, si è introdotto nell’affare dei termovalorizzatori, per uscirne con ingenti guadagni. Ancora tramite l’Altecoen, è stato presente nella Sicil Power di Adrano, insieme con la DB Group, presente nei raggruppamenti guidati dalla catanese Acoset.
Tutto questo definisce evidentemente un ambiente, che fa da sfondo peraltro a fatti e atteggiamenti ancor più preoccupanti. Si tratta del lato più oscuro del processo di privatizzazione, di cui emergono un po’ le coordinate nelle dichiarazioni di un reo confesso, Francesco Campanella, ex presidente del consiglio municipale di Villabate, sulla costituzione del consorzio Metropoli Est, finalizzato al controllo delle acque in alcuni centri del Palermitano. Fatti sintomatici si rilevano comunque in quasi tutte le aree dell’isola: dall’Agrigentino, dove i sindaci di Bivona e Caltavuturo hanno denunciato le logiche dubbie invalse negli appalti di manutenzione, a Ragusa, dove sin dagli inizi della vicenda ATO è stato un crescendo di atti intimidatori. E si è ancora agli esordi.
In linea con le consuetudini, vanno delineandosi in sostanza due livelli: quello della gestione idrica in senso stretto, conteso da multinazionali e grandi società del settore, non prive appunto di oscurità, e quello dell’impiantistica, lasciato in palio alle consorterie territoriali, che recano ragioni aggiuntive, oggi, per porsi all’ombra di poteri estesi e ineffabili. Un quadro definito degli interessi potrà aversi comunque con l’entrata nel vivo degli ammodernamenti, nella danza di bisogni e pretese che sempre più verrà a stabilirsi fra appalti e subappalti. Solo allora l’obolo alla tradizione verrà richiesto con ampiezza: quando in profondo si tratterà di fare i conti con il privato che cova già nei territori, quando si tratterà altresì di saldare i conti con la parte pubblica, in sede municipale, provinciale, regionale.
In questa fase, in cui alcuni raggruppamenti recano caratteri di veri e propri cartelli, la logica prevalente rimane quella delle concertazioni a tutto campo, che traspare, fra l’altro, in certi movimenti mirati, prima e dopo le aggiudicazioni: tali da pregiudicare talora la linearità delle gare. Un caso esemplare, che ha avuto pure risvolti parlamentari, con una interpellanza del deputato Filippo Misuraca, è quello di Caltanissetta, dove la IBI di Pozzuoli, capofila della compagine esclusa dalla gara ATO, ha presentato ricorso contro Caltaqua, per ritirarlo appena avuta l’opportunità di inserirsi, con l’Acoset di Catania che l’affiancava, nel gruppo assegnatario, attraverso l’acquisizione di una quota cospicua dalla Galva del gruppo Pisante. Tutto questo, a dispetto delle leggi e delle direttive comunitarie, che vietano qualsiasi modificazione all’interno delle compagini vincenti.
Il processo di privatizzazione in Sicilia non sta recando comunque un decorso facile. Ha suscitato tensioni politiche, tali da rendere difficoltose le aggiudicazioni, mentre ha agitato la protesta delle popolazioni, allarmate dai rincari dell’acqua che ovunque ne sono derivati. Per tali ragioni a Trapani e Messina le gare rimangono sospese, con rischi di commissariamento dei rispettivi ATO, mentre a Ragusa si è arrivati addirittura a un ripensamento, per certi versi un dietro-front, che ha coinvolto gran parte dei sindaci dell’area. E proprio la vicenda di quest’ultima provincia segna nel processo una vistosa anomalia.
Sotto il profilo economico, il sudest, da Catania alla provincia iblea, reca tratti distinti. È la sede principale delle colture in serra, lungo i percorsi della fascia trasformata. È area d’insediamento di grandi centri commerciali, con poli importanti a Misterbianco, Siracusa, Modica e Ragusa. È territorio di una banca influente, la BAPR, che riesce a collocarsi oggi, per capitalizzazione, fra le prime venticinque banche in Italia. In virtù dell’integrazione cui può godere, sempre più va facendosi altresì un’area di forte interlocuzione economica, a tutti i livelli, con risvolti operativi non da poco. Se ne hanno riscontri nella politica concertata dei poli commerciali, quelli indicati appunto, e tanto più negli accordi strategici che vanno maturando nel mercato immobiliare, nella grande distribuzione alimentare, nel mercato ittico, nella costruzione di opere pubbliche, infine, dopo la svolta della legge Galli e le sollecitazioni dal governo regionale, nello sfruttamento privato delle acque. In quest’ultimo ambito infatti la catanese Acoset, ponendosi a capo di un raggruppamento coeso, ha deciso di guadagnare terreno oltre il territorio etneo, mentre la Sogeas di Siracusa, pur avendo introdotto soci privati, cerca di mantenere, al momento, un contegno più prudente.
