26 giugno 2009

Pino Maniaci: Assolto perche' il fatto non sussiste!

Partinico. Il video della sentenza di assoluzione per Pino Maniaci. Sentenza al processo contro Pino Maniaci IL FATTO NON SUSSISTE!

da antimafiaduemila

video: sentenza pino maniaci

Pino Maniaci: “Adesso mi aspetto altri attacchi da parte dei miei detrattori”

26 Giugno 2009

Partinico. «Adesso mi aspetto altri attacchi da parte dei miei detrattori». Lo dice il conduttore dell’emittente televisiva privata di Partinico Telejato, Pino Maniaci, subito dopo la pronuncia della sentenza che lo ha assolto dall’accusa di esercizio abusivo della professione giornalistica, emessa dal giudice monocratico, Giacomo Barbarino della sezione distaccata di Partinico del Tribunale di Palermo. «Oggi abbiamo assistito – aggiunge Maniaci – a una sentenza del tutto simile a quella pronunciata dalla Giustizia qualche anno fa. Allora come oggi sono stato assolto dall’accusa di esercizio abusivo della professione giornalistica da un giudice che ha citato l’articolo 21 della Costituzione. Ringrazio per il sostegno offertomi il segretario dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Enzo Iacopino, il consigliere Giacomo Clemenzi e il mio avvocato Bartolomeo Parrino per l’ottimo lavoro svolto». Nel maggio scorso Maniaci è stato iscritto all’ordine dei giornalisti nell’ elenco pubblicisti.

Il fatto: processo-pino-maniaci

19 giugno 2009

Radio Mafiopoli puntata n. 31: 500 euro e stai messo a posto (mettiamo l'attak al pizzo)

IL TESTO E’ DIVENTATO “PIZZINO DELLA LEGALITA’” PUBBLICATO DA COPPOLA EDITORE
Cinquecento euro e stai messo a posto. La frase rimbalza e lui continua a stare fallito. L’altro, invece, è “a posto”. Cinquecento euro e stai messo a posto.
Non si riesce nemmeno a scriverla una scena teatrale per come rimbomba la frase.

da radiomafiopoli.org


15 giugno 2009

CASO ARCIERE, CSM: PM MASIA AMMONITA. VINCE LA “RAGION DI LOBBY”

Il CSM ha ammonito Donatella Masia, un magistrato tutto d’un pezzo, per nulla incline a frequentare i salotti della Torino da bene e uno dei sostituti procuratori della Repubblica di Torino con più anni di servizio. Allontanata il 17 marzo del 2008 dalla Procura del capoluogo piemontese, per aver interloquito telefonicamente con Arciere (nome in codice del maresciallo dei Carabinieri che mise le manette a Totò Riina, poi arrestato nell’ambito dell’inchiesta Stupinigi) criticando l’operato dei suoi colleghi torinesi MADDALENA, SALUZZO, ARNALDI DI BALME e PADALINO


da anna germoni
da www.imgpress.it

La notizia, ovviamente è apparsa sotto tono nei media, troppo impegnati a inseguire l’ex ragazzo, la zia, il nonno e il bisnonno di Noemi, per dare risalto all’ennesimo atto di autoconservazione della casta: la lobby del Csm e di alcuni togati. Una volta si parlava di “Ragion di Stato”, oggi solo di “ragion di lobby”. E ancor di più se c’è di mezzo Magistratura Indipendente, che il primo giugno scorso ha sbaragliato tutti i concorrenti delle altre liste, nella Procura di Torino.

Un risultato che accentua la tendenza di Magistratura Indipendente ad insinuarsi, con il consenso degli elettori, nei gangli di potere, iniziata con le elezioni al Csm del 2006 (3 eletti) e confermata con le elezioni del Comitato Direttivo Centrale dell'Anm del 2007. E dopo il boom di consenso, ci saranno gli attesi flussi e riflussi nel Palazzo. In questo contesto, di correnti e alte maree, pochi giorni fa, dinanzi al Csm, il pm Masia è stato incolpato, forse per ragion di lobby, di aver diffamato i suoi colleghi. E che diavolo avrà detto Donatella Masia? Che erano lobbisti? Eunuchi? Protozoi? Nulla di tutto questo.

