17 aprile 2009

Report vìola il “sonno” dei Gattopardi

“Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare…”

di Pino Finocchiaro
da pinofinocchiaro.blogspot.com

Sigfrido Ranucci se ne faccia una ragione, la sua puntata di Report dedicata al sonno della classe dirigente e a delle Istituzioni sulla bancarotta di Catania oppressa da oltre un miliardo di euro di debito pubblico e condannata all’inoperosità dalla politica di interdizione della borghesia mafiosa, ha vìolato il sonno della ragione e i Catanesi “dabbene” lo odieranno per sempre.

Il collega Marco Benanti, l’altro giorno, ha scritto sulla mia bacheca pubblica del noto social network chiedendomi conto del mio silenzio sui Vicerè e sulle sue denunce. Dopo aver visto la seconda puntata dei Vicerè ho pensato che fosse tempo di dire qualcosa da catanese, da giornalista, da socio fondatore di Articolo 21.

Il principe di Salina, continua parlando con l’emissario del governo piemontese “… ed essi (i Siciliani) odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portare loro i più bei regali; e, sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagaglio”.

Ecco, il fatto è che Sigfrido ha svegliato dal “siddio” i Gattopardi catanesi ma ha messo a nudo iene e sciacalli, a dirla con Tomasi di Lampedusa, e i Lavapiatti (famigli e commensali) di casa Uzeda, a dirla con De Roberto.

Lasciamo da parte iene e sciacalli che potremmo assimilare all’ala militare-operativa di Cosa Nostra e parliamo un po’ degli aristocratici e colti lavapiatti dell’unico vicerè sopravvissuto all’apocalisse dei Cavalieri: Mario Ciancio de’ Sanfilippo.

Quel che penso del padre-padrone, editore, mero proprietario di terreni edificabili, agricoltore e collezionista d’arte, Mario Ciancio Sanfilippo, l’ho scritto per anni nei miei articoli, in buona parte rintracciabili nell’archivio web di Articolo 21, del settimanale siciliano “Centonove” e in due servizi da oltre venti minuti prodotti dalla mia testata, Rai News 24, dai titoli emblematici: “Liberare Catania” e “L’ultima violenza”.

Non ho nulla da aggiungere e l’amico Sigfrido Ranucci - col quale condivido la passione per il mestiere di giornalista-giornalista deprecando come una malattia cronica quella del giornalista-impiegato – ha confermato carte alla mano gran parte delle cose che insieme a Marco Benanti, Riccardo Orioles e i suoi “carusi” scriviamo da tempo immemore in una città che sfugge la memoria come fosse la peste.

Una città che fa liste di proscrizione persino per i giornalisti sportivi. Una città che cancella con metodi sovietici il dissenso e i dissenzienti.

Una città che ammette anche col recente e assordante silenzio dei vertici siculo-nazionali del Pd sulle vicende narrate da Sigfrido di avere maggiori frequentazioni col Vicerè che non con i cittadini della vulcanica Catania.

Mi infastidisce senza stupirmi la richiesta di risarcimento civile minacciata dal Vicerè Mario Ciancio de’ Sanfilippo.

Mi infastidisce senza stupirmi la sfilza di lettere di solidarietà al Vicerè che i famigli di circostanza non hanno fatto mancare.

Fa il paio con la lettera dal 41 bis del figlio di Santapaola pubblicata in grande evidenza sulla pagina di Cronaca del quotidiano di Ciancio, La Sicilia, che non ebbe alcuna esitazione a pubblicare in precedenza altre due lettere del boss dei boss in persona, Nitto Santapaola, autentici messaggi alla borghesia mafiosa catanese.

E non meravigliano visto che fu lo steso Mario Ciancio a ricevere Giuseppe Ercolano - padre di Aldo, il killer del direttore dei Siciliani, Pippo Fava – e a mettere a confronto il cronista che lo aveva citato in un suo articolo. E nessuno dica che l’Ordine dei Giornalisti non intervenne per la vicenda del “padrino in redazione”. Chiese conto sì, ma non a Mario Ciancio de’ Sanfilippo, bensì alla collega Ada Mollica perché aveva dato conto del fatto in un suo servizio su Telecolor.

Sigfrido Ranucci ha tutta la mia solidarietà ma nulla posso fare contro i ruggiti rabbiosi dei felini che ha colpevolmente destato dal sonno. Persino quelli dalla criniera rossa come il barone Pietro Barcellona che si affretta a prendere le difese del Ciancio de’ Sanfilippo, con una nota che i redattori del Vicerè gongolano nel titolare “ Il fondamentalismo d'inchiesta”.

Il compagno Barone di Unict ci spiega con sussiego che “Spesso alcune trasmissioni sono bombe mediatiche, che fanno terra bruciata e finiscono per servire, spero senza saperlo, i "padroni" che vorrebbero combattere.[…]” e che “Un’informazione deformata dall’insinuazione e dal sospetto generalizzato non aiuta a capire come stanno le cose”.