Negli ultimi anni la società catanese è stata al centro di numerose contestazioni, da parte di enti e comitati di cittadini che ne hanno denunciato, oltre che i canoni esosi, le carenze di controllo. Il caso più clamoroso è emerso nel 2006 quando nell’acqua da essa erogata in diversi centri sono state rilevate concentrazioni di vanadio nocive alla salute. La Confesercenti di Catania è intervenuta con esposti ad autorità competenti e al Ministero della Salute. Il comune di Mascalucia ha aperto in quei frangenti un contenzioso, negando la potabilità dell’acqua. Per la mancata erogazione in alcuni centri, l’azienda è stata inoltre censurata dal Codacons e, in un caso almeno, è stata indagata dalla magistratura etnea. A dispetto comunque di simili “incidenti”, che definiscono il piglio dell’azienda mentre incrinano, in senso lato, le sicurezze sulle qualità del servizio privato, l’Acoset, potendo contare su alleati idonei, ha assunto i toni e le pretese di un potere forte.
Nata nel 1999 come azienda speciale, che ai fini della gestione idrica consorziava venti comuni pedemontani, l’impresa presieduta dal geometra Giuseppe Giuffrida si è trasformata nel 2003 in società per azioni, con capitale pubblico e privato. Nello slanciarsi lungo la Sicilia, ha stabilito rapporti con ambienti economici mossi. Nella compagine di Girgenti Acque, di cui è capofila, ha associato la Galva del gruppo Pisante e una società che fa capo alla famiglia Campione, discussa per vicende che ne hanno riguardato un componente. Nel medesimo tempo, con le movenze tenui che accomunano tante imprese dell’est siciliano, l’Acoset è riuscita ad aver voce negli ambiti decisionali che più contano nell’isola. Un test viene ancora dall’Agrigentino, dove, malgrado l’opposizione di ventuno sindaci, che avevano chiesto l’annullamento dell’aggiudicazione, la società catanese è riuscita a mettere le mani comunque sull’affare idrico, con la condivisione forte del presidente provinciale degli industriali, Giuseppe Catanzaro, del direttore generale in Sicilia dell’Agenzia regionale per i rifiuti e le acque, Felice Crosta, del presidente della regione Cuffaro.
Pure i numeri sono quindi divenuti quelli di un potere in evoluzione. Quale socio privato dell’ATO 2 di Catania, l’impresa eroga l’acqua a 20 comuni etnei, per circa 400 mila abitanti. Da capofila della società Girgenti Acque ha sbaragliato potenti società italiane ed estere, come Aqualia appunto, aggiudicandosi un affare che le farà affluire in trenta anni 600 milioni di euro, di cui circa 100 milioni dall’Unione Europea. Con una quota minima, ceduta dalla Galva dei Pisante, risulta presente nel gruppo Caltaqua, aggiudicatario della gestione idrica del Nisseno. Sin da quando si è profilato il business della privatizzazione, con un raggruppamento d’imprese che comprende pure la BAPR, ha deciso di puntare altresì a sud, gareggiando ancora con la multinazionale iberica, per assicurarsi la gestione dei servizi idrici di Ragusa, che recano una posta di oltre mezzo miliardo di euro, di cui circa 100 mila della UE. Se avesse centrato tale obiettivo oggi avrebbe in pugno un quinto circa dell’intero affare siciliano.