Nella telefonata intercettata, il magistrato Masia disapprova l’azione del pm Andrea Padalino, "se avesse avuto la testa sul collo", non avrebbe chiesto la misura cautelare contro Arciere, aggiungendo che questo era "un sistema di inquisizione spagnola" e che lei si vergognava di tale atto avvallato dai suoi colleghi. Tutto qui. Un dissenso. Ma evidentemente a Torino, forse è vietato dissentire, parlare e anche respirare se non si fa parte del Comitato Maggiordomi del Potere. Inoltre le frasi di Masia, erano state pronunciate in una telefonata tra Arciere e il suo legale difensore, che in quel momento era in compagnia del pm torinese.

Nonostante questo tipo di intercettazione è vietata, perché il difensore ha il diritto di segretezza con il suo assistito, i togati della Procura di Torino fregandosene altamente della legge (?!), si sono tuffati nel “vouyerismo” da intercettazione. Estasi da Gsm Interceptor..Poi, doppia trance per la richiesta di allontanamento dalla Procura e il giudizio davanti al CSM. Tutto questo nonostante Donatella Masia avesse illustrato con una memoria di 20 pagine che la sua indignazione era dovuta al fatto che il maresciallo Arciere, dopo aver condotto l'operazione di recupero della refurtiva di Stupinigi seguendo le costanti direttive dei magistrati e venendo poi encomiato dagli stessi magistrati con tanto di lettera, era stato accusato e arrestato per una ritorsione di alcuni ufficiali di polizia giudiziaria in servizio alla Procura di Torino.

Così davanti al Csm, il 29 maggio scorso, il legale difensore di Donatella Masia, ha depositato una memoria scritta di oltre 150 pagine. Dopo nemmeno mezzora di consiglio, Nicola Mancino, legge il dispositivo di ammonimento, sebbene il P.G. (secondo fonti discrezionali vicino a Magistratura Indipendente!) aveva chiesto la censura e il trasferimento d’ufficio! Comunque si può affermare senza esser smentiti che al Consiglio Superiore della Magistratura si lavora sodo: in 1 minuto, leggono cinque pagine!!! Forse per “ragion di lobby”! Piergiorgio Gosso, ex presidente dei gip del tribunale di Torino, avvocato difensore di Masia, al termine dell’udienza, ha detto: “INGIUSTIZIA è fatta! Sentenza sconvolgente. Evidentemente è stata già stata scritta in partenza. COSI' VANNO LE COSE DELLA VITA! Attendo con interesse il deposito della sentenza del CSM, anche in vista di un eventuale ricorso alla Cassazione.

L’accusa di estorsione contro il Maresciallo Ravera? Un’autentica BOLLA DI SAPONE, per non dire BUFALA. Quanto alla seconda accusa rivolta ad Arciere per falso ideologico aggravato in atto pubblico, per aver scritto in una sua annotazione che la refurtiva stava per essere smerciata nei paesi arabi, mentre il sinto che ha confessato il furto sembra abbia parlato di spedizione "oltre il Mediterraneo"..... !), ebbene come diciamo in Piemonte, FA RIDERE I POLLI…”. Dopo la sentenza del Csm, che conferma per l’ennesima volta che Magistropoli è viva e vegeta, ci chiediamo, così per gioco retorico: come mai il processo penale contro Arciere giace ancora sulle scrivanie della Procura di Torino, nonostante siano scaduti i termini di durata delle indagini? Si attendeva l’esito disciplinare contro Donatella Masia? Nelle stanze della procura prevarrà la “Ragion di Stato” o la “ragion di lobby”?! Noi di IMG Press vigileremo perché il nostro scopo è scrivere quello che vediamo.