Peccato che nel corso della sua ascesa professorale non ci abbia mai aiutato a capire com’è cresciuta la borghesia mafiosa catanese né il ruolo assunto nella classe dirigente catanese dei lavapiatti, familiari e famigli del Vicerè.

Il compagno Barone, Pietro Barcellona, ci illumina ancora: “Non scrivo certo queste cose per difendere Catania, la Sicilia (il quotidiano o l’isola? O entrambi? N.d.r.), il Sud e le sue classi dirigenti, ma per evitare, come ho già scritto tante volte su questo stesso giornale, che, con il fondamentalismo delle condanne totali, aumentino la perdita d’iniziativa collettiva e l’impotenza dei singoli; per evitare che i cittadini catanesi si sentano già esuli nella propria terra”.

Ora, se c’è qualcuno che ha titolo per sentirsi esule nella propria terra potremmo citare Pino Maniaci, Riccardo Orioles, Ada Mollica, Marco Benanti, Pippo Scatà ovvero gli esclusi, isolati e “mazziati” dall’ingegneria sociale della borghesia mafiosa siciliana, quella dei cannoli e del ponte, e non certo i baroni rossi, bianchi, verdi o neri che si sono affrettati a solidarizzare con Mario Ciancio de’ Sanfilippo, Vicerè di Sicilia e dintorni.

Non mi stupisce notare che il Barone Rosso, com’egli stesso scrive, abbia avuto già tante volte l’opportunità di scrivere sul foglio del Vicerè ma continua ad indignarmi che quello stesso foglio abbia respinto al mittente i necrologi delle famiglie Montana e Fava perché osavano definire mafiosi gli omicidi dei loro cari.

Caro Marco, caro Riccardo, caro Pino, caro Sigfrido vi esprimo la mia solidarietà e quella di Articolo 21, sapete che non vi lasceremo soli nelle vostre battaglie.

Ma, dobbiamo ammetterlo, condividiamo l’atavica colpa di punzecchiare Gattopardi e Vicerè dal loro nobile “siddio”. Dobbiamo farcene una ragione. Qualche stracco ruggito non può farci paura, né fermarci.

"Il boss si traveste da frate" Blitz a vuoto nel monastero

Blitz dei carabinieri nel monastero greco ortodosso di Piana degli Albanesi, in cerca del boss Domenico Raccuglia. Un centinaio di militari, col supporto di un elicottero, hanno perlustrato anche la cripta, senza successo. Secondo alcuni testimoni, in passato il latitante si è travestito da frate

di Grabriele Isman
da Repubblica.Palermo.it del 11/4/2009
Scheda: Domenico_Raccuglia

Un boss che si in passato si era travestito da frate per allungare la propria latitanza. Un monastero importante ma con molti spazi utili per nascondere un uomo in fuga.

I carabinieri che partono in una maxi perlustrazione e che, soltanto per un soffio, mancano l´obiettivo. Sembra la trama di un romanzo giallo, ma invece è esattamente quanto accaduto giovedì, due giorni fa, a Piana degli Albanesi. Intorno alle tre del pomeriggio un centinaio di carabinieri ha perlustrato da cima a fondo il monastero cercando tracce del superlatitante Domenico "Mimmo" Raccuglia, il boss quarantacinquenne nato ad Altofonte e che, secondo diversi investigatori, sarebbe l´uomo forte della mafia in provincia.

Una perlustrazione davvero accurata, in base a quanto si mormora nel paese a 24 chilometri da Palermo. I carabinieri, alcuni arrivati in macchine di servizio e altri in vetture senza contrassegni, coadiuvati da un elicottero che a lungo ha volteggiato sui cieli di Piana, sono entrati nel monastero, dove però hanno trovato soltanto il custode e alcuni operai che stavano eseguendo lavori nella struttura risalente al 1590. Pochissimi i sacerdoti, e, soprattutto, nessuna traccia di Raccuglia. Dopo aver visitato l´interno del monastero i carabinieri hanno anche ispezionato i cunicoli sotterranei che dal luogo caro alla fede circondano Piana, ma non è servito a nulla.
Il giorno dopo gli investigatori si rifiutano di rispondere a qualsiasi domanda sulla perlustrazione.

«C´era un uomo mai visto fino a qualche giorno fa, ma poi, come era arrivato, così è sparito. Pare che fosse davvero Raccuglia», dice un anziano del paese che naturalmente preferisce non essere citato. Il boss sarebbe arrivato da solo, si sarebbe nascosto per qualche tempo dentro al monastero, eclissandosi qualche giorno fa, sempre da solo, così come era arrivato. In passato si sarebbe anche travestito da frate per evitare di essere arrestato e allungare la sua latitanza che dura da 13 anni.