I giochi apparivano fatti. Delle tre società concorrenti, Saceccav, Aqualia e Acoset, la prima, che concorreva già per insediarsi all’ATO di Siracusa, è stata esclusa dalla gara per motivi che sono apparsi sospetti, tali da indurre uno dei commissari, il prof. Francesco Patania, a dimettersi e presentare un esposto alla procura di Ragusa. La seconda, che di lì a poco avrebbe avocato a sé la gestione idrica del Nisseno, per certi versi si è ritirata perché non ha risposto all’invito della commissione di dichiarare se persisteva il suo interesse alla gara. La compagine di Acoset, che al medesimo invito ha risposto affermativamente, aveva quindi ragione di sentirsi vincitrice. Le cose sono andate tuttavia in modo imprevisto. La maggioranza dei sindaci, che nel giugno 2006 si erano espressi a favore della gestione mista, pubblico-privata, nella seduta del 26 febbraio 2007 hanno deciso di avviare infatti la procedura di annullamento della gara perché difforme alle direttive dell’Unione Europea. E il 2 ottobre del medesimo anno la gara è stata annullata. Ma perché è avvenuto tale ripensamento e, soprattutto, quali giochi reggevano, e reggono tutt’ora, l’affare acqua del sud-est?
Lo schieramento di Acoset per l’ATO di Ragusa reca conferme di rilievo e qualche accesso. Rimane forte la presenza catanese, con Acque di Carcaci, Acque di Casalotto e la COESI Costruzioni Generali. Con opportuni scambi posizionali vengono altresì confermate, perché strategiche, due presenze: la IBI di Pozzuoli, con cui nel Nisseno la società catanese ha condotto l’operazione di trasbordo in Caltaqua, che ha suscitato allarme nella Sicilia tutta e prese di posizione parlamentari; la DB Group che, tramite la Sicil Power, costituisce un punto di contatto fra l’Acoset e il gruppo di imprese che fa capo alla famiglia Pisante. Inedita è invece, ma pure sintomatica, la partecipazione della BAPR, che meglio di ogni altra realtà compendia il potere finanziario del sudest. La banca iblea ha fatto una scelta anomala, per certi versi controcorrente, dal momento che nessun altro istituto di credito dell’isola ha deciso di porsi in campo. Ma l’ha fatta a ragion veduta.
Nel quadro degli scambi che vigono nell’est siciliano, la BAPR costituisce una presenza di peso, in grado di interloquire con tutte le economie, a partire comunque da quelle legate all’edilizia e all’innovazione agricola. Reca una dirigenza solida, attenta alla tradizione, non priva tuttavia di impeti modernistici, che tanto più si avvertono nell’attivismo di Santo Cutrone, consigliere di amministrazione, costruttore, componente della giunta CCIIA di Ragusa, vice presidente siciliano dell’ANCE. Forte dei ruoli rivestiti, Cutrone ha potuto stabilire relazioni da vicino con l’imprendtoria catanese, inclusa quella legata all’acqua. Con la CG Costruzioni, di cui è proprietario, ha fatto affari comuni con l’ingegnere Di Vincenzo, con la costituzione di una ATI, associazione temporanea d'impresa, che ha concorso in numerose gare, dal comune Misterbianco al porto di Pozzallo. Quale presidente provinciale dell’Associazione Nazionale Costruttori si è esposto in favore della privatizzazione dell’acqua a Ragusa, mentre, a chiusura del circolo, ha sostenuto nell’intimo della BAPR le ragioni, infine vincenti, della scesa in campo con Acoset.
In considerazione di tutto questo, i conti dell’acqua, nella declinazione del sudest, tornano con pienezza. La società guidata da Giuseppe Giuffrida, che ha accettato la sfida dei giganti europei, ha avuto buone ragioni per imbarcare la banca siciliana, ravvisando nel prestigio e nell’influenza della medesima una carta spendibile ai fini dell’aggiudicazione del mezzo miliardo di euro in palio. Dal canto suo la BAPR, sospinta dal protagonismo di Cutrone, si è risolta a rivendicare una propria ipoteca, la prima, sull’affare del secolo, sulla scia peraltro di taluni gruppi finanziari, per consolidare sotto la propria egida l’asse economico Ragusa-Siracusa-Catania. Come si evince dalle movenze, tutti i protagonisti della compagine, da Acoset a IBI, da DB Group all’istituto ibleo, hanno comunque ben chiaro che la conquista del centro-partita nella cuspide iblea può costituire un incipit per ulteriori affari, tanto più dopo lo scoccare del 2010, quando, con l’apertura dell’area di libero scambio, il territorio del sudest, in virtù dell’esposizione che reca sul Mediterraneo, diverrà strategico.