Il santino di Riina nel Comune di Messina

In fondo lo sanno un po' tutti che nelle stanze del Comune di Messina abbondano sui muri santi, santini, ‘PadriPio’ e ‘madonne’, finanche i Totò Schillaci, eroe d”Italia ‘90′, ma Antonio G., origini messinesi e borsista a Buenos Aires, non avrebbe mai immaginato d’incontrarci la foto del boss, mandante delle stragi di Capaci e Via D’Amelio

di Antonio Mazzeo
da pinofinocchiaro

Sono rientrato a Messina per le elezioni europee’, racconta Antonio. ‘Avendo smarrito il certificato, la mattina di sabato 6 giugno, mi sono recato all’ufficio elettorale. E li, dietro il terminalista, ho visto Totò Riina incorniciato e sotto vetro. E persino la fotocopia del suo documento d’identità. Sono rimasto sconcertato. Il primo input è stato quello di andare dai vigli urbani. Poi ho pensato che fosse meglio chiamare qualche amico’.

In realtà molte delle chiamate telefoniche vanno a vuoto. Chi risponde stenta a prenderlo sul serio. Qualcuno gli chiede perfino se non si fosse strafatto di coca. Alla fine incontra per strada Clelia Fiore, ex assessora comunale alla legalità e dirigente dell’ASAM, l’associazione Antiracket messinese. ‘A Messina impera la borghesia mafiosa e interi quartieri sono sotto il dominio della criminalità organizzata’, dichiara Clelia Fiore, ‘ma mi sembrava incredibile che l’ufficio pubblico dove si recano in questi giorni di elezioni centinaia di cittadini, potesse essere trasformato in un piccolo santuario dedicato ad uno dei più efferati criminali. Antonio G. mi ha chiesto di riaccompagnarlo al Comune e li ho potuto verificare che non si trattava di una burla’.

Domenica, in tarda mattinata, abbiamo voluto fare una verifica con il fotoreporter Enrico Di Giacomo. L’ufficio al piano terra di Palazzo Zanca è trafficatissimo. In molti richiedono duplicati di certificati o l’aggiornamento dei dati anagrafici. Facciamo una decina di minuti di fila prima di poter entrare. Si, la foto c’è, è proprio Riina. Ha le dita minacciosamente dirette a chi lo fotografa. Sembra uno dei momenti utilizzati ai processi per lanciare invettive e messaggi trasversali. Accanto c’è un carabiniere che sembra quasi temerlo. E sopra c’è il documento d’identità, ‘Salvatore Riina, nato a Corleone, Palermo…’. Chiediamo spiegazioni al terminalista, Salvatore Romeo. ‘L’ho messa io questa foto perchè ce l’ho contro tutti i magistrati messinesi’, risponde. ‘Ma mica lo hanno arrestato a Messina’, commentiamo. ‘Lo so - incalza - ma se si fosse nascosto a Messina, avrebbero fatto di tutto per prenderlo’. L’odio per le toghe si mescola con la simpatia per il mafioso ‘vittima’.

Una provocazione insostenibile, al limite della follia. Poi il terminalista si alza in piedi e chiede uno scatto accanto alla foto. Siamo allibiti. Intanto la gente attende il proprio turno per il certificato. Usciamo e bussiamo alla porta accanto, quella che ospita il responsabile dell’ufficio elettorale di Messina, dott. Domenico Giunta. ‘Non è possibile!’, urla e immediatamente raggiunge la stanza del collega. Immediata la rimozione del quadretto incorniciato. Ci ringrazia della segnalazione, saluta e sparisce. Al muro resta affissa solo un’istantanea che ritrae il terminalista in doppio petto accanto all’ex sindaco di Messina, Francantonio Genovese, odierno parlamentare e segretario regionale del Partito Democratico.