"U veterinario" - come tanti dentro Cosa nostra chiamano Raccuglia - è latitante dal 1996. Condannato a tre ergastoli per associazione di stampo mafioso, rapina, estorsione e omicidio, non è soltanto l´erede di Giovanni Brusca alla guida del mandamento di Altofonte. Due anni fa sembrava molto vicino ad assumere l´eredità di potere di Binnu Provenzano: il progetto, secondo quanto risulta dalle indagini, sarebbe fallito soltanto per la mancanza di potere economico e di killer abili. Lui stesso ha ucciso: il suo primo ergastolo arrivò dopo che, nel 1994, per ordine di Brusca, uccise Girolamo La Barbera, padre di quel Gioacchino che si era pentito. Il secondo ergastolo è per gli omicidi degli anni Novanta, il terzo per aver partecipato al sequestro e all´uccisione di Giuseppe Di Matteo, sciolto nell´acido ad appena 11 anni per vendetta nei confronti del padre, Santo, un altro pentito eccellente.

Anche Giusy Vitale, la sorella di Vito che ha scelto di collaborare con la giustizia, ha parlato di Raccuglia, raccontando ai magistrati il suo tentativo - assieme ad altre figure di primo piano di Cosa Nostra come lo stesso Brusca e Matteo Messina Denaro - di mettere da parte Provenzano. Progetto poi fallito.

Eppure resta l´immagine del super boss vestito da frate. Un rapporto complesso quello tra mafia e religione. Quando Provenzano fu sorpreso a Montagna dei Cavalli, aveva cinque Bibbie con sé: quella piena di annotazioni è ancora allo studio degli esperti per capire se possa nascondere un codice segreto. Difficile dimenticare i continui incipit dei suoi pizzini - «Carissimo, con gioia ho ricevuto tue notizie, mi compiaccio tanto nel sapervi a tutti in ottima salute. Lo stesso, grazie a Dio, posso dire di me» - o la vera e propria conversione religiosa che colpì Pietro Aglieri. Con Raccuglia è arrivato anche il travestimento da frate.

15 aprile 2009

Fiorani contro Cavalli e non solo...

Giulio Cavalli, attore e regista, attualmente direttore artistico del teatro Nebiolo di Lodi. Ha una ricca e lunga carriera nell’ambito artistico, durante la quale ha lavorato con diversi nomi conosciuti del mondo dello spettacolo tra cui Paolo Rossi

di Cesare Piccitto
Approfondimenti: http://www.giuliocavalli.net/sito/

L’attore è balzato a gli onori della cronaca per aver subito minacce mafiose collegate evidentemente alla sua produzione teatrale che tutt’ora allestisce presso Lodi e in turneè per l’Italia. Tra le ultime rappresentazioni, ricordiamo “do ut des, su riti e conviti mafiosi” coprodotto con alcune associazioni antimafia; mentre sul web da tempo scrive e dirige “Radio Mafiopoli” una riedizione di quella che fu Radio Aut di Peppino Impastato.

L’intervista a Giulio Cavalli verte per la prima parte sulla notizia odierna: “La decisione dell’attore e regista Giulio Cavalli di organizzare a Lodi la rappresentazione dello spettacolo teatrale – “Previsioni meteo: diluvio universale – the rise and fall of Gianpy” - di Eugenio de’ Giorgi, scatena le ire di Gianpiero Fiorani, che tramite i suoi legali diffida Giulio Cavalli dal dare corso alla rappresentazione”. Lo spettacolo teatrale è tratto dal libro Capitalismo di rapina di Paolo Biondani, Mario Gerevini e Vittorio Malaguti, (ed. Chiarelettere 2007) e ripercorre le tappe della scalata Antonveneta, la storia quotidiana fatta di corruzioni, manovre losche e intercettazioni imbarazzanti dei furbetti del quartierino.

Nella seconda parte dell’intervista l'esamina della percezione del fenomeno mafioso al nord, e le ultime iniziative culturali in cantiere sempre nel milanese.

Per ascoltare il podcast:
http://invisibile.podomatic.com/player/web/2009-04-15T12_54_44-07_00

14 aprile 2009

Revocata la cittadinanza a Mussolini

La decisione è stata presa ieri, a maggioranza, dal consiglio comunale: Benito Mussolini, a cui era stata conferita la cittadinanza onoraria nel 1923, non è più un cittadino fiorentino. Nella votazione compatti il centrosinistra e l'opposizione di sinistra, contrario il centrodestra

di Ivo Gagliardi
da ilreporter.it

Firenze - Benito Mussolini da ieri non è più un cittadino di Firenze. E' quanto ha deciso il consiglio comunale. La cittadinanza onoraria conferita dal consiglio comunale nel 1923 è stata revocata ieri a maggioranza.

Compatti, nella votazione, il centrosinistra e l'opposizione di sinistra, contrario il centrodestra. La cittadinanza onoraria di Mussolini era riemersa durante il dibattito, nelle scorse settimane, su quella proposta e poi concessa a maggioranza a Beppino Englaro, padre di Eluana.