In definitiva, nella Sicilia più a sud si è giocato per vincere, a tutti i costi. Il coinvolgimento della BAPR ne è una prova. E Acoset, con le sue alleate, avrebbe vinto se, dopo la decisione assunta dai sindaci dell’ATO in favore della privatizzazione, nel giugno 2006, non fossero accaduti degli incidenti, privi di riscontro in Sicilia, per certi versi quindi imprevedibili. Un pugno di ragazzi, fondatori di un giornale in fotocopia, “Il clandestino”, hanno deciso di mettersi di traverso, suscitando una resistenza corale, che ha incrociato lungo il suo cammino Alex Zanotelli, l’Antimafia di Francesco Forgione, il Contratto Mondiale dell’acqua di Emilio Molinari, la CGIL di Carlo Podda. Dalle cronache, in Sicilia e nel paese tutto, la storia è stata registrata come una esperienza esemplare, cui si sono coinvolti dirigenti sindacali come Tommaso Fonte, Franco Notarnicola, Nicola Colombo e Aurelio Mezzasalma, esponenti politici come Marco Di Martino, esponenti dell’associazionismo come Barbara Grimaudo. La battaglia dell’acqua, nel sudest siciliano, rimane comunque aperta, con i poteri forti che insistono a lanciare i loro moniti, mentre vanno preparandosi all’ultimo decisivo assalto.
05 aprile 2009
'Guardia nazionale italiana', vecchi fascisti si riciclano
«La Guardia nazionale cerca veri italiani nazionalisti e patrioti, gente che sappia portare degnamente e con orgoglio l’uniforme, ... per servire la nostra terra ed il popolo italiano, con regolare mandato e in piena legalità». In piena legalità
Di Marco Bucciantini e Malcom Pagani
da unita.it
La Guardia Nazionale Italiana è pronta per le ronde, per rassicurare cittadini bramosi di sicurezza e praticare il decreto legge (il n.733 art. 46) approvato dal consiglio dei ministri in data 20 febbraio 2009. Pochi giorni dopo, l’11 marzo, partono le lettere indirizzate a Berlusconi, a Maroni, ai capi di polizia, carabinieri e Gdf e alla protezione civile. Un’operazione che cerca il timbro dello Stato,l’accredito per avere mani libere sul territorio. L’ente, si legge, «ha durata illimitata, è cristiano e apartitico», anche se il primo gruppo di sostegno aperto su Facebook annovera tra gli amici Forza Nuova, Italia Nera, gioventù italiana e il movimento de “La Destra”. Affinità elettive. Un tesserino nero, una sede torinese, un motto «Domine dirige nos» (Signore guidaci), l’ambizione di dotarsi di «mezzi stradali, navali ed aerei» (per adesso c’è un bimotore parcheggiato a Novara...) per la «salvaguardia, tutela e assistenza dei cittadini con compiti di protezione civile, ambientale, ittica, faunistica, venatoria» e la «promozione della storia, delle lingue e delle tradizioni italiane con particolare riferimento all’impero romano».
La divisa
È gente che trova acqua per nuotare nella materia delle ronde, ancora liquida, ancora da precisare (ci sarà la conversione in legge, e poi almeno 60 giorni per stendere i regolamenti). C’è chi s’industria tra folklore e nostalgia dei tempi andati, e la “Guardia nazionale italiana” marcia in un delirio di riferimenti nazifascisti, labari, scarponcini neri, stendardi ed effigi: «Pantaloni neri con banda gialla laterale, cappello rigido con visiera nero con aquila imperiale romana in alto e sottostante bottoncino tricolore, altresì ruota solare». La Schwarzesonne, il misterioso ordine esoterico legato al misticismo nazista. E ancora: «Camicia color kaki-senape con l’effige dell’aquila imperiale romana sul braccio sinistro, bandiera italiana sul braccio destro, ruota solare incandescente con fascia sul braccio sinistro...».