Si avvicina a noi qualche altro impiegato comunale. ‘Quella foto è li da parecchi mesi, forse persino un anno’, ci dice uno di loro. Uno stretto congiunto del terminalista pare abbia avuto qualche problema con la giustizia. Così lui, per vendetta, ha affisso la foto con la plateale sceneggiata di don Totò da Corleone. ‘Sono miope e non ho certo una buona memoria visiva, ma la foto non può essere sfuggita a tutti coloro che si sono recati in tutto questo tempo in quell’ufficio’, commenta Antonio G. ‘Potenzialmente potrebbero essere passati da li migliaia di messinesi aventi diritto al voto. Può essere che nessuno si sia sentito in dovere di denunciare l’inaccettabile provocazione del terminalista?’.

Sì, proprio impossibile credere che bisognasse attendere il ritorno di Antonio dall’Argentina per scoprire che all’interno del Comune si tifi ‘Forza Mafia’. ‘La verità è che tutte le volte che ritorno, trovo la città sempre più narcotizzata, insensibile a qualsiasi spinta di risorgimento civile’, è l’amaro sfogo di Antonio G.. Difficile dargli torto. Qualche mese fa, il sindaco di centrodestra Peppino Buzzanca, ha dato mandato ai legali dell’amministrazione di presentare querela contro il Governatore della Regione Puglia, Nichi Vendola, e il giornalista di Repubblica, Antonello Caporale, rei di aver denunciato le commistioni mafia-politica-affari che avvelenano Messina. Offesa all’onore della cittadinanza, la spiegazione.

Chissà quale sarà adesso la risposta amministrativa all’affissione pubblica nella casa del Comune del boss della Cosa Nostra stragista.

05 giugno 2009

Fallimento rivista Fava, pignoramento a giornalisti

Dopo circa 25 anni, il tribunale di Catania batte cassa e dispone il pignoramento dei beni dei responsabili del periodico "I siciliani"

da Ansa
Servizio TV: di Telejato

Palermo - Fondato dal giornalista Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia nel 1984.

Dopo l'assassinio, il figlio Claudio e alcuni redattori decisero di non abbandonare il progetto editoriale e per tre anni il quotidiano fu in edicola. La coraggiosa esperienza di denuncia dei cronisti catanesi si concluse nel 1987. Per alcuni debiti contratti all'epoca, Claudio Fava e un gruppo di giornalisti de I Siciliani, tra i quali Graziella Proto, ex presidente del cda, nei giorni scorsi hanno ricevuto la visita dell'ufficiale giudiziario che gli ha pignorato alcuni beni.

In solido dovranno pagare circa 90 mila euro: solo una parte della somma servirà a saldare le spese del giornale - carta e tipografia - e andrà agli eredi dei creditori, nel frattempo morti. Il resto servirà a pagare le spese del giudizio fallimentare e gli interessi.

"La giustizia - dice, ironico, Claudio Fava - arriva con implacabile solerzia. Dopo 25 anni. Evidentemente, dopo la morte del direttore, avremmo dovuto fare i conti e chiudere, invece di continuare a lavorare. Nessuno di noi, peraltro, in quel periodo percepì una lira di stipendio".

02 giugno 2009

Il “caso Catania” davanti al Tribunale di Roma

E’ incominciato, a Roma, il dibattimento pel processo – diffamazione a mezzo stampa – a carico di Marco Travaglio, Giuseppe Giustolisi, e Paolo Flores d’Arcais : autori, i primi due, dell’articolo “Arrivano i catanesi”, apparso su “MicroMega” (3/2006, pp. 95-103); e direttore, il terzo, di quella rivista. Il querelante, costituitosi parte civile, è il dott. Giuseppe Gennaro, Procuratore della Repubblica Aggiunto presso il Tribunale di Catania, già membro del C.S.M. (‘94-’98), e due volte Presidente dell’A.N.M. (1999 e 2006)


di Giambattista Scidà*
da http://pinofinocchiaro

*Magistrato. Ex Presidente del Tribunale per i Minorenni di Catania


Nonostante la grandissima notorietà delle parti, nessun giornale ha dato notizia del processo: neanche i giornali siciliani, malgrado la causa abbia ad oggetto il filone principale del cosiddetto “Caso Catania”, scoppiato sul finire del 2000 e mai venuto ad effettiva chiusura.