Tra le pieghe della legge si normalizzano inquietanti istituzioni parallele, con il rischio di trovarsi in giro queste squadre di fanatici e con ricaschi da commedia all’italiana: a Padova, un mese fa, per placare i disordini provocati da una ronda improvvisata dovettero intervenire i poliziotti. Sempre nella cittadina veneta la questura ha dovuto revocare il porto d’armi ad alcuni imprenditori che nottetempo uscivano di pattuglia e s’addestravano al poligono con armi da guerra: kalashnikov, fucili d’assalto e pistole. Su questa marmaglia si è gettata la destra, in tutte le sfumature. La Lega al nord, dove sono pionieri di questa pratica (le ronde padane nacquero nel 1995 a Voghera) e questa legge è infine per loro, per garantirsi la loro fedeltà. Scendendo la penisola, si scuotono gli appetiti della destra di Storace (che su Roma si è già mossa), degli estremisti di Forza Nuova e della Fiamma e di qualche altra sigla nostalgica. A Siracusa il plotoncino della Guarda Nazionale è già vestito e fotografato: il nuovo Msi ha reclutato alcuni ex carabinieri in pensione, pronti per la pattuglia e li ha messi in posa. Mordono il freno, in attesa che la legge li liberi per le strade. «Sono volontari che segnalano quello che non va», è la benedizione del sindaco Roberto Visentin. Vediamoli, questi volontari.
Nessuno ferma il colonnello
La Guardia Nazionale si è dotata di un presidente, Maurizio Correnti, ex alpino ritiratosi a vita privata e di un comandante generale, Augusto Calzetta, colonnello dell’arma dei carabinieri in congedo. Una vita nella Benemerita, indagini a tutto campo in zona anarchica, tra Massa, Carrara e Genova, il sequestro dell’Achille Lauro, le inchieste sugli attentati “anarchici” ai tralicci in Toscana e lo strano arresto di Ovidio Bompressi nel 2002. Poi il congedo e l’inciampo in due losche vicende. Prima il coinvolgimento nella Dssa dell’irriducibile missino Saya, polizia parallela impegnata in indagini clandestine sul terrorismo islamico. L’altra macchia dell’attivo pensionato è una storia di morte e profanazione. La procura di Massa lavora su reati consumati tra il 2005 e il 2007 da parte di un’azienda (Euroservizi) «creata per massimizzare i profitti e ridurre i costi delle cremazioni. Bruciando in modo irregolare le salme, smaltendo i resti dei cadaveri alla bell’è meglio, falsificando le documentazioni». Ritrovamenti raccapriccianti, resti umani affastellati in magazzini umidi con carcasse di animali. Calzetta viene arrestato il 13 agosto 2008 insieme ad altre 12 persone. Per lui l’imputazione è «favoreggiamento e concorso esterno nell’associazione a delinquere per aver cercato di depistare e ostacolare le indagini». Ottiene i domiciliari. In attesa del probabile rinvio a giudizio, si è trovato qualcosa da fare.
Di Marco Bucciantini e Malcom Pagani
da unita.it
La Guardia Nazionale Italiana è pronta per le ronde, per rassicurare cittadini bramosi di sicurezza e praticare il decreto legge (il n.733 art. 46) approvato dal consiglio dei ministri in data 20 febbraio 2009. Pochi giorni dopo, l’11 marzo, partono le lettere indirizzate a Berlusconi, a Maroni, ai capi di polizia, carabinieri e Gdf e alla protezione civile. Un’operazione che cerca il timbro dello Stato,l’accredito per avere mani libere sul territorio. L’ente, si legge, «ha durata illimitata, è cristiano e apartitico», anche se il primo gruppo di sostegno aperto su Facebook annovera tra gli amici Forza Nuova, Italia Nera, gioventù italiana e il movimento de “La Destra”. Affinità elettive. Un tesserino nero, una sede torinese, un motto «Domine dirige nos» (Signore guidaci), l’ambizione di dotarsi di «mezzi stradali, navali ed aerei» (per adesso c’è un bimotore parcheggiato a Novara...) per la «salvaguardia, tutela e assistenza dei cittadini con compiti di protezione civile, ambientale, ittica, faunistica, venatoria» e la «promozione della storia, delle lingue e delle tradizioni italiane con particolare riferimento all’impero romano».
La divisa
È gente che trova acqua per nuotare nella materia delle ronde, ancora liquida, ancora da precisare (ci sarà la conversione in legge, e poi almeno 60 giorni per stendere i regolamenti). C’è chi s’industria tra folklore e nostalgia dei tempi andati, e la “Guardia nazionale italiana” marcia in un delirio di riferimenti nazifascisti, labari, scarponcini neri, stendardi ed effigi: «Pantaloni neri con banda gialla laterale, cappello rigido con visiera nero con aquila imperiale romana in alto e sottostante bottoncino tricolore, altresì ruota solare». La Schwarzesonne, il misterioso ordine esoterico legato al misticismo nazista. E ancora: «Camicia color kaki-senape con l’effige dell’aquila imperiale romana sul braccio sinistro, bandiera italiana sul braccio destro, ruota solare incandescente con fascia sul braccio sinistro...».
Tra le pieghe della legge si normalizzano inquietanti istituzioni parallele, con il rischio di trovarsi in giro queste squadre di fanatici e con ricaschi da commedia all’italiana: a Padova, un mese fa, per placare i disordini provocati da una ronda improvvisata dovettero intervenire i poliziotti. Sempre nella cittadina veneta la questura ha dovuto revocare il porto d’armi ad alcuni imprenditori che nottetempo uscivano di pattuglia e s’addestravano al poligono con armi da guerra: kalashnikov, fucili d’assalto e pistole. Su questa marmaglia si è gettata la destra, in tutte le sfumature. La Lega al nord, dove sono pionieri di questa pratica (le ronde padane nacquero nel 1995 a Voghera) e questa legge è infine per loro, per garantirsi la loro fedeltà. Scendendo la penisola, si scuotono gli appetiti della destra di Storace (che su Roma si è già mossa), degli estremisti di Forza Nuova e della Fiamma e di qualche altra sigla nostalgica. A Siracusa il plotoncino della Guarda Nazionale è già vestito e fotografato: il nuovo Msi ha reclutato alcuni ex carabinieri in pensione, pronti per la pattuglia e li ha messi in posa. Mordono il freno, in attesa che la legge li liberi per le strade. «Sono volontari che segnalano quello che non va», è la benedizione del sindaco Roberto Visentin. Vediamoli, questi volontari.
Nessuno ferma il colonnello
La Guardia Nazionale si è dotata di un presidente, Maurizio Correnti, ex alpino ritiratosi a vita privata e di un comandante generale, Augusto Calzetta, colonnello dell’arma dei carabinieri in congedo. Una vita nella Benemerita, indagini a tutto campo in zona anarchica, tra Massa, Carrara e Genova, il sequestro dell’Achille Lauro, le inchieste sugli attentati “anarchici” ai tralicci in Toscana e lo strano arresto di Ovidio Bompressi nel 2002. Poi il congedo e l’inciampo in due losche vicende. Prima il coinvolgimento nella Dssa dell’irriducibile missino Saya, polizia parallela impegnata in indagini clandestine sul terrorismo islamico. L’altra macchia dell’attivo pensionato è una storia di morte e profanazione. La procura di Massa lavora su reati consumati tra il 2005 e il 2007 da parte di un’azienda (Euroservizi) «creata per massimizzare i profitti e ridurre i costi delle cremazioni. Bruciando in modo irregolare le salme, smaltendo i resti dei cadaveri alla bell’è meglio, falsificando le documentazioni». Ritrovamenti raccapriccianti, resti umani affastellati in magazzini umidi con carcasse di animali. Calzetta viene arrestato il 13 agosto 2008 insieme ad altre 12 persone. Per lui l’imputazione è «favoreggiamento e concorso esterno nell’associazione a delinquere per aver cercato di depistare e ostacolare le indagini». Ottiene i domiciliari. In attesa del probabile rinvio a giudizio, si è trovato qualcosa da fare.
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01 aprile 2009
Radio Mafiopoli puntata n. 25: Il negazionismo certificato e l'antimafia pregiudicata
Buongiorno a tutti. Da oggi Radio Mafiopoli viene trasmessa in video direttamente dal nostro studio, che non è ovale ma fecondo, a tratti spassosamente ovulatorio. Del resto a quanto pare basta spesso una cartellonistica di spalle, anche nella forma di una Disneyland in tetrapak, per arrogarsi il diritto di fare informazione e questo a Mafiopoli non è consentito
da radiomafiopoli.org
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