A rompere il concorde, universale silenzio non è valso nemmeno il colpo di scena che si dice abbia segnato l’udienza.L’ampiezza dell’autocensura dimostra come sia risibile l’additare nel “monopolio” dei media locali, tutti nelle stesse mani, il responsabile unico della non-informazione o disinformazione su Catania.Il monopolio è infesto, ma non è, esso, il problema.

Anche concentrata come ora, l’informazione locale, stampata e televisiva, non potrebbe né tacere fatti importanti, né mettere in circolazione notizie mendaci, se i media a diffusione nazionale non praticassero come una religione, esigente ed estremista, l’evitamento della questione catanese, della vera questione, che è madre di tutte le altre.

A Catania arrivano inviati di quotidiani e settimanali, ma solo per “raccontare” di Scapagnini e del dissesto, come opera di Scapagnini soltanto: “racconto” consentito e plaudito, come i libri permessi delle biblioteche parrocchiali di un tempo; ma senza accenni, assolutamente interdetti, né alla corresponsabilità, nel dissesto, di amministrazioni precedenti (che si tratta, anzi, di estollere al cielo) né quelle, fondamentali, della mancata repressione degli abusi.Se le grandi testate non praticassero rigoroso silenzio su Catania, e sulla vera questione catanese, che è quella della Giustizia, diverso sarebbe anche il comportamento, nei confronti dell’area etnea, del C.S.M., e del Ministero della Giustizia, e della Commissione Antimafia; diverso del pari quello dell’Ufficio che da Catania risponde a richieste del centro, di ragguagli e valutazioni.

Come si spiega l’autocensura generalizzata del giornalismo nazionale? è la politica locale a volerla, unanime sul punto, e forte di superbe proiezioni sul piano nazionale? sono, insieme con essa, grandi interessi? è, con l’una e con gli altri, una forza inafferrabile, che ama l’ombra?E quant’è, nei protagonisti dell’autocondanna al silenzio, la mancanza di vocazione al combattimento per la verità, l’indifferenza al pubblico bene, la libido adsentandi?

Lasciamo ad altri la risposta, per restringerci ad alcune constatazioni.

Questo coro di mutismi; questo sistema perfetto di silenzi concorrenti, è presidiato da molteplici dispositivi di blocco delle rarissime trasgressioni.Isolamento delle voci, dissuasione dal continuare, repressione giudiziaria, messa in moto da qualcuno degli “offesi”.

Proprio “MicroMega”, colpevole, nel 2001, di un intollerabile articolo di Antonio Roccuzzo, è stata indotta, per anni, al silenzio, e adesso, improvvisamente relapsa, come un’eretica tornata all’errore, é minacciata di rogo giudiziario.E intanto una specie di vuoto pneumatico è stato fatto, sin dall’inizio, attorno all’articolo di Travaglio e Giustolisi, che nessuno ha ripreso.

Anche nel campo opposto, della pubblicistica di Destra, alla disobbedienza ha fatto séguito il ricorso di magistrati alla magistratura: isolato, e senza fiducia, “Il Giornale” si è arreso, almeno una volta.

L’armata giornalistica, tacitamente attendata intorno a Catania, garantisce ai potenti del luogo la libertà di calcarla, e garantisce a forze esterne o quella di negarsi alle invocazioni di aiuto e per giunta di intervenire, ma in appoggio a coloro che dovrebbero essere fermati.

Se Catania è una città pestiferée – viene alla mente, con forza, il romanzo di Camus - il cordone di silenzio che la cinge è fatto perché il male non cessi; è fatto contro i Rieux che vorrebbero combatterlo: non per illusione di vincerlo, ma per l’onore del luogo.

Ne conosciamo taluni, che scrivono, invitti, su fogli di poche pagine, dalla diffusione a tre cifre, a volte conquistandosi con fatica quello stesso spazio; ne conosciamo, e teniamo ad onorarli: chapeau bas, galantuomini di Catania, davanti a questi nostri concittadini che non cessano di testimoniare per la verità, a loro personale rischio e pericolo!